Encelado – Capitolo 7

Moreira era interdetto. Il grattacielo verso il quale stava andando Malbranque era la sede principale della Compagnia Elettrica e conteneva solo uffici e negozi, nessuna abitazione privata. Era piuttosto strano che il cliente di Malbranque gli avesse chiesto di incontrarsi sul posto di lavoro. Forse riteneva che non valesse la pena prendere le ferie solo per farsi sparare un colpo in testa.
Malbranque entrò nel parcheggio riservato ai clienti della Compagnia Elettrica e trovò posto non lontano dall’ingresso, in uno dei pochi angoli in ombra. Prima di scendere, infilò la mano tra il sedile e la portiera e tirò fuori un’enorme rivoltella di foggia antica, con il calcio d’avorio e la canna a sezione esagonale: un’arma che Moreira non aveva mai visto prima e che doveva avere almeno un secolo.
Malbranque sistemò la pistola alla cintura e abbottonò la giacca per nasconderla. Poi si avviò con Moreira all’ingresso.
Non era la prima volta che Moreira capitava alla sede della compagnia, ma rimase impressionato lo stesso. L’atrio rivestito di marmo rosa, con mazzi di colonne e pilastri a sorreggere il soffitto, si estendeva quasi a perdita d’occhio. Siccome non c’erano finestre, l’ambiente era rischiarato solo dalle porte di ingresso e dagli enormi lampadari in vetro e oro che si alternavano ai pilastri. L’aria condizionata era a pieno regime, ed entrando Moreira sentì un pugno allo stomaco.
C’era una terribile calca. Abituato alle sale silenziose del comando o alle vie semideserte del centro, Moreira esitava a tuffarsi nella fiumana di persone che scorreva nell’atrio. Dirigenti in abito grigio, operai in uniforme, impiegati di basso rango in maniche di camicia, sorveglianti con minacciosi completi neri si muovevano in branchi più o meno numerosi lungo quella piatta, uguale pianura, sparendo a tratti nelle bocche degli ascensori o in porte più piccole e discrete celate nel marmo.
Malbranque andò verso un bancone ad anello al centro dell’atrio, sovrastato da uno di quegli enormi lampadari. Dodici impiegati sedevano all’interno dell’anello, picchiettando sulle tastiere delle macchine da scrivere e accogliendo i clienti con malcelato fastidio. Indossavano tutti uniformi blu con un occhio rosso stampigliato sul taschino e sui risvolti delle giacche.
Malbranque si avvicinò a una ragazza bionda con grandi occhi scuri. La ragazza aveva una bella faccia a forma di cuore e la bocca carnosa, ma il naso era così piccolo e corto, che spariva, quando la luce lo colpiva da una certa angolazione, e allora la faccia a forma di cuore diventava una testa di pesce. Moreira le rivolse un sorriso che lei decise di ignorare.
«Cosa posso fare per lei?» domandò la ragazza a Malbranque.
«Stiamo cercando gli uffici della Exo» disse Malbranque.
«Gli uffici della Exo non si trovano in questo edificio» disse la ragazza, arricciando il minuscolo naso. «Ma all’Isola Cinque, Blocco B.»
«Mi hanno detto di venire qui» insisté Malbranque.
«Le hanno detto male. In questo palazzo la Exo gestisce solo una piccola area di smistamento.»
«Ecco. Devo andare là.»
La ragazza arricciò ancora il naso. «L’accesso è riservato al personale della Exo. Mi dispiace.»
Malbranque si avvicinò ancora al bancone, e la ragazza fece un piccolo balzo all’indietro. Il suo sorriso tremolò come la superficie di uno stagno colpita da un sasso, e il piccolo naso si arricciò fino a sparire, quando fu raggiunto dall’amabile olezzo di Malbranque.
«A me dispiace che le dispiaccia» disse Malbranque. «Una ragazza così giovane e graziosa non dovrebbe dispiacersi per questioni così futili.» Mentre parlava, mise la valigetta sul bancone. Ne estrasse un foglio spiegazzato, con una macchia verde nell’angolo in alto a destra, e lo porse all’impiegata.
L’impiegata prese il foglio con la punta delle dita. Lo girò un paio di volte, prima di capire da che parte andasse letto.
Quando alzò lo sguardo, era turbata. «Dovrei informare il capo settore» disse con voce esitante.
«Faccia pure.»
Arrivò un uomo basso e tarchiato, con le spalle larghe, i capelli rasati e un’enorme macchia viola a forma di farfalla sualla fronte. L’abito blu conteneva a stento il corpo muscoloso, il bottone del colletto sembrava sul punto di esplodere. Visibilmente seccato, raggiunse il bancone a passo svelto e si rivolse all’impiegata, ignorando Malbranque e Moreira. Solo dopo che l’impiegata gli ebbe parlato nervosamente all’orecchio per quasi un minuto, sembrò far caso ai visitatori.
«Mi dispiace, ma l’accesso all’area di smistamento è riservato al personale della Exo» disse. Gettò un’occhiata a Moreira. «Non possiamo fare eccezione né meno per lei, gendarme. A meno che non abbia un ordine del giudice.»
Fece per andarsene, ma la ragazza lo tirò per la manica. Ora era lei a essere seccata. Il capo settore alzò le mani come per parare una sberla, e sembrava sul serio che lei stesse per dargliene una. Ma si limitò a mostrare il foglio che le aveva passato Malbranque. Il capo settore guardò il foglio solo per un istante, prima di rivolgere alla ragazza uno sguardo interrogativo. Ma subito dopo tornò a guardare il foglio. Impallidì. La sua bocca si spalancò, gli occhi azzurri diventarono neri. La sua espressione non cambiò né meno quando spiegò loro come raggiungere l’area di smistamento.
Presero un ascensore fino al seminterrato. Quando le porte dell’ascensore si aprirono, Moreira sobbalzò. Le sue orecchie erano state aggredite da uno stridere e sferragliare di macchine e di ingranaggi così forte, che cominciò a temere per l’integrità dei suoi timpani.
Uscirono in un breve corridoio con le pareti di mattoni rossi. Percorsero il corridoio fino a una porta di metallo che dava su un ballatoio di metallo. Qui il baccano era quasi insopportabile, e anche Malbranque fu costretto a tapparsi le orecchie.
Una scala di metallo scendeva a un salone scarsamente illuminato. Sulle pareti del salone Moreira contò quindici fori circolari, dai quali fuoriuscivano altrettanti nastri scorrevoli simili a lingue nere. Sacchi di corrispondenza, scatole e imballaggi di ogni dimensione viaggiavano sui nastri fino a cadere sul pavimento, dove si ammassavano in disordine: un’enorme mole di posta che nessuno si degnava di lavorare. Il salone era deserto. Si vedevano solo dei carrelli automatici che sfrecciavano ad alta velocità dai nastri agli archi a tutto sesto che si aprivano in fondo al salone. Oltre gli archi c’era un ambiente più grande, dal quale proveniva il fracasso. Malbranque scese la scala e andò in quella direzione.
Moreira si domandava che fine avessero fatto gli operai della Exo. La posta non lavorata ricopriva l’intero pavimento, in buona parte sbriciolata dalle ruote dei carrelli che ci passavano sopra senza riguardo. Il compito degli operai era probabilmente smistare la posta in arrivo e metterla nei carrelli, ai quali invece toccava portarla ai destinatari. Ma per un lavoro del genere occorrevano almeno due dozzine di operai, se non di più. Dov’erano? E perché i carrelli continuavano ad andare e a venire, anche se nessuno li riempiva, consumando ruote e carburante per non portare niente da nessuna parte?
Eppure erano inarrestabili. Moreira e Malbranque rischiarono più volte di essere travolti, e solo quando si accorsero di due linee gialle che delimitavano un’area di (relativa) sicurezza, respirarono un po’.
Alti all’incirca quattro cubiti, i carrelli erano delle enormi uova di rame montate su sostegni trapezoidali con le ruote. Le uova erano divise in due da una spaccatura longitudinale che assomigliava a una grossa bocca e che di quando in quando si spalancava senza motivo, come per inghiottire una preda invisibile. In cima a ogni uovo c’erano dodici bracci flessibili che si agitavano convulsamente, con pinze, tenaglie e globi traslucidi alle estremità.

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5 pensieri su “Encelado – Capitolo 7

  1. sembra uno scenario dantesco quello di Exo! Ma la curiosità si è appuntata sul numero dodice. Dodici porte, dodici lampadari, dodici banconi con dodici impiegati. Infine dodici uova – pardon carrelli – con dodici tentacoli.
    Cyurioso di conoscere il simbolismo del dodici.
    A parte questo, veramente curato in ogni dettaglio la puntata.

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