Encelado – Capitolo 9

Qualcuno bussava alla porta.
Miriam si alzò dalla scrivania e andò ad aprire. L’anticamera dello studio era pervasa da una luce rossa, opprimente, che le assi delle imposte stiracchiavano in nastri sottili. Mentre attraversava l’anticamera, Miriam percepì la luce disegnare con dolorosa inesattezza le sue forme, la terribile difficoltà di quel disegno, e lo sforzo di completare il lavoro che la luce sbrigava con tanta negligenza arrivò quasi a prosciugarla.
Alla porta c’era il ragazzo del bar. Sfoggiava grandi e luminosi occhi azzurri, che diventavano piccoli e opachi, non appena si soffermavano sulla scollatura di Miriam. La faccia da bambino si contorceva allora nel grugno di un vecchio.
Miriam raccolse il bicchiere di carta dal vassoio che le porgeva il ragazzo e richiuse la porta. Prima che il ragazzo avesse il tempo di dire buongiorno, era già tornata alla scrivania.
Posò il bicchiere sulla scrivania e zuccherò il caffè. Portò la bevanda in fondo all’anticamera, dov’era la porta dello studio.
Bussò piano.
«Il caffè, notaio Lopes.»
Entrò senza aspettare risposta. Il notaio Lopes era chino sulle carte. Ma non era la concentrazione a impedirgli di rispondere. Dal suo naso proveniva un sibilo prolungato, la bocca era lucida a causa della saliva che i piccoli denti quadrati non riuscivano a trattenere. Stava dormendo.
Miriam sedette su una delle poltrone riservate ai clienti. Osservò il cranio semi calvo del notaio e le macchie color vino e ambra che deturpavano la pelle. L’intrico delle vene e dei capillari era ben visibile al di sotto dell’esile schermo cutaneo, e così le ossa del teschio. Le mani, piccole e ben curate, sembravano prive di muscoli, con le nocche aguzze e le dita contorte come rami.
Le mani di un vecchio.
Ma il notaio non era vecchio. Aveva poco più di cinquant’anni. E non era né meno malato. Era disseccato. Come il suo ufficio, rimesso a nuovo quasi ogni anno ma ineluttabilmente squallido e brutto; come il palazzo che ospitava l’ufficio, un pesante cubo verde spuntato come un fungo velenoso tra palazzi più moderni e meglio progettati.
«Il suo caffè, notaio Lopes» disse Miriam a voce più alta.
Il notaio si mosse, la mano destra cadde dal ripiano della scrivania e penzolò inerte accanto al bracciolo. Una bolla di saliva schioccò tra le labbra.
Miriam sapeva perché il notaio era ridotto così. I seminari al comitato le avevano aperto gli occhi. «Ci stiamo adattando» aveva spiegato la presidentessa Guerrero, nel corso dell’ultima lezione. «Cambiamo per adattarci ai cambiamenti ambientali. Diventiamo più piccoli, in modo da consumare la minor quantità possibile di energia; il corpo ritira i liquidi dagli strati esterni e li concentra in profondità, affinché non evaporino. Per questo la nostra pelle assomiglia così tanto al legno, ci muoviamo con tanta fatica e patiamo questa sete inestinguibile. Per questo motivo sembriamo vecchi nonostante l’età. Ed è solo la prima fase. Il corpo umano si adatta, ma fino a un certo punto. Se il tempo di esposizione all’ambiente avverso si protrae, all’adattamento subentra il disfacimento.»
Era questo che stava capitando al notaio. Prima si era adattato, ora si stava disfacendo. Anche agli altri ladesi stava capitando la stessa cosa. Solo che nel caso di Lopes il processo era stato più rapido e devastante. Miriam non riusciva a spiegarsi come mai a un uomo così scaltro fosse toccata una sorte così nera; come mai, dopo aver vinto tante battaglie, Augustino Lopes avesse perso quella più importante. Forse a causa della stanchezza. O perché si era trovato di fronte a un nemico che non avrebbe mai immaginato di affrontare. Ma una cosa era certa. Era colpa sua. Il notaio non aveva fatto niente per impedire che il veleno distillato dalla Centrale lo corrodesse, perché la sua mente si era adattata prima del corpo.
E questa era la colpa di ogni ladese. Guardandosi attorno, Miriam vedeva solo ignoranza e superficialità. La maggior parte dei ladesi percepiva il pericolo, ma in modo confuso. E ignorava volutamente le conseguenze. Altri, per quanto avessero le idee chiare, erano troppo abituati, anzi assuefatti, al male, per opporsi con efficacia. La parte più sana della popolazione, quelli del comitato e pochi altri, mostrava coraggio e lungimiranza, ma da qui a comprendere fino in fondo la portata del disastro ne correva ancora. La presidentessa Guerrero per esempio stava cadendo a pezzi: la sua faccia era spiegazzata e corrosa, le mani assomigliavano a ombrelli rotti dal vento, la testa aveva ormai pochissimi capelli. La presidentessa non ignorava le cause della decadenza, ma considerava l’adattamento un processo naturale, involontario. Non immaginava di poterlo combattere. Miriam era sulla stessa via: ogni mattino si svegliava più brutta e più sfatta e impiegava sempre più tempo a rimettersi in sesto. Ma lei, al contrario di tutti gli altri, era consapevole che contrastare l’adattamento era una questione di volontà. E che la guerra cominciava dal rifiuto. Per questo ogni mattina perdeva tanto tempo a prepararsi. Voleva lanciare un messaggio: guardate cosa si può fare con la forza di volontà. Non adattatevi.
Chiamò ancora. Il notaio si riscosse con un respiro più profondo. Un rivoletto di saliva colò sul mento, e la mano sinistra si mosse a trattenerlo. Gli occhi riflessero la penombra dello studio e uno stralcio del sogno bruscamente interrotto.
Cercando di rimettere a posto il dove e il quando, il notaio scoccò a Miriam un lungo sguardo confuso. In quel momento, prima che si alzassero gli scudi, prima che l’abituale riserbo appiattisse l’espressione di quella faccia da centenario, lo sguardo si colorò di una luce insolita, che Miriam accolse come un trionfo personale. Distese le labbra. Non le arcuò in un vero sorriso, perché temeva che il notaio si sentisse sbeffeggiato. Ma stava sorridendo
Il notaio Lopes era innamorato di lei. E anche se era molto attento alle formalità, per indole, per educazione, ma soprattutto per deformazione professionale, qualche volta non riusciva a tenere sotto controllo le emozioni. Rossori improvvisi e sguardi pieni di significato incrinavano a volte il velo di ceneri che ricopriva la sua faccia, e in quei rossori e in quegli sguardi Miriam leggeva una muta adorazione. Aveva meditato a lungo su come sfruttare questa circostanza. In un primo momento aveva pensato al patrimonio del notaio. Ma non le importava così tanto dei soldi da adescare un rudere. Alla fine si era accontentata dei piccoli privilegi che l’amore inappagato le concedeva: l’orario flessibile (molto flessibile), la libertà di movimento, la possibilità di programmare le ferie secondo capriccio. Non poteva esagerare. Né lasciar trapelare niente. Se il notaio si fosse reso conto che Miriam conosceva i suoi sentimenti, l’orgoglio lo avrebbe costretto a fare qualche sciocchezza. Come negarle i privilegi o licenziarla.
«Scusi, signora Fink» disse il notaio, ricomponendosi sulla poltrona. «Ero così assorbito da queste pratiche, che non l’ho sentita.»
«Il suo caffè, notaio Lopes» disse Miriam, porgendo il bicchiere di carta.
Mentre il notaio sorseggiava il caffè, Miriam continuò a studiarne la fisionomia. Ma fu costretta a distogliere lo sguardo. Si era infatti resa conto che l’interesse quasi scientifico per il precoce declino stava affiorando nella sua espressione. Il notaio le rivolse un’occhiata così atterrita, così carica di angoscia, che Miriam quasi sentì la domanda che lui rivolgeva alla sua bellezza.
Perché così fredda e lontana?
«Il primo appuntamento?» domandò il notaio.
«Il maresciallo Ferdelgas, notaio. Per la quarta volta questa settimana.»
«Quanto manca prima che arrivi?»
Miriam guardò l’orologio alle spalle del notaio. «Circa venti minuti, notaio.»
Il notaio rese a Miriam il bicchiere vuoto. Gli scudi erano di nuovo alti. L’espressione fiera.
«Fino al suo arrivo rivedrò alcune vecchie pratiche» disse. «La prego di non disturbarmi per nessun motivo.»
Miriam uscì dallo studio. E per poco non ebbe un colpo.
Nell’anticamera c’erano due clienti. Siccome guardavano oltre la finestra, Miriam non riusciva a vederne le facce: uno era alto e magro, con le gambe storte e le spalle cadenti, l’altro era un gendarme con i capelli rossi, le orecchie quadrate e certe gambe sottili che assomigliavano a stecche di legno. Quando Miriam entrò in anticamera, i due si voltarono a salutarla; ma erano contro luce, e ancora non le fu possibile guardarli in faccia.

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