Encelado – Capitolo 3

Una volta indossate le cuffie, la prima voce che sentì Moreira era quella del sovrintendente:
«Le confesso, signor Malebranche…»
«Malbranque.»
«Prego?»
«Il mio nome è Malbranque, non Malebranche. Non vorrei sembrarle pignolo, sovrintendente, ma tengo molto alla corretta pronuncia del mio nome.»
«Certo, scusi. Cosa stavo dicendo? Ah sì. Le confesso, signor Malebrank, che non riesco a capire perché ha chiesto di incontrarmi. Il suo diretto superiore… il signor… signor…»
Moreira senti un frusciare di carte. Il sovrintendente cercava un appunto con il nome del superiore di Malbranque. Appunto che non esisteva.
«Non ricordo il nome del suo diretto superiore.»
«Non può.»
«Certo che posso. In questo momento mi sfugge, ma se mi concede qualche istante…»
«Non può ricordare» insisté Malbranque.
Il sovrintendente mandò un sospiro: «Signor Malebrank, se dico che posso ricordare, significa che posso farlo. È una dimenticanza momentanea, tutto qui. Mi dia solo un minuto.»
«Come vuole.»
«D’accordo, sorvoliamo. Stavo dicendo che il suo diretto superiore non è stato molto chiaro. O forse sono io che ho saltato qualche passaggio. Mi corregga se sbaglio: lei avrebbe alcuni appuntamenti in città.»
«Tre.»
«Tre?»
«Tre appuntamenti.»
«Ah sì. Tre, giusto. Ma quello che non riesco a capire è cosa c’entro io con i suoi appuntamenti. Insomma, perché ha chiesto di incontrare anche me? D’accordo che viene da fuori, ma dovrebbe sapere che qui a Encelado può incontrare chi vuole quando vuole, senza chiedere il permesso della gendarmeria. Se intendesse riunire più di cinquanta persone in un locale pubblico, allora avrebbe bisogno di un permesso. Ma non è necessario alcun permesso per incontrare tre persone, una alla volta o tutte insieme.» Esitò. «So che girano strane voci sulla Gendarmeria. Alcuni sediziosi ci accusano di essere troppo zelanti, di avere l’occhio troppo lungo. Ma è falso. I ladesi sono liberi di incontrarsi, di esprimersi, perfino di complottare. Anche gli stranieri. La Gendarmeria vigila, tutela, ma reprime solo il delitto.» Il suo tono si inasprì. «Encelado non è sottoposta a un regime di polizia.»
Malbranque sembrava sorpreso: «Regime di polizia? E chi spargerebbe mai una voce del genere?»
Moreira si corrucciò. Il tono di Malbranque lasciava trapelare un certo sarcasmo. Anche il sovrintendente se ne accorse. E andò subito in collera. Era molto suscettibile su questo argomento. La gendarmeria non godeva di una buona reputazione. Ma piuttosto che di avere l’occhio lungo, i ladesi la accusavano di essere miope. In realtà, se correva voce che Encelado fosse sottoposta a un regime di polizia, era perché l’aveva sparsa Hidalgo.
«Insomma, le dispiacerebbe spiegarmi?» disse Hidalgo.
«So bene di non aver bisogno di alcun permesso, sovrintendente. Se ho chiesto di vederla, è per una questione di sicurezza pubblica.»
«Capisco. Allora c’è di mezzo un reato. Le persone che deve incontrare sono dei criminali, presumo. Intendono forse coinvolgere lei e la sua compagnia… mi aiuti a ricordare come si chiama…»
«Faland.»
«Foland… in qualche crimine?»
«No. È tutto perfettamente legale.»
Seguì un breve silenzio. «Allora siamo di nuovo al punto di partenza» disse Hidalgo.
«Meglio così. Quando eravamo al punto di partenza eravamo più vicini al traguardo di ora.»
«Temo di doverle fare di nuovo la stessa domanda di prima: perché ha pensato di rivolgersi a me?»
«Perché ho bisogno della sua collaborazione.»
Il sovrintendente tacque. Moreira intuì che la parola collaborazione non gli piaceva.
«Niente di impegnativo» disse Malbranque. «Si tratta solo di fare un piccolo favore alla mia compagnia.»
Il sovrintendente mandò un altro sospiro. Moreira, che ormai lo conosceva bene, temeva quei sospiri più delle sfuriate per le quali era famoso: finché inveiva contro di te, significava che stava cercando di correggerti, che ti riteneva ancora recuperabile; i sospiri erano invece un segno di resa.
«Un favore molto piccolo» continuò Malbranque, «che le ruberebbe solo pochi minuti. E che farebbe soprattutto a se stesso.»
Un terzo sospiro, stavolta più profondo: «Signor Malebranche, forse non ha capito che questo è il comando centrale della Gendarmeria di Encelado. Io e i miei sottoposti svolgiamo un lavoro molto serio e importante. Non abbiamo tempo da perdere in favori e cortesie.»
«Ma io le chiedo appunto di fare il suo lavoro, sovrintendente, di tutelare l’ordine pubblico.»
«E in che modo?»
«Non facendo niente.»
Qualche minuto di silenzio. Il sovrintendente doveva essere rimasto senza parole. E senza sospiri. Anche Moreira era sbalordito.
«È uno scherzo?» disse alla fine il sovrintendente. «Cosa significa che non vuole niente?»
«Non ho detto che non voglio niente. Sarebbe molto strano, se avessi detto che non voglio niente. E potrebbe accusarmi a ragione di sprecare il suo tempo. Invece le ho chiesto di non fare niente. Ma più che altro vorrei che i suoi sottoposti non facessero niente.» Si interruppe. «In realtà sono stato impreciso. Affinché i suoi sottoposti non facciano niente, dopotutto dovrà fare qualcosa.»
«Mi sta venendo l’emicrania. Arrivi al punto, le spiace?»
«Ma ci sono.»
«Lei forse. Io no di certo.»
Si sentì uno scatto metallico, poi un cigolio. Malbranque doveva aver aperto la ventiquattrore. Ora ci frugava dentro alla ricerca di qualcosa. Si sentiva un fruscio di carte. Dopo alcuni istanti la ventiquattrore era di nuovo chiusa.
Moreira sentì Malbranque che si alzava per passare le carte al sovrintendente.
«E questo cosa sarebbe?» disse il sovrintendente.
«Una lista.»
«Una lista di cosa?»
«Le dia un’occhiata. Ci sono alcuni nomi.»
«Vedo. Thecla: Cruher, Morris…»
«No. Più in basso. In fondo alla pagina.»
«Ah ecco. Encelado…»
«E tre nomi.»
Calò ancora il silenzio. Moreira non capiva: se Hidalgo stava solo leggendo i tre nomi che Malbranque gli aveva indicato, perché ci metteva tanto? Nell’ufficio si sentiva il respiro di Malbranque e un leggero scricchiolare di carta, come se le mani di Hidalgo accartocciassero i margini della lista. Trascorse ancora un po’ di tempo, prima che Hidalgo riuscisse a dire qualcosa. E anche allora parlò con un filo di voce: «Sarebbero queste le persone che deve incontrare?»
«Sì.»
«Mi sta prendendo in giro?»
«Prenderla in giro? E come potrei? Impiegherei l’intera giornata!»
Moreira trasalì. Vide con chiarezza, come se lo avesse davanti, il volto di Hidalgo gonfiarsi e diventare rosso. Un nuovo sospiro, ancora più profondo e minaccioso.
Alla fine la voce con la quale Hidalgo travolse Malbranque era allo stesso tempo stentorea e strozzata dall’ira: «È come pensavo, allora. È uno scherzo. Uno stupido, ignobile scherzo. Ma lei, signor Malebranche…»
«Malbranque.»
«Prego?»
«Malbranque. Non Malebranche, né Malebrank. Non vorrei sembrarle pignolo, sovrintendente, ma tengo davvero molto alla corretta pronuncia del mio nome.»
«Sì, d’accordo, mi scusi. Cosa stavo dicendo?»
«Qualcosa come: ma lei signor Malbranque….»
«Ah sì, grazie. Ma lei, signor Mal… ma lei, signore, pagherà molto caro questo pessimo tentativo di umorismo. Sto considerando seriamente di bandirla dalla città. O di farla arrestare.»
«Si calmi, sovrintendente. Non è uno scherzo.»
«E dovrei credere che incontrerà queste persone?»
«Certo.»
«Ma lei sa chi sono queste persone?»
«Ora è lei che scherza. Certo che lo so. Sono miei clienti. So tutto quello che c’è da sapere sul conto dei miei clienti. E anche quello che non ci sarebbe da sapere.»
«Ma è impossibile! Be’, quanto al primo della lista, non saprei dire, perché non lo conosco, ma gli altri due non accetteranno mai di incontrarla.»
«Guardi che lo hanno chiesto loro.»
«Hanno chiesto di incontrarla?»
«Sì.»
Moreira era consumato dalla curiosità. Avrebbe pagato qualunque cifra pur di mettere gli occhi sulla lista di Malbranque. Non riusciva a immaginare per quale motivo i nomi sulla lista turbassero tanto il sovrintendente. Era chiaro che Hidalgo conosceva i clienti di Malbranque. Due su tre, almeno. Ma perché era così sconvolto?
Il sovrintendente riprese la parola: «Ancora non mi ha detto cosa vuole.»
«Eppure mi sembrava di averlo fatto.»
«Lei ha solo detto che non vuole niente.»
«Non è vero. Non ho detto che non voglio niente. Ho detto che vorrei che non facesse niente. Anzi no. Una cosa dovrebbe farla: ordinare ai suoi sottoposti di non fare niente.»
Moreira strinse gli occhi. La faccenda cominciava a chiarirsi. Malbranque stava chiedendo una specie di salvacondotto. Non voleva che la gendarmeria si impicciasse dei suoi traffici. Che impudenza! Stava forse cercando di corrompere Hidalgo? A questo pensiero Moreira accennò un sorriso. Hidalgo era troppo onesto per lasciarsi corrompere da un simile cialtrone. Del resto, cosa poteva offrirgli che già non possedesse? Presto Malbranque sarebbe finito dove meritava, in galera.
Il sovrintendente era arrivato alla stessa conclusione di Moreira: «In poche parole vorrebbe che le garantissi una specie di impunità.»
«E no. Così sembra che intenda rapinare una banca e le chieda di coprirmi la fuga. Nelle prossime ore farò solo il mio lavoro. E non c’è niente di illegale nel mio lavoro.»
«Allora perché dovrei ordinare ai miei uomini di non fare niente?»
«Perché il mio lavoro è un po’… come dire? delicato.»
«Per ora mi sembra solo incomprensibile.»
Ancora un frusciare di fogli, uno scricchiolare di molle e passi che attraversavano l’ufficio. Malbranque aveva consegnato un altro pezzo di carta al sovrintendente.
«Questo cosa sarebbe?» disse il sovrintendente.
«Un contratto.»
Il sovrintendente sospirò ancora.
«Un contratto che impegna lei e me a rispettare alcune semplici regole» disse Malbranque.
Frusciare di carte: Hidalgo che sfogliava il contratto. «Ma sono settantanove pagine! Dovrei leggere tutta questa roba?»
«Non mi dica che firmerebbe un documento senza averlo letto.»
«Non ci penso né meno a firmare questa roba!»
Un colpo improvviso: Hidalgo aveva lasciato cadere il contratto sulla scrivania.
Ma per qualche oscuro motivo si pentì subito di quello scatto.
«Mi spiace di aver trasceso» disse in tono conciliante. «So che sta solo cercando di fare il suo lavoro, per quanto fatichi a capire di quale lavoro si tratti. Forse potrei venirle incontro. Ma deve concedermi tempo. Le prometto che nei prossimi giorni leggerò il contratto. Le darò una risposta entro una settimana.»
«Mi dispiace, ma i clienti mi aspettano oggi. Ed entro sei devo lasciare la città, perché domattina sono richiesto a Thecla. Su questo non si discute. La mia tabella di marcia è molto rigida. Il primo appuntamento è alle nove. E per quell’ora il contratto dovrà essere firmato.»
«Non mi piace il suo tono signor… signor… mi aiuti a ricordare…»
«Malbranque.»
«Ecco. Non mi piace il suo tono, signor Malebranche. Forse non si rende conto del posto in cui si trova. Il comando centrale coordina le attività di sedici comandi distrettuali. Sedici, chiaro? Quattordicimila gendarmi. Il sovrintendente generale ha cose più importanti da fare che star dietro alle richieste del primo venuto.»
«Si calmi, sovrintendente. Invece di litigare, perché non proviamo a trovare un punto d’incontro? Non le va di leggere il contratto? Nessun problema. Le riassumo io cosa c’è scritto.»
«Dovrei firmare senza leggere?»
«Non si fida?»
«No che non mi fido. Non la conosco né meno.»
«Ma non deve fidarsi di me. Deve fidarsi della Faland. Può avere delle riserve su di me, che non sono nessuno e magari ispiro poca fiducia. Ma di certo non può mettere in discussione la serietà della Faland.»
«Guardi che non ho mai sentito parlare di questa… Foland prima della telefonata del suo capo.»
Malbranque parve sinceramente stupito. «Non conosce la Faland? Eppure è una delle più grandi compagnie della Dodecapoli, con sedi a Thecla, Sephira, Tripoli, Paro, Nemi e presto anche a Elissa. Come fa a non conoscerla?»
«Eppure non la conosco, come chiunque altro qui a Encelado.»
Hidalgo embrava arrivato al limite della sopportazione. Moreira si aspettava che sbattesse fuori Malbranque da un momento all’altro. O che lo facesse scortare in cella. Percepiva il suo respiro diventare sempre più frettoloso, segno di un imminente passaggio all’azione.
«D’accordo» disse invece Hidalgo, lasciando esterrefatto Moreira. La sua voce tremava. «Mi spieghi cosa dice il contratto. Poi deciderò cosa fare.»
Malbranque soppesò le parole per qualche istante, prima di rispondere: «Nella prima parte si spiega in cosa consiste il mio lavoro. Cosa farò nel corso di ogni appuntamento. Nelle altre si trovano i riferimenti alle leggi locali che regolamentano questo tipo di attività. Nell’ultima pagina c’è il modulo da firmare. Dia un’altra occhiata alla lista. Accanto al nome di ogni cliente sono segnati il posto e l’ora del suo appuntamento. Con la firma in calce al contratto lei si impegna a fare tutto il possibile affinché nessun gendarme si trovi nelle vicinanze alle ore indicate. Dirami un comunicato, indica una riunione, faccia quello che crede. L’importante è che l’ordine venga da lei, perché deve riguardare tutti i distretti di Encelado, e solo il sovrintendente generale può emanare un ordine del genere. Questa è la sua parte. La mia è seguire scrupolosamente la procedura, in modo da non infrangere la legge in alcun modo.»
«Le ripeto la domanda di prima allora: se l’attività che svolge è davvero legale, perché ha bisogno che le tenga lontano i miei sottoposti?
«Perché non esiste solo la legge, sovrintendente. Non ci sono solo carte e numeri a condizionare la vita delle persone. Ci sono le emozioni. Le emozioni sono una forza pericolosa, sulla quale è impossibile mantenere il controllo. Il mio lavoro può avere un certo impatto emotivo, se svolto a dovere. Anche sui gendarmi. Che saranno sicuramente dei bravi ragazzi, ma anche giovani, impulsivi e soprattutto armati…»
«Cosa intende per impatto emotivo?» La voce del sovrintendente era rotta dall’emozione. Moreira lo trovava assurdo, ma sembrava che fosse sul punto di piangere. Sentì ancora rumore di carta. Hidalgo consultava febbrilmente il contratto.
«Cosa succederà a queste persone?»
«Quanto tempo impiegherà? Un quarto d’ora? Dieci minuti? Forse anche meno. E inoltre avrà l’occasione di fare a se stesso un grosso favore, come dicevo.»
«Cosa succederà a queste persone?»
«Mi segua: se i suoi sottoposti si immischiassero, se a causa loro io non riuscissi a finire il lavoro, le conseguenze sarebbero terribili. Anche per lei. E non potrà dire che non ne sapeva niente, perché questa conversazione equivale a una notifica ufficiale. Non avrà scuse. E non si illuda: le conseguenze saranno davvero terribili. Se invece firma il contratto e tiene fede all’impegno, sarà al riparo da ogni rivalsa. Anche se succedesse qualcosa, la colpa ricadrebbe sui gendarmi coinvolti, non su di lei. Con la firma sul contratto diventa inattaccabile.»
«Risponda alla domanda!» disse il sovrintendente. «Cosa succederà a queste persone?»
«Moriranno.»

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