Encelado – Capitolo 19

«Allora qual è la sua decisione, ingegnere?» disse Malbranque. «Firma il contratto o mi manda via? Si abbassi.»
Moreira ebbe un gesto di esasperazione, ma obbedì prontamente. Un quarto sparo echeggiò nella sala, e il proiettile passò dove si trovava la sua testa fino a mezzo secondo prima.
«Ma perché spara solo a me?» disse. Si rivolse a Sekidos. «Guardi che non c’entro con questa faccenda, ingegnere. Accompagno Malbranque come osservatore, e solo perché me lo ha imposto il sovrintendente… A proposito, si prepari a passare un po’ di tempo in cella, perché il sovrintendente sarà molto seccato, quando saprà che ha sparato a un suo sottoposto.»
«Si abbassi» disse Malbranque.
Un quinto sparo echeggiò nella sala. Moreira si tuffò a terra, battendo le ginocchia sul pavimento. Il proiettile passò dove si trovava la sua testa fino a mezzo secondo prima.
«Stavolta le avrei sparato anch’io» disse Malbranque. Si rivolse a Sekidos: «La smette, per favore?» Il suo tono era conciliante. «Venga fuori e discutiamo da persone civili.»
«Stavolta non ci ingannerete!» disse Sekidos.
A questo punto Moreira capi da dove proveniva la voce. Alcune grate ai piedi delle pareti stavano risucchiando il fumo che riempiva la sala, e in pochi istanti la figura di Sekidos si profilò distintamente nella penombra. Era poco oltre il modello della centrale e puntava una pistola color argento contro di lui.
«Non ho nessuna intenzione di ingannarla» disse Malbranque.
«Lo ha già fatto una volta. Perché non dovrebbe rifarlo?»
«Mi scusi, ma si sbaglia. È la prima volta che la vedo.»
«Non lei. Uno come lei. Uno dei suoi.»
«Uno della Faland?»
A sentire quel nome il volto di Sekidos divenne viola, mentre la mano che stringeva la pistola iniziò a tremare. «La Faland ci ha ingannato. Non permetteremo che succeda ancora.»
Ora Malbranque non sembrava più tanto divertito. Anzi era arrabbiato. «Queste sono calunnie, ingegnere» disse. «La Faland non inganna i propri clienti. Offre un servizio di alta qualità con la massima trasparenza.»
«Invece mi avete ingannato. Quando il suo collega ci ha venduto il servizio, è stato molto chiaro: ci sarà posto solo per l’orgoglio, e l’unico amore sarà per il metallo. Ma ha mentito.»
«Non conosco i dettagli. Non so quale servizio ha acquistato né a quali condizioni. Il mio lavoro è un altro. Ma sono sicuro che ha ricevuto esattamente il servizio che ha scelto. Riguardo a questo, non ho alcun dubbio.»
«E invece no! Perché doveva sparire, capisce? E invece non è sparito niente.»
«Eh?»
«Non abbiamo figli, chiaro? Avevamo due figli di plastica e di acciaio, ma lei li ha appena uccisi. Avevamo anche una moglie d’acciaio, che ora brucia in quell’angolo con la testa scoperchiata. Siamo soli secondo il nostro desiderio. E allo stesso tempo non lo siamo. Perché Ortensia c’è ancora.» La faccia di Sekidos era rossa come un mattone appena sfornato. «Il cuore che ci avete venduto doveva essere vuoto. Vuoto e buio come questa stessa sala. Un cuore di metallo che non contenesse ricordi e sofferenze. Questo mi avevate promesso.»
«E non lo ha avuto?»
«No. Noi… io ricordo. Ricordo gli occhiali. Ricordo i grandi occhi scuri dietro gli occhiali. Ricordo quando lei ha detto: non sei più mio padre. Tutto questo c’è ancora. E non doveva esserci.»
Ci fu un momento di pausa, che Sekidos impiegò per raccogliere le idee. Puntava ancora la pistola contro Moreira, ma il suo indice non era più sul grilletto. Né meno Moreira era più interessato alla pistola. Cercava invece di capire di cosa stessero parlando Malbranque e Sekidos. Probabilmente usavano un linguaggio in codice. Preso alla lettera il discorso non aveva senso. O meglio, un senso lo aveva, ma solo supponendo che entrambi soffrissero della stessa forma di follia. Messa così, sembrava che Sekidos avesse comprato un cuore dalla compagnia di Malbranque, un cuore di metallo, nel quale non doveva esserci spazio per i ricordi sgradevoli e che invece si era rivelato difettoso.
Ma ora Sekidos sembrava in preda al delirio. La sua voce cambiava in continuazione, dando l’idea di due diverse personalità che si contorcessero nei meandri di un’unica mente.
«Lasci che le spieghi» disse Malbranque. «Lei ha commesso un piccolo errore. Un errore molto comune, deve credermi. Perché i nostri clienti hanno quasi tutti la pessima abitudine di non riflettere a fondo sulle richieste. Alcuni utilizzano la formula sbagliata, per esempio. Altri richiedono un servizio che non desiderano davvero, o che non desidereranno ancora a lungo. Altri ancora richiedono qualcosa che desiderano con tutto il cuore, ma che non sono pronti e che non saranno mai pronti a possedere. È in questo che sbagliano: si fanno abbagliare da vuote illusioni e giochi di prestigio. E poi sono scontenti. E allora tocca a me rimediare.»
«Questo succede perché voi della Falamda non offrite un vero servizio, ma vi limitate a incatenare le persone con le parole. Questo succede perché in voi, crudeli saltimbanchi, giocolieri del vizio di forma, si nasconde la radice di ogni menzogna!»
Malbranque scosse la testa. Aveva tirato fuori dalla tasca una pelle di daino e ora puliva con cura le lenti degli occhialoni, offuscate da tutto quel fumo. «Guardi che le menzogne non nascono da noi, ingegnere, ma da lei stesso» disse. «La scenografia che la circonda, la malinconica farsa che recita, tutto questo è una sua creazione. Un suo desiderio. Se ora se ne sente prigioniero è solo perché fin dall’inizio ha sbagliato i calcoli.»
Sekidos mise il broncio: «No. Anche questo è un inganno.»
«La pensi come vuole» disse Malbranque. «L’importante è che torniamo al punto: mette via la pistola e firma, mi chiede di andare via o mi spara? Non voglio influenzarla: faccia come crede. A questo punto ho troppa fame, per prendere veramente a cuore la questione. Andrebbe bene anche se mi sparasse, purché si decida.»
La faccia di Sekidos si contorse sotto la sferza di una rabbia incontenibile. Per un istante sembrò che stesse per sparare di nuovo a Moreira. «È tempo che riconosci l’inganno» disse invece. Non aveva parlato a Malbranque né a Moreira. La sua voce suonò tremula e sottile.
«Riconosciamo l’inganno ordito a nostro discapito» rispose a se stesso, riprendendo il tono arrogante. «Riconosciamo la volontà maligna che cerca di sottrarci la posizione che abbiamo ottenuto con tanta fatica.»
«No. È tempo che riconosci l’inganno ordito da te stesso.»
«Riconosciamo la nostra opera. Riconosciamo la nostra volontà, che continuerà a opporsi alla barbarie finché avremo vita.»
«Riconosci che la tua opera è un inganno.»
«Mai.»
«È l’unica forma di redenzione che ti rimane.»
«La nostra redenzione è nel metallo.»
«Nel metallo c’è solo il tuo peccato.»
«Non c’è peccato nel metallo.»
«Ma tu non sei di metallo. E non potrai mai esserlo. Ecco il tuo peccato.»
«Anche tu sei parte dell’inganno. Anche tu vuoi rubarci quello che è nostro.»
«No. Sei tu che hai rubato quello che era mio.»
«Noi siamo reali. Tu sei un’illusione.»
«Riconosci l’inganno.»
«Mai!»
Il braccio di Sekidos si tese, con la pistola che puntava ancora a Moreira. Moreira trasalì, vedendo luccicare il proiettile in fondo alla canna. Sekidos era fuori di sé. E dirigeva la centrale! Ecco perché andava tutto a rotoli in città.
La pistola cadde sul pavimento.
«Riconosci l’inganno» ripeté Sekidos. La sua voce era cambiata di nuovo. Non più fredda e arrogante, e né meno tremula e sottile, suonava ferma, profonda, avvolgente. Le braccia lungo i fianchi, la faccia contratta e sofferente, Sekidos si mosse verso Malbranque. La sua figura sembrava più piccola e sbilenca, come se un’improvvisa vecchiezza l’avesse contagiata. Gli occhi erano quasi del tutto spariti nell’ombra che infestava le orbite.
«Riconosco l’inganno, signor Malbranque» disse Sekidos. «Riconosco che l’inganno nasce da me stesso. Le parole sono creature scivolose, e non ho saputo domarle. È bastato un piccolo, infinitesimo dettaglio, per imprigionarmi a vita, per fare di me… cosa? cosa sono diventato? Cosa ero fin dal principio? Non comprare: barattare. Non aggiungere: sostituire. La garanzia resta valida: nel cuore di metallo che ho ricevuto non c’è’e posto per le cose che volevo lasciare fuori. Ma di posto ce n’è anche troppo nel cuore che avevo già, nel cuore che ora custodisce la mia condanna.»
Si avvicinò all’automa donna, il volto del quale sembrava quasi sorridere. Dagli occhi colava del liquido biancastro: dure lacrime oleose, senza dignità.
«Mi sono inflitto da solo la condanna» disse Sekidos. «E forse non ho formulato male la richiesta per errore o per ingenuità. Ma solo perché non potevo rinunciare. Non ancora. Non del tutto.»
Malbranque guardò ancora l’orologio. «Speriamo che si sbrighi» bisbigliò a Moreira. «Con la fame che ho non posso saltare il pranzo.»
Moreira non aveva fame. Solo sete. La gola secca, la bocca impastata, gli sembrava di non bere da una settimana.
«Non le farò perdere altro tempo, signor Malbranque» disse Sekidos. «Devo esserle grato in fondo. La sua visita mi ha aperto gli occhi. L’inganno è qui, in questa cattedrale d’acciaio, nella città che noi ladesi abbiamo creduto di strappare al deserto. È nella vita stessa che presumiamo di vivere. Presumiamo. È questo che intendeva Ortensia, quando mi ha detto che non ero più suo padre. Non era una punizione per le mie mancanze, per il mio abbandono. Ortensia è venuta a Encelado perché voleva controllare, perché voleva capire se quello che temeva era vero. Ha visto la città, la centrale, il deserto. E alla fine ha capito che io e il mio nemico siamo la stessa cosa. E che Moreno Sekidos ha smesso di esistere molto tempo fa.»
Sekidos tacque. Malbranque recuperò la valigetta, tirò fuori uno scartafaccio molto simile a quello che aveva mostrato al sovrintendente, e lo porse a Sekidos. Sekidos lo guardò a lungo, prima di prenderlo.
Moreira era teso. E così i microautomi, che non smettevano di agitarsi e di sparare raggi azzurri tutto attorno. Due di loro si erano arrampicati sulle spalle di Moreira e saltellavano vicino alle orecchie, rischiando più volte di finirci dentro. Per fortuna Moreira era troppo interessato a quello che succedeva tra Sekidos e Malbranque per farsi prendere dal panico. Quando una scarica gli bruciacchiò una ciocca di capelli, non se ne accorse.
Sekidos firmò. Malbranque estrasse la pistola dalla fondina e gli sparò un colpo in mezzo agli occhi, trasformando la parte superiore del suo cranio in una nuvola di sangue. Sekidos cadde bocconi. Malbranque voltò il cadavere con il piede e sparò altre due colpi al torace, più o meno all’altezza del cuore.
Quando alzò lo sguardo, Moreira gli stava puntando contro la pistola di ordinanza.
«Cosa le prende?» disse Malbranque
«È in arresto!» urlò Moreira. «Getti la pistola e si stenda a terra, con le mani dietro la testa.»
Era sconvolto. Anche se sapeva che Malbranque intendeva uccidere Sekidos, anche se era stato perfino felice, quando aveva saputo della morte imminente dell’ingegnere, ora che Malbranque lo aveva ucciso sul serio, ora che gli aveva sparato sul serio,  e la faccia dell’ingegnere si era spappolata, e un grumo di poltiglia rossa era schizzato via dalla nuca, lo aveva colto una rabbia cieca. Come si poteva restare indifferenti di fronte a un omicidio a sangue freddo?
Malbranque sventolava il contratto.«Guardi che è tutto in regola, Moreira. L’ingegnere mi ha autorizzato. Non ha visto che ha firmato? Legga il paragrafo 7 comma b: un colpo alla testa e due al torace, affinché la morte sopraggiunga rapidamente e in modo indolore.»
Moreira non guardò il contratto. Aggiustò solo la mira. «Getti la pistola» ripeté. «Si stenda per terra con le mani dietro la nuca.»
Malbranque era furioso: «Le faccio notare che sta ostacolando il mio lavoro. E il suo capo le ha ordinato espressamente di non ostacolare il mio lavoro.»
«Il sovrintendente non ha capito la gravità della situazione. Ma le cose cambieranno, non appena avrà letto il mio rapporto.»
«Ma non c’è niente di illegale in quello che ho fatto.»
«Ha appena ucciso un uomo. Come può dire che non c’è niente di illegale in un omicidio? È pazzo?»
«Io sto rispettando il contratto. Quello stesso contratto che il suo capo ha firmato appena quattro ore fa.»
«È in arresto, le ripeto. Getti a terra la pistola o sarò costretto a spararle.»
«Ma lo sa cosa sta rischiando?»
«Ora mi minaccia? Ha intenzione di sparare anche a me?»
«Non ho bisogno di sparare.»
«Cosa significa?»
«Guardi in basso e capirà.»
«Eh?»
«Guardi in basso. E tutto le diventerà chiaro.»
Moreira esitò. Non voleva distogliere lo sguardo da Malbranque, perché temeva un colpo di mano, ma non poteva né meno resistere alla curiosità. Alla fine scelse di lanciare un rapido sguardo al pavimento.
I microautomi erano sparsi su tutto il suo corpo, dalle caviglie alle spalle, e puntavano le luci azzurre verso la sua faccia. Visto dall’esterno, Moreira doveva sembrare affetto da un morbillo esotico.
«Usi l’immaginazione» disse Malbranque. «Ha visto cosa possono fare i microautomi ai circuiti e agli ingranaggi di un automa. Li immagini al lavoro sulle parti molli di un essere umano.»
Si morse il labbro inferiore. Gli incisivi verdognoli affondarono nella carne con gesto vagamente lascivo. «Non mi è mai capitato di vederli in azione su un campione umano. Ma il tizio dal quale li ho comprati mi ha descritto come fanno. Di solito si infilano sotto le palpebre, facendosi largo verso il condotto nasale, poi scendono lungo l’esofago fino alla bocca dello stomaco. A questo punto si dividono: due di loro si dedicano ai polmoni, forandoli lungo i bordi, altri due entrano nello stomaco, lo bucano e inondano i tessuti circostanti con i succhi gastrici, gli ultimi due si dedicano all’intestino, spargendone il contenuto in tutto l’addome. Alla fine, se la vittima è ancora viva, si riuniscono nella gabbia toracica, dove organizzano un banchetto a base di cuore.»
Uno dei microautomi si arrampicò sul collo di Moreira, fino alla mascella. La luce blu sulla cima della sua testa puntava dritto alla pupilla.
Moreira deglutì.
«Facciamo un patto» disse Malbranque. «Lei smette di intervenire a sproposito, e io evito di controllare se è proprio così che i microautomi trattano le persone.» Ripose la pistola nella fondina. «Cosa ne dice?»
Moreira abbassò la pistola. Malbranque tese la mano, e i microautomi saltarono verso di lui, atterrando sul palmo.
«Saggia elezione» disse Malbranque.

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