Encelado – Capitolo 18

Gli automi smisero di avanzare, incapaci di elaborare una linea di difesa. I bambini non facevano altro che far lampeggiare gli occhi in direzione della donna, mentre la donna non faceva altro che far lampeggiate gli occhi in direzione dei bambini, forse per rassicurarli.
Moreira era allibito. Ogni tanto vedeva una di quelle strane monetine strisciare lungo un tubo o dietro una piastra, puntando in alto, alla testa. All’inizio i microautomi non fecero altro che scalare le budella meccaniche dei robot più grandi, ma poi, quando raggiunsero la base del collo, cominciarono a sparare dei raggi azzurri dalla testa. I tre automi sussultarono e si allontanarono in direzioni diverse. I bambini emettevano un suono acuto, straziante, mentre la donna girava in tondo e colpiva con il trapano il suo stesso ventre. Scariche e scintille sprizzavano da tutto il suo corpo.
Una nuvola di fumo si diffuse nella sala, assieme a una terribile puzza di plastica fusa. L’ululato dei bambini diventava sempre più assordante, le convulsioni della donna sempre più violente. I colpi che si infliggeva provocavano perfino più danni dei microautomi.
«Cosa stanno facendo?» domandò Moreira. Non era più solo allibito, ma anche disgustato, come se stesse assistendo allo strazio di tre creature viventi. Malbranque osservava la scena con le mani sui fianchi, visibilmente soddisfatto.
«Li bruciano dall’interno» disse. «Sulla testa dei micoautomi c’è un piccolo laser: quel bottoncino con le luci blu, l’avrà notato. I microautomi vanno dritto alle centraline di controllo e bruciano i circuiti. Poi arrivano al disco rigido e lo fondono. Ci vuole un po’, ma il risultato è soddisfacente.»
«E chi le ha dato quei cosi? Non sapevo né meno che esistessero aggeggi del genere.»
«Non si trovano sul mercato, se è questo che vuole sapere. Ma non è difficile procurarseli. Basta chiedere alle persone giuste. Questi in particolare li ho comprati tre anni fa. Hanno una garanzia di cinque. Non sono di ultima generazione. I nuovi sono più piccoli e veloci. Ma non guadagno abbastanza per permettermi roba così costosa.»
I bambini entrarono in collisione tra loro. Le gambe tentacolari si annodarono, le braccia si incastrarono, e i due fratelli furono costretti a una terribile danza forsennata. Il polpo mostruoso che nacque dall’unione iniziò a girare furiosamente attorno al plastico, diffondendo una fitta spirale di fumo.
Intanto la donna si scoperchiò la testa: il disco sulla cima ciotolò rumorosamente sul pavimento, mentre una nuvola di fumo nero e una fontana di lubrificante eruttavano dall’apertura. Fiamme azzurre e scintille scaturirono dagli occhi. Alla fine la donna smise di contorcersi e si fermò in mezzo alla sala, a pochi passi dal modello della centrale.
I bambini continuarono a ululare ancora per poco. Poi le loro contorsioni divennero più deboli e lente, fino a fermarsi del tutto. Le teste si piegarono in avanti, si toccarono, espressero qualcosa di molto simile all’amore fraterno, prima di esplodere.
Malbranque guardò l’orologio. «Si sta facendo tardi» disse. «Spero proprio di non dover saltare il pranzo.»
Come se avessero sentito le parole di Malbranque e temessero anche loro di saltare il pranzo, i microautomi uscirono di gran lens dalle carcasse degli automi. Si disposero in fila per due, tornarono da Malbranque e si allinearono disciplinatamente alla sua destra.
Solo allora Moreira si ricordò di Sekidos. Sventolò la pistola in direzione del modello, cercando di mirare alla figura tarchiata dell’ingegnere. Ma non si vedeva quasi niente a causa del fumo.
Dov’era andato a finire quel pazzo?
Malbranque guardò di nuovo l’orologio. «Si abbassi» disse a Moreira.
«Come?»
«Si abbassi.»
Moreira non capiva, così Malbranque gli fece lo sgambetto. Moreira cadde con la faccia in avanti e per poco non si spaccò il naso. Nello stesso istante uno sparo echeggiò nella sala, e il proiettile passò dove si trovava la testa di Moreira solo mezzo secondo prima.
Moreira balbettò qualcosa che non poté decifrare né meno lui.
«Si rialzi» disse Malbranque. «Ma quando le dico di abbassarsi, mi faccia il favore di abbassarsi.»
«Lei è una continua fonte di sorprese, ingegnere» disse al fumo che offuscava la sala. «Pensavo, temevo, che avesse esaurito le risorse. Sono commosso. Pochissimi clienti mi dedicano così tante attenzioni. Lei invece non solo ha sacrificato tre magnifici automi che dovevano valere una fortuna, ma ora si mette anche a sparare, sprecando chi sa quanti proiettili. Ammirevole. Se non avessi altri appuntamenti, passerei volentieri il resto della giornata in sua compagnia.»
Silenzio. A Moreira sembrò di veder muoversi un’ombra a destra del modello e puntò la pistola in quella direzione.
«Metta via la pistola, Moreira» disse Malbranque. «Quante volte devo ripeterlo? »
«Ma ci sta sparando addosso.»
«Si abbassi.»
«Eh?»
«Si abbassi.»
Moreira batté le palpebre, poi capì e si gettò a terra. Nello stesso istante uno sparo echeggiò nella sala, e il proiettile passò dove si trovava la testa di Moreira fino a mezzo secondo prima.
«Si rialzi pure» disse Malbranque. «E quando le dico di abbassarsi, per amor del cielo si abbassi subito. O vuole beccarsi una pallottola nel cranio?»
«Ma come fa a sapere quando sta per sparare?»
«E lei come fa a non saperlo?»
Si rovolse ancora a Sekidos: «Devo ammettere che era tanto tempo che non mi divertivo così, ingegnere. Ho dovuto perfino rispolverare l’artiglieria pesante.» accennò ai microautomi. «Era quasi un anno che i miei amici non sgranchivano i circuiti. Ma ora cosa ne dice di finirla? Ci aiamo dilungati un po’ troppo, non crede? Capisco che sia irritante dover interrompere il gioco sul più bello, ma il lavoro è lavoro, e insomma non mi avrà chiamato solo per spararmi addosso. Perché non provate a mettervi d’accordo là dentro? Prendete una decisione: firmate il contratto o mi chiedete di andar via. Si abbassi.»
Moreira era così concentrato a cercare di capire quando sarebbe arrivato lo sparo, che non sentì.
«Si abbassi» disse Malbranque. Poi, sixcome Moreira ancora non capiva, gli diede un violento calcio allo stinco.
Moreira cadde a terra, soffocando un grido di dolore indignazione. Nello stesso istante, un terzo sparo echeggiò nella sala, e il proiettile passò dove si trovava la testa di Moreira fino a mezzo secondo prima.
«Ma perché spara solo a me?».
«E chi potrebbe biasimarlo?»
Malbranque si mosse verso il modello. Moreira lo seguì, cercando di non esporsi. Sentì un rumore alle spalle e vide che i microautomi lo seguivano in fila per due, evidentemente curiosi.
«Perché non se ne va?» disse all’improvviso Sekidos, facendo sobbalzare Moreira. «Tanto non ho alcuna intenzione di firmare.»
«Vuole che me ne vada? Benissimo. Me lo chieda.»
«Ma lo ha appena fatto!» disse Moreira. «Giusto un secondo fa!»
Malbranque fece no con la testa. «Mi ha solo domandato perché non me ne vado. Non vale come richiesta formale.»
«Ma ha detto anche che non firmerà.»
«Non vale lo stesso. Deve usare una formula diretta. Lui lo sa benissimo. Gli è stato spiegato più volte. Basterebbe anche solo che facesse sciò con la mano. Ma deve chiedere espressamente che me ne vada »
Ancora silenzio. Malbranque era in piedi davanti al plastico, immobile, mentre Moreira si teneva al riparo due passi dietro di lui. Ma niente poteva ripararlo dai microautomi, che erano saliti sui suoi piedi e ora si appendevano alle caviglie. Erano così eccitati, che non riuscivano a star fermi: ronzavano, mandavano scintille, torcevano le zampe e ogni tanto sparavano nel vuoto un raggio blu.
Moreira era terrorizzato.

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