Ecnelado – Capitolo 16

Non appena Malbranque e Moreira la varcarono, la porta si chiuse sul volto corrucciato della ragazza, lasciandoli in una penombra appicicosa. E forse in trappola.
La sala di controllo A3-15 era molto grande, ma quasi del tutto vuota. Moreira vedeva solo un modello in scala della centrale, tre degli automi che popolavano l’area due, e una lampadina nuda che penzolava dal soffitto.
Cosa si poteva controllare in una sala controllo del genere?
Malbranque si girò verso Moreira. Non disse niente, si limitò a fissarlo e ad arricciare una guancia, come per una strizzata d’occhio. All’inizio Moreira pensò che Malbranque lo stesse prendendo in giro. Poi capì che lo stava mettendo in guardia. Ma da cosa? Probabilmente dagli automi, che in effetti avevano un’aria piuttosto minacciosa. E anche se sembravano in disuso da molti anni, coperti com’erano di polvere e ragnatele, producevano una specie di sordo brusio che metteva i brividi. Ombrosi e possenti, si reggevano su dieci tubi flessibili che fungevano da gambe; anche il torace era un groviglio di tubi, sul quale erano installate un po’ alla rinfusa otto o nove lastre di rame, un certo numero di leve e pulsanti e sei lunghe braccia snodabili (tre a destra, due a sinistra, uno in mezzo al petto). All’estremità di ogni braccio era montato un trapano, un saldatore a filo o un forchettone a tre rebbi. Le teste erano cilindriche, con un disco di metallo sulla cima che somigliava a un cappello. Nella parte anteriore del cilindro era incastonata una maschera di rame: la maschera dell’automa di destra raffigurava una faccia femminile, le maschere degli altri due raffiguravano facce di bambini. Le espressioni di tutte e tre le maschere erano tristi e solenni.
Malbranque si fermò a pochi passi dal modello. Moreira gli stava accanto. Si accorse solo allora che l’intero modello, molto fedele e accurato, era realizzato con le cannucce.
«Buongiorno, ingegner Sekidos» disse Malbranque, facendo sobbalzare Moreira. Nella sala non si vedeva nessuno. A parte un’ombra, là dietro, poco oltre il modello.
«Lo sarebbe, se la sua visita non ci costringesse a interrompere il lavoro» disse l’ombra con voce incolore.
Al suono di quella voce gli automi cominciarono a fremere e a sobbalzare, spargendo polvere e ragnatele sul pavimento. Rimasero dov’erano, ma sferragliavano come se non vedessero l’ora di sgranchirsi le giunture. Un uomo di media statura, pingue ma fermo sulle gambe robuste, emerse dal buio come da uno stagno limaccioso, fronteggiando Malbranque attraverso il modello. Aveva una faccia larga e piatta, con la mascella rotonda e il naso piccolo. Gli occhi si perdevano nella penombra, e solo un tenue luccichio permetteva di indovinarne la presenza. Una folta barba color ferro copriva le guance dell’uomo, mentre ciuffi di capelli ramati piovevano sulla fronte dalla cima della testa.
L’ingegner Sekidos indossava una camicia azzurra, sul taschino della quale era stampigliato il logo della Compagnia Elettrica, e un paio di pantaloni grigi. Una maschera antigas ciondolava attorno alla gola, mandando bagliori sinistri dalle orbite di vetro.
Malbranque si fece avanti: «Il mio nome è Galenus Malbranque. Lieto di conoscerla.»
«Sappiamo chi è» disse Sekidos. «Riconosciamo di aver ricevuto molti egregi servizi dalla sua compagnia nel corso degli anni. Ma questo non giustifica la sua intrusione.»
La voce di Sekidos suonava fredda e atona. Non sembrava né meno umana. Il tono era così arrogante, che ispirava un’immediata antipatia.
Malbranque non si lasciò scoraggiare: «Intrusione? Ma ha chiesto lei di incontrarmi.»
La fronte di Sekidos era sudata, così come il collo e le guance. Aloni scuri si allargavano sul tessuto della camicia, all’altezza del ventre, del petto e delle ascelle. Ma il suo tono restava gelido e inespressivo.
«Certo che l’ho chiesto io» disse. «E in effetti sono molto contrariato, perché è in ritardo. Confidavo in una maggiore solerzia da parte sua.»
«Mi dispiace» si scusò Malbranque. «Ma ora che sono qui, vedrà che sbrigheremo tutto in poco tempo.»
Sekidos oscillò come se l’avesse investito una folata di vento. «Invece non sbrigheremo niente, signor Malbranque» disse. «La sua visita è inopportuna. E non danneggia solo la Compagnia Elettrica, ma centinaia di migliaia di altre persone. O forse ignora che questa centrale fornisce energia elettrica all’intero quadrante sud-orientale della Dodecapoli? Un compito così importante e gravoso, che non lascia spazio ad altre attività.» Allargò le braccia, come se volesse sollevare il plastico. «Anche da questo modello così imperfetto traspare l’importanza dell’opera.» Indicò un groviglio di cannucce sul fianco destro del plastico. «Osservi le caldaie: alte pance roventi, nobili, fiere impalcature.» Indicò altre cannucce annodate ancora più strettamente al centro del modello. «Osservi le turbine: muscoli instancabili, sorgenti di pura energia » Indicò un ammasso di cannucce disposte più o meno a cilindro sul retro del modello. «Osservi gli alternatori, nei quali l’energia meccanica si trasforma in energia elettrica. È qui che avviene il miracolo, è qui che l’intelletto tempera la passione, che l’idea si converte in opera. Ma non sono solo gli alternatori a compiere il miracolo. È l’insieme. Perché ogni singolo elemento è connesso così saldamente a tutti gli altri, che niente può essere spostato o sostituito senza turbare l’equilibrio dell’insieme. E non credo che lei possa immaginare quanto lavoro, quanta abnegazione richieda preservare l’equilibrio a dispetto di tutto, »
Malbranque si strinse nelle spalle: «Se vuole che vada via, basta che lo dica. Non occorre altro.»
Sekidos contrasse il volto in un’espressione di profonda rabbia. «Come fa a non capire? Ogni singolo giorno combattiamo una strenua battaglia per mantenere in funzione la centrale. E per difenderla dalle tempeste di sabbia, dagli squilibrati, dagli stessi dirigenti della compagnia, che parlano di profitti e dividendi e non capiscono l’essenzialità del nostro lavoro. In questo siamo impegnati giorno e notte. Ed è assurdo, perché è la centrale a creare Encelado, a rendere possibile l’esistenza di una città così grande ai margini del deserto. E invece i ladesi la odiano, la considerano un mostro, farebbero di tutto per vederla in rovina.»
La rabbia di Sekidos si attenuò, tramutandosi in una sorda malinconia. «Nessuno capisce. Nessuno conosce la nostra solitudine. Abbiamo messo in fuga il deserto. Abbiamo permesso che strade, mura e palazzi arginassero le dune e debellassero il vuoto. E cosa abbiamo ricevuto in cambio? Disprezzo. Odio. Abbiamo consumato la nostra anima. Abbiamo rinunciato a tutto. Anche alla famiglia. Perché una volta avevamo una famiglia. Vivevamo lontano, ad Alameda, dove il deserto è mite, dove pallide praterie ingentiliscono la sabbia. Avevamo una moglie che ci amava e accudiva. Avevamo due bambini, teneri germogli che ascoltavano con reverenza il racconto delle nostre imprese. Poi Hub, il vecchio terribile, è venuto a casa nostra. Alla vista dei suoi occhi fiammanti i bambini sono scoppiati in lacrime . Anche noi avevamo paura. Hub ci ha detto: Vieni con me, Moreno (ci ha sempre chiamati così, Moreno, ignorando i titoli e le cariche), porteremo la civiltà oltre i confini del deserto. Abbiamo detto sì. Senza pensarci. Perché abbiamo amato l’impresa fin dal primo istante, così come avbiamo amato il vecchio che la proponeva. Abbiamo seguito Hub nel deserto. E ci siamo lasciati alle spalle quello che possedevamo, quello che rendeva la nostra vita degna di essere vissuta, per venire nel deserto a disseppellire il titano.»
«E cosa ne è stato di sua moglie e dei suoi figli?» disse Malbranque.
Sekidos spalancò gli occhi. Parve molto stupito da questa domanda. Le sopracciglia si avvicinarono fino a diventare una sola, gli occhi sparirono nell’ombra. «Io non ho figli» disse.
Oscillò di nuovo. L’ombra e la luce giocavano a comporre e a scomporre i suoi lineamenti, e così la sua presenza parve a un tratto illusoria. «Una volta avevo una figlia. Ma ora non è più mia figlia.»
La sua voce cambiò. Divenne più sottile, ma anche più minacciosa. «Si chiama Ortensia. È lei che mi ha detto di non essere più mia figlia. Ma una volta lo era. Una volta avevo anche una moglie, Ana. Lei mi ha lasciato tanti anni fa, quando stavo ancora ad Alameda. Ortensia se n’è andata con lei. Ortensia era una bambina gracile e un po’ goffa. Molto timida. Aveva paura di me. Quando Ana mi ha lasciato, ho deciso di andarmene da Alameda. Mi sono trasferito a Encelado. Lavoravo nella vecchia centrale di Turim. Ero qui da tre anni, quando è arrivato Hub. La sua società aveva appena comprato la Compagnia Elettrica. Nello stesso periodo ho perfezionato il progetto di una centrale di nuova concezione, completamente automatizzata. Ci stavo lavorando da quasi quindici anni. L’ho mostrato a Hub, e a lui è piaciuto. Due anni più tardi sono stato nominato ingegnere capo. Grazie alle innovazioni che avevo proposto, eravamo più efficienti di tutte le altre centrali del quadrante sud-occidentale. Un anno dopo Hub mi ha fatto entrare nel consiglio di amministrazione. E sono diventato ricco. E potente.»
I suoi occhi scintillarono nella penombra. «Ero così felice, così fiero. Poi Ortensia è venuta a trovarmi. Voleva parlare. Aveva appena compiuto diciotto anni. Era sempre la stessa bambina gracile, goffa e un po’ timida. Ora portava gli occhiali, grossi occhiali da miope, uguali a quelli di Ana. Rivedendola, mi sono domandato se amavo davvero quella figlia silenziosa e bruttina. Non immaginavo che fosse lei a non amare me. Le ho mostrato la centrale. Le ho fatto vedere tutto, inclusa l’area tre. Lei guardava ogni cosa con occhi miopi, sforzandosi forse di riconoscere qualcosa di suo padre. Ascoltava le mie spiegazioni con attenzione e interesse. E io pensavo che lei sola discendeva da me. Non la centrale, ma lei, lei sola. Siamo arrivati in questa sala. Ortensia mi ha tirato per un braccio. Sono venuta per dirti una cosa importante. Era seria e preoccupata. L’ho incoraggiata a parlare. Tu non sei mio padre, ha detto. Forse una volta lo eri, ma ora non più. Mi dispiace.»
Sekidos fece un passo avanti; la maschera antigas ciondolò attorno al collo, mandando sinistri bagliori dagli occhi di vetro. La voce riprese il tono gelido e arrogante. «Sa cosa significa combattere il deserto, signor Malbranque? Sa cosa significa tener lontana la sabbia dalle fragili giunture, dagli ingranaggi delicati, dalle impalcature cedevoli? Sa cosa significa combattere l’odio di un’intera città? È come combattere l’aria, signor Malbranque, è come combattere i fantasmi.»
La faccia di Sekidos si irrigidì, intrappolata dalle ombre che la tatuaavano, mentre la maschera antigas iniziò ad agitarsi, forse perché la spelle tremavano. E allora Moreira si domandò se Sekidos non fosse in realtà una maschera e la maschera fosse il vero Sekidos.
«È come combattere se stessi» disse Sekidos.
A questo punto gli automi iniziarono a sferragliare. La lampadina in cima alle loro teste si accese.
Malbranque non sembrò farci caso. «Storia interessante, ingegnere. Ma un po’ lunga. Ora non vorrei metterle fretta, ma ho altri due appuntamenti in giornata. E nessuna possibilità di rimandarli.»
Moreira teneva d’occhio i due automi-bambino, che ora si dimenavano come per liberarsi da catene invisibili.
«Perché non la finiamo qui, cosa dice?» disse Malbranque.
Sekidos abbassò lo sguardo sul plastico. Le vibrazioni prodotte dagli automi avevano fatto crollare qualche cannuccia, afflosciando una caldaia e smozzicando un comignolo. La vista sembrò sconfortarlo. «La barbarie consuma anche noi» ammise. «Le analisi ambientali rivelano che la sabbia si infiltra in concentrazioni sempre più alte anche nei settori interni della centrale. Perfino l’ultimo baluardo, questa stessa sala, si avvia a cadere. L’altro giorno abbiamo trovato un mucchio di sabbia in quell’angolo. E certe volte sogniamo un lunghissimo serpente che ci stritola, e il serpente è un serpente di sabbia.»
Alzò lo sguardo su Malbranque. «Stiamo perdendo la guerra. Ci troviamo sull’orlo della disfatta. E lei viene a parlarci di figli, di appuntamenti e di altre questioni senza importanza. È imperdonabile.»
Estrasse dalla tasca un disco rosa, forse di metallo. Pigiò alcuni pulsanti, e i tre automi fecero un balzo sul posto. Il ronzio che proveniva dai loro visceri aumentò di tono e di volume. Le braccia si sollevarono, le fiammelle dei saldatori si accesero, le punte dei trapani cominciarono a girare, mentre una serie di scariche elettriche schioccava tra i tubi e le lastre del torace.
Forse a causa del surriscaldamento dei circuiti che dilatava il metallo delle maschere, la malinconia dei volti di donna e di bambino si accentuò.
Gli automi si fecero avanti.

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3 pensieri su “Ecnelado – Capitolo 16

  1. notevole puntata. Qualcosa si evince di come è nata Encelado. Una ricostruzione splendida nei dettagli e nel come è stata posta. Dunque gli automi sono moglie e figlia di Sekidos? Oppure sono l’incarnazione della follia umana?
    Come proseguirà il romanzo? Le prossime puntate lo sveleranno.

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    • Forse gli automi sono la famiglia della maschera antigas. In realtà nello scrivere Encelado mi sono lasciato condurre dall’immaginazione più che dalla ragione, alla ricerca di un atmosfera perticolare che avevo in mente di ricostruire fin dall’inizio. Solo a posteriori ho cercato di darne un’interpretazione, che a questo punto è valida come quella di chiunque altro. La tua mi sembra sempre un passo avanti. Grazie per i complimenti.

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