Encelado – Capitolo 14

Nel cunicolo la distanza tra una parete e l’altra era di oltre quaranta cubiti, ma l’altezza vertiginosa delle pareti rendeva soffocante anche quello spazio così largo. In lontananza il corridoio si perdeva in una nebbia di acciaio e di polvere. Per quanto aguzzasse la vista, Moreira non riusciva a vederne il fondo. Al centro del corridoio c’era un tappeto scorrevole che si addentrava nei recessi dell’area. Malbranque salì sul tappeto, e Moreira lo seguì, restando indietro di un passo.
Qui il ronzio delle macchine era molto più forte. Moreira si domandava come facessero i tecnici dell’area due a conservare l’udito e la sanità mentale con quel ronzio nella testa per otto ore al giorno.
Moreira si guardò attorno alla ricerca di qualche addetto. Sapeva che i tecnici dell’area due non erano tanti, ma supponeva che occorressero almeno una cinquantina di persone, per gestire e tenere sotto controllo turbine, alternatori e via dicendo. Invece, dopo quasi cinque minuti di marcia sul tappeto scorrevole, lui e Malbranque non avevano ancora incontrato nessuno. Dov’erano andati a finire?
Ogni cento cubiti il corridoio incrociava un altro corridoio, che andava a perdersi a destra e a sinistra nei recessi dell’area. Si vedevano ponti sospesi a varie altezze, che congiungevano le pareti del corridoio, e un gran numero di ballatoi e pensiline che collegavano due o più porte su una stessa parete. Ma ancora nessun segno di vita.
Dopo circa dieci minuti la nebbia metallica in fondo al corridoio cominciò a solidificarsi in un intreccio di paratie e tubazioni. Aguzzando la vista, Moreira distinse un’apertura buia, a circa due passi dalla fine del tappeto scorrevole: impossibile stabilire cosa ci fosse aldilà. Guardò in alto, giusto per ritrovare qualche traccia del mondo di fuori; ma scorse solo un nastro di cielo impigliato alle pareti del corridoio e un lacerto della nuvola di fumo che incombeva sulla centrale. Niente che potesse riportarlo alla realtà. Cominciò a preoccuparsi. Si domandò se Malbranque avesse idea di dove stavano andando e se avesse capito le indicazioni del sorvegliante. Ogni volta che Malbranque ignorava un incrocio tirando dritto, Moreira diventava più inquieto. Il numero crescente di possibilità che le scelte di Malbranque escludevano così perentoriamente gli dava le vertigini. E ancora non si vedeva nessuno. Magari erano entrati per sbaglio in un settore vietato al personale. Dopotutto si trovavano in una centrale termoelettrica, un posto pericoloso per definizione. Cercò dei segnali tipo teschi o ossa o qualcosa di altrettanto minaccioso. Ma non vide niente.
Alla fine, esasperato, toccò Malbranque alla spalla. Malbranque si voltò con espressione annoiata.
«È sicuro che sia questa la strada?» disse Moreira, scandendo le parole per farsi sentire oltre il ronzio.
Malbranque non sentì. Moreira fece per ripetere, ma alla fine lasciò perdere. L’espressione di stolida indifferenza di Malbranque era già una risposta. Anche se si erano persi, lui non ne aveva il minimo sospetto.
Arrivarono all’apertura. Alta circa sei cubiti, era larga quanto il tappeto. A Moreira sembrava strano non riuscire a penetrare né meno di pochi cubiti il buio che la occupava, ora che erano così vicini. Poi si rese conto che aveva di fronte un soffitto metallico inclinato verso il basso. Oltre l’apertura un secondo tappeto scorrevole sprofondava nel sottosuolo.
Quando Malbranque lasciò il primo tappeto per salire sul secondo, Moreira esitò. Decise di proseguire solo perché aveva troppa paura per tornare indietro da solo. Fu ricompensato dall’improvviso silenzio che blandì le sue orecchie non appena iniziò la discesa. Non era un vero silenzio, perché il ronzio si sentiva ancora, e tutta una serie di schiocchi, tonfi e sfrigolii risuonava da ogni lato, ma Moreira provò lo stesso un enorme sollievo.
Dopo circa dieci minuti di discesa il tappeto scorrevole lasciò il posto a un altro tappeto che proseguiva in piano. Tubature luminose rischiaravano a giorno il cunicolo, soffocando la penombra che aleggiava nel resto dell’area. La luce artificiale accentuò il senso di solitudine di Moreira. Lo schioccare, tonfare, sfrigolare divenne più intenso. Oltre le pareti si percepiva un’attività crescente.
Poco dopo apparvero alcune figure nei cunicoli laterali. Erano alte come due uomini, avevano tre braccia su ogni lato del busto e dieci tubi flessibili al posto delle gambe. Una luce rossa lampeggiava sulla sommità della testa
Automi.
Presto gli automi riempirono ogni cunicolo. Ce n’erano dozzine. La maggior parte stava ferma davanti a pannelli luminosi alti quasi dieci cubiti e larghi almeno venti e muoveva le braccia per collegare e scollegare al pannello dei cavi che fuoriuscivano dall’addome. Altri si tiravano dietro una specie di carriola con i cingoli, ingombra di ferraglia arrugginita. Altri ancora girovagavano senza meta, agitando le braccia e facendo no con la testa.
Le pareti si restringevano. Il soffitto divenne più basso. Le aperture laterali sparirono.
«Ci siamo quasi» disse Malbranque.
Il suo volto era lugubre. La luce artificiale disegnava le sue fattezze con tale precisione, che a un certo punto Moreira riuscì perfino a intravedere qualcosa oltre le lenti degli occhialoni. Un’iride nera mandò un tenue riflesso, la sclerotica si mosse nell’ombra.
Moreira distolse lo sguardo.
Il nastro si infilò in una stretta apertura, oltre la quale un muro di luce bianca impediva di distinguere alcunché. Moreira si portò una mano agli occhi, per ripararli dalla luce. Quando gli occhi si furono abituati, poté vedere che il nastro attraversava una vastissima sala. Sulla parete in fondo, alta almeno quaranta cubiti e bianca come il latte, si allineavano molte porte nere. Decine, centinaia di nastri scorrevoli uguali a quello sul quale procedevano Moreira e Malbranque arrivavano fino alle porte.
Le porte erano larghe e basse. Piuttosto che porte sembravano lastre, messe lì solo per spezzare il bianco della parete. Non si vedeva alcun tipo di fessura o commessura. La superficie era così liscia e omogenea, che Moreira si domandò se esistesse davvero un modo per aprirle. Non sembravano né meno di metallo, ma di una strana sostanza morbida e liscia comw pelle.
Scesero dal tappeto scorrevole. Malbranque si sgranchì le caviglie, avvicinando le punte dei piedi, e fece roteare delicatamente le rotule negli alloggi. Una serie di scricchiolii venne dalle giunture.
Solo allora Moreira capì dove erano arrivati. Rivolse a Malbranque una lunga occhiata carica di stupore, ma anche di rispetto. Era riuscito ad arrivare fino alle soglie dell’area tre. E forse sarebbe perfino andato oltre. Moreira non conosceva nessun altro che fosse in grado di farlo.
Ma chi doveva incontrare Malbranque? Chi aspettava la grazia della sua pistola nel luogo più inaccessibile della città? E come poteva quell’insulso cialtrone essere arrivato così lontano?
Doveva trattarsi di uno scherzo. L’area tre era inaccessibile. Tra gli impiegati e i sorveglianti della centrale giravano molte voci e leggende sull’area tre, ma nessuno, né meno il peggiore sbruffone, pretendeva di esserci entrato. Secondo alcuni non era solo impossibile entrare, ma anche uscire. Dopo l’ultima visita di Hub alla centrale, si raccontava che Sekidos si fosse murato vivo nelle viscere della sua stessa creatura e che ormai non potesse più uscirne né meno volendo.
Malbranque non aveva alcuna possibilità di aprire le porte che stavano loro davanti.
E infatti ora esitava, come se non avesse idea di dove si trovasse o di cosa dovesse fare per proseguire.
Moreira decise di punzecchiarlo: «Non mi dica che si è perso. Tanta strada solo per finire in un vicolo cieco.»
«Io non mi perdo mai.»
«E allora mi sa che è il suo secondo cliente che si è perso. Perché qui non c’è un’anima. Se continua di questo passo, va a finire che oggi non uccide nessuno.»
«Non siamo ancora arrivati.»
«E come pensa di proseguire? Queste porte non sembrano solo chiuse, ma sigillate.»
«Non ha ancora imparato niente? Non ha visto che sono in grado di aprire qualsiasi porta?»
«Queste no. Queste sono le porte di accesso all’area tre. Uno come lei non potrà mai varcarle.»
Malbranque si adombrò: «Uno come me?»
«Cosa fa, si offende? Intendevo un tipo comune come lei. O come me. Chiunque non sia Sekidos o un collaboratore di Sekidos, insomma. Sa chi è Sekidos?»
Malbranque aveva la fronte aggrondata. Nonostante le proteste di Moreira, sembrava sempre più arrabbiato. «So chi è Sekidos.»
«Andiamo! Non avevo intenzione di offenderla. È solo che l’area tre ha questa fama, che nessuno può entrarci, se non Sekidos e pochi altri. E lei non è Sekidos.»
«Già. Io sono come me.»
Moreira cominciò a sudare. Malbranque se l’era presa. La sua fronte era sempre più corrucciata.
«Ma no. È che non è Sekidos, capisce? Né un suo collaboratore. Non è offensivo presumere che non sia un collaboratore di Sekidos. È solo la verità.»
«Come fa a saperlo?»
«Insomma, niente lascia pensare che sia un collaboratore di Sekidos.»
«Lei conosce uno per uno i collaboratori di Sekidos?»
«No.»
«E allora come può essere sicuro che io non sia uno di loro? Perché non ho l’aria di un ingegnere? Perché i miei abiti e la mia macchina non sono abbastanza costosi? O solo perché non le piace la mia faccia?»
Moreira aprì la bocca per parlare, ma lasciò perdere. Non faceva che peggiorare la situazione.
Malbranque rimase a fissarlo per un tempo lunghissimo. Poi iniziò a ridere, facendogli quasi prendere un colpo.
«Lei è uno spasso, Firmino.»

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4 pensieri su “Encelado – Capitolo 14

  1. O.T. Segnalazione di refusi
    ‘Poi si rese conto che aveva dicfronte un soffitto metallico’ dicfronte –> di fronte
    ‘agitando i bracci e facendo no con la testa’ i bracci —> le braccia Mi sembra più corretto parlare di braccia, anche se sono degli automi.
    ‘Del resto c’erano pichissime automobili nel parcheggio’ pichissime –> pochissime

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  2. Altro bel capitolo. Hai reso benissimo l’idea del posto. mentre leggevo, lo vedevo con l’immaginazione. E’ questo è un segnale positivo.C’è tensione narrativa nel descrivere un tragitto che altrimenti sarebbe stato piatto. Niente dialoghi fino alla fine. Il romanzo procede bene.

    O.T. per errore ho fatto partire il primo commento. Me ne scuso
    ‘ ormai era intraoppolato’ intrappolato

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