Encelado – Capitolo 6

Mentre attraversava l’atrio del comando centrale al fianco di Malbranque, Moreira rifletté sul colloquio che aveva appena ascoltato. Era profondamente disgustato. Da Malbranque, ma soprattutto da Hidalgo. Non capiva perché si fosse mostrato così arrendevole. Non si rendeva conto che assecondando Malbranque diventava complice di tre omicidi?
Eppure Moreira non riusciva a biasimarlo del tutto. Anche perché non lo aveva mai visto così fuori di sé, così spaventato. Mentre Malbranque usciva dall’anticamera e Moreira raccoglieva il basco e la pistola per seguirlo, Hidalgo era apparso sulla soglia del suo ufficio e gli aveva fatto cenno di aspettare.
«Mi raccomando, Firmino» aveva sussurrato, gettando un’occhiata ansiosa oltre la porta, nel timore che Malbranque tornasse. «Resta indietro. Osserva, ascolta, prendi nota, se preferisci. Ma resta indietro. Che non ti salti in testa di intervenire. Qualunque cosa succeda, lascia che succeda.»
«Ma come può permetterlo?» aveva azzardato Moreira, le guance infiammate dall’ira. «Come può permettere che un pazzo assassino vada in giro a sparare alle persone?»
«Hai sentito anche tu quella voce, no? Ieri. Al telefono. E lui… l’hai guardato bene?»
«È solo un cialtrone, sovrintendente.»
«No. Parli così perché non hai letto i nomi su quella lista.»
«I clienti di Malbranque? Ma chi sono?»
Hidalgo non aveva risposto. Si era limitato a fissare Moreira con gli occhi sgranati. Moreira non aveva fatto altre domande. Aveva chinato la testa e aveva detto: agli ordini. E ora si rendeva conto che il suo disgusto non era rivolto solo a Hidalgo o a Malbranque, ma anche a se stesso.
Usciti dalla sede del comando, oltrepassato il muro di luce che ostruiva la porta a vetri, il caldo solstiziale avvolse entrambi come uno spesso sudario. Moreira scoccò uno sguardo di odio a Malbranque, perché lo aveva strappato alle accoglienti sale climatizzate del comando centrale per sottoporlo a quella tortura. L’unica, magra consolazione era che Malbranque soffriva quanto lui. Moreira lo osservò con soddisfazione passarsi più volte il fazzoletto sulla fronte e sul collo, sbuffando e ansimando.
Eppure le sue sopracciglia erano dritte, vicine, il suo passo era deciso.
Andava verso Piazza Olano.
La piazza era così piena di sole, che la via dalla qualle provenivano al confronto sembrava buia. Moreira inforcò gli occhiali scuri. Aveva bevuto due bicchieri d’acqua, appena prima di uscire, ma già la sete spargeva manciate di aghi roventi nella sua gola e lo faceva sentire come se fosse ubriaco di lemeza scadente. Gli scoppiò un violento mal di testa.
Siccome Malbranque camminava in silenzio, Moreira ne approfittò per studiarlo ancora. Cercava di capire quanto fosse arrabbiato per averlo sopreso a origliare. Ma come aveva fatto a scoprirlo? Anche se lo stupore gli aveva fatto perdere più volte il controllo, quando Malbranque aveva cominciato a parlare di morti e di pistole, e a un certo punto era quasi caduto dalla sedia, non aveva fatto poi così tanto rumore da insospettire Malbranque. Per fortuna non poteva sapere che Moreira lo aveva anche registrato.
«Mi sembra un po’ teso» disse Malbranque. Dietro le lenti degli occhialoni il suo sguardo era indecifrabile, ma la bocca era atteggiata a un’indulgenza quasi paterna. «Le assicuro che non ne ha motivo. Sarà divertente. Andremo a spasso per qualche ora, vedremo posti nuovi (per me almeno), mangeremo in un locale tipico (lascio a lei la scelta), e alla fine della giornata ci saluteremo. Il mio è un lavoro faticoso ma appagante. Se ne accorgerà.»
«Deve essere davvero uno spasso uccidere le persone.»
Malbranque si fermò sul ciglio del marciapiede. La paterna indulgenza tremolò sul suo sorriso, ma resistette. «Mettiamo in chiaro una cosa, gendarme Moreira. Le prediche le digerisco a fatica. Mi si piazzano qua sullo stomaco e mi rovinano l’appetito. Siccome ha ascoltato così attentamente la mia conversazione con Hidalgo, mi avrà anche sentito ripetere più volte che non uccido le persone. Allora in futuro eviti per favore parole come uccidere, ammazzare, assassinare e simili. Non hanno niente a che vedere con il mio lavoro e mi rimangono indigeste quanto le prediche.»
Malbranque ricominciò a camminare. «E non si preoccupi. Non me la prendo perché mi ha registrato. Al contrario mi lusinga quando si dà così tanta importanza a quello che dico. E poi mi sarei sentito in colpa se avessi registrato solo io.»
Moreira sgranò gli occhi: «Ha registrato?»
«Voi cosa usate? Nastro magnetico o supporto digitale? Io preferisco il nastro magnetico. Lo so che esistono metodi più innovativi, i ragazzi del reparto ricerca e sviluppo cercano sempre di rifilarmi qualche strano marchingegno audio video che capta anche gli ultrasuoni, gli infrarossi e via dicendo. Ma io resto fedele al mio vecchio registratore. Ormai ce l’ho da dieci anni.»
Erano arrivati alla piazza, che trovarono semi deserta. Si vedevano solo pochi passanti trafelati e alcune salamandre che annusavano l’aria alla ricerca di cibo. Nell’angolo più remoto della piazza una mezza dozzina di anime rumoreggiava attorno a un autobus. Il sole verniciava tutto, affossando le ombre in un blu abissale, mentre i lunghi pavesi verdi della festa del Solstizio restavano inerti sui pali, senza che un solo alito di vento arrivasse a smuoverli. Moreira guardò a occhi stretti la cupola rossa di sabbia e di monossido che velava il cielo.
Erano quattordici settimane che non pioveva.
Malbranque andò verso l’obelisco al centro della piazza. Istoriato a bassorilievo con scene mitologiche, l’obelisco svettava fino a trenta cubiti di altezza, indicando ai ladesi l’unica via possibile, l’ascesa. Ai lati dell’obelisco due fontane senza acqua, con statue di ninfe e sagittari, magnificavano le glorie della prefettura. I sagittari puntavano le frecce al cielo, in una sfida perenne agli dei, le ninfe li guardavano adoranti.
Quando Moreira era bambino, i monumenti di Piazza Olano erano circondati da un giardino pubblico, con mandorli, cespugli di spinalba e piante grasse a ornare le aiuole. Oggi restava solo una panchina in ferro battuto semisepolta dalla sabbia e alcune pale di fico. L’obelisco e i sagittari erano coperti di graffiti. Il garretto di un sagittario era stato amputato. A una delle ninfe qualcuno aveva disegnato i baffi.
Malbranque attraversò la strada di sbieco, ignorando i passaggi pedonali, e si diresse al parcheggio sul lato occidentale della piazza. Un furgone malandato, con la scritta Affilatura Coltelli e Forbici sulla fiancata e la scritta Pascal Bisset Arrotino sul retro, strombazzò furiosamente, quando Malbranque gli si parò davanti: fu costretto a una brusca sterzata e rischiò di scontrarsi con una vecchia Juglar che arrivava in senso opposto. Malbranque proseguì ignaro.
Moreira attraversò sulle strisce.
Si fermarono all’ingresso del parcheggio. Kaleb, il custode, leggeva il giornale nella garitta, affondando i piedi nudi nella sabbia che copriva il pavimento. Moreira si domandò come facesse a passare l’intera giornata in quella fornace. Tra l’altro, anche se teneva un ventilatore sulla scrivania, non lo accendeva mai.
L’autobus che Moreira aveva notato prima era all’interno del parcheggio, davanti all’entrata di un bar.
Malbranque occhieggiò distrattamente l’autobus, poi si rivolse a Moreira: «Qual è la via più veloce per Nardim?» Indicava a est. «So che è da quella parte, pressappoco. Ma mi hanno detto che da qui al centro direzionale è un labirinto di viottoli e vicoli e che è facile perdersi. Forse faccio prima se prendo la sopraelevata. Secondo lei?»
«Non vedo perché dovrei aiutarla» disse Moreira, ostentando disprezzo.
Malbranque si aggiustò gli occhialoni sul naso e infilò un doppio aculeo di luce nelle pupille di Moreira. La sua pelle da rettile si raggrinzì sugli zigomi in una smorfia vagamente minacciosa. La paterna indulgenza era sparita. «Come preferisce. Ma speravo che potesse farmi guadagnare un po’ di tempo. Sarebbe anche a suo vantaggio: prima finisco il lavoro, prima possiamo congedarci.»
«Non diventerò suo complice solo perché mi infastidisce . E se posso prolungare anche solo di pochi minuti la vita delle sue vittime, è già un buon risultato.»
«Beniasimo allora. Me la caverò senza il suo aiuto. Sono vent’anni che faccio questo mestiere e non ho mai avuto difficoltà a raggiungere i miei clienti. Solo un paio di volte. E cinque anni fa sono quasi morto. Ma poi è andata bene, anche se ho perso la provvigione.» Si rivolse a Kaleb. «Lei, signore, saprebbe indicarmi la via più veloce per Nardim?»
«Non si fermi a Nardim» rispose Kaleb, con aria trasognata. «Vada oltre. Imbocchi la Gran Carovaniera e segua a ritroso il cammino del sole. Un giorno o l’altro lo farò anch’io. Prenderò uno di quelli e buonanotte.»
Accennava all’autobus, che ora affiorava dalla soffice bruma di sabbia sollevata dal motore acceso come uno scoglio dalla spuma. Sul cartello appeso al parabrezza c’era scritto solo EST, senza nessun’altra indicazione. Ma ai pellegrini che intraprendevano quel cammino non interessava altro.
Ora si sentiva un gran vociare attorno all’autobus. Un vecchio si era piazzato con fare arcigno davanti alle porte, impedendo a tutti di salire a bordo. Il vecchio indossava una divisa verde e portava a tracolla un tritacarte a manovella. Una barba color avorio incorniciava il volto pallido e gli occhi rossi, che saettavano rabbia in ogni direzione. Era l’autista. Gli uomini e le donne che circondavano l’autobus sventolavano biglietti azzurri grandi come federe di cuscini, rivendicando il diritto di salire a bordo, un diritto pagato a caro prezzo, a giudicare dalla foga con la quale sventolavano i biglietti. Ma il vecchio respingeva tutti indiscriminatamente. A un certo punto raccolse da terra una grossa pertica e colpì i più insistenti, costringendo gli altri ad arretrare.
Moreira sentì che Malbranque lo chiamava. Era al fianco di una berlina verde coperta di sabbia e trafficava con le chiavi. Moreira si avvicinò. Stava per salire in macchina, quando un improvviso picco nel vociare attorno all’autobus lo indusse a voltarsi. L’autista aveva lasciato libero il passaggio e si era messo a strillare: «Biglietti! Biglietti!»
Il vecchio lasciava entrare i passeggeri uno alla volta, strappando a ognuno il biglietto da mano per passarlo nel trita carte. Urlava insulti a chiunque rallentasse o affrettasse la manovra. A un certo punto sorprese un clandestino o un biglietto falso, perché gridò più forte, sventolò la pertica e percosse qualcuno nella calca. Ma alla fine nessuno rimase a terra.
Salito in macchina, Moreira vide dallo specchietto retrovisore l’autobus partire bofonchiando, avvolto da una nuvola di sabbia. Quando la nuvola si disperse, l’autobus era sparito.
Sembrava che il deserto si fosse riappropriato dei suoi figli prima che potessero sfuggirgli.
Malbranque accese l’automobile, e il rombo del motore infranse il silenzio mattutino appena ricomposto. Lo sportello del cruscotto si aprì a causa delle vibrazioni, e un mucchio di cartacce e fazzoletti cadde addosso a Moreira. Mentre l’auto si avviava, Malbranque raccolse alla meglio le cartacce e richiuse il cassetto.
«Scusi il disordine» disse, sterzando bruscamente per evitare una Juglar che arrivava dal lato opposto.
Poco dopo, mentre percorrevano con qualche difficoltà i tortuosi vicoli del centro diretti a Nardim, Moreira cominciò a pensare che in fondo Malbranque aveva ragione. Senza le sue indicazioni Malbranque avrebbe girato a vuoto per un po’, ma alla fine sarebbe arrivato lo stesso. Quanto tempo avrebbe perso? Un quarto d’ora?
«Svolti a destra» disse, quando arrivarono all’incrocio.
Malbranque non disse niente, ma svoltò. Percorsero il viale fino alle rampe della sopraelevata e proseguirono finché i grattacieli di Nardim non occuparono l’orizzonte. Poi svoltarono a sinistra, affondando nelle le spire di vetro e di acciaio del Centro Direzionale. La berlina si infilò tra i pilastri della sopraelevata e deviò ancora verso sud, dove un altissimo grattacielo, le vitree superfici offuscate da nugoli di sabbia, torreggiava sugli altri.

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