Encelado – Capitolo 17

Malbranque non sembrava preoccupato. Gettò appena un’occhiata agli automi, prima di rivolgere un sorriso a Moreira. «Un po’ di svago, finalmente» disse a bassa voce. «Ancora un minuto di chiacchiere e avrei rischiato di addormentarmi.»
Moreira era fuori di sé dalla paura, ma anche dalla rabbia. Malbranque delirava? Quegli orribili automi stavano per macellare entrambi, e lui sembrava contento come un bambino. Eppure un po’ Moreira lo capiva. Anche se la paura gli piegava le ginocchia e inumidiva le ascelle e la nuca, era in preda all’eccitazione. Il suo primo scontro sul campo! Estrasse la pistola e la puntò contro uno degli automi bambino.
«Li fermi, Sekidos!» gridò con tutto il fiato che riuscì a raccogliere. «Questa è un’aggressione a un pubblico ufficiale. Aggredire un pubblico ufficiale è un reato gravissimo. Sarò costretto ad arrestarla, se non ferma subito questi cosi.»
Sekidos rimase in silenzio, rigirando tra le mani il disco rosa con il quale controllava gli automi.
«Smetta di gridare, Moreira» disse Malbranque. Da quanto gli automi si erano mossi, aveva iniziato a tastarsi la giacca, cercando chi sa cosa nelle tasche. «E metta via quella pistola, prima di farsi male.»
Gli automi si disposero a triangolo tra il modello della centrale e Malbranque, facendo scudo a Sekidos, e si fermarono. Solo le braccia continuavano ad agitarsi, i trapani e i saldatori a girare e a fiammeggiare. E in realtà il loro aspetto non era così minaccioso: il surriscaldamento aveva reso disperate le espressioni delle maschere, e gli automi bambino sembravano quasi sul punto di piangere.
Sembrava che non avessero alcuna voglia di aggredire Moreira e Malbranque.
Malbranque si tastava la giacca con sempre minor calma. Alla fine si spazientì, gettò a terra la valigetta e rovesciò le tasche della giacca e dei calzoni, imprecando a mezza voce. Ma non era spaventato. Era seccato. Come se un controllore di autobus gli avesse chiesto il biglietto e non riuscisse a trovarlo.
Gli automi roteavano le braccia sempre più velocemente, tessendosi attorno una fitta rete di fiamme e metallo fumante. La disperazione delle maschere si accentuò. Poi gli automi bambino furono scossi da un tremito e si mossero di nuovo. L’automa con la maschera di donna rimase invece accanto a Sekidos, mandando lampi di sofferenza dagli occhi.
Moreira indietreggiò fino alla parete. Si guardava attorno alla ricerca di una leva come quella che apriva la porta dall’esterno, ma non trovò niente. E la porta non aveva maniglie né serrature.
Le sue dita si strinsero sul calcio della pistola.
Malbranque era fermo pochi passi più avanti, vicinissimo alle braccia tese degli automi bambino. Stava ancora cercando. Dalle tasche rivoltate della giacca e dei calzoni aveva cavato solo alcuni fiocchi di polvere.
Vedendo la fiammella di un saldatore che sfiorava la faccia di Malbranque, bruciacchiando le punte dei capelli attorno alle orecchie, Moreira non poté più trattenersi. Sparò due volte. Il primo proiettile colpì uno degli automi bambino sulla guancia: il rame della maschera fu scalfito e deformato dall’urto, un filo di fumo esalò dal proiettile conficcato nel metallo, ma non successe altro. Il secondo proiettile rimbalzò su una piastra pettorale dell’altro automa bambino e tornò verso Moreira, passando a meno di una spanna sopra la sua testa.
A questo punto anche il terzo automa si mosse, avanzando alle spalle degli altri due. Moreira stava pet sparare anche a quello, ma Malbranque sospese la ricerca, lo raggiunse con un salto e fece cadere la pistola con uno schiaffo sul polso.
Ora gli automi bambino li stringevano contro la porta. Il movimento delle braccia divenne più preciso e mirato: i robot non si limitavano più a minacciare, ma puntavano alle parti molli di Moreira e Malbranque. Le maschere di rame esprimevano disgusto e indignazione, come se gli automi obbedissero solo loro malgrado agli ordini di Sekidos
Moreira aveva troppa paura e allo stesso tempo era troppo eccitato per dar retta a Malbranque. Infuriato per lo schiaffo al polso, spinse via Malbranque, raccolse la pistola da terra e la puntò di nuovo contro gli automi. Mirò agli occhi della donna.. Le scariche elettriche all’interno dei toraci schioccavano sempre più vicine, e a ogni scarica i peli sulla nuca di Moreira si rizzavano.
Ma ora cosa stava combinando Malbranque? Lo spintone di Moreira lo aveva quasi fatto cadere, ma aveva anche fatto scivolare fuori da una delle sue tasche alcuni piccoli oggetti. Malbranque tirò un sospiro: stava cercando proprio quelli. Ma che roba era? Dischetti di metallo, non più grandi di una moneta da due centesimi. Ed era proprio questo che sembravano: monete da due centesimi. Moreira sgranò gli occhi: Malbranque si era affannato tanto solo per recuperare qualche spicciolo?
Le monete erano sei. E non erano monete.
Moreira prese di nuovo la mira, ma Malbranque gli aveva fatto perdere l’attimo e ora era toppo rischioso sparare. Gli automi erano vicinissimi, i proiettili rischiavano di rimbalzare verso di lui o Malbranque. Ma ormai Moreira toccava la porta con il sedere, e gli automi non accennavano a fermarsi. L’unica possibilità che gli restava era gettarsi a terra verso sinistra, cercando di passare incolume tra una punta di trapano e una fiamma, e sparare a Sekidos da quella scomoda posizione.
Un colpo difficile, ma non impossibile.
Quanto a Malbranque, che gli automi facessero pure di lui quello che volevano. Moreira piegò le ginocchia per darsi slancio. Le braccia degli automi bambino erano a meno di un cubito di distanza, e le fiamme dei saldatori si riflettevano nelle lenti degli occhialoni di Malbranque, dando al forestiero un terribile sguardo di basilisco.
In quel momento le strane monetine di Malbranque presero vita. Moreira rimase pietrificato, troppo sorpreso per mandare anche solo un respiro. I dischetti metallici saltellavano sulla moquette come pulci sul dorso di un cane. Poi cinque punte di metallo spuntarono dal taglio dei dischetti, trasformandoli in piccole stella, e si piegarono a imitare delle zampe di ragno. Al centro di ogni dischetto apparve un bottone dorato, con tre luci azzurre sulla cima.
Malbranque sorrise orgoglioso. «Microautomi» disse. «Indicatissimi per i lavori di fino.»
All’apparizione dei microautomi gli automi più grandi si fermarono. Continuavano ad agitare le braccia, ma le facce erano piene di disappunto. Erano in difficoltà. I bambini sfrigolavano gli occhi in direzione della donna, mentre la donna, sapendone meno di loro, sfrigolava gli occhi nel vuoto. Alla fine, invece di elaborare una nuova strategia, tornarono tutti e tre al programma originale e ripresero ad avanzare contro Moreira e Malbranque.
«Cosa crede di ottenere con quei giocattoli?» disse Moreira. «Stiamo per essere fatti a pezzi e lei tira fuori il circo delle pulci?»
Malbranque indicò i microautomi, che ora avevano smesso di saltellare. Arcuarono al massimo le zampe metalliche, con un rumore come di molle in tiro, poi balzarono. Il balzo fu impressionante: i microautomi arrivarono a metà dell’altezza degli automi più grandi e si infilarono nel groviglio di cavi e di tubi che costituiva il loro ventre.
La spartizione fu equa: agli automi di Sekidos toccarono due microautomi a testa.

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