Encelado – Capitolo 12

Uscendo dal palazzo che ospitava lo studio del notaio Lopes, Moreira si soffermò a riflettere su Miriam Fink. Il suo coinvolgimento negli affari di Malbranque lo aveva molto sorpreso. Anche se non le aveva mai parlato, la vedeva spesso alla Cuspide, il ristorante dove pranzava insieme ai colleghi. Anche i suoi colleghi la vedevano. Con quei grandi occhi scuri e le gambe lunghe e ben tornite era difficile non vederla.
Così come era difficile credere che una donna così bella fosse sposata con un fattorino squattrinato come Jubal Fink. Prima di andare da Lopes, Moreira e Malbranque erano passati a casa di Fink: una villetta a un solo piano nella zona più povera di Turim, con un cortile davanti e un piccolo giardino sul retro. Il cortile era pieno di immondizia e di bottiglie vuote, le pareti e le finestre erano incrostate di sabbia. Moreira e Malbranque avevano bussato, ma non aveva risposto nessuno. Avevano fatto il giro della casa. In giardino la sabbia aveva formato delle dune, sulle quali erano sparsi altri rifiuti. Una colonia di salamandre infestava il prato incolto, addentando qualunque cosa somigliasse al cibo. Strano che ci fossero tutte quelle salamandre. Forse i Fink avevano la pessima abitudine di dar loro da mangiare. In casa non c’era nessuno. Così Moreira e Malbranque erano andati via.
Moreira stentava a credere che Miriam abitasse in quella specie di baracca 
E la storia del comitato? Moreira sapeva che Miriam militava nel Comitato per la Tutela della salute pubblica, l’aveva vista mangiare spesso insieme alla presidentessa Guerrero e ad altri di quella congrega. Ma non avrebbe mai immaginato che fosse una tale fanatica. Quando si era accalorata a inveire contro la centrale, gli aveva fatto quasi paura. Sul momento si era perfino augurato di non farla mai arrabbiare. Né meno Felicia Guerrero perorava la causa con altrettanto fervore.
Difficile mettere insieme aspetti così contraddittori: il matrimonio con Fink, la casa sporca e in rovina, la militanza nel comitato sembravano inconciliabili con quegli occhi luminosi e intelligenti, dai quali trapelavano prontezza di spirito e forza d’animo. Moreira aveva l’impressione di trovarsi di fronte a due o tre donne diverse. E si domandò con un brivido se fosse solo l’intelligenza a rendere così luminoso quello sguardo, o non piuttosto qualcosa di più sinistro.
«Così ha perso Fink» disse con un sorriso, quando raggiunse Malbranque all’auto. «Non immagina quanto mi dispiaccia.»
Malbranque non sembrava turbato: «Perso? Ma no. C’è ancora tempo.»
«Si illude. Il Mercato Vecchio è un labirinto. E la Bassaforra è la parte più intricata. Se temeva di perdersi a Nardim, non dovrebbe né meno avvicinarsi alla Bassaforra. Impiegherà settimane a rintracciare Fink. Forse mesi.»
Malbranque salì in macchina. «Non mi dica che ha creduto alla storia della prostituta. Non la facevo tanto ingenuo.»
Il sorriso di scherno di Moreira vacillò: «Mente secondo lei?»
«Altroché» Malbranque avviò il motore e uscì in retromarcia dal vicolo dove aveva parcheggiato. «Ma bisogna concederle che è brava. Si è inventata un’ottima una storia, molto verosimile. Naturalmente ha avuto due settimane per prepararla, ma uno può anche inventarsi la migliore bugia mai raccontata, se al momento giusto si fa prendere dal panico, manda tutto all’aria in pochi istanti. Lei invece ha reagito con prontezza. Ha recitato bene. A un certo punto stavo per cascarci anch’io.» Si fermò a un semaforo e attese che scattasse il verde. «Ma nessuno può imbrogliarmi. E sa perché? Perché faccio questo lavoro da tantissimo tempo. E ho ascoltato tantissime bugie. Ormai riconosco una bugia prima di sentirla. Basta fare caso al contesto, agli atteggiamenti. Per esempio la signora Fink sudava un po’ troppo. Mi dispiace farlo notare, ma sudava davvero tanto per una donna così giovane e magra.»
«Con questo caldo non mi sembra così strano.»
«Vero. E inoltre raccontare a degli estranei particolari così intimi della propria vita sentimentale metterebbe a disagio chiunque.»
«Quello che dico io.»
«Ma c’era il pollice.»
«Pollice?»
«Il pollice della mano destra. Si è accorto che la signora Fink nascondeva la mano sotto la scrivania? Sa per quale motivo? No? Perché il pollice tremava. Tremava, e non riusciva a farlo smettere.»
«L’ha detto lei stesso: era a disagio. E di conseguenza nervosa.»
«Non è questo il punto. So che mentiva non perché il pollice tremava, ma perché ha cercato di nasconderlo. È questo che l’ha tradita. Che bisogno aveva di nascondere il tremito? Ma a parte questo è stata abile. E avrebbe ingannato chiunque.»
«Eccetto lei.»
«Perché ascolto bugie da troppo tempo. E una volta ne dicevo tante anch’io. Finché non ho scoperto che si mente meglio dicendo la verità.»
Malbranque giudava verso la piazza del tribunale. In questa parte del centro le vie erano più larghe e meno tortuose che a est, e l’auto procedeva ad alta velocità. Dopo un po’ Moreira capì che Malbranque stava cercando di imboccare la Gran Carovaniera, la strada a sei corsie che congiungeva Encelado ad Alameda. La Gran Carovaniera si poteva prendere in direzione ovest, verso Sojo e il deserto, o in direzione est, verso Kiba o Verema.
«Dove andiamo?» disse Moreira, incuriosito da questa scelta un po’ strana. La Gran Carovaniera era scomoda per spostarsi in città, perché era sempre intasata dai camion diretti alla centrale.
Malbranque non rispose. Arrivato sulla Gran Carovaniera, seguì senza esitare le indicazioni per Sojo. Poi tutto divenne chiaro. Le case di Sojo si diradarono, le palme e i cespugli scomparvero. Il terreno ai lati della strada si corrugò in una serie di poggi, ai piedi dei quali le dune si infrangevano come onde contro gli scogli. Dopo aver preso l’ultimo svincolo prima della grande parabolica che invertiva il senso di marcia, Malbranque chiuse i finestrini: la sabbia sollevata dall’auto rischiava di soffocare lui e Moreira. Il caldo diventò insopportabile.
Qualche minuto dopo, oltre la cima di un poggio frastagliato apparvero le immani dune rosse del deserto, il terribile, invalicabile deserto al quale nessuno aveva mai osato dare un nome, e ai piedi delle dune il profilo della centrale termoelettrica.

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