Encelado – Capitolo 29

Dal fondo di quello spazio sterminato Moreira vide avanzare qualcosa, un’oscurità senziente che si propagava in circoli concentrici. I Malbranque e i Moreira fluttuanti nel vuoto fuggirono terrorizzati, mentre l’apparizione chiudeva lo spazio infinito sul quale galleggiavano nella sua infinita indecifrabilità.
Moreira cominciò a sudare. Poi l’oscurità emise un sussurro appena udibile, dal quale Moreira si ritrasse come da uno sciame di vespe.
«Sarà rapido e brutale» disse. «Non te ne accorgerai né meno.»
Subito dopo le porte dell’ascensore si aprirono, e Moreira si rese conto con un brivido che le pareti erano a specchio, e così le porte, il soffitto e il pavimento. Gli infiniri Firmino Moreira che fissavano se stessi in un vertiginoso arrotolarsi dello sguardo, gli infiniti Malbranque che riflettevano altrettanti Malbranque nelle lenti degli occhiali, gli infiniti piani rettangolari che si incastonavano e sovrapponevano fino ai limiti della percezione e oltre, l’oscurità infinita che aveva inghiottito ogni cosa con la sua incomprensibile profezia, erano ingabbiati in uno spazio di sei per sei cubiti.
Moreira e Malbranque uscirono dall’ascensore e si trovarono in un lungo corridoio. Malbranque camminava deciso, Moreira esitava. Non solo perché stava sempre peggio, soprattutto a causa della sete, ma anche perché si aspettava un’aggressione da un momento all’altro. Anche se nell’ascensore non c’erano trappole, questo non voleva dire che non ce ne fossero da altre parti.
Si sforzava di apparire tranquillo, per non rovinare la sorpresa a Malbranque. Poteva succedere da un momento all’altro. Probabilmente le guardie di Hub erano già appostate. Dopo la paura che aveva preso in ascensore, Moreira aveva esaurito il coraggio. Non aveva alcuna intenzione di partecipare allo scontro. Rimani in disparte e aspetta che sia tutto finito, continuava a ripetersi. Stringeva il calcio della pistola solo per tenere a bada il tremito della mano.
Ma ora le guardie di Hub stavano loro davanti, in completo grigio e cravatta verde. Non erano appostate. E anche se avevano un’aria minacciosa, con le facce aggrondate e le pistole alla fondina, non sembravano intenzionati ad aggredirli. Giocavano a tripla coda attorno a un tavolo ovale, e ognuno di loro aveva davanti molte bottiglie vuote di lemeza.
Alle loro spalle c’era un ampio salone, rischiarato da una vetrata alta almeno dieci cubiti. Il salone era pieno di scaffali di legno, sui quali erano riposti migliaia di libri antichi. Al centro del salone si vedeva un gigantesco mappamondo circondato da anelli di ottone.
Quando Moreira e Malbranque arrivarono al tavolo, le guardie non alzarono né meno lo sguardo.
«Ho un appuntamento con il presidente Hub» disse Malbranque.
Le guardie non risposero. Due di loro fecero solo una smorfia.
«Ho un appuntamento con il presidente Hub» ripeté Malbranque. «Mi dite dove posso trovarlo, per favore?»
In quel momento una delle guardie calò le carte sul tavolo. «Terza bassa!» disse, suscitando un coro di proteste e di insulti. Mentre rimescolava le carte, si rivolse a Malbranque: «In fondo alla biblioteca. Sulla destra. C’è una porta.»
Le altre guardie gettarono un’occhiata torva ai visitatori. Solo allora Moreira si accorse che avevano gli occhi lucidi, come se stessero per piangere.
Malbranque e Moreira entrarono nel salone e si avviarono verso la vetrata. Oltrepassato il mappamondo, si trovarono davanti a una grande scrivania ingombra di carte. A destra la porta di legno scuro che aveva indicato la guardia.
La vetrata occupava quasi per intero la parete di fondo. Era sormontata da un arco a ferro di cavallo e sostenuta da un telaio di ferro battuto con le solite decorazioni a foglie e a tralci. Inquadrava la sommità di una collina, con pochi alberi che ombreggiavano una radura soffocata dalla sabbia. La luce intensa diluiva i contorni del paesaggio.
Una voce metallica echeggiò nella sala: ««Il signor Malbranque, presumo.»
Moreira sobbalzò. A causa di tutta quella luce non si era accorto delle tre figure che stavano attorno alla scrivania. Aguzzò la vista, per capire di chi si trattasse. Ma in fondo lo sapeva già.
«Molto lieti di conoscerla» disse la voce, che non veniva da nessuna delle tre figure, ma da un punto più in basso, ai piedi della scrivania,
Moreira cercava di mettere a fuoco le fattezze dei gemelli Laufer, di assegnare un nome a ciascuno di loro. Ma era un’impresa impossibile. Nessuno era in grado di distinguere un Laufer dall’altro, né meno i loro più stretti collaboratori. Secondo il sovrintendente Hidalgo, Alfonso era il più basso e tarchiato dei tre e aveva i capelli un po’ più bianchi, Martin era il più alto e il più magro e aveva i capelli un po’ più neri, Alvaro stava a mezza via. Ma tutti e tre i gemelli erano bassi e tarchiati e avevano i capelli grigi, e insomma distinguerli era una questione di minime gradazioni.
Per evitare grattacapi Moreira decise di assegnare i nomi a caso, con la sola precauzione di attaccare un punto interrogativo a ogni nome, Il gemello più vicino decise di chiamarlo Alfonso(?).
In piedi davanti alla scrivania, Alfonso(?) Laufer fissava Malbranque con un sorriso di sfida. Gli altri due Laufer sedevano su poltrone di pelle identiche e fissavano Malbranque a loro volta. Dopo un momento di esitazione, Moreira diede al gemello di destra il nome Alvaro(?) e all’altro il nome Martin(?).
L’oca se ne stava appollaiata ai piedi della scrivania, il piumaggio di rame che luccicava al sole. Un lungo cavo zigrinato collegava il centro del suo dorso alla gola di Alfonso(?) Laufer.
«Ho un appuntamento con il presidente Hub» disse Malbranque con impazienza. Al cospetto dei Laufer aveva cambiato umore. Se fino a un attimo prima era tranquillo, ora sembrava seccato, se non arrabbiato.
Alfonso(?) annuì: «Se non le dispiace, i miei fratelli e io vorremmo dirle due parole, prima che veda il presidente.»
Malbranque scoccò un lungo sguardo carico di disprezzo a ognuno dei tre gemelli: «Gli avvocati Laufer, presumo.»
Alfonso(?) si strinse nelle spalle: «Cosa importa chi siamo?»
«Niente infatti. Ed è qui che volevo arrivare.» Si avviò in direzione della porta. «Arrivederci.»
«Le assicuro che le conviene ascoltarci, signor Malbranque.»
«L’unica persona che mi interessa ascoltare è il presidente Hub.»
Alfonso(?) assunse un’aria contrita: «Magari potesse farlo davvero. Ora come ora, se volesse ascoltare il presidente, sentirebbe solo silenzio.»
Moreira era curioso. Era la prima volta che stava così vicino a quello che gli avversari e gli alleati dei Laufer chiamavano scherzosamente il quarto gemello. Non riusciva a staccargli gli occhi di dosso. Nonostante l’aspetto un po’ goffo, era un prodigio di meccanica. Con quale abilità il rame era stato piegato a riprodurre nei minimi particolari la complessione e il piumaggio di un maschio adulto di oca domestica. E anche se la testa assomigliava un po’ troppo alla tromba di un vecchio grammofono, per non risultare ridicola, era perfettamente funzionale allo scopo: restituire ai Laufer la voce perduta.
Alfonso(?) fece un passo verso Malbranque: «Lasci che le illustri la situazione. Poi deciderà cosa fare.»
«Non c’è niente da decidere, avvocato. Non ho la facoltà di disdire o di rimandare l’appuntamento con il presidente.»
«Non le mentirò: è colpa nostra. Ci siamo arresi troppo presto, sviati da una serie di singolari circostanze e da un grossolano errore di valutazione. Ma non si preoccupi: abbiamo intenzione di fare ammenda.»
«Eh?»
«Pensavamo a uno scherzo. È stato questo il nostro errore. Non avevamo alcun dubbio che fosse un qualche tipo di beffa. Così abbiamo lasciato stare. Solo quando abbiamo saputo della morte di Sekidos e ci hanno detto il nome del responsabile, abbiamo capito con orrore che l’appuntamento non era uno scherzo.»
Malbranque si lasciò sfuggire una smorfia di derisione. «Eppure in città avete fama di essere tipi svegli. Fin troppo, secondo alcuni.»
Il sorriso di Alfonso(?) scomparve. «L’ironia è fuori posto, signor Malbranque.»
«Anche lei e i suoi fratelli, avvocato Laufer.»
«Ma non capisce che abbiamo a cuore esclusivamente il suo interesse? Vogliamo evitarle una grave perdita economica. Non abbiamo intenzioni ostili. L’appartamento del presidente Hub è oltre la porta che vede là in fondo. Vada pure. Ma è questo che sto cercando di dirle da quando è arrivato: sprecherà solo tempo. Lasci che le spieghi: circa venti giorni fa Martin ha fatto visita al presidente, per vedere se aveva bisogno di qualcosa, e ha trovato un biglietto sul tavolino accanto al divano. Sul biglietto c’era scritto un nome, Galenus Malbranque, la data di oggi e quello che sembrava il nome di una ditta: Faland. Un appuntamento! Martin si è consultato con noi, e insieme abbiamo deciso di intervenire. Per correttezza, capisce? Così abbiamo cercato di contattarla. Ma abbiamo trovato solo un numero telefonico di Nemi, intestato a una società che si chiama Falland. Un’impresa di disinfestazioni. Siccome ero curioso, ho chiamato io stesso. Ha risposto una donna molto anziana, in evidente stato confusionale. Quando le ho spiegato chi ero e da dove chiamavo, ha cominciato a urlare insulti irriferibili a me e alla mia famiglia. Ho riattaccato. E ho concluso che fosse uno scherzo. Immagini allora che sorpresa sentire il nome Malbranque stamattina. Allora esiste davvero, ci siamo detti. Sta arrivando, ed è nostro dovere riparare al torto che gli abbiamo fatto.»
«Torto?»
«Non siamo riusciti ad avvertirla in tempo. A impedire che venisse fin quaggiù senza motivo.»
«Non avreste potuto in ogni caso.»
«Ma sappiamo come riparare: eviteremo che sprechi altro tempo e la risarciremo per quello che purtroppo ha già sprecato.»
«Non la seguo.»
«La finiamo qui e ora, signor Malbranque. Annulliamo l’appuntamento e lei se ne ritorna subito da dov’è venuto.»
«Non può annullare l’appuntamento, avvocato Laufer. Solo il presidente Hub può farlo.»
«Ma è lui che lo annulla.»
«No. Il presidente sa come contattare la mia compagnia. Se volesse davvero annullare l’appuntamento, lo farebbe di persona.»
«Ma il presidente Hub non usa più il telefono. E non scriva lettere. E non parla. Con nessuno. Cinque anni fa ha scelto di isolarsi dal mondo e da allora non tollera alcun tipo di contatto con le altre persone.»
«Sa che novità.»
«Lo sapeva?»
«Certo che lo sapevo.»
«E allora perché è venuto lo stesso?»
«E perché non sarei dovuto venire?»
«Ma il presidente non le parlerà.»
«Non ha importanza.»
«Sprecherà solo tempo.»
A questo punto Malbranque si spazientì: «Chiariamo una cosa, avvocato. Quello che faccio del mio tempo non la riguarda. Se voglio risparmiarlo, lo risparmio. Altrimenti lo spreco.» Andò con decisione alla porta in fondo alla biblioteca. «Ora per esempio ho deciso di fare economia. Arrivederci.»
Si sentì un frullare di ali metalliche e un raspare di zampe sul pavimento di marmo. L’oca spiccò un balzo e andò a finire tra i piedi di Malbranque, facendogli lo sgambetto con il cavo. Malbranque riuscì a non cadere, ma rimase in una posizione quasi impossibile, con le ginocchia larghe e le punte delle scarpe che si toccavano.
«L’appuntamento è annullato, signor Malbranque» disse l’oca, sollevando la testa scanalata. «Se ne faccia una ragione e vada via.»
Malbranque sembrò sul punto di darle un calcio. Poi si accorse di qualcosa, forse solo di quanto era prodigiosa la sua meccanica, e si abbassò sulle ginocchia, per cogliere meglio i particolari del piumaggio e delle articolazioni.
La sua rabbia aleggiò lontano, mentre dava all’oca una carezza affettuosa.

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Encelado – Capitolo 28

«Mi scusi con la signora Jimenes» disse il notaio Lopes nell’interfono. «Ma la pratica Camilo si è rivelata più complicata del previsto. Ne avrò ancora per qualche minuto. Se la signora Jimenes gradisce, chiami pure il bar per un caffè o una bevanda.»
«Certo, notaio.»
Miriam rivolse un nuovo sorriso alla vedova e a suo figlio. Ma stavolta la signora non rispose al sorriso con un cenno, né il ragazzo si voltò a guardare altrove. Entrambi si misero invece a fissarla con insistenza.
Miriam aggrottò la fronte, domandandosi se i suoi pensieri non fossero trapelati all’esterno, se per caso non avesse fatto qualche stranezza, tipo digrignare i denti o mangiarsi le unghie. Alzò le spalle. Non aveva senso preoccuparsi del giudizio di persone così insignificanti.
«Signora Jimenes, il notaio domanda se gradisce un caffè.» Gettò un’occhiata al ragazzo. «O forse al giovanotto va una spremuta?»
La vedova e il ragazzo non risposero. Continuavano a fissarla con occhi inespressivi, le bocche aperte come a disperdere un eccesso di temperatura viscerale. Le facce erano pallide, le bocche sembravano diventate più grandi, le labbra si erano come assottigliate. L’impressione, forse causata da un improvviso cambio di luce, era che avessero contratto una malattia molto grave che li aveva consumati in pochi istanti.
Miriam sollevò la cornetta e fece il numero del bar. «Caffè e spremuta allora?»
«Ti ricordi quanto era facile aspettare?» disse la vedova.
«Prego?»
«Respirare il vento carico di sabbia, fissare il cielo vuoto senza nuvole e aspettare. Ricordi? »
Miriam sobbalzò. Ora gli occhi della vedova galleggiavano tra le guance e la fronte, come se l’impalcatura ossea del volto si fosse frantumata. La bocca sbocciò in un’orchidea carnosa.
«Il tocco della morte ha reso intollerabile il ricordo di quei giorni, ma allora che non sapevamo niente era quanto di più bello avessimo conosciuto nella nostra vita» disse la vedova.
Miriam allora capì. «Smetti di nasconderti» disse. «Fatti vedere.»
Il ragazzo allungò la mano verso il cuscino, ricomparso accanto alla finestra, e lo carezzò. «Ma eravamo ciechi» disse. «Anche se i segni erano dappertutto, non riuscivamo a coglierli. Non volevamo coglierli. Perché l’attesa era più facile.» Fece una pausa, poi con un filo di voce: «Ricordi il sogno?»
Miriam ebbe una fitta al basso ventre, una fitta così dolorosa, che di certo non poteva essere la prima, perché solo dopo cinque o sei ore erano diventate così forti.
Si rivolse al cuscino: «Non ho paura di te. So che ormai sei fuori dai giochi. Il cuscino è bucato. E dall’altra parte è tutto sporco di sangue. Non mi serve altro per ricordare che ora sono libera.»
La fitta al ventre si affievolì fino a svanire, mentre Jubal entrava nell’anticamera. Dormiva profondamente. Il cuscino calò sulla sua faccia per raccogliere l’ultimo respiro.
Ma ora Jubal era sveglio e la fissava con aria sorniona. Miriam si morse il labbro, spillandone una goccia di sangue. In realtà l’uomo che la fissava non somigliava molto a Jubal. Anche se indossava l’uniforme della Exo, con il berretto rosso dell’uniforme così calcato sulla testa, che le orecchie si piegavano all’ingiù, il resto era molto diverso: il sorriso spavaldo, l’atteggiamento rilassato del corpo, la maliziosa familiarità con la quale circondava le spalle della vedova e del ragazzo.
I tre fissavano Miriam con tale insistenza, che lei cominciò a spaventarsi. «Cosa avete da guardare?» disse, cercando di nascondere la paura con l’aggressività. «Non ho tempo per questi giochetti. Devo lavorare.»
Jubal alzò le spalle. «Non ho nessuna intenzione di impedirtelo. Anche se scrivere qpalzm tutte quelle volte non mi sembra sia un compito così gravoso.»
«Se hai qualcosa da dirmi, perché non mi aspetti a casa? Stai disturbando la signora, non vedi? Vuoi che reclami con il notaio? Che racconti di aver subito delle molestie dal marito della segretaria? Perderei il lavoro.»
Jubal si limitò a gettarle un’occhiata di traverso. Miriam era sempre più confusa. Non era da Jubal opporre tanta fermezza alla sua collera. Quando Miriam se la prendeva con lui, di solito si limitava a distogliere lo sguardo e a tormentarsi le mani.
E ora il suo sorriso divenne perfino minaccioso. A Miriam erano occorsi anni di studio e di osservazione per imparare a riconoscere i segni del pericolo nei silenzi di Jubal. Se Jubal le avesse mai sorriso così prima di ora, non avrebbe dovuto sprecare tanto tempo e tanta fatica.
Ma non doveva lasciarsi ingannare. Anche se l’uomo che le stava davanti non aveva niente di Jubal, era lui. Aveva solo tolto la maschera. Ora che aveva le spalle coperte da Malbranque, ora che il primo passo contro di lei era stato mosso, poteva fronteggiarla a viso aperto. Miriam afferrò un tagliacarte dalla scrivania e fu quasi sul punto di aggredirlo, incurante della vedova e del ragazzo: un fendente alla gola, appena al di sotto del mento. Ma un lampo di lucidità cancellò di colpo il delirio nel quale era sprofondata. Stava solo sognando. Jubal non poteva essere là. Non dopo quello che era successo. Non dopo quello che lei aveva fatto. Il cuore ricominciò a pulsare regolarmente, la rabbia si affievolì.
Ma Jubal non voleva saperne di sparire. Era il sogno più caparbio con il quale Miriam si fosse mai confrontata. Accennò al tagliacarte: «Cosa vuoi fare con quel giocattolo, uccidermi? È ora di guardare in faccia la realtà, Miriam: non puoi opporti al disfacimento. Quello che è successo non ti ha insegnato niente? Tanta fatica, tanta sofferenza, per ottenere cosa? Ricordi quello che hai passato? Prigioniera nella tua stessa cucina per tre giorni, costretta a dormire per terra e a defecare in un secchio. E io sono ancora qui, a testimoniare che né meno la morte può fermare la morte.»
Miriam strinse gli occhi. Si era appena resa conto che il corpo di Jubal non era più un corpo, ma un involucro cavo. Gli occhi senza sguardo significavano meglio di ogni discorso l’assurdità di quella permanenza. Questo restava di Jubal. Era come aveva appena detto: né meno la morte poteva fermare la morte.
La vedova e il ragazzo fissavano il vuoto. Le bocche erano diventate così grandi, da occupare quasi per intero la parte inferiore della faccia, e si erano anche estroflesse, proiettando una serie di pieghe carnose dal mento al naso. Decine di piccoli denti spuntavano dalle pieghe.
«Ricordi il sogno di questa mattina, Miriam?» disse la vedova.
Miriam si lasciò sfuggire un gemito di orrore, perché ora sapeva dove aveva già visto lei e suo figlio.
«Ricordi che non era un sogno?» disse il ragazzo.

Encelado – Capitolo 27

L’automobile di Malbranque passò davanti alla porta di palazzo Hub e proseguì per un tratto lungo la strada. Malbranque adocchiò un fazzoletto di ombra a pochi passi dal cancello e parcheggiò la macchina.
Mentre seguiva Malbranque alla porta, Moreira si coprì la bocca con un fazzoletto, per non respirare la sabbia che saturava l’aria. Un silenzio antico, primordiale, ristagnava in quella parte del quartiere. Le ombre si rintanavano ai margini delle strade o tra le foglie dei mandorli, come se qualcosa le spaventasse.
In giro non si vedeva nessuno, ma non solo a causa del caldo.
Palazzo Hub era quanto di più simile a una casa stregata si potesse trovare a Encelado.
In realtà c’erano almeno venti persone che lavoravano o addirittura vivevano all’interno di quelle terrificanti mura: guardie di sorveglianza, personale di cucina, camerieri, inservienti, giardinieri. Moreira aveva parlato molte volte con molti di loro, e quasi tutti gli avevano raccontato volentieri della casa di Hub, di come era fatta, di quante stanze aveva, dello stile decorativo di sale e corridoi, e non avevano avuto remore a riferire gusti e abitudini del presidente, come se parlassero di una casa qualsiasi, di una persona qualsiasi.
Ma quei racconti non si potevano conciliare in alcun modo con quello che ora Moreira stava sperimentando. Attorno al palazzo si respirava un’aria più sottile e penetrante dell’aria sabbiosa che permeava il resto della città, si percepiva una strana luce obliqua, che non aveva niente in comune con il bianco implacabile che verniciava tredici ore al giorno ogni altro angolo di Encelado, si aveva la sensazione di violare un luogo sacro, il terreno di sepoltura di un dio dimenticato.
E si provava l’irrefrenabile impulso di scappare.
Malbranque e Moreira arrivarono all’ingresso. La porta principale era chiusa, ma sul lato sinistro si vedeva una porta più piccola che invece era solo accostata. Moreira non si stupì. Ormai aveva capito che all’arrivo di Malbranque le porte si aprivano da sole.
Si trovarono in un giardino incolto. Un vialetto arrivava fino al palazzo, un filare di tronchi cavi lo costeggiava per l’intera lunghezza. Più in là si vedeva una piccola conca, dove una volta doveva esserci uno stagno, e il letto di un ruscello prosciugato, con un ponte che lo attraversava a metà via.
La mole del palazzo incombeva su un vasto cortile ghiaioso. Il corpo centrale dell’edificio avanzava in direzione del vialetto, mentre le due ali si allargavano in direzioni opposte. Seguendo la moda del tempo, la facciata era stata decorata con un motivo di tralci e foglie di acanto; ma il decoratore si era fatto prendere la mano, e il motivo alla fine era diventato in un viluppo inestricabile. Osservando quelle evoluzioni, Moreira cominciò a sentirsi strano: gli sembrava che i volti affioranti dal fogliame lo fissassero malignamente.
Battendo le palpebre, riconobbe in quegli orribili volti di pietra dei ritratti di Evangelista Hub.
Tre porte con archi a ferro di cavallo si aprivano sulla facciata. Malbranque si avvicinò alla porta a sinistra, afferrò il batacchio e lo spinse contro il legno. Non successe niente. Malbranque batté ancora e ancora una terza volta. Passi affrettati, un tintinnare di chiavi, lo scatto di una serratura, uno spiraglio. Nello spiraglio un naso informe, un paio di occhi aguzzi come punte di spillo, una bocca senza labbra.
Gli occhi valutarono i visitatori per qualche secondo. Poi la porta si aprì.
Malbranque e Moreira entrarono. L’androne non era tanto grande, più o meno come il soggiorno della casa di Moreira, ma riccamente decorato. Di forma semicircolare, circondato da un colonnato di marmo rosa, si perdeva verso l’alto in una fitta oscurità. Al centro dell’androne penzolava un enorme lampadario di vetro soffiato, con almeno duecento lampadine. Anche se le finestre erano oscurate, solo una delle lampadine era accesa.
Il servitore che aveva aperto la porta era un vecchio agghindato come un valletto dei tempi antichi: pantaloni al ginocchio, livrea verde e oro, capelli incipriati. Rimase a fissare Moreira e Malbranque senza dire niente per qualche minuto, poi sparì oltre una porta nascosta dietro a una colonna.
«Credo che abbiamo disturbato il suo pisolino pomeridiano» disse Malbranque.
In fondo all’androne tre rampe di scale salivano a uno stretto ballatoio. Le porte di tre ascensori, sormontate da archi a ferro di cavallo e verniciate d’oro, occupavano l’unica parete del ballatoio. Le porte erano tirate a lucido come specchi.
Malbranque pigiò tutti e tre i pulsanti di chiamata. Sembrava tranquillo.
Moreira invece stava sul chi vive, in preda a una paura sempre più intensa.
Per quanto Malbranque fosse bravo ad aprire le porte, ora si stava davvero esagerando. Erano a palazzo Hub: ci si sarebbe apettato un minimo di sorveglianza, no? Invece a separare Evangelista Hub da tutti gli squilibrati, i malintenzionati e i maniaci della città c’erano solo un cancello aperto e un vecchio male in arnese. Che fine avevano fatto i Laufer? Perché non intervenivano? Ormai dovevano sapere cosa era successo a Sekidos. Come potevano permettere che Malbranque si avvicinasse così tanto al presidente Hub?
Ma forse stavano solo aspettando. Aspettavano di cogliere Malbranque di sorpresa. Considerato l’odio di Miguelarcangel, tenere vivo Hub era basilare per i Laufer. Ne andava della loro posizione, forse addirittura della loro stessa vita. Ovvio che avessero predisposto una difesa. Ma a questo punto si erano fatti un’idea piuttosto precisa di cosa era capace Malbranque e dovevano aver concluso che non era il caso di affrontarlo in campo aperto. Meglio agire d’astuzia. Prima rassicuriamo Malbranque. Poi lo colpiamo.
E qual era il posto migliore per colpirlo, se non l’ascensore? Una scatola senza vie di uscita, sospesa a molti cubiti di altezza. Bastava tagliare i cavi, no?
Il gemito della gabbia che calava dai piani superiori riempì l’androne. Quando le porte dell’ascensore si aprirono, Moreira fece un passo di lato e strinse il calcio della pistola.
Doveva scappare ora, se voleva salvarsi la vita. Ma come poteva farlo senza insospettire Malbranque? Dall’interno dell’ascensore Malbranque lo fissava con aria interrogativa: non viene? Non poteva sfuggire a quel suo sguardo da basilisco.
Allora decise. Le guance e le gonadi in fiamme, acutamente consapevole della misura del proprio eroismo, chiuse gli occhi ed entrò nell’ascensore.
Malbranque premette il pulsante di salita. Moreira riaprì gli occhi. E fu abbrancato da una vertigine metafisica che lo fece quasi cadere a terra.
Un numero infinito di Moreira e di Malbranque fluttuava su un numero infinito di piani rettangolari che si intrecciavano in una griglia a maglie fittissime. E non si limitavano a fluttuare, ma fuggivano in ogni direzione, sempre più piccoli e lontani, addentrandosi nelle profondità di uno spazio così profondo, che gli occhi non sapevano tracciarne i limiti. L’unica cosa che sembrava dare un senso a quella dimensione senza dimensioni era la gravità, che tirava Moreira per i piedi, ora che tutto si muoveva verso l’alto.
È questa la morte? si domandò Moreira.

Encelado – Capitolo 26

Nel primo pomeriggio una fitta pioggia rossa iniziò a cadere sulla città. Non era pioggia vera: poche ore prima un vento tiepido aveva smosso la torrida bonaccia che da oltre un mese incombeva su Encelado, illudendo i ladesi di poterle sfuggire per un po’; ma poi il calore del suolo, rimbalzato a terra dalla calotta di monossido sospesa sulla città, aveva sviato il vento verso nord, e ora la sabbia sollevata dal vento ritornava al suolo in quella specie di arida pioggia e insanguinava i vicoli e le piazze come dopo una battaglia.
Miriam sedeva alla sua scrivania nell’anticamera del notaio Lopes. Picchiettava senza sosta sulla tastiera dell’elaboratore Gulliver, ma non stava sistemando una pratica o redigendo un promemoria: si limitava a digitare ossessivamente sempre le stessa sequenza di lettere, qpalzm, che le dava un certo conforto pur non significando niente. Solo di rado rivolgeva un sorriso ai due clienti del notaio, una vedova e il figlio adolescente, che aspettavano di essere ricevuti sul divano accanto alla porta. La vedova rispondeva al sorriso con un cenno, il ragazzo guardava da un’altra parte.
Di tanto in tanto una fitta alla spalla la costringeva a muovere la testa sulle giunture del collo, e allora il suo sguardo cadeva sullo squarcio di città incorniciato dalla finestra. Il breve tratto di strada che separava il palazzo del notaio da viale Monterey era sfiorato da una strana luce rossa che pungeva gli occhi con spilli roventi. Poche automobili percorrevano il vicolo in un senso o nell’altro, sollevando fiocchi di sabbia dal suolo, pedoni e biciclette lo attraversavano lentamente. Le basse case del vicolo e del viale erano abitate da voci profonde o squillanti, che a tratti si impennavano in rombi o strilli e poi ripiombavano in un sottobosco di suoni.
Mentre osservava tutto questo, Miriam riconsiderava gli avvenimenti della giornata. Ripeteva a se stessa, analizzava, soppesava ogni parola detta da Malbranque, cercando di rintracciare un frammento di verità in quel groviglio di bugie. Ma ancora non sapeva rispondere alla domanda che si era fatta mentre Malbranque e il gendarme lasciavano il ristorante.
Nella penombra dell’anticamera le sembrò che si delineassero le figure di due persone, un uomo alto e magro e uno un po’ più alto e molto più magro. Ma era solo il ricordo della visita mattutina di Malbranque. Miriam corrugò la fronte. Aveva corso un grave rischio. E anche se all’inizio credeva di averla spuntata, l’irruzione di Malbranque alla Cuspide dimostrava che si era solo illusa. Non poteva più nascondersi. Il nemico sapeva cosa aveva fatto e si era anche mosso per fermarla. E ora lei poteva solo opporre violenza alla violenza. Ma come? Durante il pranzo si era proposta di giocare d’astuzia, di osservare, ascoltare e attendere il momento giusto. Pensava ancora che fosse la strategia migliore, se non l’unica. Ma era davvero possibile farlo?
Eppure non aveva paura. Anziché gettarla nel panico, la prospettiva di affrontare il nemico in campo aperto le dava un oscuro conforto. Non era così pazza da non temere Hub, ma almeno ora poteva combatterlo alla luce del giorno. Finalmente aveva le idee chiare su cosa aspettarsi da lui. Non bisognava lasciarsi fuorviare: Malbranque era in città solo per lei. Gli appuntamenti con Jubal, con Sekidos, con lo stesso Hub? Un banale trucco. Malbranque aveva cercato di farle paura con quei nomi altisonanti. La sua sortita alla Cuspide aveva il solo scopo di minare la posizione di Miriam, di screditarla agli occhi dei suoi amici.
Questi pensieri la riportarono ancora una volta alla domanda che si ripeteva ossessivamente da quasi un’ora. Se Hub aveva scelto di muoverle guerra, perché allora Malbranque non aveva affondato il colpo, quando ne aveva la possibilità? Perché, al momento di tirare in ballo Jubal e di metterla definitivamente nei guai, era andato via, aveva lasciato l’opera incompiuta? Miriam fu sfiorata da una tenue speranza. Forse le restava ancora una possibilità. Perché era proprio come aveva pensato alla Cuspide. Nonostante la diabolica scaltrezza, il nemico stava commettendo un errore. Un grosso errore.
La stava sottovalutando.
Malbranque pensava di aver vinto, era certo di aver raggiunto il suo scopo. Per questo non era andato oltre.
I muscoli del suo volto si contorsero in un sorriso che né la vedova né il ragazzo ebbero la sfortuna di notare. Anche perché il sorriso si spense solo un secondo dopo la sua apparizione, incalzato da un’espressione di stupore.
Ma era davvero così? Era davvero per questo motivo che Malbranque non aveva affondato il colpo?
Fu scossa da un tremito. Singoli episodi del pranzo alla Cuspide tornarono alla sua mente in una serie di lampi. Il piano di Malbranque era così ben congegnato, che solo ora lo capiva a pieno. Tutte quelle chiacchiere senza senso, e poi di tanto in tanto la stoccata, la quasi accidentale allusione che approfondiva di un altro cubito la fossa. Ma il piano non avrebbe funzionato così bene, se Miguelarcangel non avesse contribuito.
Miriam si concentrò per ricostruire con la massima precisione l’andamento dei discorsi durante il pranzo. E presto si rese conto che Miguelarcangel l’aveva danneggiata almeno quanto Malbranque. Era stato lui, forse l’uomo più altezzoso di Encelado, a insistere perché Malbranque sedesse al loro tavolo. Perché? E quella stupida idea delle presentazioni? Quale altro scopo aveva, se non far capire a tutti che tra lei e Malbranque esisteva un legame? E lo aveva addirittura difeso, quando Felicia era stata sul punto di cacciarlo via.
Che anche Miguelarcangel facesse parte del complotto?
In effetti il giovane Hub non era mai sembrato sinceramente interessato alla causa. Faceva salotto, curava le relazioni pubbliche, manteneva i contatti con le alte sfere, ma disertava i picchetti, scansava i comizi, partecipava solo per pochi minuti alle riunioni programmatiche. Del resto Miguelarcangel era l’unico figlio di Evangelista Hub, e non perdeva occasione di ripetere quanto ancora amasse suo padre. Come si poteva credere che osteggiasse sul serio chi lo aveva messo al mondo, che danneggiasse la compagnia che un giorno avrebbe ereditato? Era per questo che aveva fatto da spalla a Malbranque. Non solo per divertirsi, ma per assecondare i piani dell’amato genitore.
Il respiro di Miriam divenne affannoso. La temperatura nell’anticamera era intollerabilmente alta. Forse a causa della carenza di ossigeno, alcune immagini confuse iniziarono ad affiorare alla sua coscienza, spezzandone il corso razionale con apparente gratuità. A un certo punto una di queste immagini divenne voluminosa, rotolò nella realtà. Miriam la riconobbe subito. Era un relitto dell’evento che aveva dato inizio alla sua guerra. Galleggiava in mezzo all’anticamera, a metà strada tra lei e il figlio della vedova. Miriam percepì la carezza della stoffa a fiori. Trattenne il respiro, perché temeva di svegliare Jubal, mentre il cuscino calava sula sua faccia.
M ora questo non c’entrava. Non c’era tempo per occuparsi anche di questo.
Il pericolo era gravissimo. Un attimo di esitazione di troppo poteva intrappolarla definitivamente nella rete a maglie strette che le stava calando addosso. No, non una rete, una ragnatela, un’immensa ragnatela sulla quale danzava il ragno chiamato Evangelista Hub. Come poteva sperare di salvarsi? Se davvero Miguelarcangel faceva parte del complotto, significava che il nemico era riuscito a infiltrarsi fino alle più alte sfere del comitato. In questo caso Miriam non rischiava di trovarsi sola: lo era già, costretta a fronteggiare senza alleati un nemico infinitamente potente. Come poteva sperare di salvarsi?
Il terrore la assalì alla gola. Immaginò Evangelista Hub annidato nei meandri del suo palazzo, un volto bianco senza occhi che affiorava dal buio. Gorgogliante, consumato dalla fame, Hub tesseva incessantemente la sua stessa bava, fiutando l’aria alla ricerca della preda. Ora la vide. Una piccola mosca che cercava con tutte le forze di districarsi dalla tela. Questo era stato l’errore della mosca: si era agitata troppo, così il ragno si era accorto di lei. Il ragno era lungimirante. Non temeva quello che la mosca era oggi, una segretaria sposata a un umile fattorino, ma quello che poteva diventare in futuro. Aveva capito che il suo esempio poteva far presa, mettere a rischio il giocattolo. Per questo voleva distruggere il suo nome, gravarla di colpe non sue, o meglio rendere colpe i suoi meriti e delitto la sua sete di giustizia. Solo così avrebbe potuto divorarla impunemente.
Eppure Miriam non aveva paura. Il desiderio di cimentarsi con un simile potere era così forte, che la prospettiva di morire nello scontro le piaceva.
Un fastidioso ronzio irruppe nelle sue fantasie e le mandò in frantumi. Miriam pigiò l’interruttore dell’interfono. La voce del notaio Lopes si diffuse nell’anticamera.

Encelado – Capitolo 25

Mentre l’auto di Malbranque viaggiava verso Jeresario, il quartiere dove abitava Evangelista Hub,  Moreira riconsiderò le notizie che aveva appena appreso alla Cuspide. Nel corso del pranzo, man mano che Malbranque illustrava in cosa consistesse il suo lavoro, Moreira era passato da un blando coinvolgimento alla più totale confusione, quando si era parlato delle attività della Faland, fino al terrore più nero, quando era saltato fuori il nome di Evangelista Hub. Non riusciva a credere che stava per incontrare Hub. Al pensiero lo assaliva un acutissimo desiderio di orinare, al quale avrebbe probabilmente ceduto, se gli fosse rimasta una sola goccia d’acqua nel corpo.
Non capiva perché avesse tanta paura. Anche se Hub era l’uomo più ricco e potente di Encelado, era pur sempre un uomo. Un vecchio, forse addirittura un po’ svampito. Moreira immaginava di sorprenderlo a sonnecchiare in poltrona, con un libro aperto sulle ginocchia e la testa ciondolante. Ma allo stesso tempo non riusciva a scacciare il timore che la sua vista lo incenerisse prima ancora che si rendesse conto di chi aveva di fronte.
«Persone deliziose» disse Malbranque all’improvviso, mentre l’automobile si infilava tra i caseggiati fatiscenti di Verema..
Moreira non capiva: «Di chi parla?»
«Della signora Alicia… qualcosa… e del giovane Hub. E anche della nostra Miriam, naturalmente.»
«Persone deliziose? Sta scherzando?»
«Non è d’accordo?»
«Non vedo come potrei esserlo.»
«E perché?»
«Perché sono degli arroganti e degli ipocriti, ecco perché.»
«Com’è severo. A me invece hanno fatto un’ottima impressione. MI danno l’idea di brave persone che si battono per una nobile causa.»
«Nobile causa? Per fare più soldi, per questo si battono. Come se non ne avessero abbastanza. Ricchi capricciosi che si agitano al solo scopo di ottenere una fetta più grossa.»
«Miriam Fink non mi sembra così ricca.»
«Lei è un’altra faccenda. Non è un’ipocrita, anche se è davvero brava a raccontare bugie. È una che ci crede, una fanatica. E non saprei dire se i tipi come lei siano migliori o peggiori degli altri.»
«In ogni caso erano anni che non facevo una conversazione così stimolante. Mi ha colpito soprattutto il giovane Hub. Un vero galantuomo.»
Moreira ebbe un sorriso di scherno: «Miguelarcangel è il peggiore di tutti.»
«Dice?»
«È un bambino viziato.»
«Con me si è comportato benissimo. Mi ha perfino difeso quando l’altra signora cercava di mandarmi via.»
«Solo per divertirsi alle sue spalle. È un tipo pericoloso, mi dia retta: un cane al quale hanno tolto l’osso di bocca. E che farebbe di tutto per riprenderselo. Lo sa perché frequenta il comitato?»
«Lo ha spiegato lui stesso, non ricorda? Parole davvero commoventi.»
A quel punto Moreira si spazientì: «Ma come può essere tanto ingenuo? Miguelarcangel non ha spiegato niente. Ha parlato tanto per parlare, guardandosi bene dall’avvicinarsi alla verità.»
«E quale sarebbe la verità?»
«La verità è che i Laufer lo hanno fregato. Ed è diventato amico dei loro nemici solo per vendicarsi.»
«I Laufer?»
«Gli avvocati del vecchio Hub. Miguelarcangel ne ha parlato, ricorda? Lo hanno estromesso, gli hanno lasciato solo le briciole. Lui si aspettava di affiancare il padre alla guida della Hub-Proteon, la società che possiede la compagnia elettrica e quasi tutte le altre società di Encelado. E invece i gemelli lo hanno liquidato con un paio di società di secondo ordine e due o tre milioni di talleri in azioni. E allora lui ha giurato vendetta.»
«Non sono molto aggiornato sui tassi di cambio, ma anche solo un milione di talleri suppongo sia una bella cifra.»
«Certo che è una bella cifra. Conti che io ne guadagno appena venticinquemila l’anno. Ma Miguelarcangel era già pronto a infilarsi la corona, capisce? Tre milioni di talleri e un paio di catene di supermercati non sono niente per uno che già si vedeva re.»
«Capsico.»
«Per questo lo abbiamo trovato insieme a quelli del comitato. In realtà ultimamente l’ho visto spesso mangiare insieme a Miriam e alla presidentessa e intuivo che c’era un qualche stano commercio tra loro. Ma a fino a oggi non sapevo chi erano né lui né le altre. Ora invece è tutto chiaro. Miguelarcangel cerca appoggi per indebolire la posizione dei Laufer e riprendersi il trono.»
«E cosa c’è di male?»
«C’è di male che il trono non lo ha meritato. Pretende di comandare solo perché si chiama Hub.»
«Nel nome il destino, no?»
A sentir questo Moreira andò su tutte le furie: «Altro che nel nome! Il destino di Miguelarcangel è nella sua pistola. Quando Evangelista Hub sarà morto, cosa crede che succederà? Miguelarcangel erediterà tutto. L’intera Encelado diventerà un suo possedimento.»
Malbranque sembrava divertito: «Che responsabilità.»
Moreira stava per dire qualcos’altro, ma si interruppe. Mentre parlava, una certa idea aveva iniziato a ronzargli in testa, e ora cominciava a intravedere una via per definirla. E quella che luccicava laggiù, fioca, forse solo un miraggio, non era la verità?
Si agitò sul sedile
Era stato Miguelarcangel ad assoldare Malbranque. La storia dei contratti da chiudere e dei desideri da esaudire era una bugia. E aveva l’unico scopo di mascherare degli omicidi su commissione.
Non c’era da sbagliarsi. Le vittime di Malbranque erano tutte e tre nel mirino di Miguelarcangel: Sekidos, dai capricci del quale dipendevano le sorti della compagnia elettrica; Hub, unico ostacolo sulla via della successione; Fink, al quale era solo un po’ più difficile assegnare un ruolo. Cosa poteva spingere il giovane Hub a commissionare l’omicidio di un uomo così ordinario? Ma la bellissima signora Fink, ovviamente. Miguelarcangel doveva essersi invaghito di Miriam, così aveva chiesto a Malbranque di uccidere suo marito. Per questo Miriam aveva raccontato a Malbranque tante bugie. Per questo Jubal era sparito. Dovevano aver capito quali erano le intenzioni di Miguelarcangel e avevano inventato la storia della prostituta per salvare la vita di Jubal.
Quadrava tutto. Moreira era così compiaciuto di questa ricostruzione, che si ripromise di esporla al sovrintendente, non appena fosse tornato al comando. C’era solo un particolare fuori posto. Se si trattava di omicidi, per quale motivo Malbranque aveva chiesto l’autorizzazione di Sekidos prima di ucciderlo? Per coprire l’omicidio, d’accordo. Ma allora perché Sekidos aveva firmato?
A questo Moreira non poteva ancora rispondere, se non assegnando un qualche ruolo agli strani occhiali di Malbranque, che sembravano avere una certa influenza sulla mente delle persone. Ma era una spiegazione un po’ forzata, e in fondo per ora non importava.
Si impose di mantenere la calma. Arrivare alla verità era solo il primo passo. Bisognava fermare gli omicidi. E non era così semplice. Anche se ora Malbranque stava guardando fisso oltre il parabrezza, cercando di non perdersi tra i meandri di Verema, e Moreira avrebbe potuto estrarre la pistola e sparargli un colpo in faccia prima ancora che se ne rendesse conto. Probabilmente l’auto sarebbe uscita di strada o si sarebbe schiantata contro un palo. Probabilmente Moreira sarebbe morto nell’impatto. Ma avrebbe tolto di mezzo quel mostro di Malbranque e salvato la vita di Evangelista Hub.
Trattenne il fiato. No, non poteva farlo. Non perché avesse paura, ma perché non riusciva a crederci. Malbranque che uccideva Evangelista Hub? Va bene Sekidos, ma Hub! Malbranque non sarebbe né meno riuscito a vederlo, figuriamoci a ucciderlo. A quale scopo intervenire? Sarebbe stato come cercare di impedire a un pazzo di tirare giù la luna dal cielo.
L’auto di Malbranque stava percorrendo un ampio viale che si inclinava a scalare una collina. Il viale era costeggiato da alte mura e da innumerevoli cancelli blindati. Oltre le mura si intravedevano le magioni dell’aristocrazia industriale e finanziaria di Encelado.
Erano arrivati a Jeresario.