Encelado – Capitolo 11

Malbranque corrugò la fronte. «Significa che è scomparso?» disse.
«Non è scomparso» disse Miriam. «In realtà so benissimo dove si trova.»
«Ma non ha appena detto il contrario?»
«Perché non lo so di preciso. Nel senso che non ho l’indirizzo, che non posso aiutarvi a trovarlo. So in quale quartiere è andato ad abitare, tutto qui.»
Malbranque e il gendarme si scambiarono uno sguardo.
«Se n’è andato di casa?» disse il gendarme. Sembrava incredulo. «L’ha lasciata?»
«Ora sta al Mercato Vecchio. Nella Bassaforra, credo, in uno di quei ruderi pieni di… stavo per dire topi, ma non ci sono più topi a Encelado, solo salamandre, uno di quei ruderi che costeggiano il tracciato delle antiche oasi. Trovarlo in quel labirinto di rottami e macerie temo sia un’impresa disperata. Anche perché Jubal non è il tipo che si fa notare.»
Moreira si avvicinò a Miriam. «E cosa è andato a fare in quella fogna?»
«Due settimane fa si è presentato qui allo studio. Jubal non viene mai qui. Ha paura di mettermi in imbarazzo. Ma quel giorno sembrava fuori di sé. Forse aveva bevuto. Piangeva come un bambino. Mi ha chiesto di perdonarlo. Ti ho tradita, ha confessato. Con una prostituta di ventidue anni. Sono innamorato di lei.»
Il gendarme la fissava con diffidenza. La storia non lo convinceva. Miriam intuì che stentava a credere che Jubal potesse lasciare una donna come lei per una prostituta di Mercato Vecchio. «È per questo che se n’è andato al Mercato Vecchio?» disse. «Vive insieme a questa ragazza?»
Miriam annuì: «Ha detto di non amarmi più. Che siamo diventati due estranei. Anche il lavoro lo ha stufato. Vado a stare a casa sua, ha detto. Sembrava pazzo. Ha bisogno di me, non smetteva di ripetere. Pare che questa ragazza si sia inimicata il consorzio, una questione di zone di pertinenza. Alla Bassaforra si rischia grosso, se non si lavora con l’approvazione del consorzio. Così Jubal si è proclamato suo difensore. Lui che non ha mai tirato un pugno in vita sua.»
Malbranque aveva ancora la fronte aggrondata. Anche lui non sembrava dar molto credito alla storia di Miriam: «Scusi, ma sono un po’ sorpreso, Miriam. Non per mancanza di fiducia, ma in sette anni di impiego alla Exo suo marito è sempre stato puntuale e preciso. Tre giorni di malattia in tutto. Nessuna assenza ingiustificata. Ho qualche difficoltà a spiegarmi un cambiamento così radicale così all’improvviso.»
«Anche io! Ma le persone, e gli uomini in particolar modo, sono imprevedibili. Rigano dritto per anni, poi di colpo danno di matto. Jubal non è certo il primo che abbandona moglie e figli per spassarsela con una di ventidue anni.»
Malbranque parve sorpreso: «Lei e il signor Fink avete figli?»
Miriam sobbalzò. Perché aveva parlato di figli? Rivolse a Malbranque un lungo sguardo carico di orrore. Era colpa sua! Di quegli accidenti di occhiali, che la facevano sentire cosi strana. Figli? Era impazzita? Prima di pronunciare quella parola, l’unica in grado di affossare la sua forza di volontà, le cose si stavano quasi appianando. Ora invece rischiava di farsi svoprire, di rivelare troppo.
«Davvero non so cosa gli sia preso» disse. Anch’io all’inizio stentavo a trovare una spiegazione. Solo dopo quasi due settimane di lacrime e arrovellamenti, sono riuscita a darmene una che abbia senso. Jubal è debole, mi sono detta. Manca di volontà. E non è stato in grado di opporsi al disfacimento.»
«Disfacimento?»
Miriam gettò a Malbranque un’occhiata obliqua: «Non può non essersene accorto.»
Attendeva una risposta. Ma siccome Malbranque restava in silenzio, non poté trattenersi: «Tutto è in via di disfacimento a Encelado! Le case, le strade, le persone, la mente delle persone. Tutto. Inquinato fino al midollo. Per colpa della campi elettrici.»
Malbranque sembrava interessato: «Campi elettrici?»
«I campi elettrici generati della centrale di Sojo.»
«Suo marito è uscito di senno a causa dei campi elettrici della centrale?»
«Siamo tutti vittime dei campi elettrici. Ma solo alcuni sono abbastanza forti e risoluti da opporsi. Prenda me. Io sono un membro del comitato per la tutela della salute pubblica. La mia missione, la mia vocazione è combattere con ogni mezzo i pazzi scriteriati che stanno distruggendo Encelado. È questo che mi salva dal veleno, la sete di giustizia. Jubal è più debole. Quando si accorge che le cose vanno male, guarda da un’altra parte. È la sua specialità. E la sua condanna.»
«Insomma sarebbe colpa della centrale, se Jubal l’ha lasciata per mettersi con una prostituta di ventidue anni?»
«Sì.»
«Eppure non sembra molto addolorata.»
Miriam sospirò: «Ho combattuto con tutte le forze per salvare il mio matrimonio. E anche per Jubal. Ma Jubal non ha combattuto insieme a me. Mi ha deriso. E alla fine se n’è andato. Quella ragazza è solo un pretesto per allontanarsi da me. Quando è venuto a dirmi che mi lasciava per una prostituta, allora ho capito che la battaglia era persa, che per lui non c’era più niente da fare. E mi sono rassegnata a perderlo. Ma questo non significa che non abbia sofferto. Al contrario.»
Studiò i suoi avversari tra le lacrime che era riuscita a farsi scorrere sulle guance, cercando di capire se le credevano o meno. Non poteva esserne sicura. Il gendarme non sembrava più così diffidente come prima, anzi forse si era perfino un po’ commosso, ma Malbranque appariva impassibile. Miriam strizzò gli occhi per cavarne qualche altra lacrima.
Stava per aggiungere qualcosa, ma si fermò. Passi sulle scale. Pasi lenti, pesanti. Il maresciallo Ferdelgas.
«Ora dobbiamo salutarci» disse asciugandosi le ciglia con l’indice. «Sta arrivando un cliente, e la vostra presenza potrebbe disturbare il notaio.»
Malbranque non protestò. Senza dire una parola, andò al divano e raccolse la sua valigetta. Quando si voltò, Miriam vide che le sua labbra, ora che nascondevano quei ripugnanti denti marci, erano belle, carnose, ben disegnate. Anche la faccia, nonostante la pelle scagliosa, non era poi così orribile: il naso era di foggia nobile, gli zigomi alti e fieri, il mento spigoloso
Il gendarme precedette Malbranque alla porta. Prima di uscire, salutò Miriam con un cenno.
«Firmino Moreira» si sentì subito dopo. «Che piacere vederti, vero? Come te la passi, manigoldo! Salutami tuo padre, vero? Non ti dimenticare.»
Miriam torno a guardare Malbranque e sobbalzò per l’orrore. Malbranque esponeva i denti da coccodrillo in un sorriso dal quale Miriam si ritrasse come dall’asalto di un predatore.
«Sa che non ho voglia di dirle addio, Miriam? Forse a questo punto dovrei, visto che non può essermi di aiuto, ma non ci riesco. Sono così entusiasta di aver fatto la sua conoscenza, che non sopporto l’idea di non rivederla più. Perché non ci diamo appuntamento per il pomeriggio? Verso le cinque magari. Se avrà voglia di parlarmi ancora di Jubal, giusto per darmi qualche piccola indicazione, tanto meglio. In caso contrario mi offrirà una lemeza e faremo quattro chiacchiere.»
«Arrivederci, signor Malbranque.»
«Arrivederci, Miriam.»
Malbranque uscì dalla porta. Sul pianerottolo si scontrò con il maresciallo Feldergas, che bofonchiò un paio di mi scusi. La mole del maresciallo costrinse Malbranque a mettersi di fianco. Il maresciallo entrò nell’anticamera beccheggiando.
Salutò Miriam con un sorriso. «Pare che oggi il notaio abbia aperto i battenti prima del solito, vero? Credevo che non ricevesse nessuno così presto. A me ha sempre detto così, vero? Ma non mi arrabbio. Per i gendarmi di alto rango si può anche fare un eccezione.»
«Malbranque sarebbe un gendarme di alto rango?»
«E chi è questo Malbrache? Il signore che ho incrociato sul pianerottolo? Ma no. Mai visto in vita mia, vero? Un tipo strano. Con quei buffi occhiali, vero? Parlavo di Firmino Moreira.»
«Lo conosce?»
«Certo che lo conosco, vero? E anche suo padre. Ricorderà Fernando Moreira. È stato sovrintendente generale per venticinque anni. Appena prima di Hidalgo, vero? Giochiamo ancora a nove torri o a saliscendi di quando in quando. Un grand’uomo, vero? E il figlio non è da meno. Farà strada quel ragazzo. È già l’assistente personale di Hidalgo, vero? Tra dieci anni scommetto che diventa sovrintendente.»
Miriam entrò nello studio e annunciò il maresciallo, svegliando il notaio di soprassalto. Solo quando la porta dello studio si fu chiusa, si accorse di stringere ancora il pollice della mano destra con l’indice e il medio. La stretta era così forte, che il pollice era diventato viola.

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