Encelado -Capitolo 8

In fondo al salone si imbatterono in tre operai che fumavano sigarette attorno a un tavolo. Gli impiegati indossavano uniformi verdi con i risvolti rossi e berretti con il logo della Exo. Malbranque si avvicinò e fece un nome che Moreira non sentì.
Moreira si domandò se uno di loro fosse il cliente di Malbranque. Cercava sulle facce un presagio della morte che li attendeva, qualcosa che li legasse all’origine di Malbranque, tentando allo stesso tempo di immaginare la propria reazione a quel primo, imminente assassinio. Sarebbe riuscito a restare indietro, come gli aveva ordinato Hidalgo? A non fare niente? Avrebbe resistito alla tentazione di sparare a Malbranque, di mettere fine con una pallottola al disgusto che provava? Difficile dirlo. Non poteva certo sperare di restare indifferente. Eppure sentiva ancora quella voce che risuonava nella sua testa, quello sciame di insetti che prometteva un’infernale rivalsa.
«È un po’ che non lo vedo» disse uno degli impiegati. «Forse è in ferie.»
«Ho sentito che lo hanno trasferito» disse un altro. «Ma non so dove. E né meno se è vero. È un tipo silenzioso. Non ti accorgi se c’è o manca.»
«Domandi a Monis.» disse il terzo. «È il direttore. In fondo a quell’altra sala. C’è una porta con il suo nome.»
Entrarono nel salone più grande. Qui il soffitto si trovava ad almeno venti cubiti di altezza. Una passerella di metallo correva lungo tutte le pareti. Al centro del salone sei tubi zigrinati scendevano dal soffitto, piegandosi verso il basso come i tentacoli di un polpo. Centinaia di tubi più piccoli si dipartivano in tutte le direzioni da quel ganglio centrale, allineandosi lungo le pareti. I tubi piccoli sferragliavano e sbuffavano, emettendo dell’aria ad alta pressione da alcune valvole a farfalla, mentre i tubi più grandi erano scossi da rombi metallici così forti, che a Moreira sembrava di ricevere una martellata in testa dopo l’altra.
La via segnata dalla doppia linea gialla divenne tortuosa a causa di tutti quei tubi. Malbranque decise di lasciarla e di seguire un percorso più diretto. Moreira lo imitò dopo un attimo di esitazione, ma fu quasi investito da un carrello che sopraggiungeva dall’altra sala. Il carrello andò a uno dei tubi più grandi e si fermò sotto l’apertura. L’uovo metallico si alzò in verticale e fu subito risucchiato nel tubo, detonato come un proiettile nella canna di un fucile. Dopo che l’uovo fu sparito, il sostegno trapezoidale si spostò sotto un altro tubo, dal quale cadde immediatamente un altro uovo. Assicurato l’uovo con i ganci, il carrello fece stridere le ruote e ritornò verso gli archi, rischiando ancora di investire Moreira, che a quel punto decise di restarsene al sicuro tra le linee gialle. Il ritmo di lavoro dei carrelli era altissimo e il rischio di essere travolti ancora più alto. Se Malbranque era ancora vivo, era solo perché non si rendeva conto del pericolo, e questo in qualche modo sembrava annientarlo.
Arrivarono a una porta di legno, sulla quale era attaccato un foglio di giornale. Sul foglio c’era scritto Direzione del Personale, e un po’ più sotto Direttore Rosario Monis. Malbranque bussò alla porta. Dall’interno si sentì una voce stridula dall’interno, solo un attimo prima che la porta si spalancasse: «Chi è?»
Un uomo molto magro e basso, la divisa della Exo pendula sulle ossa come su una gruccia, li fissava dal vano della porta. Il naso dell’uomo era piccolo e ben cesellato, ma di un rosa acceso, così come il mento e le guance. Gli occhi verdi luccicavano dietro spessi occhiali da miope.
«Chi è lei?» domandò seccamente a Malbranque. Intendeva dire: come ha fatto ad arrivare qua? Come ha eluso la sorveglianza? E allo stesso tempo: se ne vada subito. Non disse tutte queste cose, disse solo chi è lei. Ma il resto si capì lo stesso.
«Lei è il signor Monis?» domandò Malbranque.
L’uomo emise un grugnito e sbatté la porta in faccia a Malbranque.
«Stiamo cercando un suo dipendente» disse Malbranque.
La porta tornò a spalancarsi.
«Che coincidenza» disse Monis. «Ne sto cercando uno anch’io. È per questo che non posso darle retta. Sono due settimane che cerco di rintracciare quello sciagurato. O a supplicare che lo rimpiazzino. E intanto il lavoro rallenta e la posta si accumula. Per farla breve non posso aiutarla. Se cerca un mio dipendente, se lo trovi da solo. Arrivederci.»
Sbatté la porta.
Malbranque bussò ancora. La porta si aprì immediatamente. Sembrava che Monis, dopo aver sbattuto la porta, fosse rimasto in attesa con la mano sulla maniglia, invece di allontanarsi.
«Cosa vuole ancora?»
«Sto cercando il signor Fink» disse Malbranque.
Monis, che fino a un attimo prima era agitatissimo, si calmò. «Che coincidenza» disse. «È la stessa persona che sto cercando io.»
Malbranque aggrondò la fronte: «Non c’è?»
«Cos’è, una specie di ispettore?» Monis prese un’aria sospettosa. Solo allora si accorse dell’uniforme di Moreira. «Ma ha chiamato i gendarmi? Non le sembra un po’ eccessivo? Non vorrà mettere nei guai quel povero ragazzo?»
I suoi occhi si strinsero. Si voltò verso l’interno dell’ufficio, forse indeciso se telefonare ai superiori per chiedere spiegazioni.
Alla fine strinse le spalle: «Se ai piani alti vogliono andarci pesante, così sia. Due settimane sono tanto tempo. Probabilmente si tratta di un’emergenza, ma non va bene sparire senza lasciare traccia. Ci ha messo tutti in difficoltà. Poteva almeno telefonare per raccontare una bugia. O rispondere una delle tante volte che gli ho telefonato io. Invece si è fatto sempre negare. Alla fine sua moglie ha smesso di inventare scuse e mi ha detto che è inutile telefonare ancora. Era mortificata, poverina.»
«Due settimane?»
«Mi ha legato le mani, capisce? Per questo non posso oppormi a una punizione severa. Anche se manca uno, non lo rimpiazzano. Per l’ufficio del personale siamo al completo. Inutile spiegare che Jubal non si fa più vedere da giorni. Finché non lo licenziano, per loro lavora regolarmente e non c’è bisogno di rimpiazzarlo. E occorrono tre settimane di assenza ingiustificata per avviare la procedura di licenziamento. Quindi dovremo tener duro ancora per un bel pezzo. Mi dispiace per Jub, ma il lavoro deve andare avanti.»
Moreira era stupito. Andare avanti? Era completamente fermo! E non per colpa di Fink. Cosa poteva fare un solo fattorino, di fronte alla montagna di corispondenza che ristagnava nell’altra sala?
Mentre Monis parlava, Moreira e Malbranque lo seguirono dentro l’ufficio, uno stretto locale con una scrivania al centro. Alcune foto di orchidee e di altri fiori tropicali erano appese dietro la scrivania, insieme a un calendario con immagini di santi.
Monis indicò agli ospiti due poltrone accanto alla porta.
«Mi dispiace» disse. «Sarà un brutto momento per Jub. È sposato, sapete? Non so se la moglie lavori. Jub parla poco di lei. Non credo che abbiano figli. Anzi ne sono certo, perché non riscuotono gli assegni familiari. Meno male. I figli sono una benedizione, ma a volte complicano le cose. Ma sarà dura lo stesso. Spero che la moglie non lo lasci. Capita che la moglie lasci il marito dopo un licenziamento. Mio cognato, per esempio. Sua moglie l’ha lasciato perché aveva perso il lavoro. Si è messa con uno pieno di soldi, uno che lavora ai piani alti di questo stesso grattacielo. Hanno una villa a Jeresario. Mi sembra di averla conosciuta. La moglie di Jub, intendo, non la moglie di mio cognato. La moglie di mio cognato la conosco da venti anni. Una donna molto graziosa. La moglie di Jub, non mia cognata. Con grandi occhi scuri. Ma non domandatemi come si chiama, perché non lo so.» Si accigliò. «Non riesco a ricordare se lavora o no. Forse sì. Da un notaio, credo. In centro, se non sbaglio»
Si interruppe per riflettere (o forse solo per riprendere fiato), e Malbranque ne approfittò per fare una domanda: «Si ricorda il nome del notaio?»
«No. Jubal non me l’ha mai detto. O forse sì? Ma certo, che sciocco! Ha curato la vendita della casa di mio fratello. Come ho fatto a dimenticarlo? Notaio Lopes, viale Montereina, quel vecchio edificio verde. È stato proprio Jubal a presentarci al notaio. E mio fratello ha avuto anche un piccolo sconto. Aveva una bella casa. A Sojo. Ma era troppo a ovest. Un mattino ha aperto la porta di ingresso e una valanga gli ha sepolto il soggiorno. Una tempesta di vento. È stato costretto a traslocare. A Verema come tutti gli altri.»
Si interruppe ancora, pungolato da un sospetto. «Ma a voi cosa interessa il notaio Lopes?»
Malbranque si alzò in piedi: «Lieto di averla conosciuta, signor Monis. Purtroppo si è fatto tardi e dobbiamo andare.»
«Un momento» disse Monis. «Se è un ispettore, perché non ha il cartellino?»
Malbranque guardò il risvolto della sua giacca e sembrò sinceramente stupito di non trovare il cartellino. Imboccò la porta senza aggiungere altro. Moreira lo seguì.
«Tornate indietro» disse Monis. Dopo qualche secondo, la porta sbatté di nuovo.
Nel parcheggio Malbranque si fermò accanto alla sua auto, scuro in volto.
Moreira lo raggiunse. «Era Fink il suo cliente?»
«Sì.»
«E non è dove si aspettava di trovarlo.»
«Sì.»
«Cosa intende fare?»
La bocca di Malbranque si piegò in una smorfia: «Sbollire, prima di tutto. Chiudere gli occhi, prendere un bel respiro, contare fino a dieci.»
Chiuse gli occhi e prese un respiro. Ma non contò fino a dieci. Non era arrivato né meno a tre, quando la sua faccia si raggrinzì tutta.
«Mi ero raccomandato!» disse. «Sono andato da loro e ho detto: ragazzi, devo andare all’altro capo della Dodecapoli. Una settimana di viaggio. Chiamate tutti. Parlate solo con gli interessati e chiedete conferma. Se c’è un cambio di programma, se non riuscite a parlare con i clienti, avvertitemi, così magari mi risparmio una settimana di viaggio. Mi raccomando. Non posso permettermi di fare tanta strada a vuoto. E loro: Certo. Figurati. Vai tranquillo. E invece Fink non va al lavoro da due settimana. Perché avrebbe confermato un appuntamento in un posto dove non va più? Perché non l’ha confermato. Quegli allegri buontemponi del centro di contatto si sono dimenticati di chiamarlo.»
«Allora?»
«Allora andiamo a casa di Fink. Se a casa di Fink non c’è nessuno, andiamo dal notaio Lopes, a fare una visita alla signora Fink.»
Moreira fu di nuovo sopraffatto dal disgusto: «E cosa le dirà? Buongiorno, signora Fink. Mi dice dov’è suo marito, per favore, così posso ucciderlo?»
«Io non ho alcuna intenzione di uccidere il signor Fink.»
«Vada a spiegarlo a sua moglie, dopo che gli avrà sparato.»
«Io non devo spiegare niente a nessuno, gendarme Moreira. Né alla signora Fink, né tantomeno a lei.»
«Non si faccia salire la pressione, signor Malbranque. Non lo sa che la pressione alta uccide?»

Annunci

7 pensieri su “Encelado -Capitolo 8

  1. Una puntata che spiega qualcosa ben articolata e gestita nella sua dinamica. Il primo della lista, si è defilato. Come andrà a finire? Solo Dodecapoli fa riferimento al dodici.
    Aspetto la prossima.
    O.T.
    Ho trovato dei refusi
    riscuotonk
    Si è messa con un o pieno di soldi

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...