Encelado – Capitolo 15

Malbranque si avvicinò alla porta. Moreira rimase indietro. L’impressione che la lastra fosse di carne, piuttosto che di metallo, era ormai così netta, così intenso il desiderio di toccarla, che iniziò a contrarre meccanicamente le dita.
Malbranque mise una mano sulla superficie della porta e iniziò a roteare il polso in un senso e nell’altro. La mano cominciò ad affondare nel metallo. In breve l’intero avambraccio fu inghiottito dalla porta. Poi Malbranque chinò il capo e si protese in avanti per infilare nella fessura anche il resto del braccio, la testa e la spalla sinistra. Moreira trattenne il fiato. Osservando Malbranque sparire un po’ alla volta nel metallo, fu colto da un’oscura eccitazione. Era sbalordito. Non solo perché le porte della terza cintura somigliavano a creature di carne incapaci di opporre alcuna resistenza agli assalti degli intrusi, ma anche perché occorreva una manovra tanto oscena per varcarle.
Come poteva essere così facile attraversare le porte dell’area tre? Altro che fortezza inespugnabile! Era sufficiente far violenza a una specie di tenero diaframma che aveva solo l’aspetto del metallo, quando in realtà cos’era? Plastica? Carta? Pelle di pecora? Pelle umana? e si penetrava nel regno di Moreno Sekidos, il luogo più inaccessibile di Encelado. Le fantasie di un’intera città spazzate via in pochi secondi.
Di Malbranque ora restavano visibili solo le natiche e le gambe. Il resto del corpo era sparito non si capiva se aldilà o all’interno della porta. Moreira mosse qualche passo all’indietro. Non aveva intenzione di seguire Malbranque. Anche perché non sapeva in che modo. Ora che era stata varcata del tutto, la porta era tornata integra e apparentemente impenetrabile, e lui non riusciva a riconoscere il punto dove Malbranque aveva fatto breccia.
Ma non se ne andò. Si avvicinò invece alla porta, spinto dal desiderio sempre più acuto di toccarla. Non appena fu a un passo dalla lastra, una mano sbucò dal metallo, lo afferrò per il colletto della camicia e lo strattonò con tale forza, che non poté opporre resistenza.
«La smetta di perdere tempo, Moreira» disse Malbranque.
Moreira chiuse gli occhi, mentre la sua faccia entrava in contatto con la superficie della porta. Si aspettava un contatto soffice e caldo, in linea con la molle penetrabilità della sostanza. Invece la porta era fredda, ostile.. E anche se il metallo aderì al corpo di Moreira come una specie di brodo fangoso, non c’erano dubbi sulla sua estraneità alla materia organica.
Moreira fu colto dal terrore. Gli occhi chiusi, la pelle arsa dal gelo, le braccia e le gambe prigioniere di una stretta alla quale sembrava impossibile sfuggire, strisciò in una specie di utero d’acciaio per un tempo che non riuscì a misurare, con l’unica guida della mano di Malbranque, fino a quando non incominciò a sospettare di essere morto.
Alla fine cadde su un tappeto rosso, non certo nuovo ma né meno troppo liso. Forato da innumerevoli bruciature di sigaretta e macchiato di umido agli angoli, il tappeto occupava quasi per intero il pavimento di uno stretto corridoio. Le pareti del corridoio erano decorate con stampe dai colori violenti incorniciate a giorno. La maggior parte delle stampe era di carattere osceno: alcune ritraevano donne obese completamente nude che mangiavano carne cruda mentre se ne stavanoq su innumerevoli strati di tappeti e cuscini; altre, più grandi e dai toni più scuri, raffiguravano orribili creature bianche, vagamente umane, con enormi teste a bulbo, occhi da pesce ed enormi bocche piene di denti; altre ancora erano foto di strani fiori che somigliavano a vagine.
Ma l’aspetto più sorprendente dell’area tre era la folla. Non appena Moreira aveva oltrepassato la soglia, Malbranque, senza né meno aspettare che Moreira raccogliesse il basco di ordinanza e si rialzasse, si era incamminato verso il fondo del corridoio. Ed era stato immediatamente inghiottito da una fittissima calca di impiegati. Dozzine di donne e di uomini attraversavano indaffarati l’area, spintonando, sgomitando, calpestando chiunque si parasse loro davanti, incluso lo stesso Malbranque.
Gli impiegati uomini dell’area tre indossavano camicie azzurre con il logo della Compagnia Elettrica sul taschino e pantaloni blu; le donne austeri completi grigioverdi e cappellini rossi con le piume. Erano tutti molto giovani. Magri e coperti di brufoli, i maschi dimostravano non più di venti anni, mentre le donne sembravano tutte dodicenni, nonostante il trucco vistoso e i tacchi alti.
Nessuno di loro faceva caso a Moreira e Malbranque. Uscendo di corsa da una stanza, un ragazzo si scontrò con Moreira e cadde a terra, spargendo sul tappeto la risma di fogli che teneva in mano. I fogli furono immediatamente tritati dalla selva di piedi che copriva il tappeto.
«Mi scusi» disse Moreira, aiutando il ragazzo ad alzarsi. Ma l’altro saltò in piedi e corse via, senza preoccuparsi dei fogli che aveva sparso in giro.
A un certo punto il flusso di persone che sommergeva il corridoio si aprì attorno a un’unica impiegata. A prima vista l’impiegata dimostrava circa tredici anni. Una voglia color cioccolato le deturpava mezza faccia.
«Buongiorno» disse la ragazza. «Il signor Malbranque?»
Malbranque fece un inchino. «Per servirla.»
La ragazza si rivolse a Moreira. «Lei invece deve essere il gendarme Moreira, del comando centrale.»
Moreira annuì.
«La direzione tecnica della Compagnia Elettrica Ladese vi dà il benvenuto» disse la ragazza, dopo una riverenza. «Il mio principale, l’ingegner Sekidos, vi sta aspettando nella sala controllo A3-15. È molto dispiaciuto di non potervi ricevere in ufficio o in sala riunioni, ma in questo momento non ha modo di allontanarsi dalla sala controllo.»
A sentire il nome Sekidos, Moreira impallidì. Non poteva credere che Malbranque fosse venuto alla centrale per vedere Sekidos. Per uccidere Sekidos. Sekidos era uno degli uomini più potenti di Encelado. E presto Malbranque gli avrebbe sparato un colpo in testa. Non era solo incredibile, era paradossale. Un brivido contrasse i muscoli della schiena di Moreira. Ma l’odio era più forte della paura e dello stupore, più forte perfino dell’avversione per Malbranque. E non poté impedirsi di esultare. Sekidos aveva rovinato la città, l’aveva restituita al deserto dopo che Hub aveva perso la ragione per affrancarla da quell’oscuro tiranno. Se Malbranque intendeva ucciderlo, Moreira non lo avrebbe certo ostacolato.
«Nessun problema» disse Malbranque.
«Faccio strada, allora.»
L’impiegata girò sui tacchi e andò verso il fondo del corridoio.
Impiegarono quasi venti minuti. Al primo incrocio, la ragazza voltò a destra, facendosi largo a pugni e a gomitate, poi a sinistra, a destra e poi ancora a sinistra e a destra. Era molto decisa, non esitava mai, ma la traiettoria che seguiva sembrava del tutto casuale. Un paio di volte Moreira pensò di riconoscere il corridoio nel quale si trovava la porta di ingresso, o altri che aveva imboccato e lasciato più volte. Aveva la sensazione che stessero girando in tondo.
«Immagino che siate eccitati all’idea di incontrare l’ingegnere» disse la ragazza. «È un uomo fuori dal comune. Un vero genio. Ma non è per niente presuntuoso. Anzi è molto umile.»
«Qualità rara, di questi tempi» disse Malbranque. «E ancora più rara negli uomini di potere.»
«Quanto è vero!»
«Lei lo conosce bene, presumo» disse Moreira, al quale le apologie di Sekidos davano sui nervi. Umile? Sekidos? L’uomo più borioso a arrogante della prefettura?
La ragazza si fermò e si voltò a guardare Moreira negli occhi. «Certo che lo conosco bene» disse. «L’ingegnere non ama mischiarsi ai sottoposti, perché è molto riservato e ha sempre molto da fare. Ma ogni tanto scambia volentieri qualche parola con me o con i miei colleghi. Purtroppo noi persone comuni non possiamo destare l’interesse di una mente così eccelsa per più di qualche minuto, e va sempre a finire che l’ingegnere si spazientisce, ci urla che siamo stupidi come capre e va via infuriato. Ma noi siamo contenti anche solo di averlo vicino per poco tempo.»
«Lei è la sua segretaria?» disse Moreira.
La ragazza si fermò ancora, facendo lo sgambetto a un’impiegata che cercava di sorpassarla di lato. Scoccò a Moreira una lunga occhiata velenosa: «Io mi occupo della sua agenda.»
«Questo significa sì?»
«Invece significa no.»
Moreira si strinse nelle spalle. «Non c’è niente di male a fare la segretaria. Anch’io faccio il segretario.»
«Io no» disse la ragazza. Diede una gomitata a un giovanotto che passava poco più in là e riprese a camminarr. Al primo incrocio girò sdegnosamente a destra, al secondo a sinistra, poi ancora a destra per altre due volte.
La calca era sempre più fitta. Si davano tutti un gran da fare, come se dalla loro opera dipendessero i destini della Dodecapoli. Ma non si capiva cosa stessero facendo. Lungo i corridoi si aprivano moltissime porte, oltre le quali c’erano delle piccole stanze sommariamente arredate. In ogni stanza si vedevano quattro scrivanie di legno, sulle quali troneggiavano enormi macchine da scrivere di aspetto decrepito. Alcuni impiegati pigiavano con violenza sui tasti delle macchine da scrivere, riempiendo fogli e fogli di minuscoli caratteri semi illegibili e producendo un ticchettio corale che Moreira trovava perfino più insopportabile del ronzio delle turbine. Nell’intera area non si vedevano altri congegni, eccetto alcuni manometri arrugginiti che sporgevano qui e là dalle pareti, puntando tutti allo zero.
Com’era possibile mandare avanti una centrale così grande con le macchine da scrivere e i manometri rotti? E gli impiegati? Erano molto solerti, non si fermavano né meno per un istante e si rimettevano subito in piedi anche dopo una gomitata in piena faccia o un pestone sulle dita; ma tanta solerzia appariva del tutto insensata. Ognuno di loro svolgeva più o meno lo stesso compito: dattilografava furiosamente un certo numero di fogli, li impilava accanto alla scrivania finché la pila non raggiungeva l’altezza del ripiano e poi li portava di corsa in un’altra stanza, dove un secondo impiegato dattilografava i fogli ricevuti con altrettanta furia, coprendo quello che c’era già scritto, e portava la pila in una terza stanza, dove un terzo impiegato faceva lo stesso. Roba che Moreira sarebbe impazzito dopo un’ora.
«Noto che i suoi colleghi sono molto indaffarati» disse Moreira. «Ma non riesco a capire cosa fanno di preciso. Quali sono le loro mansioni?»
«Non è evidente?» disse la ragazza.
«A dire il vero, no.»
«Mi prende in giro? Non vede quanto lavorano?»
«Certo.»
«E allora?»
«Ma cosa fanno?»
La ragazza si fermò. Guardò a destra e a sinistra, confusa. Poi fece un giro su se stessa, tornò indietro e imboccò un corridoio che avevano appena oltrepassato. «Che domande! Come posso spiegarle in poche parole un lavoro così complicato come la gestione di una centrale idroelettrica?» Si fermò di nuovo per fronteggiare Moreira. «Lei ha una qualche idea, per quanto vaga, di come si manda avanti una centrale idioelettrica? Dei processi? Delle turnazionj? Dei protocolli?»
«In effetti no.»
«E allora come può pretendere che le risponda? Staremmo qui una settimana.» Voltò bruscamente a sinistra, quasi pestando un piede a Moreira. «Forse è il caso che la smetta con le domande stupide, non crede?»
Erano arrivati a un breve corridoio con un’unica porta. Al contrario delle altre dell’area tre, la porta era di metallo. Sopra c’era scritto in caratteri angolosi:A3-15. Al centro del corridoio c’era una leva arrugginita, simile alle leve degli scambi ferroviari. La ragazza afferrò la leva con tutte e due le mani, sbloccò il fermo con gli indici e tirò all’indietro, producendo un secco stridore. I due battenti della porta si aprirono verso l’interno.

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5 pensieri su “Encelado – Capitolo 15

  1. bello e intrigante questo scenario di gente che lavora in maniera caotica, senza un nesso logico come Moreira ha ben compreso. Tutti corrono, tutti scrivono con antidiluviane macchine da scrivere e poi distruggono il loro lavoro per ricominciare da capo. Pare un mondo di matti. Ma sarà così?

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