Encelado – Capitolo 4

«Tu invece non sei mai in ritardo» disse Miriam. «Il tuo zelo nel servire quel mostro di Hub è davvero encomiabile.»
Per la prima volta da quando era entrata in cucina, Jubal guardò Miriam negli occhi: «Ora non ricominciare, Miriam. Per favore. Non riattaccare con la solita storia.»
Miriam accennò un sorriso di disprezzo: «Forse tu non vedi niente di male nel lavorare per l’uomo che ci sta portando tutti alla rovina, ma secondo me è una scelta molto discutibile.»
«Basta con queste accuse insensate, Miriam. Da quando hai iniziato a frequentare le riunioni di quello stupido comitato, sembra che abbia perso la ragione.»
«Perso la ragione? Al contrario, non ho mai avuto le idee così chiare come ora.»
«Ma non capisci che ti stanno plagiando? Sei così ossessionata, che non riesci a pensare ad altro che a Hub, alla centrale, a Sekidos, ai campi elettrici e via dicendo.»
«E a cos’altro dovrei pensare? Cosa c’è di più importante?»
«Tuo marito per esempio. Il tuo lavoro. La tua felicità. La tua vita.»
«Tutte cose che conosceranno una fine repentina, se non cambia qualcosa.»
«Ora non esagerare.»
«È la verità. E lo sai benissimo.»
«Io so solo che a volte sembri pazza. La storia di Hub che progetta di distruggere la città è talmente assurda, che non riesco a capire come una persona intelligente come te possa crederci. Perché mai Hub vorrebbe distruggere Encelado? L’ha fondata lui! D’accordo, non l’ha proprio fondata, ma l’ha fatta diventare una grande città, una metropoli. Hub è un capitalista, il suo scopo è fare soldi. Ed Encelado è la sua miniera. Hub non è nessuno fuori da Encelado. Quando viveva ad Alameda, era solo uno dei tanti. Qui è diventato un semidio. La fine di questa città sarebbe anche la sua fine.»
«Una volta ti avrei disprezzato, se ti avessi sentito dire tante sciocchezze. Ti avrei dato dell’ingenuo, dello stupido. Oggi no. Oggi so che non credi davvero a quello che dici.»
«Ci credo invece. E ci crederesti anche tu, se usassi la tua testa, invece di quella di Felicia Guerrero.»
«Tu non sai niente della presidentessa Guerrero.»
«Ne so abbastanza. Un paio di mesi fa ho letto qualcuno degli opuscoli che di quando in quando porti a casa e che dpvrebbe aver scritto lei, stando alla firma in calce. Così, giusto per vedere se dicono cose sensate. E sono deliranti, Miriam. Dovresti smetterla di prestare fede a roba di così bassa lega. E di partecipare a quelle ridicole riunioni. So cosa succede a quel tipo di riunioni. Al sindacato è pressappoco la stessa solfa. Sembra che tutti si preoccupino del bene comune, mentre in realtà ognuno bada solo ai suoi interessi.»
«Come osi parlare così del comitato? Quando sai benissimo che siamo gli unici a Encelado a opporsi seriamente a Hub. Sindacato? Paragoni la presidentessa Guerrero a quell’inutile trafficone di Salanca, che ogni anno vi promette un aumento di salario, salvo poi accordarsi di nascosto con Hub? Cosa può esserci in comune tra un’eroina dell’impegno civile e un traditore prezzolato?»
«I soldi.»
«Non sai quello che dici. O meglio lo sai benissimo. E sai anche che è falso. Ma a quanto pare non vuoi rassegnarti al fatto che ormai non puoi più ingannarmi.»
«Non sto cercando di ingannarti Miriam. Dico solo quello che penso.»
«Non farmi ridere, Jubal. Non hai mai detto quello che pensi in vita tua. Hai sempre detto solo quello che ti faceva comodo dire.»
«Mi consideri davvero così ipocrita?»
«Ti considero un nemico.»
«Perché? Perché lavoro alla Exo? Ma sono un fattorino, Miriam. Un semplice fattorino che conta meno di zero.»
Miriam abbassò la testa e strinse i pugni. «Non è il lavoro che fai, Jubal. È per chi lo fai. È perché lo fai alla Compagnia Elettrica.»
«Ancora con questa fissazione che lavoro alla Compagnia Elettrica? Te l’ho appena detto che lavoro alla Exo. Alla Exo. Non alla Compagnia Elettrica. Vedi cosa c’è scritto qui sul taschino? Exo.»
«Non prendermi in giro, Jubal. La Exo appartiene a Hub esattamente come la Compagnia Elettrica. Non puoi negare che lavori per Hub. A chi consegni le lettere?»
«Agli impiegati della Compagnia Elettrica, naturalmente. Cosa c’entra?»
«C’entra eccome. Con il tuo lavoro aiuti quelle persone a perseguire i loro oscuri propositi. Favorisci Hub nel suo disegno di distruzione. Gli passi una lettera, e quella lettera potrebbe contenere piani, informazioni, strategie. Gli consegni un pacco, e quel pacco potrebbe contenere un qualche letale marchingegno in grado di accelerare il processo in atto. Qualunque cosa faccia in quel grattacielo, per quanto apparentemente innocua, può essere determinante, se non fatale.»
Si interruppe, improvvisamente furiosa. Perché era caduta di nuovo nella trappola di Jubal. Quante volte avevano già fatto quel discorso? Jubal conosceva le opere di Hub meglio di Miriam. Perdeva tempo a discutere solo per sfiancarla, per mandarla al frenocomio. E ci stava riuscendo. Come al solito, credendo di provocare, Miriam era stata provocata. Jubal, non lei, stava pilotando la discussione. Bisognava tagliar corto. Ma non poteva tirarsi indietro. Non ancora. Non aveva detto abbastanza, non era arrivata abbastanza a fondo.
E allora colpì con la lama più affilata che avesse a disposizione. «Se è questo il futuro che stai contribuendo a costruire, allora sono contenta che non abbiamo figli» disse.
Jubal impallidì. Il suo volto si contorse in un’espressione di intollerabile sofferenza. Seguirono alcuni minuti di silenzio, che Jubal impiegò per ricucire alla meglio i margini della ferita. Ora aveva smesso di fingere.
«Ho impiegato anni a capire perché parteggiassi così sfacciatamente per Hub» continuò Miriam. «Perché non ti opponessi, pur sapendo cosa vuole fare. All’inizio credevo che ti avesse corrotto. Ma non ti è mai importato niente dei soldi. Allora ho immaginato che avessi paura di lui. Ma non sei così vigliacco. Ci sono arrivata solo poche settimane fa. E non riuscivo a crederci, perché era davvero troppo orribile. Hub ti ha davvero corrotto. Ma la tua ricompensa non sono i soldi. La sua ricompensa è la fine.»
Jubal fu colto da una rabbia così intensa, che la sua sofferenza svanì di colpo: «Come puoi ‘accusarmi di una cosa tanto atroce? Io vorrei la fine di Encelado? Io che ho sempre amato questa città, fin dal giorno che mi sono trasferito con i miei. Detesto vederla così malridotta. Ma non è colpa di Hub. Non solo sua, almeno. E di sicuro Hub non ha in mente un piano per distruggerla. Ti ripeto: che motivo avrebbe? Cosa ne ricaverebbe?»
«Come se non lo sapessi.»
«Non lo so infatti. E non riesco né meno a immaginarlo. Spiegamelo tu.»
«No. Questo è solo un altro dei tuoi trucchi.»
«Vedi che non sei più capace di ragionare, Miriam? Quando ti metto alle strette, non sai cosa dire, perché non ci sono i tuoi amici a imbeccarti. Cosa ti sta succedendo? Sei sempre stata così forte, così indipendente. Perché ora ti lasci plagiare?»
«Sei tu che mi hai plagiato, Jubal. Per anni. Ma ora non ne sei più capace. E così inventi che mi stia plagiando qualcun altro. A cosa arriveremo, di questo passo? Mi accuserai di essere pazza? È a questo che miri, Jubal? A farmi rinchiudere?»
Jubal si sporse verso di lei, cercando di stabilire un contatto, di calmarla. Era bravo in questo genere di cose. Sembrava quasi interessato, quasi amorevole, quasi umano.
A Miriam venne voglia di farlo a pezzi.
«Stiamo passando tutti un brutto periodo» disse Jubal con più calma. «L’intera città lo sta passando. Ma non è colpa di Hub. È colpa del deserto, se si può dare la colpa di qualcosa a un deserto. Encelado è costruita sulla sabbia. La lotta con il deserto non si ferma mai. Noi facciamo pressione da un lato, il deserto dall’altro. Finché le due pressioni si equivalgono, va tutto bene. Ma basta un niente, e l’equilibrio salta. È questo che sta succedendo. Ma non c’è da farsi prendere dal panico. Non è un processo irreversibile o irreparabile. Può essere fermato, come è avvenuto più volte nel corso dei secoli.»
Miriam faceva no con la testa. «Questa è solo una favola,Jubal. Abilmente confezionata per ingannarci, per convincerci tutti che le cose vanno male, ma non così male, in fondo, e in ogni caso non è colpa di nessuno. Così Hub può continuare a tessere la sua ragnatela senza ostacoli. Ma noi del comitato non abbiamo intenzione di lasciarci ingannare, Jubal. Vediamo la ragnatela sopra la città. E anche il ragno, il ragno che al momento giusto ci divorerà tutti.»
«Il ragno sarebbe Hub?»
«Chi altri? Se le cose non vanno poi cosi male, allora spiegami questo, Jubal: cos’è successo alle salamandre? Hai visto che orrore che sono diventate, no? E di cosa sono capaci. Cosa può averle cambiate, se non una forma di inquinamento, di corruzione della realtà così profonda e radicale, da non avere precedenti? La realtà stessa si sta sfaldando, ed è il veleno distillato dalla centrale a corromperla. I campi elettrici. Interferiscono con l’ordine naturale delle cose, scombussolano le leggi fisiche. Hub ha esagerato. Per fare più soldi, ha creato una specie di mostro, che produce energia succhiandola dalla realtà. Lui lo sa. E sa anche cosa ci aspetta. Ma non ha intenzione di fermarsi. È troppo avido, capisci?»
Si interruppe di nuovo, sempre più irritata dalla futilità della conversazione. Dire queste cose proprio a Jubal, che conosceva la verità meglio di chiunque altro, forse perfino meglio di Hub, quale senso aveva? Stava solo sprecando fiato. Senza contare che un mese prima avevano già avuto una conversazione identica a questa, che non aveva portato a niente se non a un inasprimento del rancore di Miriam.
Era il momento di tirarsi indietro. Jubal poteva tramare quanto voleva, ma non le avrebbe sottratto la vittoria. Doveva averlo capito anche lui, perché ora sulla sua faccia era riapparso l’enorme buco rosso, dal quale colava tantissimo sangue. Incalzato dalla forza di volontà di Miriam, il corpo di Jubal si spaccò in dodici zolle rosse, tenute insieme da budelli traslucidi. Ma i budelli erano troppo sottili per legare le zolle e presto si spezzarono. Le zolle andarono alla deriva nella cucina, lungo le pareti, poi si persero aldilà della finestra, effimere come falsi ricordi.
Miriam tornò in camera e cominciò a vestirsi. Quando rientrò in cucina, vide che Jubal era sparito. Come era giusto che fosse.
Stava per uscire da casa, quando sentì un rumore alla finestra, un rumore che ormai le era fin troppo familiare: un tonfo sordo, poi un leggero picchiettio.
Cinque o sei salamandre di taglia piccola si erano arrampicate sul vetro della finestra e cercavano di entrare. Miriam sapeva per esperienza diretta che non erano capaci di sfondare le finestre, ma arretrò lo stesso verso la porta. Il ricordo dei tre giorni trascorsi in cucina, con le salamandre che le davano l’assedio, era ancora molto nitido. Da allora, nonostante il caldo, teneva sempre le finestre chiuse e apriva la porta di casa solo per correre ansiosamente fuori.
Una salamandra più scaltra delle altre, la faccia grinzosa atteggiata a una bieca caparbietà, era arrivata al centro della finestra. Assaggiò il legno del telaio con la lingua, forse per valutarne la consistenza, e picchiò due volte contro il vetro, come per chiedere permesso.
Poi si girò verso le altre con aria corrucciata.
Da qui non si passa.

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3 pensieri su “Encelado – Capitolo 4

  1. Un futuro fosco. salamandre modificate, campi magnetici impazziti. La natura si sarebbe rivoltata contro contro chi produceva questi danni. Miriam l’ha capito, mentre Jubal finge di non saperlo.
    Ci lasci sempre col fiato sospeso coi tuoi favolosi racconti.

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