Encelado – Capitolo 26

Nel primo pomeriggio una fitta pioggia rossa iniziò a cadere sulla città. Non era pioggia vera: poche ore prima un vento tiepido aveva smosso la torrida bonaccia che da oltre un mese incombeva su Encelado, illudendo i ladesi di poterle sfuggire per un po’; ma poi il calore del suolo, rimbalzato a terra dalla calotta di monossido sospesa sulla città, aveva sviato il vento verso nord, e ora la sabbia sollevata dal vento ritornava al suolo in quella specie di arida pioggia e insanguinava i vicoli e le piazze come dopo una battaglia.
Miriam sedeva alla sua scrivania nell’anticamera del notaio Lopes. Picchiettava senza sosta sulla tastiera dell’elaboratore Gulliver, ma non stava sistemando una pratica o redigendo un promemoria: si limitava a digitare ossessivamente sempre le stessa sequenza di lettere, qpalzm, che le dava un certo conforto pur non significando niente. Solo di rado rivolgeva un sorriso ai due clienti del notaio, una vedova e il figlio adolescente, che aspettavano di essere ricevuti sul divano accanto alla porta. La vedova rispondeva al sorriso con un cenno, il ragazzo guardava da un’altra parte.
Di tanto in tanto una fitta alla spalla la costringeva a muovere la testa sulle giunture del collo, e allora il suo sguardo cadeva sullo squarcio di città incorniciato dalla finestra. Il breve tratto di strada che separava il palazzo del notaio da viale Monterey era sfiorato da una strana luce rossa che pungeva gli occhi con spilli roventi. Poche automobili percorrevano il vicolo in un senso o nell’altro, sollevando fiocchi di sabbia dal suolo, pedoni e biciclette lo attraversavano lentamente. Le basse case del vicolo e del viale erano abitate da voci profonde o squillanti, che a tratti si impennavano in rombi o strilli e poi ripiombavano in un sottobosco di suoni.
Mentre osservava tutto questo, Miriam riconsiderava gli avvenimenti della giornata. Ripeteva a se stessa, analizzava, soppesava ogni parola detta da Malbranque, cercando di rintracciare un frammento di verità in quel groviglio di bugie. Ma ancora non sapeva rispondere alla domanda che si era fatta mentre Malbranque e il gendarme lasciavano il ristorante.
Nella penombra dell’anticamera le sembrò che si delineassero le figure di due persone, un uomo alto e magro e uno un po’ più alto e molto più magro. Ma era solo il ricordo della visita mattutina di Malbranque. Miriam corrugò la fronte. Aveva corso un grave rischio. E anche se all’inizio credeva di averla spuntata, l’irruzione di Malbranque alla Cuspide dimostrava che si era solo illusa. Non poteva più nascondersi. Il nemico sapeva cosa aveva fatto e si era anche mosso per fermarla. E ora lei poteva solo opporre violenza alla violenza. Ma come? Durante il pranzo si era proposta di giocare d’astuzia, di osservare, ascoltare e attendere il momento giusto. Pensava ancora che fosse la strategia migliore, se non l’unica. Ma era davvero possibile farlo?
Eppure non aveva paura. Anziché gettarla nel panico, la prospettiva di affrontare il nemico in campo aperto le dava un oscuro conforto. Non era così pazza da non temere Hub, ma almeno ora poteva combatterlo alla luce del giorno. Finalmente aveva le idee chiare su cosa aspettarsi da lui. Non bisognava lasciarsi fuorviare: Malbranque era in città solo per lei. Gli appuntamenti con Jubal, con Sekidos, con lo stesso Hub? Un banale trucco. Malbranque aveva cercato di farle paura con quei nomi altisonanti. La sua sortita alla Cuspide aveva il solo scopo di minare la posizione di Miriam, di screditarla agli occhi dei suoi amici.
Questi pensieri la riportarono ancora una volta alla domanda che si ripeteva ossessivamente da quasi un’ora. Se Hub aveva scelto di muoverle guerra, perché allora Malbranque non aveva affondato il colpo, quando ne aveva la possibilità? Perché, al momento di tirare in ballo Jubal e di metterla definitivamente nei guai, era andato via, aveva lasciato l’opera incompiuta? Miriam fu sfiorata da una tenue speranza. Forse le restava ancora una possibilità. Perché era proprio come aveva pensato alla Cuspide. Nonostante la diabolica scaltrezza, il nemico stava commettendo un errore. Un grosso errore.
La stava sottovalutando.
Malbranque pensava di aver vinto, era certo di aver raggiunto il suo scopo. Per questo non era andato oltre.
I muscoli del suo volto si contorsero in un sorriso che né la vedova né il ragazzo ebbero la sfortuna di notare. Anche perché il sorriso si spense solo un secondo dopo la sua apparizione, incalzato da un’espressione di stupore.
Ma era davvero così? Era davvero per questo motivo che Malbranque non aveva affondato il colpo?
Fu scossa da un tremito. Singoli episodi del pranzo alla Cuspide tornarono alla sua mente in una serie di lampi. Il piano di Malbranque era così ben congegnato, che solo ora lo capiva a pieno. Tutte quelle chiacchiere senza senso, e poi di tanto in tanto la stoccata, la quasi accidentale allusione che approfondiva di un altro cubito la fossa. Ma il piano non avrebbe funzionato così bene, se Miguelarcangel non avesse contribuito.
Miriam si concentrò per ricostruire con la massima precisione l’andamento dei discorsi durante il pranzo. E presto si rese conto che Miguelarcangel l’aveva danneggiata almeno quanto Malbranque. Era stato lui, forse l’uomo più altezzoso di Encelado, a insistere perché Malbranque sedesse al loro tavolo. Perché? E quella stupida idea delle presentazioni? Quale altro scopo aveva, se non far capire a tutti che tra lei e Malbranque esisteva un legame? E lo aveva addirittura difeso, quando Felicia era stata sul punto di cacciarlo via.
Che anche Miguelarcangel facesse parte del complotto?
In effetti il giovane Hub non era mai sembrato sinceramente interessato alla causa. Faceva salotto, curava le relazioni pubbliche, manteneva i contatti con le alte sfere, ma disertava i picchetti, scansava i comizi, partecipava solo per pochi minuti alle riunioni programmatiche. Del resto Miguelarcangel era l’unico figlio di Evangelista Hub, e non perdeva occasione di ripetere quanto ancora amasse suo padre. Come si poteva credere che osteggiasse sul serio chi lo aveva messo al mondo, che danneggiasse la compagnia che un giorno avrebbe ereditato? Era per questo che aveva fatto da spalla a Malbranque. Non solo per divertirsi, ma per assecondare i piani dell’amato genitore.
Il respiro di Miriam divenne affannoso. La temperatura nell’anticamera era intollerabilmente alta. Forse a causa della carenza di ossigeno, alcune immagini confuse iniziarono ad affiorare alla sua coscienza, spezzandone il corso razionale con apparente gratuità. A un certo punto una di queste immagini divenne voluminosa, rotolò nella realtà. Miriam la riconobbe subito. Era un relitto dell’evento che aveva dato inizio alla sua guerra. Galleggiava in mezzo all’anticamera, a metà strada tra lei e il figlio della vedova. Miriam percepì la carezza della stoffa a fiori. Trattenne il respiro, perché temeva di svegliare Jubal, mentre il cuscino calava sula sua faccia.
M ora questo non c’entrava. Non c’era tempo per occuparsi anche di questo.
Il pericolo era gravissimo. Un attimo di esitazione di troppo poteva intrappolarla definitivamente nella rete a maglie strette che le stava calando addosso. No, non una rete, una ragnatela, un’immensa ragnatela sulla quale danzava il ragno chiamato Evangelista Hub. Come poteva sperare di salvarsi? Se davvero Miguelarcangel faceva parte del complotto, significava che il nemico era riuscito a infiltrarsi fino alle più alte sfere del comitato. In questo caso Miriam non rischiava di trovarsi sola: lo era già, costretta a fronteggiare senza alleati un nemico infinitamente potente. Come poteva sperare di salvarsi?
Il terrore la assalì alla gola. Immaginò Evangelista Hub annidato nei meandri del suo palazzo, un volto bianco senza occhi che affiorava dal buio. Gorgogliante, consumato dalla fame, Hub tesseva incessantemente la sua stessa bava, fiutando l’aria alla ricerca della preda. Ora la vide. Una piccola mosca che cercava con tutte le forze di districarsi dalla tela. Questo era stato l’errore della mosca: si era agitata troppo, così il ragno si era accorto di lei. Il ragno era lungimirante. Non temeva quello che la mosca era oggi, una segretaria sposata a un umile fattorino, ma quello che poteva diventare in futuro. Aveva capito che il suo esempio poteva far presa, mettere a rischio il giocattolo. Per questo voleva distruggere il suo nome, gravarla di colpe non sue, o meglio rendere colpe i suoi meriti e delitto la sua sete di giustizia. Solo così avrebbe potuto divorarla impunemente.
Eppure Miriam non aveva paura. Il desiderio di cimentarsi con un simile potere era così forte, che la prospettiva di morire nello scontro le piaceva.
Un fastidioso ronzio irruppe nelle sue fantasie e le mandò in frantumi. Miriam pigiò l’interruttore dell’interfono. La voce del notaio Lopes si diffuse nell’anticamera.

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