Encelado – Capitolo 20

«Ma non dovevo decidere io dove mangiare?»
Erano le prime parole che pronunciava da quando lui e Malbranque erano usciti dalla centrale. Fino a quel momento aveva conservato uno sdegnoso silenzio, per rendere chiaro quanto fosse arrabbiato, ma soprattutto nel timore che Malbranque tirasse di nuovo fuori dalle tasche i microautomi. E avrebbe conservato il silenzio fino a fine giornata, se Malbranque non si fosse fermato all’ingresso della Cuspide, il locale dove Moreira pranzava tutti i giorni. La cosa strana era che Malbranque era arrivato alla Cuspide da solo, senza chiedere indicazioni a Moreira. Uscito dalla centrale, aveva guidato senza esitazione fino allo spiazzo dietro al Tribunale dove c’era l’ingresso, come se conoscesse già il locale. Eppure Malbranque era a Encelado solo da mezza giornata.
«Ho sentito parlare bene di questo posto» disse Malbranque.
Moreira alzò un sopracciglio, domandandosi quale pazzo avesse avuto il coraggio di parlare bene della Cuspide.
«Mi hanno detto che costa poco» disse Malbranque.
Entrarono. Il locale era affollatissimo come al solito. A ogni tavolo dell’unica sala sedevano almeno otto persone, ed erano tavoli da quattro. Al bancone c’era un’altra dozzina di avventori, costretti ad arrampicarsi su scomodissimi sgabelli e a mangiare con una sola mano, perché con l’altra dovevano tenersi aggrappati allo schienale. L’aria era satura di odore di fritto, lemeza scadente e sudore e di fumo di sigarette. Una densa nuvola ristagnava perennemente a un palmo dal soffitto, suscitando un coro quasi ininterrotto di colpi di tosse. Siccome sui tavoli c’era posto solo per le pietanze e le bibite, e poco anche per quelle, i posacenere erano a terra, accanto alle sedie. Ma i camerieri li calpestavano e rovesciavano di continuo, e così sul pavimento persisteva questa maleodorante poltiglia di sabbia, cenere, mozziconi, lemeza e altro sudiciume.
Un’orda di salamandre guazzava in questa poltiglia, rubando gli avanzi o anche le portate, se qualcuno si distraeva. Le più grosse osavano rubare il cibo anche se uno era chino sul piatto a mangiare: salivano sul tavolo, spalancavano le bocche quasi umane, facendo sporgere in avanti i denti ad ago, e si gettavano sul piatto non appena il tipo si ritraeva spaventato.
Nessuna salamandra era davvero pericolosa. Le più grosse lasciavano sul braccio appena un orologio di puntini, dai quali sgorgavano poche gocce di sangue. Ma erano così fastidiose, che in ogni locale di Encelado c’era almeno un cameriere che aveva il compito di tenerle buone. Alla Cuspide il prescelto era un ragazzo di quattordici anni, che aveva scelto di intrattenere le salamandre piuttosto che di scacciarle, e si cimentava in piccoli giochi di prestigio o trasformava i tovaglioli in marionette e inscenava fiabe per bambini.
Malbranque andò verso il fondo alla sala.
Moreira strinse i pugni, cercando di scacciare il disgusto. Alla vista degli enormi melograni spiaccicati che occupavano la maggior parte dei piatti, gli era tornata in mente la poltiglia rossa che era uscita dalla nuca di Sekidos. Ricordava ogni dettaglio: l’arrendevolezza con la quale il corpo senza vita si era concesso alle profanazioni di Malbranque; le luci blu dei microautomi che punteggiavano la camicia imbrattata di sangue; gli occhi di basilisco che Malbranque aveva rivolto al frutto del suo lavoro.
Moreira fu colto da una rabbia accecante.
La stessa che aveva provato uscendo dalla centrale.
Era stata tutto quel silenzio a farlo arrabbiare così tanto. Lui e Malbranque avevano percorso la via del ritorno con la stessa facilità dell’andata. A Malbranque era bastato pigiare un pulsante sul disco rosa con il quale Sekidos aveva attivato gli automi, per aprire la porta di ingresso. Dietro la porta Moreira si aspettava di trovare un esercito: guardie armate, gendarmi. Invece c’erano solo gli impiegati dell’area tre, ancora più indaffarati e trafelati di prima In una stanza Moreira aveva rivisto la ragazza che li aveva accompagnati da Sekidos, e anche lei era occupata a dattilografare. Sembravano tutti completamente ignari di quello che era successo a pochi metri da loro. Eppure erano stati sparati dieci colpi di pistola, e Sekidos aveva urlato e protestato per quasi un’ora. Senza contare le esplosioni e la puzza di plastica fusa che appestava tutta l’area. Magari la sala controllo era isolata acusticamente, ma un qualche sistema di sorveglianza doveva pur esserci, no? Telecamere a circuito chiuso, rivelatori di fumo, o almeno un qualche aggeggio che rilevasse l’esplosione della testa di un’automa.
Invece tutto andava avanti come sempre. Anche nell’area due. Gli automi stavano davanti ai soliti pannelli luminosi e agitavano le braccia per collegare e scollegare i cavi che uscivano loro dalla pancia, o trasportavano chi sa dove le loro  carriole ingombre di ferraglia. Solo l’atteggiamento era cambiata. Se prima si mostravano fieri e spavaldi, ora se ne andavano in giro con aria malinconica, le teste cilindriche chine in avanti, le spalle curve.
Né meno i sorveglianti li avevano ostacolati. L’area uno era il solito via vai di camion. C’era anche una scolaresca che rumoreggiava davanti al museo di archeologia industriale. I sorveglianti all’ingresso non erano né meno nella garitta. Siccome mancava la camionetta di servizio, Moreira presumeva che fossero andati in città per il pranzo.
A quel punto Moreira si era infuriato. Gli era venuta voglia di sputare addosso a tutti quelli che incontrava, di colpire tutte quelle facce stolide e piatte, di prendere a schiaffi uno per uno tutti gli sciocchi senza cuore che si erano resi complici, non importa se consapevolmente o no, di Malbranque. L’uomo che aveva saziato per vent’anni la loro ingordigia era stato ucciso, ma loro continuavano la farsa, cercando disperatamente di non accorgersi che la scenografia crollava, che il palco franava sotto i piedi.
Ma non aveva diritto di infuriatsi. Né meno lui si era opposto a Malbranque. Si era limitato a sventolare la pistola e a urlare vuote minacce. Non appena Malbranque aveva accennato a una reazione, era scappato.
Malbranque si guardava attorno come se stesse cercando qualcuno. Andò verso un tavolo accanto alla finestra. Al tavolo era seduta una donna con i capelli azzurri e gli occhi grigi. La donna indossava un completo color ambra e un foulard rosa, fermato da una spilla a forma di freccia. Assieme a lei pranzava un uomo sui trent’anni, con indosso un costoso abito grigio tagliato su misura.
Malbranque ignorò entrambi e si rivolse alla terza persona seduta a quel tavolo: una giovane donna che aveva conosciuto quel mattino e che ora salutò calorosamente.
«Che bella combinazione!» disse Malbranque, tendendo la mano a Miriam Fink.

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Un pensiero su “Encelado – Capitolo 20

  1. altra puntata tosta e ben costruita, come del resto lo sono anche quelle precedenti.
    Una storia veramente intrigante, che lascia il lettore col fiato sospeso.

    O.T. segnalazione refusi
    ‘La cosa strana eta che Malbranque’ –> La cosa strana era che Malbranque

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