Encelado – Capitolo 13

Dalle colline di Sojo la Centrale appariva come un ammasso indistinto di sabbia rossa, cemento e di metallo. Gli strati di sabbia sovrapposti lungo le superfici esterne erano così spessi, che non traspariva niente del colore originale, se non pochi sprazzi. Oltre i primi capannoni si riconoscevano i parallelepipedi delle caldaie, dai quali spuntavano tre altissimi funaioli, e ancora oltre lo scrigno di acciaio e cemento che custodiva i famosi alternatori di Sekidos. Il fumo eruttato dai fumaioli e la sabbia sollevata dal vento si fondevano sopra la centrale in una massa di aspetto minaccioso, che incombeva su Sojo e sul Mercato Vecchio e gettava una luce di sangue sull’intera Encelado. Un penetrante ronzio, in grado di far tremolare i denti negli alvei, saliva dalle viscere del complesso.
L’insieme aveva un aspetto vagamente organico: vista da Encelado, la centrale dava perfino l’impressione di pulsare, come se l’erogazione della corrente fosse accompagnata da un respiro o da un battito. Un’illusione ottica prodotta dal caldo e dalla sabbia, ma l’idea che la centrale avesse una vita autonoma e che rubasse questa vita alla città era difficile da scacciare.
L’auto era arrivata all’ingresso. Due sorveglianti armati intimarono l’altolà. Indossavano elmetti e mascherine per filtrare la sabbia, ma Moreira riconobbe lo stesso uno dei due. Lo aveva conosciuto tre anni prima, durante un turno di servizio alla centrale. Si chiamava Manoel. Come tutti i sorveglianti della centrale era coperto di sabbia rossa, e anche i pochi capelli che spuntavano dal retro dell’elmetto ne erano incrostati.
Manoel non riconobbe Moreira. Rimase a gambe larghe davanti all’auto, mentre l’altro sorvegliante si avvicinava a Malbranque e si affacciava al finestrino.
«Codice di accesso» disse.
Moreira si sporse dal finestrino e agitò la mano verso Manoel: «Ehilà Manoel!»
Manoel strinse gli occhi. All’inizio non riconobbe Moreira. Poi si avvicinò e gli porse la mano.
«Mino!» disse. «Come te la passi?»
«Bene, bene.»
Manoel abbassò la mascherina e si vide che sorrideva. «Ho sentito che hai fatto carriera. Congratulazioni.»
Moreira si strinse nelle spalle. Ogni volta che saltava fuori quel discorso, gli toccava parare qualche colpo. Molti colleghi lo avevano preso in odio a causa della promozione, e anche se Manoel aveva lasciato la gendarmeria da quasi cinque anni, Moreira supponeva che avesse ancora molti amici al comando, e temeva che la pensasse come loro.
«Sono una specie di segretario» disse. «Tutto qui.»
«Non fare il modesto, Mino. Hidalgo ricopriva la tua stessa posizione cinque anni fa. E guarda ora dov’è arrivato.»
«Possono entrare» disse il collega di Manoel. Malbranque aveva tirato fuori un altro foglio dalla valigetta e lo aveva mostrato alla guardia. Sembrava che quelle cartacce imbrattate aprissero qualunque porta.
Manoel e il collega si scambiarono un’occhiata. Quando tornò da Moreira, Manoel aveva cambiato umore. «Cosa ci fai da queste parti, Firmino? Sei qui per lavoro?»
Moreira guardò Manoel negli occhi e annuì.
Manoel si sporse nell’abitacolo e rivolse un cenno a Malbranque. Malbranque scoprì i denti in un sorriso.
Manoel si ritrasse.
«Andate pure» disse a Moreira. Poi, in un bisbiglio: «Come hai fatto a cacciarti in questo guaio?»
Guardò di nuovo Malbranque, che stava riavviando il motore: «Fai attenzione.»
L’auto attraversò il varco ed entrò in uno spiazzo di forma rettangolare. Decine di camion erano parcheggiati lungo il perimetro o si muovevano in fila verso i magazzini. In fondo allo spiazzo alcuni capannoni costeggiavano la strada. Oltre i capannoni la strada si infilava in una selva di bassi edifici di plastica e metallo, con una rampa di scale davanti all’ingresso e una targhetta colorata sulla porta.
Arrivarono a un incrocio. Una mappa illustrava la disposizione degli uffici e dei depositi all’interno dell’area. Malbranque si fermò a studiarla. Poi tirò dritto.
Moreira non badava al percorso. Osservava la valigetta di Malbranque. Non aveva niente di diverso dalla valigetta di un qualunque piazzista, ma a quanto sembrava custodiva le chiavi le chiavi di molte porte. Non dell’area due, in ogni caso. L’area due era quasi inaccessibile. Perfino i sorveglianti non potevano oltrepassare un certo limite. Qualunque cosa contenesse la valigetta, la visita di Malbranque doveva limitarsi all’area uno. Non esisteva foglio, per quanto unto e spiegazzato, che consentisse a Malbranque di andare oltre.
Solo allora Moreira realizzò che l’obiettivo di Malbranque poteva essere uno dei sorveglianti. Si irrigidì. Toccò la fondina.
I sorveglianti non erano gendarmi. Ma quasi. E molti erano amici di Moreira.
Quando alzò lo sguardo, si accorse che l’auto era ferma all’ingresso dell’area due. I sorveglianti si misero ancora davanti.
Ma ora il sorvegliante che si era avvicinato al finestrino non chiese alcun codice. «Ha sbagliato strada» disse. «Se era diretto all’amministrazione, doveva svoltare a destra all’ultimo incrocio e proseguire fino al piazzale.»
Moreira si aspettava che Malbranque domandasse di qualcuno. O che almeno tirasse fuori il solito foglietto. Invece si limitò a guardare negli occhi il sorvegliante. Moreira non sapeva quale fosse l’espressione di Malbranque, perché era voltato; ma vide il sorvegliante arretrare e portare la mano alla fondina.
«Mi chiamo Galenus Malbranque.»
Il sorvegliante spalancò gli occhi. Si allontanò dall’auto e parlò al collega. Moreira non sentì cosa si dissero, ma poté vedere l’espressione del secondo sorvegliante.
Non gli piacque..
Il primo sorvegliante tornò ad affacciarsi al finestrino. Studiò Malbranque con disprezzo. Poi gettò un’occhiata a Moreira. «Lei chi è?» domandò.
«Gendarme Moreira. Assegnato al comando centrale.»
«Lei può passare» disse il sorvegliante a Malbranque. «Ma il suo amico no.».
Malbranque fece no con la testa: «Il gendarme Moreira va dove vado io.»
Il sorvegliante si accigliò, ma non si oppose. Andò alla garitta e gridò a un terzo gendarme di sollevare la sbarra.
L’automobile attraversò uno spiazzo chiuso su tre lati da altissime pareti metalliche. Alcuni cunicoli si aprivano nelle pareti, addentrandosi nel labirinto di acciaio. Lungo le pareti erano parcheggiate tre auto e due furgoni. Il sorvegliante fece segno a Malbranque di parcheggiare in un posto vuoto sul lato destro. Pretese le chiavi dell’auto e in cambio consegnò a Malbranque un talloncino colorato.
Malbranque disse al sorvegliante qualcosa che Moreira non capì. Anche il sorvegliante non capi. Malbranque sospirò spazientito e ripeté. Il sorvegliante rimase a bocca aperta, forse domandandosi se Malbranque lo stesse prendendo in giro. Indicò un cunicolo in fondo allo spiazzo.
Malbranque si avviò in quella direzione.
Moreira era sempre più sbalordito. Stavano davvero entrando nell’area due. Poco prima dell’ingresso al cunicolo oltrepassarono una linea rossa sulla quale era scritto in bianco: Limite Invalicabile. Moreira guardò il sorvegliante, aspettandosi (augurandosi) che fermasse Malbranque con un colpo di pistola alla schiena. Ma il sorvegliante restava in mezzo al parcheggio con le braccia lungo i fianchi. Solo quando Malbranque e Moreira sparirono nel cunicolo, si riscosse con un brivido e tornò alla garitta.

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3 pensieri su “Encelado – Capitolo 13

  1. Un bel capitolo, un omaggio di ferragosto, teso e intenso che tiene il lettore avvinto nella lettura. Dunque Malbranque riesce ada aprire tutte le porte. Qual’è il suo mistero?
    ASpetto la prossima puntat

    O.T
    refuso
    A pertire dal lato posteriore, –>A partire dal lato posteriore,
    ‘dove i tralicci erano più un enorme quantità di cavi elettrici attraversava il complesso come una rete di arterie, prima di allontanarsi verso la città.’ –> la frase mi appare infelice nella scrittura. Sembra che machi il termoine di paragone dopo il “più”

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