Encelado – Capitolo 23

Malbranque ingoiò ancora due bocconi, poi si fermò, la forchetta a metà via tra il piatto e la faccia. Un rivolo di sugo sgorgò dalla bocca e imbrattò il risvolto della giacca.
Miguelarcangel scoppiò a ridere: «Mi sembra stupito, signor Malbronque.»
«Ma no. È solo che non mi aspettavo un nome così… rumoroso.»
«Che disdetta! Ero così felice di aver incontrato qualcuno che potevo realisticamente sperare non avesse mai sentito il nome Hub. E invece a quanto pare Encelado non è così isolata come credevo.»
Malbranque si pulì il mento con il dorso della forchetta. «Cosa vuole farci? Nel nome il destino.»
Miguelarcangel smise di ridere. «Non dica così anche lei, per favore. Sa quanto spesso lo sento? E ogni volta sono tentato di ricacciare le parole in bocca a chi le dice. Perché è falso, capisce? Il nome Hub non dice chi sono. Al contrario, è così rumoroso, come dice lei, che sovrasta la mia voce. Quando qualcuno mi vede, non vede Miguelarcangel, con i suoi pregi e i suoi numerosi difetti. Vede la mia origine. E quello che si suppone sia il mio destino.» La sua voce divenne roca. «Non il mio reale destino.»
Malbranque smise di mangiare. «Eppure lei è membro del comitato… mi aiuti a ricordare..  per l’igiene… pubblica.»
«E con questo?»
«Be’, premetto che del comitato per la sanità e l’igiene non so quasi niente, ma ho sentito dire in giro che osteggia apertamente la Compagnia Elettrica. E la compagnia elettrica appartiene a suo padre, no? Insomma, non credo sia sbagliato affermare che in questo momento sta pranzando insieme alla peggior nemica di suo padre, la pur incantevole Felicia.» Sorrise a Felicia. «Una circostanza che non può non aver niente a che fare con la sua origine. Almeno in questo, la sua origine condiziona il suo destino. È innegabile.»
Felicia fissava Malbranque a bocca aperta. Era furiosa per quello che aveva detto di Miguelarcangel, intuiva Miriam, ma soprattutto per l’errore sul nome del comitato.
Siccome Miguelarcangel manteneva il silenzio, pensò di prenderne lei le difese: «Come osa insinuare che il signor Hub collabori con il Comitato per la Tutela della Salute Pubblica (è questo il nome corretto) solo a causa di suo padre? Non capisce che così mortifica il suo impegno civile, che in pratica lo sta insultando?»
Miguelarcangel la interruppe: «Ma no, Felicia. Il signor Malbranque non mi sta insultando. Non di proposito almeno. Le sue parole sono un po’ troppo dirette e i suoi modi approssimativi, ma non ha detto niente che non pensi chiunque altro a Encelafo, inclusa lei stessa. E in effetti il signor Malbranque è l’unico che abbia avuto il coraggio di dirmelo in faccia, e non capita spesso di incontrare qualcuno che dica apertamente quello che pensa. Per questo non me la prendo. Anzi, si può dire che apprezzi.» Sorrise a Malbranque. «Lei ha ragione solo in parte, signor Malbranque. Può darsi che collabori con il comitato per far dispetto a mio padre. Ma non solo per questo. Anche perché non è possibile far dispetto a mio padre. Lui vive isolato da dieci anni e non parla con nessuno da cinque: come si può irritare qualcuno che non accetta il confronto? Come si contrasta il silenzio? Non posso negare che mio padre influenzi in qualche modo le mie scelte, ii miei progetti. Ma anche se fondamentalmente sono una persona semplice, non sono solo il figlio di Evangelista Hub.»
«Mi scusi se l’ho offesa» disse Malbranque. «Non avevo intenzione di mettere in discussione la sue scelte. È un mio grave difetto: non ci so fare con le parole. E finisco sempre per dire cose che le persone non vogliono sentirsi dire. Spesso naturalmente è la pura verità. Ma secondo la mia esperienza la verità è come un pessimo sciroppo, e per riuscire a berla bisogna annacquarla.»
Miguelarcangel tornò ad accavallare le gambe. «Se non le dispiace, passerei ad altro. Parlare di mio padre mi mette di cattivo umore. E poi mi piacerebbe conoscerla meglio. Consideri la mia curiosità come una lode: lei è un uomo così originale e affascinante, che vorrei assolutamente saperne di più.»
«Le risponderò volentieri.»
«Anzitutto, perché si trova a Encelado? Per affari, presumo. So che non è il caso di discutere i propri affari con il primo che capita, ma sono davvero curioso di sapere di cosa si occupa.»
«In realtà la mia compagnia tiene molto alla riservatezza. E ha regole molto severe al riguardo.»
«Allora non può rispondere?»
«Ma sì che posso. Chi vuole che mi controlli in questo angolo sperduto?»
Miguelarcangel scambiòuno sguardo con Felicia.
«Lavoro per la Faland» disse Malbranque.
«Per la Folan?»
«Per la Faland. Non mi dica che non l’ha mai sentita.»
Miguelarcangel strinse le spalle, e così Felicia. Miriam fu colta invece da una sorta di allucinazione. Vide una creatura vestita di bianco che teneva in mano un calamaro di rame.
Malbranque era sorpreso. «Sul serio? Ma è assurdo. La Faland è una compagnia molto importante. Conosciuta in tutta la Dodecapoli.»
«Sa com’è, noi ladesi non abbiamo molti contatti con l’esterno.»
«Solo con Alameda.»
Malbranque si grattò la testa. «Sarebbe strano anche se Encelado si trovasse su un altro pianeta.»
«E di cosa si occupa la sua compagnia?»
«Di servizi.»
«Che genere di servizi?»
«Qualsiasi genere. Il cliente chiede, e noi lo accontentiamo.»
«In che senso?»
«Se un cliente desidera qualcosa, se la desidera davvero ed è disposto a pagare un prezzo onesto, esaudiamo il suo desiderio.»
«Ma cosa? Se desidera cosa?»
«Qualunque cosa. Il cliente desidera, noi esaudiamo.»
«Oggetti di lusso?»
«Sì.»
«Oggetti da collezione?»
«Come no.»
«Rarità?»
«Anche pezzi unici.»
«È un campo molto vasto per una sola compagnia,»
«L’esatto contrario: la Faland è una compagnia fin troppo vasta, per un solo campo. E quando dico vasta intendo gigantesca.»
«Ma vendete all’ingrosso o al dettaglio?»
«Al dettaglio. Anzi, si potrebbe affermare che è stato il fondatore della Faland a istituire il concetto stesso di vendita al dettaglio. L’articolo in questione era una mela, se ricordo bene.»
«E chi sarebbe il fondatore? Un personaggio famoso?»
«Questa è una domanda quasi blasfema.»
Miguelarcangel, vedendo che non si approdava a niente, cercò di sviare il discorso: «Di preciso in cosa consiste il suo lavoro, signor Malbronque?»
«Mi occupo della parte più incresciosa e delicata della transazione: la rescissione. In parole povere, quando un cliente si stufa e vuole rescindere il contratto prima della scadenza, arrivo io e do un bel taglio netto. Ma non uso il coltello.»
«Il suo compito sarebbe ritirare la merce quando il cliente non è soddisfatto?»
«No. Non mi occupo della merce. Solo delle formalità. Alla merce pensano i magazzinieri.»
«È per questo che è venuto in città?»
«Sì. Tre clienti hanno deciso di averne abbastanza dei nostri servizi.»
«Ma non ho ancora capito quali servizi fornisce la Faland» intervenne Felicia. «Cosa vende, insomma.»
Malbranque corrugò la fronte. «Mi sembrava di averlo spiegato.»
«Non avrebbe con sé un catalogo? Una brossura, un pieghevole?»
«Non stampiamo cataloghi.»
«Questa è nuova. E se per caso fossi interessata ad acquistare un servizio, come potrei sceglierlo? Forse avete dei consulenti che illustrano i prodotti?»
Malbranque rise brevemente: «E perché mai? Ogni cliente è il miglior consulente di se stesso.»
«Ma come fate a procacciarvi i clienti? Sembra ci nascondiate, invece di farvi pubblicità.»
«Non abbiamo alcun bisogno di farci pubblicità. Né di cataloghi, brossure o pieghevoli. I nostri clienti desiderano. E noi esaudiamo i loro desideri.»
«Ma come fanno a sapere cosa desiderare?»
«Che domande! Guardano nei loro cuori.»
Felicia era sul punto di ribattere, ma Miguelarcangel la zittì con un cenno. «Credo che sia inutile continuare, Felicia. Stiamo girando in tondo. Pare che il signor Malbranque non voglia esporsi più di così.»
Malbranque fu molto sorpreso da quest’affermazione. Probabilmente credeva di aver spiegato con chiarezza.
Miguelarcangel strinse gli occhi. «Siccome a quanto pare non vuole rivelarci altro della Falan, potrebbe almeno dirci chi è venuto a incontrare qui a Encelado? Sempre che questo non violi qualche regola sulla riservatezza.»
«Mi spiace, ma non posso divulgare i nomi dei clienti. A nessuno. Per nessun motivo.»
«Davvero? Che disdetta.»
«Ma in fondo, chi vuole che venga a controllarmi un questo angolo sperduto?»
«Di chi si tratta allora?» disse Felicia.
«Iniziamo dal cliente che ho servito stemattina. Presumo che lo conosciate, almeno di fama. Si chiama Sekidos. È un ingegnere.»
Felicia cominciò a ingoiare grandi boccate d’aria. «Sekidos?» Lo sforzo di emettere in questa forma l’aria che aveva accumulato nei polmoni la costrinse a una pausa drammatica. «Moreno Sekidos? Lei è in affari con Moreno Sekidos? L’ingegnere capo della centrale?»
«Brava, proprio lui» disse Malbranque. «Uno dei nostri migliori clienti. Anche se ora non è più un nostro cliente.»
«L’ingegner Sekidos è il figlio più scellerato di questa terra!» disse Felicia, dopo aver ingoiato aria per un altro minuto. «È Sekidos che distilla il veleno che sta uccidendo i ladesi. La centrale termoelettrica è la sua creatura. Non l’ha costruita, ma è stato lui a trasformarla nel mostro che è. Ad allevarla e a nutrirla con il sangue della città. Sono quindici anni che non esce dalla centrale. Sa perché? Perché rischia un attentato, se esce allo scoperto.»
Miguelarcangel si chinò verso Malbranque. I suoi occhi grigi erano spalancati per la sorpresa. «Vuol farmi credere che è entrato nell’area tre? Che ha violato la fortezza?» Malbranque non rispose niente. Gli occhi di Miguelarcangel si allargarono ancora di più. «Ma come c’è riuscito? L’ultima volta che mio padre ha avuto bisogno di vedere Sekidos, ha dovuto aspettare tre mesi per il lasciapassare.»
Felicia lo interruppe. «Con quale coraggio si rivolge a noi?» disse a Malbranque. «Prima rende omaggio a Sekidos, poi impone la sua presenza ai peggiori nemici di quel mostro?»
Malbranque calciò via una salamandra che stava masticando un angolo della valigetta e addentò un altro boccone di maiale con i ribes.
Felicia saltò in piedi: «Signor Malbranque, esigo che si giustifichi!»

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