Encelado – Capitolo 22

Da quando Malbranque era arrivato alla Cuspide, Miriam non aveva smesso un istante di arrovellarsi. Era spaventata, perché si rendeva conto di non aver dato il giusto peso al colloquio di quel mattino con Malbranque. Anche se aveva intuito quanto fosse pericoloso, non era riuscita ad anticipare la sua mossa successiva, vale a dire l’aggressione alla Cuspide. Eppure era logico che Malbranque scegliesse di metterla alle strette nei posti dove era più vulnerabile e aveva minori possibilità di difendersi.
A questo punto era evidente che quello che le aveva detto Malbranque era falso. Jubal non aveva alcun appuntamento con lui. Del resto era impossibile che Jubal dovesse incontrare uno come Malbranque e che Miriam non ne fosse a conoscenza o non avesse almeno intuito qualcosa. Jubal non era in grado di nasconderle una cosa del genere. nel corso degli anni lei aveva imparato a decifrare anche i più impercettibili segnali che lui si lasciava sfuggire: labbra tremanti, sguardi obliqui, scatti del collo e delle mani, respiro frettoloso, sudorazione eccessiva. Alla fine era diventata così abile, che riusciva a svelare i piani di Jubal ancora prima che lui li avesse messi a punto.
Malbranque non stava cercando Jubal. Stava braccando lei. Sapeva benissimo dove si trovava Jubal. Anzi era lo stesso Jubal che lo aveva indirizzato a lei. Miriam si era illusa di aver ridotto suo marito al silenzio, di essersene liberata per sempre, e invece Jubal non aveva mai interrotto la sua opera. Inoltre l’esperienza gli aveva aperto gli occhi su quanto fosse pericolosa sua moglie. Così era andato da Evangelista Hub e lo aveva messo in guardia. Bisogna eliminarla, doveva aver deciso Hub. E aveva mandato Malbranque, che era quasi certamente il suo miglior sicario.
Quel mattino Malbranque non era venuto allo studio per fare domande. Il suo scopo era screditarla. Per questo aveva scelto di sorprenderla al lavoro, per metterla nei guai con il notaio. Il piano era fallito solo perché Lopes dormiva e non si era accorto di niente.
Ma era solo una schermaglia preparatoria. Il vero attacco arrivava ora, alla Cuspide, alla presenza delle uniche persone che potevano sostenere Miriam nella lotta contro Hub. Felicia Guerrero e Miguelarcangel erano alleati potenti, ma volubili. Un cialtrone maleducato che si vantava di conoscerla e scandalizzava un intero locale con le sue volgarità era più che sufficiente a farla finire in disgrazia.
Così si spiegava anche la presenza del gendarme. Il nemico stava insinuando che fosse una criminale, che avesse un conto in sospeso con la giustizia. Miriam sbirciò il ragazzo. In realtà, più che un ragazzo sembrava un bambino, con quel piatto fumante in mano e l’aria spaesata: un cucciolo che aveva appena cominciato a tirar fuori gli artigli. Ma indossava l’uniforme, e mettersi contro l’uniforme avrebbe significato perdere l’appoggio del comitato, che era troppo in vista per accogliere dei criminali. Senza contare che il ragazzo non era un gendarme qualsiasi, ma l’assistente personale di Hidalgo.
Miriam guardò Malbranque. Era così soddisfatto del maiale con i ribes, che quasi squittiva di piacere. A un certo punto, mentre addentava un pezzo particolarmente succulento, sollevò su di lei le lenti degli occhialoni. A dispetto dei buoni propositi, Miriam cadde in preda al panico. Come poteva sperare di spuntarla contro un assassino prezzolato, di sfuggire alle trame di un uomo così scaltro?
Ma si riscosse subito.
Se le avevano mandato contro un avversario temibile come Malbranque, se avevano scomodato addirittura la gendarmeria, significava che avevano paura di lei.
Altrimenti sarebbe bastato un colpo di pistola in uun vicolo buio.
Invece avevano deciso di screditarla, di isolarla, forse temendo che la sua uccisione diventasse un martirio. Miriam si concesse un sorriso. Questa consapevolezza le dava un granfe vantaggio. Hub aveva scoperto il suo gioco troppo presto: la temeva, ma non abbastanza. Lei non avrebbe commesso lo stesso errore.
Doveva solo avere pazienza.
E tenere desta l’attenzione.
In quel momento la conversazione languiva. Malbranque era troppo occupato a mangiare, gli altri erano troppo occupati a guardarlo mangiare con un’espressione di orrore sulla faccia. Passarono altri cinque minuti prima che Miguelarcangel si azzardasse a dire qualcosa.
«Mal-bra-que» compitò. «Uno nome molto singolare. Non riesco a immaginare da dove possa provenire…»
Malbranque lo interruppe, sputacchiando cibo nella sua direzione. «Malbranque, non Malbraque» disse. «Non vorrei sembrarle pignolo, ma tengo molto alla corretta pronuncia del mio nome.»
«Certo, mi scusi. Mi lasci riprovare: Mal-bran-que.»
«Un’orttima pronuncia» disse Malbranque, addentando un alrro boccone di carne. «Mi permetto solo un piccolissimo appunto. La a con l’accento, quella che precede la enne, per intenderci, andrebbe pronunciata con un po’ più di naso.»
«Con un po’ più di naso? Una cosa come: Mal-bron-que?»
«Devo complimentarmi per il suo orecchio, signor… Ah, che sbadato! Non ricordo più il suo nome.»
Miguelarcangel strinse gli occhi. «Oh no, signor Malbronque, non è lei lo sbadato, quanto piuttosto la signora Fink, che ha dimenticato di presentarci.» Sorrise a Miriam. «Cosa ne dice di rimediare, Miriam? Il compito spetta a lei, perché è l’unica a questo tavolo che conosce tutti.» Gli occhi grigi sezionarono Miriam con gelida curiosità.
Miriam distolse lo sguardo: «Siccome non conosco il signore, non vedo come potrei presentarlo a lei o a chiunque altro. E poi mi sembra che si sia già presentato da solo.»
«Quante storie, Miriam» disse Felicia, al solo scopo di compiacere Miguelarcangel. «Insomma, deve ammettere che il signor Malbronque ha deciso di sedersi a questo tavolo solo perché c’era lei.» Si interruppe. «La pronuncia è corretta signore? Malbronque?»
«Pronuncia impeccabile» disse Malbranque. «Ma a voler essere pignoli la erre dovrebbe suonare un po’ più morbida. Appena un po’, altrimenti il suono diventa sdolcinato. Quanto occorre per ingentilire un nome così goffo.»
«Mi scusi, signor Malblonque. Ora l’ho pronunciato correttamente?»
«Il mio nome non era mai stato pronunciato con tanta grazia.»
Felicia tornò a Miriam: «Come dicevo, è solk per merito suo se abbiamo conosciuto il signor Malblonque. L’etichetta esige che sbrighi lei le formalità.»
Miriam soffocò le proteste, ormai era chiaro che non l’avrebbe spuntata e che l’episodio le sarebbe costato caro. Soprattutto per colpa di Miguelarcangel, che aveva peggiorato moltissimo la sua posizione, prendendo le difese del suo nemico. Miriam non si spiegava: perché si accanisse tanto contro di lei. La conosceva appena, e lei aveva il sospetto di essere del tutto insignificante ai suoi occhi. Forse aveva intuito che c’era di mezzo un qualche segreto, e la cosa lo incuriosiva e divertiva. Miguelarcangel era un tipo pericoloso . Si diceva che fosse ebbro di potere, che la silenziosa disapprovazione di suo padre e l’estromissione dalla compagnia elettrica lo avessero incattivito, che trovasse gusto nel tormentare chi non si poteva difendere. Miriam l’aveva incontrato solo poche volte, ma poteva confermare quasi tutte queste voci. E ora aveva preso di mira lei. Ma era davvero solo per divertirsi? O c’era dell’altro?
«Come volete» si rassegnò Miriam. Accennò alla presidentessa: «Signor Malbranque, le presento Felicia Guerrero, presidentessa del Comitato per la Tutela della Salute Pubblica.»
«Lieta di conoscerla» disse Felicia, allungando la mano verso Malbranque. Ma Malbranque era alle prese con un boccone particolarmente sugoso e si limitò a far su e giù con la testa e a biascicare un piaceretuttomio a bocca piena.
Miriam si strinse nelle spalle. Miguelarcangel le fece segno di continuare. «E Miguelarcangel Hub» disse Miriam.

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