Encelado – Capitolo 2

Il gendarme Firmino Moreira impiegò pochi istanti a individuare Malbranque nell’atrio semi deserto. Ma l’aspetto di Malbranque era così singolare, che Moreira lo avrebbe individuato con la stessa facilità anche in mezzo alla folla.
Seduto su una poltrona accanto al bancone, fumava una sigaretta senza filtro, diffondendo tutto attorno una densa nuvola azzurra. Magro e di media altezza, era completamente calvo, a eccezione di due ciuffi grigi attorno alle orecchie, e indossava degli occhiali da aviatore che nascondevano mezza faccia. L’abito color crema e la camicia azzurra erano stazzonati e macchiati di sudore, le scarpe scolorite. La pelle della fronte e del collo, secca e scagliosa, ricordava vagamente la pelle di un rettile.
Oltre a Malbranque c’erano poche persone nell’atrio, in attesa davanti al bancone che gli uffici aprissero al pubblico. Moreira guardò il suo orologio. Gli uffici avrebbero dovuto aprire venti minuti prima, ma nessuno era arrabbiato per il ritardo o dava segni di impazienza. Sventolavano moduli e documenti con assorta sonnolenza, sottilmente paghi di aspettare ancora un altro po’. L’unico che rimaneva in disparte era un vecchio mendicante, che russava su una panca. Moreira lo osservò di sfuggita: il corpo magro, con le ossa in evidenza e gli enormi piedi cosparsi di macchie e noduli, era coperto alla meglio da una finanziera grigia e da un paio di mutande a fiori. Probabilmente si era fatto arrestare di proposito, per passare la notte al riparo dall’afa.
Moreira si era già mosso verso Malbranque, quando il sergente di turno gli fece segno di avvicinarsi. «È lui?» domandò Carlos. Accennò a Malbranque. «L’appuntamento?»
Moreira notò che gli occhi d Carlos, solitamente opachi di sonno fino al caffè delle nove, luccicavano. Niente di strano. Anche se il sovrintendente Hidalgo aveva cercato di mantenere il segreto, era una settimana che al comando non si parlava di altro. L’arrivo di uno straniero a Encelado era sempre una notizia, e stavolta sembrava che lo straniero venisse davvero da molto lontano.
Ma Carlos si mostrava meno curioso che preoccupato, anzi addirittura spaventato. Si guardò attorno, poi accostò le labbra all’orecchio di Moreira: «Diffida, Firmino. Non si vedono gli occhi.»
Moreira si allontanò. Non intendeva lasciarsi suggestionare dal sergente, che negli ultimi tempi dava qualche segno di senilità. Ma quando arrivò vicino a Malbranque, fu costretto a dar ragione a Carlos: gli occhi dietro le lenti non si vedevano. Solo un effetto di luce, naturalmente; ma quando Malbranque si accorse di Moreira e lo guardò, Moreira non poté più ritenere irragionevole l’appello di Carlos alla diffidenza.
«Il signor Galenus Malbranque?» disse Moreira.
Malbranque annuì con un sorriso. Il sorriso mise in mostra una doppia fila di piccoli denti verdognoli di forma triangolare.
«Mi chiamo Firmino Moreira. Sono l’assistente personale del sovrintendente Hidalgo. Il sovrintendente si scusa per averla fatta attendere, ma ora è pronto a riceverla. Le chiedo di seguirmi nel suo ufficio.»
«Con piacere.» Malbranque spense la sigaretta nel posacenere accanto alla poltrona e raccolse da terra una logora valigetta nera.
Moreira cominciava a sentirsi un po’ strano. Quando era arrivato davanti a Malbranque, si era visto riflesso nelle lenti degli occhiali da aviatore, un doppio Firmino sparuto e sorpreso, e gli era parso di restare intrappolato in quel mondo bidimensionale. Ora si sentiva effimero e incostante, come se a Malbranque bastasse distogliere lo sguardo per cancellare la sua esistenza. E questo pensiero, anziché spaventarlo, lo confortava.
«Faccio strada» disse.
Malbranque lo seguì, ma fu richiamato da una voce roca. Il vecchio mendicante si era alzato a sedere sulla panca. «La testa è d’oro» disse, battendosi la tempia con l’indice.
«Ma i piedi sono di argilla» disse Malbranque.
Il vecchio annuì. Si stese sulla panca e chiuse gli occhi. «Sono l’evangelista» biascicò nel dormiveglia.
«Non c’è molto movimento da queste parti» disse Malbranque, guardandosi attorno. Il corridoio lungo il quale lo giudava Moreira era deserto. Si vedeva solo un’anziana prostituta dai capelli blu che sonnecchiava su una panca.
«Encelado è una città tranquilla» disse Moreira. «E il centro è la zona più tranquilla della città. La maggior parte dei reati si concentra nei quartieri meridionali. Traffico di droga, armi, prostituzione. Solita roba.» Sbirciò Malbranque. «Ma dopodomani comincia la Festa del Solstizio. E allora ci sarà un po’ di confusione anche qui in centro.»
«Festa del Solstizio? Ah sì, credo di averne sentito parlare. Mi piacerebbe vederla. Purtroppo riparto oggi stesso.»
Per il resto del tragitto rimasero in silenzio. Moreira studiava Malbranque, cercando di trovare una risposta ai suoi interrogativi. Non ne ricavò niente, se non la conferma della pessima impressione iniziale. La cosa peggiore era la puzza: un misto di dopobarba scadente e sudore, al quale si aggiungeva una specie di afrore animale, che Moreira non aveva mai sentito addosso a una persona. Faceva venire in mente un rettile in agguato nelle profondità di un acquitrino. Moreira, nato e cresciuto ai margini del deserto, non poteva immaginare niente di più alieno.
Moreira non riusciva a capire cosa potesse volere uno come Malbranque da un uomo importante come Hidalgo, né per quale motivo Hidalgo fosse così turbato dall’incontro. L’ultima volta che Moreira aveva provato a indagare, il sovrintendente aveva battuto il pugno sull’amatissima scrivania di neurolegno che si era fatto arrivare direttamente da Meligara, e aveva urlato così forte, da scuotere i vetri della finestra. Ma in realtà sembrava più spaventato che arrabbiato.
Moreira introdusse Malbranque nell’anticamera, poi bussò a una porta in fondo alla stanza.
«Avanti» disse una voce dall’interno.
Il sovrintendente Hidalgo li aspettava in piedi, occupando per intero il vano della grande finestra in fondo all’ufficio. Una tale onda di luce bianca, che né meno i poderosi fianchi di Hidalgo riuscivano ad arginarla, erompeva dalla finestra, proiettando la sua ombra lungo tutto il pavimento, fino alla porta. Moreira si fece da parte, mentre Malbranque avanzava nell’ufficio, guardandosi attorno con aria incuriosita. Osservò la parete di destra, dove erano erano appese le schede segnaletiche dei peggiori criminali ladesi e alcune foto del sovrintendente che stringeva la mano al sindaco Perro, al prefetto Cansola, a due dei gemelli Laufer e perfino a Evangelista Hub. Poi il suo sguardo fu attratto dalla enorme mappa che ricopriva quasi per intero la parete opposta. La mappa rappresentava Encelado e i suoi sobborghi e illustrava le zone di pertinenza dei sedici comandi distrettuali e del comando centrale della Gendarmeria.
«Signor Malebranche» disse il sovrintendente, protendendo la mano. «Lieto di conoscerla.»
Malbranque si avvicinò alla scrivania e strinse la mano del sovrintendente. Hidalgo, che apprezzava una buona stretta di mano, ebbe un’impercettibile smorfia. Moreira sorrise. Il sovrintendente aveva un’incrollabile fiducia nel proprio giudizio e si vantava di capire le persone al primo sguardo. Quando l’ex-sovrintendente Fernando Moreira gli aveva presentato suo figlio Firmino, Hidalgo aveva acconsentito a promuoverlo al rango di assistente personale dopo un solo istante, perché era già sicuro, aveva detto, di aver trovato l’uomo che faceva al caso suo.
Malbranque sarebbe stato liquidato entro pochi minuti.
Moreira si congedò e tornò nell’anticamera. Non sedette alla scrivania. Si infilò nello sgabuzzino e sedette di fronte a un gigantesco registratore a doppia bobina. Il registratore era collegato a sedici microfoni nascosti nell’ufficio di Hidalgo ed era in grado di mettere su nastro qualunque conversazione si svolgesse aldilà della parete.
Moreira pigiò il pulsante di accensione. Esitò, prima di indossare le cuffie e di mettersi in ascolto. Aveva un bel po’ di pratiche da sbrigare e non era certo che fosse una buona idea origliare le conversazioni del capo.
Ma era troppo curioso.

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