Encelado – Capitolo 24

Malbranque la interruppe con una serie di spruzzi.
Felicia batté le palpebre e corrugò la fronte.
Malbranque deglutì un boccone grosso quanto un pugno. «Non vorrei sembrarle pignolo» disse, «ma la a che ha pronunciato non era per niente nasale, mentre la erre suonava ruvida come un ramarro che corre su una pietraia. Forse a lei sembra un’inezia, ma tengo molto alla corretta pronuncia del mio nome.»
«Mi scusi, signor Malblonque» disse Felicia. «L’ho pronunciato correttamente stavolta?»
«In realtà temo che lei dia davvero troppa importanza alla enne. Una consonante un po’ fastidiosa, non trova? Anzi decisamente fuori posto. La enne andrebbe fusa con la a nasale, capisce? e si dovrebbe sentire appena.»
«Mi scusi ancora, signor Malbloque» disse timidamente Felicia. «Così va meglio?»
«Sì, molto meglio.»
«Ora le dispiace rispondermi, per favore? Sarei curiosa di sentire come si giustifica.»
«Giustificarmi? E di cosa?»
«Di essere andato da Sekidos.»
«E perché dovrei giustificarmi?»
«Ma perché è andato a rendere omaggio quel mostro.»
«Ma non sono andato a rendere omaggio a Sekidos.»
«Ah no?»
«E anche se l’avessi fatto, perché dovrei giustificarmi?»
«Perché Sekidos è il figlio più scellerato di questa terra.»
«E io cosa c’entro?»
«Non doveva andarci.»
«Ma non avevo scelta.»
«No?»
«No. È il mio lavoro. Quando il capo mi ha assegnato la pratica Sekidos, cosa dovevo rispondergli, secondo lei? Non mi va? Il tipo è cattivo, è antipatico, è il figlio più scellerato di quella terra, non piace a nessuno? Il mio capo è molto severo, avrebbe immediatamente scritto una nota di biasimo. Allora, ripeto, perché dovrei giustificarmi?»
Felicia non sapeva cosa rispondere. «Ma non è questo il punto» disse.
«Insomma Felicia, vuol lasciare in pace il signore?» intervenne Miguelarcangel. «Non vede che sta cercando di pranzare? A quanto ho capito, fa un lavoro molto impegnativo, e non mi sembra il caso di infastidirlo durante la pausa» Scosse la testa. «Tutti noi odiamo Sekidos. Ed è giusto, perché Sekidos è un mostro nel vero senso della parola. Ma non possiamo pretendere lo stesso dagli stranieri. Il signor Malbranque è in città da poche ore. Cosa può saperne delle nostre controversie? È andato da Sekidos perché lo richiedeva il suo lavoro, e poi è venuto a mangiare alla Cuspide, perché è il locale più rinomato e frequentato del centro. E non è vero che ci ha imposto la sua presenza: sono io che l’ho invitato al tavolo. Dove avrebbe sbagliato secondo lei? Cosa gli rimprovera?»
Felicia sedette.
«La prego di scusarci, signor Malbranque» disse Miguelarcangel. «Ci giudicherà dei gran maleducati. Ma è solo colpa del clima. Del clima politico, ma anche del clima in senso stretto: aumento della temperatura, siccità, inaridimento progressivo delle oasi. Ormai scoppiano battaglie a ogni angolo di strada. Verbali, ma non per questo senza vittime. Del resto si combatte per il futuro, per la sopravvivenza. E i nemici sono agguerriti e molto ostinati.»
«Se ho capito bene i vostri nemici sarebbero Sekidos… e suo padre» disse Malbranque.
«Sì. E non saprei decidere chi dei due sia il più pericoloso. Sekidos è la mente. Ma nio padre è Encelado. Combattere lui è come combattere l’anima stessa della città.» Il sorriso di Miguelarcangel divenne amaro. «Ma in realtà i peggiori non sono loro. Per quanto ostinati nel perseguire i loro propositi, mio padre e Sekidos sono sempre stati leali, fedeli a se stessi. Lo stesso non si può dire dei gemelli Laufer. Loro sono i peggiori.. Mio padre ha i soldi, il carisma, le idee. Sekidos manda avanti la centrale. Ma i gemelli prendono le decisioni, dirigono, comandano. Nessuno li conosce, perché restano nell’ombra, e così possono fare quello che vogliono. Tanto non sono nessuno. E non è mai colpa loro.»
Malbranque raccolse dal piatto un ultimo grumo di poltiglia rossa. Il gendarme, ora che il piatto di Malbranque era vuoto, si affrettò a coprirlo con quello che teneva in mano. Malbranque affondò distrattamente la forchetta nel melograno ventrerubino e riprese a mangiare. «Non ho mai incontrato un uomo che fosse l’anima di un’intera città» disse a bocca piena. «Se vuole la verità, la prospettiva mi terrorizza. Ma anche in questo caso non ho alcuna possibilità di sottrarmi all’impegno.»
Miguelarcangel perse ancora il sorriso: «Come dice, scusi?»
«Non ho idea di come ci si comporti al cospetto di un uomo del genere, se per caso si deva usare qualche particolare accortezza: inchinarsi, baciare l’anello. Spero di non fare una figuraccia.»
Miguelarcangel sembrava sul punto di arrabbiarsi. «Cosa sarebbe, una specie di scherzo?»
Malbranque trangugiò un enorme boccone di melograno ventrerubino. «Scherzo? No di certo. Poco fa mi ha domandato chi sono i miei clienti, e ora le sto rispondendo. Il secondo cliente che devo incontrare è suo padre. Abbiamo appuntamento alle tre.»
«Signor Malbranque» disse Miguelarcangel in tono bellicoso. «Temo di aver pronunciato malissimo il suo nome, ma per ora soprassediamo. Forse ho capito male. Ha davvero detto che deve incontrare mio padre?»
Malbranque fece sì con la testa, perché aveva la bocca troppo piena per parlare. Dopo l’iniziale incertezza aveva attaccato il melograno ventrerubino con spaventosa voracità. Macinava bocconi color sangue a ritmo frenetico, con il sugo che gli imbrattava le labbra, il mento, la cravatta
Sembrava che stesse divorando una creatura ancora viva o appena morta.
«Confesso che ho fatto un po’ fatica a credere alla storia di Sekidos» disse Miguelarcangel, dopo qualche secondo di riflessione. «Ma questa di mio padre è assurda. Non è possibile che abbia un appuntamento con mio padre? Evangelista Hub non dà appuntamenti, non fa e non riceve telefonate. Non legge né meno la corrispondenza. È in clausura. O meglio è prigioniero. Dei Laufer. Ed è un regime carceriero molto duro.»
Miriam represse l’impulso di sorridere. Era da qualche settimana che Miguelarcangel raccontava questa bugia a chiunque, con la stessa enfasi e le stesse parole. Miriam sospettava che cercasse di riabilitare il nome di suo padre, scaricando la colpa sui gemelli. Eppure ci cascavano tutti. Del resto i ladesi erano così abituati ad amare Evangelista Hub, che si sarebbero appigliati a qualsiasi giustificazione, pur di mantenerlo sul piedistallo.
«Sono circa dieci anni che mio padre vive confinato nel suo palazzo di Jeresario» disse Miguelarcangel. «Da cinque non riceve più nessuno. Né meno suo figlio. I Laufer dicono che è lui a non voler vedere nessuno, ma sono bugie. L’ultima volta che l’ho incontrato, prima che il regime carcerario si indurisse, sono rimasto sconvolto. Sembrava pazzo. Ma non è pazzo: lo drogano Lo drogano per mantenere il controllo della compagnia. E per tener fuori me. Basta, non aggiungo altro. Solo questo: mi spiace, ma non riesco a crederle.»
Malbranque strinse le spalle. «Le mostrerei il contratto, ma in fondo cosa vuole che mi interessi, se mi crede o meno. Lei ha domandato, io ho risposto.»
«Non sospettavo di certo che avesse tanta immaginazione. Un’ultima curiosità, giusto per vedere fin dove arriva la sua abilità di cantastorie. Quale servizio avrebbe richiesto mio padre?»
«Mi spiace, ma non mi occupo delle vendite. Non mi dicono quale servizio abbiano chiesto i clienti. Posso dirle solo che a un certo punto suo padre si è stufato di questo servizio e ha chiesto di vedermi per chiudere il contratto.»
«E quando avrebbe telefonato?»
«E perché avrebbe dovuto farlo?»
«Per fissare l’appuntamento di oggi.»
«Ma sarebbe stato un enorme spreco di tempo. Senza contare il costo. Sa quanto si spende per un’interurbana con le attuali tariffe? La mia macchina non vale così tanto.»
Miguelarcangel restò a fissare Malbranque per alcuni minuti, cercando di capire se si stesse prendendo gioco di lui. Non sapeva se offendersi o meno
«Lei è un uomo singolare, signor Malbranque» disse alla fine, corrugando la fronte.
Malbranque sorrise, intendendo l’osservazione come una lode. Non fu un bel sorriso. La bocca, i denti e il mento erano imbrattati di sugo di ribes e melograno, e Malbranque sembrava più che mai un grosso coccodrillo che alzasse le fauci dalle viscere esposte di una preda.
«Lasciamo stare l’appuntamento» disse Miguelarcangel, scosso dall’aspetto di Malbranque. «Anche perché sono sicuro che non ha alcuna possibilità di incontrare mio padre.»
Malbranque si leccò le labbra. La sua lingua era aguzza e nerastra. «È gentile a preoccuparsi per me. Ma non c’è motivo. Alla Faland non lasciamo niente al caso. Chieda al gendarme Moreira.»
Ricominciò a mangiare. Nello stesso momento una donna si alzò dal tavolo accanto, e il gendarme ne approfittò per accaparrarsi la sedia. Fermò un cameriere, un vecchio che si muoveva in modo stranamente rigido, tirandolo per il nodo del grembiule.
«Vuole qualcos’altro?» disse il cameriere.
«Ho sete» implorò il gendarme.
«Ma ha già bevuto due pinte. Vuole ubriacarsi già a metà giornata?»
«In realtà mi ha portato una sola pinta. E non l’ho né meno bevuta.»
Il cameriere sospirò: «Mai avuto a che fare con un cliente così difficile. Prima critica la nostra cucina, poi la lemeza. E la nostra lemeza è di prima qualità. La compriaml da una famosa distilleria di Mercato Vecchio, la migliore delle Sette Oasi.»
«Ma a me piace la vostra lemeza.»
Il cameriere scosse la testa: «Meno male che oggi il padrone non è venuto. È una persona sensibile e tiene molto al giudizio dei clienti. Se iniziasse girare tra i tavoli, com’è sua abitudine, e la sentisse lamentarsi cosi tanto, scoppierebbe di sicuro a piangere.»
«Ma la lemeza mi piace.»
«Allora perché non ha bevuto le due pinte che le ho portato?»
«Me ne ha portata solo una.»
«E l’ha bevuta?»
«No.»
Il cameriere si allontanò.
Dopo l’ultimo rimbrotto di Miguelarcangel, Felicia aveva preferito restare in silenzio. Ma ora iniziò ad agitarsi. «Il terzo!» disse.
Miguelarcangel alzò un sopracciglio.
«Manca il terzo» disse Felicia.
Miriam trasalì. Ma doveva aspettarselo. Dopotutto era l’unico motivo per il quale Malbranque era venuto alla Cuspide.
Miguelarcangel annuì. Stava per aggiungere qualcosa, ma si interruppe. Guardò Miriam con un mezzo sorriso che si allargava lentamente. Cos’hai a che fare con quest’uomo? diceva il mezzo sorriso. Quale legame può esistere tra una creatura insignificante come te e un uomo come Malbranque?
Felicia fissava Miriam solo perché lo faceva Miguelarcangel. L’improvviso pallore di Miriam doveva sembrarle sospetto, ma ancora non ci arrivava.
Malbranque finì il melograno. Lasciò la forchetta accanto al piatto, macchiando di sugo la tovaglia, bevve l’ultimo sorso di lemeza e si appoggiò allo schienale della sedia. Le lenti degli occhiali riflessero la cappa di fumo che ristagnava a un palmo dal soffitto.
«Chi se lo aspettava?» disse visibilmente soddisfatto. «La verità? I miei amici mi avevano parlato molto male di Encelado. Sarà un viaggio deprimente, mi avevano detto. Mangerai malissimo. Ero rassegnato al peggio. Invece trovo la vostra città deliziosa. Le strade sono lugubri, i palazzi in rovina, perfino i monumenti hanno un’aria depressa, ma è deliziosa lo stesso . E le persone! E la cucina! Non immaginavo che l’arte culinaria potesse raggiungere simili vette. Questo posto eguaglia i migliori ristoranti di Paro. Non quelli che servono carne umana, naturalmente, ma gli altri sicuramente sì. Se non fosse così tardi, ordinerei un altro piatto.» Tirò fuori dal taschino un vecchio orologio d’argento e diede un’occhiata all’ora. «Come immaginavo. L’ora dei bagordi è passata.» Si rivolse a Miguelarcangel e alla presidentessa: «Purtroppo gli impegni mi costringono a rinunciare alla vostra compagnia. Ma mio malgrado, vi assicuro.»
«È stato un vero piacere conoscerla» disse Miguelarcangel, che alla fine aveva deciso di non arrabbiarsi.
«Ma non ci ha detto chi è il terzo» disse Felicia.
Malbranque era in piedi. Raccolse la valigetta e indirizzò un sorriso fascinoso (non fosse per quella dentatura da coccodrillo tutta imbrattata di sugo) alle signore.
«Buon pomeriggio.»
Si allontanò insieme al gendarme. Nello stesso momento il cameriere arrivò al tavolo e lascio una pinta di lemeza.
Miriam osservò Malbranque e il gendarme attraversare la sala, profondamente turbata. Era pronta a subire l’assalto di quel terribile nemico, stava già assaporando il gusto della sconfitta e dell’umiliazione. Invece Malbranque si era tirato indietro, accontentandosi di gettare solo un piccolo seme nell’arido terreno dell’interesse di Miguelarcangel. Un seme che probabilmente sarebbe morto da solo, considerato quanto fosse volubile il giovane Hub.
O forse no?
Arrivati in fondo alla sala, Malbranque e il gendarme si scontrarono con il muro di luce bianca che ostruiva l’ingresso del locale e svanirono come sogni al risveglio.
Non avevano pagato il conto.

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Encelado – Capitolo 23

Malbranque ingoiò ancora due bocconi, poi si fermò, la forchetta a metà via tra il piatto e la faccia. Un rivolo di sugo sgorgò dalla bocca e imbrattò il risvolto della giacca.
Miguelarcangel scoppiò a ridere: «Mi sembra stupito, signor Malbronque.»
«Ma no. È solo che non mi aspettavo un nome così… rumoroso.»
«Che disdetta! Ero così felice di aver incontrato qualcuno che potevo realisticamente sperare non avesse mai sentito il nome Hub. E invece a quanto pare Encelado non è così isolata come credevo.»
Malbranque si pulì il mento con il dorso della forchetta. «Cosa vuole farci? Nel nome il destino.»
Miguelarcangel smise di ridere. «Non dica così anche lei, per favore. Sa quanto spesso lo sento? E ogni volta sono tentato di ricacciare le parole in bocca a chi le dice. Perché è falso, capisce? Il nome Hub non dice chi sono. Al contrario, è così rumoroso, come dice lei, che sovrasta la mia voce. Quando qualcuno mi vede, non vede Miguelarcangel, con i suoi pregi e i suoi numerosi difetti. Vede la mia origine. E quello che si suppone sia il mio destino.» La sua voce divenne roca. «Non il mio reale destino.»
Malbranque smise di mangiare. «Eppure lei è membro del comitato… mi aiuti a ricordare..  per l’igiene… pubblica.»
«E con questo?»
«Be’, premetto che del comitato per la sanità e l’igiene non so quasi niente, ma ho sentito dire in giro che osteggia apertamente la Compagnia Elettrica. E la compagnia elettrica appartiene a suo padre, no? Insomma, non credo sia sbagliato affermare che in questo momento sta pranzando insieme alla peggior nemica di suo padre, la pur incantevole Felicia.» Sorrise a Felicia. «Una circostanza che non può non aver niente a che fare con la sua origine. Almeno in questo, la sua origine condiziona il suo destino. È innegabile.»
Felicia fissava Malbranque a bocca aperta. Era furiosa per quello che aveva detto di Miguelarcangel, intuiva Miriam, ma soprattutto per l’errore sul nome del comitato.
Siccome Miguelarcangel manteneva il silenzio, pensò di prenderne lei le difese: «Come osa insinuare che il signor Hub collabori con il Comitato per la Tutela della Salute Pubblica (è questo il nome corretto) solo a causa di suo padre? Non capisce che così mortifica il suo impegno civile, che in pratica lo sta insultando?»
Miguelarcangel la interruppe: «Ma no, Felicia. Il signor Malbranque non mi sta insultando. Non di proposito almeno. Le sue parole sono un po’ troppo dirette e i suoi modi approssimativi, ma non ha detto niente che non pensi chiunque altro a Encelafo, inclusa lei stessa. E in effetti il signor Malbranque è l’unico che abbia avuto il coraggio di dirmelo in faccia, e non capita spesso di incontrare qualcuno che dica apertamente quello che pensa. Per questo non me la prendo. Anzi, si può dire che apprezzi.» Sorrise a Malbranque. «Lei ha ragione solo in parte, signor Malbranque. Può darsi che collabori con il comitato per far dispetto a mio padre. Ma non solo per questo. Anche perché non è possibile far dispetto a mio padre. Lui vive isolato da dieci anni e non parla con nessuno da cinque: come si può irritare qualcuno che non accetta il confronto? Come si contrasta il silenzio? Non posso negare che mio padre influenzi in qualche modo le mie scelte, ii miei progetti. Ma anche se fondamentalmente sono una persona semplice, non sono solo il figlio di Evangelista Hub.»
«Mi scusi se l’ho offesa» disse Malbranque. «Non avevo intenzione di mettere in discussione la sue scelte. È un mio grave difetto: non ci so fare con le parole. E finisco sempre per dire cose che le persone non vogliono sentirsi dire. Spesso naturalmente è la pura verità. Ma secondo la mia esperienza la verità è come un pessimo sciroppo, e per riuscire a berla bisogna annacquarla.»
Miguelarcangel tornò ad accavallare le gambe. «Se non le dispiace, passerei ad altro. Parlare di mio padre mi mette di cattivo umore. E poi mi piacerebbe conoscerla meglio. Consideri la mia curiosità come una lode: lei è un uomo così originale e affascinante, che vorrei assolutamente saperne di più.»
«Le risponderò volentieri.»
«Anzitutto, perché si trova a Encelado? Per affari, presumo. So che non è il caso di discutere i propri affari con il primo che capita, ma sono davvero curioso di sapere di cosa si occupa.»
«In realtà la mia compagnia tiene molto alla riservatezza. E ha regole molto severe al riguardo.»
«Allora non può rispondere?»
«Ma sì che posso. Chi vuole che mi controlli in questo angolo sperduto?»
Miguelarcangel scambiòuno sguardo con Felicia.
«Lavoro per la Faland» disse Malbranque.
«Per la Folan?»
«Per la Faland. Non mi dica che non l’ha mai sentita.»
Miguelarcangel strinse le spalle, e così Felicia. Miriam fu colta invece da una sorta di allucinazione. Vide una creatura vestita di bianco che teneva in mano un calamaro di rame.
Malbranque era sorpreso. «Sul serio? Ma è assurdo. La Faland è una compagnia molto importante. Conosciuta in tutta la Dodecapoli.»
«Sa com’è, noi ladesi non abbiamo molti contatti con l’esterno.»
«Solo con Alameda.»
Malbranque si grattò la testa. «Sarebbe strano anche se Encelado si trovasse su un altro pianeta.»
«E di cosa si occupa la sua compagnia?»
«Di servizi.»
«Che genere di servizi?»
«Qualsiasi genere. Il cliente chiede, e noi lo accontentiamo.»
«In che senso?»
«Se un cliente desidera qualcosa, se la desidera davvero ed è disposto a pagare un prezzo onesto, esaudiamo il suo desiderio.»
«Ma cosa? Se desidera cosa?»
«Qualunque cosa. Il cliente desidera, noi esaudiamo.»
«Oggetti di lusso?»
«Sì.»
«Oggetti da collezione?»
«Come no.»
«Rarità?»
«Anche pezzi unici.»
«È un campo molto vasto per una sola compagnia,»
«L’esatto contrario: la Faland è una compagnia fin troppo vasta, per un solo campo. E quando dico vasta intendo gigantesca.»
«Ma vendete all’ingrosso o al dettaglio?»
«Al dettaglio. Anzi, si potrebbe affermare che è stato il fondatore della Faland a istituire il concetto stesso di vendita al dettaglio. L’articolo in questione era una mela, se ricordo bene.»
«E chi sarebbe il fondatore? Un personaggio famoso?»
«Questa è una domanda quasi blasfema.»
Miguelarcangel, vedendo che non si approdava a niente, cercò di sviare il discorso: «Di preciso in cosa consiste il suo lavoro, signor Malbronque?»
«Mi occupo della parte più incresciosa e delicata della transazione: la rescissione. In parole povere, quando un cliente si stufa e vuole rescindere il contratto prima della scadenza, arrivo io e do un bel taglio netto. Ma non uso il coltello.»
«Il suo compito sarebbe ritirare la merce quando il cliente non è soddisfatto?»
«No. Non mi occupo della merce. Solo delle formalità. Alla merce pensano i magazzinieri.»
«È per questo che è venuto in città?»
«Sì. Tre clienti hanno deciso di averne abbastanza dei nostri servizi.»
«Ma non ho ancora capito quali servizi fornisce la Faland» intervenne Felicia. «Cosa vende, insomma.»
Malbranque corrugò la fronte. «Mi sembrava di averlo spiegato.»
«Non avrebbe con sé un catalogo? Una brossura, un pieghevole?»
«Non stampiamo cataloghi.»
«Questa è nuova. E se per caso fossi interessata ad acquistare un servizio, come potrei sceglierlo? Forse avete dei consulenti che illustrano i prodotti?»
Malbranque rise brevemente: «E perché mai? Ogni cliente è il miglior consulente di se stesso.»
«Ma come fate a procacciarvi i clienti? Sembra ci nascondiate, invece di farvi pubblicità.»
«Non abbiamo alcun bisogno di farci pubblicità. Né di cataloghi, brossure o pieghevoli. I nostri clienti desiderano. E noi esaudiamo i loro desideri.»
«Ma come fanno a sapere cosa desiderare?»
«Che domande! Guardano nei loro cuori.»
Felicia era sul punto di ribattere, ma Miguelarcangel la zittì con un cenno. «Credo che sia inutile continuare, Felicia. Stiamo girando in tondo. Pare che il signor Malbranque non voglia esporsi più di così.»
Malbranque fu molto sorpreso da quest’affermazione. Probabilmente credeva di aver spiegato con chiarezza.
Miguelarcangel strinse gli occhi. «Siccome a quanto pare non vuole rivelarci altro della Falan, potrebbe almeno dirci chi è venuto a incontrare qui a Encelado? Sempre che questo non violi qualche regola sulla riservatezza.»
«Mi spiace, ma non posso divulgare i nomi dei clienti. A nessuno. Per nessun motivo.»
«Davvero? Che disdetta.»
«Ma in fondo, chi vuole che venga a controllarmi un questo angolo sperduto?»
«Di chi si tratta allora?» disse Felicia.
«Iniziamo dal cliente che ho servito stemattina. Presumo che lo conosciate, almeno di fama. Si chiama Sekidos. È un ingegnere.»
Felicia cominciò a ingoiare grandi boccate d’aria. «Sekidos?» Lo sforzo di emettere in questa forma l’aria che aveva accumulato nei polmoni la costrinse a una pausa drammatica. «Moreno Sekidos? Lei è in affari con Moreno Sekidos? L’ingegnere capo della centrale?»
«Brava, proprio lui» disse Malbranque. «Uno dei nostri migliori clienti. Anche se ora non è più un nostro cliente.»
«L’ingegner Sekidos è il figlio più scellerato di questa terra!» disse Felicia, dopo aver ingoiato aria per un altro minuto. «È Sekidos che distilla il veleno che sta uccidendo i ladesi. La centrale termoelettrica è la sua creatura. Non l’ha costruita, ma è stato lui a trasformarla nel mostro che è. Ad allevarla e a nutrirla con il sangue della città. Sono quindici anni che non esce dalla centrale. Sa perché? Perché rischia un attentato, se esce allo scoperto.»
Miguelarcangel si chinò verso Malbranque. I suoi occhi grigi erano spalancati per la sorpresa. «Vuol farmi credere che è entrato nell’area tre? Che ha violato la fortezza?» Malbranque non rispose niente. Gli occhi di Miguelarcangel si allargarono ancora di più. «Ma come c’è riuscito? L’ultima volta che mio padre ha avuto bisogno di vedere Sekidos, ha dovuto aspettare tre mesi per il lasciapassare.»
Felicia lo interruppe. «Con quale coraggio si rivolge a noi?» disse a Malbranque. «Prima rende omaggio a Sekidos, poi impone la sua presenza ai peggiori nemici di quel mostro?»
Malbranque calciò via una salamandra che stava masticando un angolo della valigetta e addentò un altro boccone di maiale con i ribes.
Felicia saltò in piedi: «Signor Malbranque, esigo che si giustifichi!»

Encelado – Capitolo 22

Da quando Malbranque era arrivato alla Cuspide, Miriam non aveva smesso un istante di arrovellarsi. Era spaventata, perché si rendeva conto di non aver dato il giusto peso al colloquio di quel mattino con Malbranque. Anche se aveva intuito quanto fosse pericoloso, non era riuscita ad anticipare la sua mossa successiva, vale a dire l’aggressione alla Cuspide. Eppure era logico che Malbranque scegliesse di metterla alle strette nei posti dove era più vulnerabile e aveva minori possibilità di difendersi.
A questo punto era evidente che quello che le aveva detto Malbranque era falso. Jubal non aveva alcun appuntamento con lui. Del resto era impossibile che Jubal dovesse incontrare uno come Malbranque e che Miriam non ne fosse a conoscenza o non avesse almeno intuito qualcosa. Jubal non era in grado di nasconderle una cosa del genere. nel corso degli anni lei aveva imparato a decifrare anche i più impercettibili segnali che lui si lasciava sfuggire: labbra tremanti, sguardi obliqui, scatti del collo e delle mani, respiro frettoloso, sudorazione eccessiva. Alla fine era diventata così abile, che riusciva a svelare i piani di Jubal ancora prima che lui li avesse messi a punto.
Malbranque non stava cercando Jubal. Stava braccando lei. Sapeva benissimo dove si trovava Jubal. Anzi era lo stesso Jubal che lo aveva indirizzato a lei. Miriam si era illusa di aver ridotto suo marito al silenzio, di essersene liberata per sempre, e invece Jubal non aveva mai interrotto la sua opera. Inoltre l’esperienza gli aveva aperto gli occhi su quanto fosse pericolosa sua moglie. Così era andato da Evangelista Hub e lo aveva messo in guardia. Bisogna eliminarla, doveva aver deciso Hub. E aveva mandato Malbranque, che era quasi certamente il suo miglior sicario.
Quel mattino Malbranque non era venuto allo studio per fare domande. Il suo scopo era screditarla. Per questo aveva scelto di sorprenderla al lavoro, per metterla nei guai con il notaio. Il piano era fallito solo perché Lopes dormiva e non si era accorto di niente.
Ma era solo una schermaglia preparatoria. Il vero attacco arrivava ora, alla Cuspide, alla presenza delle uniche persone che potevano sostenere Miriam nella lotta contro Hub. Felicia Guerrero e Miguelarcangel erano alleati potenti, ma volubili. Un cialtrone maleducato che si vantava di conoscerla e scandalizzava un intero locale con le sue volgarità era più che sufficiente a farla finire in disgrazia.
Così si spiegava anche la presenza del gendarme. Il nemico stava insinuando che fosse una criminale, che avesse un conto in sospeso con la giustizia. Miriam sbirciò il ragazzo. In realtà, più che un ragazzo sembrava un bambino, con quel piatto fumante in mano e l’aria spaesata: un cucciolo che aveva appena cominciato a tirar fuori gli artigli. Ma indossava l’uniforme, e mettersi contro l’uniforme avrebbe significato perdere l’appoggio del comitato, che era troppo in vista per accogliere dei criminali. Senza contare che il ragazzo non era un gendarme qualsiasi, ma l’assistente personale di Hidalgo.
Miriam guardò Malbranque. Era così soddisfatto del maiale con i ribes, che quasi squittiva di piacere. A un certo punto, mentre addentava un pezzo particolarmente succulento, sollevò su di lei le lenti degli occhialoni. A dispetto dei buoni propositi, Miriam cadde in preda al panico. Come poteva sperare di spuntarla contro un assassino prezzolato, di sfuggire alle trame di un uomo così scaltro?
Ma si riscosse subito.
Se le avevano mandato contro un avversario temibile come Malbranque, se avevano scomodato addirittura la gendarmeria, significava che avevano paura di lei.
Altrimenti sarebbe bastato un colpo di pistola in uun vicolo buio.
Invece avevano deciso di screditarla, di isolarla, forse temendo che la sua uccisione diventasse un martirio. Miriam si concesse un sorriso. Questa consapevolezza le dava un granfe vantaggio. Hub aveva scoperto il suo gioco troppo presto: la temeva, ma non abbastanza. Lei non avrebbe commesso lo stesso errore.
Doveva solo avere pazienza.
E tenere desta l’attenzione.
In quel momento la conversazione languiva. Malbranque era troppo occupato a mangiare, gli altri erano troppo occupati a guardarlo mangiare con un’espressione di orrore sulla faccia. Passarono altri cinque minuti prima che Miguelarcangel si azzardasse a dire qualcosa.
«Mal-bra-que» compitò. «Uno nome molto singolare. Non riesco a immaginare da dove possa provenire…»
Malbranque lo interruppe, sputacchiando cibo nella sua direzione. «Malbranque, non Malbraque» disse. «Non vorrei sembrarle pignolo, ma tengo molto alla corretta pronuncia del mio nome.»
«Certo, mi scusi. Mi lasci riprovare: Mal-bran-que.»
«Un’orttima pronuncia» disse Malbranque, addentando un alrro boccone di carne. «Mi permetto solo un piccolissimo appunto. La a con l’accento, quella che precede la enne, per intenderci, andrebbe pronunciata con un po’ più di naso.»
«Con un po’ più di naso? Una cosa come: Mal-bron-que?»
«Devo complimentarmi per il suo orecchio, signor… Ah, che sbadato! Non ricordo più il suo nome.»
Miguelarcangel strinse gli occhi. «Oh no, signor Malbronque, non è lei lo sbadato, quanto piuttosto la signora Fink, che ha dimenticato di presentarci.» Sorrise a Miriam. «Cosa ne dice di rimediare, Miriam? Il compito spetta a lei, perché è l’unica a questo tavolo che conosce tutti.» Gli occhi grigi sezionarono Miriam con gelida curiosità.
Miriam distolse lo sguardo: «Siccome non conosco il signore, non vedo come potrei presentarlo a lei o a chiunque altro. E poi mi sembra che si sia già presentato da solo.»
«Quante storie, Miriam» disse Felicia, al solo scopo di compiacere Miguelarcangel. «Insomma, deve ammettere che il signor Malbronque ha deciso di sedersi a questo tavolo solo perché c’era lei.» Si interruppe. «La pronuncia è corretta signore? Malbronque?»
«Pronuncia impeccabile» disse Malbranque. «Ma a voler essere pignoli la erre dovrebbe suonare un po’ più morbida. Appena un po’, altrimenti il suono diventa sdolcinato. Quanto occorre per ingentilire un nome così goffo.»
«Mi scusi, signor Malblonque. Ora l’ho pronunciato correttamente?»
«Il mio nome non era mai stato pronunciato con tanta grazia.»
Felicia tornò a Miriam: «Come dicevo, è solk per merito suo se abbiamo conosciuto il signor Malblonque. L’etichetta esige che sbrighi lei le formalità.»
Miriam soffocò le proteste, ormai era chiaro che non l’avrebbe spuntata e che l’episodio le sarebbe costato caro. Soprattutto per colpa di Miguelarcangel, che aveva peggiorato moltissimo la sua posizione, prendendo le difese del suo nemico. Miriam non si spiegava: perché si accanisse tanto contro di lei. La conosceva appena, e lei aveva il sospetto di essere del tutto insignificante ai suoi occhi. Forse aveva intuito che c’era di mezzo un qualche segreto, e la cosa lo incuriosiva e divertiva. Miguelarcangel era un tipo pericoloso . Si diceva che fosse ebbro di potere, che la silenziosa disapprovazione di suo padre e l’estromissione dalla compagnia elettrica lo avessero incattivito, che trovasse gusto nel tormentare chi non si poteva difendere. Miriam l’aveva incontrato solo poche volte, ma poteva confermare quasi tutte queste voci. E ora aveva preso di mira lei. Ma era davvero solo per divertirsi? O c’era dell’altro?
«Come volete» si rassegnò Miriam. Accennò alla presidentessa: «Signor Malbranque, le presento Felicia Guerrero, presidentessa del Comitato per la Tutela della Salute Pubblica.»
«Lieta di conoscerla» disse Felicia, allungando la mano verso Malbranque. Ma Malbranque era alle prese con un boccone particolarmente sugoso e si limitò a far su e giù con la testa e a biascicare un piaceretuttomio a bocca piena.
Miriam si strinse nelle spalle. Miguelarcangel le fece segno di continuare. «E Miguelarcangel Hub» disse Miriam.

Encelado – Capitolo 21

Miriam Fink era pallida. Alla vista di Malbranque che emergeva sgomitando dalla calca, si era guardata attorno come un animale braccato, cercando una via di fuga. Il suo terrore era evidente. Ma era troppo abile per lasciarsi cogliere di sorpresa. Dopo un attimo di panico era riuscita a controllarsi, e ora la sua espressione dava a vedere che non si era né meno accorta di Malbranque.
Ma alla fine capi che Malbranque non avrebbe smesso di tenderle la mano. Guardò la mano con una smorfia di disgusto, guardò il giovane e la donna con i capelli azzurri, i quali a loro volta guardavano Malbranque, e alla fine accettò la stretta.
Il contatto le fece arricciare il naso. «Come sta?» disse con un filo di voce.
Ora cercava disperatamente di liquidarlo, riprendendo la conversazione. Ma Malbranque non era bravo a farsi liquidare. Lasciata la mano di Miriam, afferrò la mano del giovane e la scosse con forza. Lo stesso fece alla donna.
«Il mio nome è Galenus Malbranque. Lieto di conoscervi.»
Il giovane e la donna reagirono all’assalto con freddezza. Si limitarono a sfiorare la mano di Malbranque, senza presentarsi.
Malbranque rubò la sedia a un tizio che si era alzato in piedi per chiamare il cameriere e sedette al tavolo. Il tizio si accorse che gli mancava la sedia solo un attimo prima di finire con il sedere per terra. Interrogò Moreira con lo sguardo, se per caso aveva visto chi era il ladro, ma Moreira scosse la testa: non ho visto niente.
Il tizio raccolse il piatto dal tavolo e finì il pranzo in piedi.
«Che fortuna averla incontrata» disse Malbranque.«Avevo voglia di pranzare in compagnia. Il gendarme Moreira è un bravo ragazzo, ma è molto riservato. Sapete come sono gli uomini di legge, no? Di poche parole, tutti di un pezzo. Io invece ho tanti pezzi. E a volte sento davvero il bisogno di scambiare quattro chiacchiere.»
Sottrasse il menù a un tizio seduto al tavolo vicino. Il tizio cercò di protestare, ma l’aspetto di Malbranque lo dissuase subito.
Moreira guardava da un’altra parte.
«Vediamo cosa hanno di buono in questo posto» disse Malbranque. Posò la valigetta a terra, accavallò le gambe e aprì il menù sulle ginocchia. Lo scorse con l’indice, borbottando il nome di ogni piatto.
La donna con i capelli azzurri aveva le guance rosse di rabbia e imbarazzo,. «Ma che modi sono!» disse alla fine. Poi si rivolse a Miriam. «Signora Fink, ci spiegherebbe chi è questo signore?»
«Ma non lo conosco» disse Miriam.
«Eppure lui sembra conoscerla.»
«È la seconda volta che lo vedo. Stamattina è venuto allo studio del notaio e abbiamo scambiato poche parole. E ora si comporta come se mi conoscesse da anni.» Gettò a Malbranque un’occhiata carica di odio. Ma Malbranque non aveva sentito niente. Era troppo occupato a borbottare i nomi delle portate.
Miriam richiamò la sua attenzione con un colpetto di tosse. «Forse è meglio se cerca un altro tavolo» disse. «Come vede qui non c’è posto. E poi i signori sono persone importanti, e non è il caso che imponga loro la sua presenza.»
Arrivò un cameriere con tre piatti fumanti. Alto e magro, si muoveva come una marionetta, senza piegare le ginocchia e i gomiti. Doveva avere almeno settant’anni. Malbranque lo afferrò per il nodo del grembiule, rischiando di farlo cadere.
«Sono pronto per ordinare» disse.
Il cameriere tirò fuori un taccuino dalla tasca e si preparò a scrivere.
«Un melograno ventrerubino» disse Malbranque.
«Da bere?» domandò il cameriere.
«Volevo assaggiare l’ottima birra di melograno che fanno da queste parti. Non ricordo come si chiama.»
«Lemeza.»
«Una lemeza allora.»
«Alla spina o in bottiglia?»
«Alla spina. Facciamo una pinta.»
«Bene.»
Il cameriere annotò l’ordinazione e fece per andarsene, ma Malbranque lo afferrò per il nodo del grembiule, rischiando ancora di farlo cadere.
«Dimentica il gendarme Moreira» disse. «Non vorrà mica tenerlo a digiuno?»
Il cameriere era costernato: «Mi scusi, gendarme. Non avevo capito che stava anche lei a questo tavolo. Cosa ordina?»
«Insomma, non ho mai visto nessuno comportarsi in modo così incivile!» disse la donna con i capelli azzuri. Fissò Malbranque nelle lenti degli occhiali «Ha capito cosa ha detto la signora Fink?. Si cerchi un altro tavolo!»
Malbranque si contorceva sulla sedia, cercando di guardare Moreira. «Non ci metta troppo a decidere» disse. «Non vede che la sala è piena? Il signore sarà indaffarato.»
Moreira aveva lo stomaco completamente chiuso. Il solo pensiero del cibo gli torceva i visceri. Ma era torturato dalla sete: «Potrei avere solo una pinta di lemeza?»
Il cameriere scosse la testa. «Mi dispiace, ma siamo in un ristorante, non al bar. Se non ordina da mangiare, dovrò chiederle di lasciare il tavolo.»
Moreira strinse gli occhi per vincere il disgusto: «Mi porti il maiale con i ribes allora.»
«Basta!» gridò Miriam. Si alzò in piedi e batté le mani aperte sul tavolo. Il bicchiere di vino della donna dai capelli azzurri si rovesciò, e il vino le macchiò il completo. La donna urlò.
«Deve andarsene, ha capito?» disse Miriam.
Malbranque si contorceva ancora sulla sedia, per guardare Moreira e il cameriere, e sembrò non accorgersi dello sfogo di Miriam.
«Da bere?» domandò il cameriere a Moreira.
«Signora Fink!» urlò la signora con i capelli azzurri. «Guardi cosa ha combinato!»
«Lemeza» disse Moreira, deglutendo. «Una pinta, per favore.»
«Mi scusi, Felicia» disse Miriam. «Ma questo squilibrato mi fa perdere la calma.»
Calò il silenzio. E non solo al tavolo, in tutta la sala. Anche se pronunciato a bassa voce, l’insulto era risuonato nel locale come uno sparo, interrompendo di colpo tutte le conversazioni. O era l’espressione di Malbranque, che si era improvvisamente voltato a fissare Miriam, ad aver raggelato tutti?
La folla che gremiva la Cuspide restò sospesa sopra quella specie di baratro acustico per quasi mezzo minuto. Poi il giovane ben vestito prese la parola:
«Sono allibito» disse. «No. Allibito non è abbastanza. Scandalizzato.» Con grande sorpresa di Moreira, si stava rivolgendo a Miriam, non a Malbranque. «Mi stupisco di lei, Miriam. E anche di lei, Felicia. Perché ve la prendete tanto? Forse il signore è un po’ irruento, ma sta solo cercando di fare amicizia. Non capisco perché vogliate scacciarlo, e perché lei, Miriam, sia arrivata addiritturla a insultarlo.»
«Il signore sta dando spettacolo» disse Miriam con voce roca. «E io ne faccio le spese.»
«Andiamo, signora Fink. Che discorsi sono? Nessuno sta dando spettacolo.» Nonostante il tono di rimprovero, sulle labbra del giovanotto aleggiava un sorriso appena accennato. Moreira capì che il giovane non stava davvero prendendo le difese di Malbranque, ma solo divertendosi alle spalle di Miriam. Un tipo strano. Con qualcosa di familiare. Il volto lungo e sottile e gli occhi grigi da gatto gli ricordavano qualcuno.
A questo punto Malbranque decise di intervenire. «Mettiamo in chiaro una cosa» disse. «Non apprezzo la maleducazione. E lei è stata maleducata, Miriam. Anche l’altra signora lo è stata, ma almeno non mi ha dato dello squilibrato. Ma non me la prendo. Se mi trovassi nella sua situazione, né meno io farei tanto caso alle buone maniere.»
Moreira non ebbe il coraggio di guardare la reazione di Miriam a queste parole.
Malbranque si lasciò andare a un sorriso di compassione: «Come potrei arrabbiarmi, conoscendo la sua infelicità. Sono stato infelice anch’io, sa? Per un certo periodo sono stato così infelice, che riuscivo a pensare solo a quanto fossi infelice. Non ricordavo né meno perché fossi così infelice. Poi mi sono reso conto che essere infelici è uno spreco di tempo e allora ho smesso.» Scosse la testa. «Non mi fraintenda. Non la sto criticando. Al contrario. Ha tutti i motivi per essere infelice. La sua storia mi ha profondamente commosso. Da stamattina non ho fatto altro che domandarmi come aiutarla. Ma poi mi sono detto: è così coraggiosa, che se la caverà da sola. E avevo ragione. Si guardi. Per quanto ferita e umiliata, eccola qui a fare vita mondana con questa gente così importante.»
Miriam era rigida. Non sembrava né meno riuscire a respirare.
«È vero quello che dice il signore, Miriam?» disse il giovane. Aveva un’aria preoccupata, ma a giudicare dal sorriso appena accennato stava solo fingendo. «Le è capitato qualche guaio? Lei ne sapeva niente, Felicia?»
La donna si accorse che Miriam fuggiva il suo sguardo. «Non ne sapevo niente. Miriam, perché non si è confidata con me? Credo che ormai possiamo considerarci amiche oltre che colleghe. Eppure questo signore sembra sapere cose di lei che io né meno sospettavo. E non ha detto di averlo conosciuto solo stamattina?»
«L”ho incontrato oggi per la prima volta» disse Miriam. «E non mi confiderei mai con lui.» Abbassò gli occhi. Sembrava sinceramente addolorata. «E non mi è capitato alcun guaio. Non sono infelice, e non c’è niente che non vada tra me e Jubal.»
«Il signore avrebbe mentito allora?»
«Sì.»
«Ma lui non ha parlato di Jubal.»
«Eh?»
«Il signore non ha nominato Jubal. È un po’ strano che lei abbia parlato di suo marito senza alcun motivo.»
A sentir questo Miriam batté di nuovo le mani sul tavolo e fece di nuovo cadere il bicchiere della presidentessa. Per fortuna lei riuscì ad afferrarlo prima che il vino le macchiasse di nuovo il completo.
«Ma cos’è questo, un processo? Un interrogatorio?» disse Miriam. «Non riesco a credere che lei, una delle mie amiche più care e la persona che ammiro di più al mondo, dia retta al primo venuto che spettegola su di me. Sa cosa c’è? Ma non voglio arrabbiarmi con lei, Felicia. Lei è in buona fede. È questo signore che vuole danneggiarmi. Di proposito. Stamattina è venuto allo studio del notaio e mi ha fatto molte domande sconvenienti, rischiando di farmi licenziare. E ora insinua chi sa cosa sul mio matrimonio alla presenza dei miei amici. Non so per quale motivo ce l’abbia tanto con me, perché si sia messo in testa di danneggiarmi, non riesco né meno a immaginarlo. Ma è questo che vuole fare, ormai è chiaro.»
Moreira era ammirato. L’abilità di Miriam nel toglersi di impiccio lo lasciava a bocca aperta. Se Malbranque non lo avesse messo in guardia sulla sua bravura di attrice, le avrebbe creduto.
Ora Miriam si rivolgeva a Malbranque: «Perché ce l’ha con me? Cosa le ho fatto?»
In quel momemto arrivò il cameriere con le lemeza. Lasciò le pinte davanti a Malbranque, e Moreira, distratto dalla conversazione, non bevve subito. Quando la sete si fece insopportabile, cercò la lemeza per placarla, ma trovò solo qualche goccia sul fondo del boccale.
Miriam e Malbranque si fronteggiavano. Ma non si poteva fronteggiare Malbranque a lungo. C’era qualcosa di di insostenibile nello sguardo nascosto dagli occhialoni, nella pelle dura e scagliosa, nella bocca sensuale che si socchiudeva sui denti marci. Miriam cominciò a perdere il confronto.
Distolse lo sguardo.
Allora Malbranque scoppiò a ridere. Abbandonato contro lo schienale della sedia, concesse a Miriam un lungo sguardo carico di affetto. «Che ragazza deliziosa!» disse, lasciando tutti esterrefatti. Si sporse verso la donna di nome Felicia. «Non è la ragazza più deliziosa che abbia mai incontrato?» Non aspettò la risposta. «Ma no che non ce l’ho con lei, Miriam. Al contrario, le voglio bene, anche se la conosco da così poco tempo. Non ho intenzione di danneggiarla. Se le ho fatto tante domande dal notaio, è solo perché fare domande è il mio lavoro. Forse ha trovato le domande sconvenienti, ma non potevo evitarle. Si tratta solo di lavoro, niente di personale.»
Miriam strinse i denti. «Ma io ho risposto alle sue domande. Cos’altro vuole?»
Malbranque si rivolse al giovane. «Lei non la trova deliziosa? Io la adoro. Sa perché? Perché è tanto premurosa. Ho capito perché vuole mandarmi via. Si preoccupa che la compagnia di gente così altolocata mi metta a disagio. Pensa che mi troverei meglio in compagnia di qualcuno che stia al mio livello.» Un largo sorriso piegò tutta la sua faccia. «E in fondo ha ragione. Non posso nascondere di sentirmi molto intimidito. Ma la vicinanza di un’anima così dolce e pura basta a confortarmi.»
Miriam era spossata: «Se ne vada, la prego» disse con un filo di voce.
Ma sapeva di avere perso. Il giovane e la donna con i capelli azzurri erano troppo incuriositi da Malbranque per lasciarselo scappare.
«Prima di aver assaggiato il melograno ventrerubino?» disse Malbranque. «Non esiste! Immagini la scena: torno a casa, racconto ad amici e parenti che sono stato a Encelado, mi domandano tutti com’è questo famoso melograno ventrerubino, e cosa rispondo? Non so, non l’ho assaggiato. Che figura ci farei?»
In quel momento arrivò il cameriere con le ordinazioni. Mise il maiale con i ribes davanti a Malbranque e affidò a Moreira un enorme piatto rovente, dove una poltiglia color sangue colava da una scorza abbrustolita su un letto di purea verde.
Il piatto scottava tanto, che Moreira doveva reggerlo con i polpastrelli.
«Ma come faccio a mangiare questa roba?» domandò al cameriere. «Non ho né meno le posate!»
«Doveva pensarci prima di ordinare il melograno ventrerubino» disse il cameriere. «Tra l’altro il melograno ventrerubino va consumato con molta attenzione. Pochi lo sanno, ma alcune parti sono amarissime, e vanno scartate. E solo un vero esperto è in grado di riconoscerle.»
«Ma mi ha costretto lei a ordinare. E non ho ordinato il melograno ventrerubino. Ho ordinato il maiale con i ribes. E non volevo né meno quello.»
Con grave disappunto di Miriam, il giovane e la donna si stavano scusando con Malbranque.
«Purtroppo Encelado non è rinomata per l’ospitalità» disse la donna. «La nostra è una piccola città un po’ isolata, che ha pochi contatti con le altre prefetture. Per questo siamo così diffidenti. E inoltre negli ultimi tempi tira un’aria un po’ pesante. Bisogna scegliere gli amici con molta attenzione. Ci sono tanti interessi contrastanti in gioco.»
«Una situazione incresciosa» disse il giovane. «Non so se è al corrente, signor…» Batté le palpebre. «Mi scusi, ma non credo di ricordare il suo nome.»
«Malbranque.»
«Malbranque: che bel nome esotico. Non so se è al corrente, signor Malbranque, che io e le signore siamo membri di un comitato cittadino. Una nobile associazione che ha a cuore solo la salute delle persone e che per questo dovrebbe incontrare il favore di tutti. Eppure i nostri nemici sono numerosi e molto agguerriti.»
«Se non voleva il maiale con i ribes, perché si lamenta del melograno?» disse il cameriere.
«Ma non volevo né meno il melograno.»
«Ma guardi che il melograno ventrerubino è un piatto da buongustai. E il nostro cuoco è famoso in tutta la prefettura per la sua ricetta. Se venisse a sapere che rifiuta perfino di assaggiarlo, si metterebbe a piangere.»
«Non ho niente contro il melograno ventrerubino. L’ho mangiato molte volte. E so anche riconoscere le parti amare. Ma ora non mi va. Non mi va niente. Non solo il melograno ventrerubino, niente. E anche se mi andasse, come farei a mangiarlo, senza posate e tovagliolo e in piedi?»
«È quello che dico anch’io. E anche i miei colleghi. Siamo tutti stupiti dal suo comportamento. Va al ristorante, si rifiuta di ordinare e rimane anche in piedi. Per quale motivo? Qui non abbiamo né meno l’aria condizionata, ed è pieno di sabbia e di salamandre. E i clienti? Lo stesso proprietario ammette che la Cuspide è una bettola puzzolente frequentata da ubriaconi e da buzzurri.»
A questo punto Moreira aveva una manciata di aghi roventi che facevano su e giù nella gola. «Mi porti solo un’altra lemeza, la supplico.»
«Ubriaconi, come dicevo.»
«Naturalmente questa situazione spiega ma non giustifica la cattive maniere» disse il giovane. «La prego di scusare le mie colleghe, signor Malbranque. E per favore resti al nostro tavolo. Sarà un onore pranzare in sua compagnia.»
La donna con i capelli azzurri annuì sorridendo.
Malbranque prese una forchetta dal tavolo accanto, suscitando l’indignazione ma non le proteste del tizio seduto a quel posto, e si dedicò al maiale con i ribes.