Encelado – Capitolo 27

L’automobile di Malbranque passò davanti alla porta di palazzo Hub e proseguì per un tratto lungo la strada. Malbranque adocchiò un fazzoletto di ombra a pochi passi dal cancello e parcheggiò la macchina.
Mentre seguiva Malbranque alla porta, Moreira si coprì la bocca con un fazzoletto, per non respirare la sabbia che saturava l’aria. Un silenzio antico, primordiale, ristagnava in quella parte del quartiere. Le ombre si rintanavano ai margini delle strade o tra le foglie dei mandorli, come se qualcosa le spaventasse.
In giro non si vedeva nessuno, ma non solo a causa del caldo.
Palazzo Hub era quanto di più simile a una casa stregata si potesse trovare a Encelado.
In realtà c’erano almeno venti persone che lavoravano o addirittura vivevano all’interno di quelle terrificanti mura: guardie di sorveglianza, personale di cucina, camerieri, inservienti, giardinieri. Moreira aveva parlato molte volte con molti di loro, e quasi tutti gli avevano raccontato volentieri della casa di Hub, di come era fatta, di quante stanze aveva, dello stile decorativo di sale e corridoi, e non avevano avuto remore a riferire gusti e abitudini del presidente, come se parlassero di una casa qualsiasi, di una persona qualsiasi.
Ma quei racconti non si potevano conciliare in alcun modo con quello che ora Moreira stava sperimentando. Attorno al palazzo si respirava un’aria più sottile e penetrante dell’aria sabbiosa che permeava il resto della città, si percepiva una strana luce obliqua, che non aveva niente in comune con il bianco implacabile che verniciava tredici ore al giorno ogni altro angolo di Encelado, si aveva la sensazione di violare un luogo sacro, il terreno di sepoltura di un dio dimenticato.
E si provava l’irrefrenabile impulso di scappare.
Malbranque e Moreira arrivarono all’ingresso. La porta principale era chiusa, ma sul lato sinistro si vedeva una porta più piccola che invece era solo accostata. Moreira non si stupì. Ormai aveva capito che all’arrivo di Malbranque le porte si aprivano da sole.
Si trovarono in un giardino incolto. Un vialetto arrivava fino al palazzo, un filare di tronchi cavi lo costeggiava per l’intera lunghezza. Più in là si vedeva una piccola conca, dove una volta doveva esserci uno stagno, e il letto di un ruscello prosciugato, con un ponte che lo attraversava a metà via.
La mole del palazzo incombeva su un vasto cortile ghiaioso. Il corpo centrale dell’edificio avanzava in direzione del vialetto, mentre le due ali si allargavano in direzioni opposte. Seguendo la moda del tempo, la facciata era stata decorata con un motivo di tralci e foglie di acanto; ma il decoratore si era fatto prendere la mano, e il motivo alla fine era diventato in un viluppo inestricabile. Osservando quelle evoluzioni, Moreira cominciò a sentirsi strano: gli sembrava che i volti affioranti dal fogliame lo fissassero malignamente.
Battendo le palpebre, riconobbe in quegli orribili volti di pietra dei ritratti di Evangelista Hub.
Tre porte con archi a ferro di cavallo si aprivano sulla facciata. Malbranque si avvicinò alla porta a sinistra, afferrò il batacchio e lo spinse contro il legno. Non successe niente. Malbranque batté ancora e ancora una terza volta. Passi affrettati, un tintinnare di chiavi, lo scatto di una serratura, uno spiraglio. Nello spiraglio un naso informe, un paio di occhi aguzzi come punte di spillo, una bocca senza labbra.
Gli occhi valutarono i visitatori per qualche secondo. Poi la porta si aprì.
Malbranque e Moreira entrarono. L’androne non era tanto grande, più o meno come il soggiorno della casa di Moreira, ma riccamente decorato. Di forma semicircolare, circondato da un colonnato di marmo rosa, si perdeva verso l’alto in una fitta oscurità. Al centro dell’androne penzolava un enorme lampadario di vetro soffiato, con almeno duecento lampadine. Anche se le finestre erano oscurate, solo una delle lampadine era accesa.
Il servitore che aveva aperto la porta era un vecchio agghindato come un valletto dei tempi antichi: pantaloni al ginocchio, livrea verde e oro, capelli incipriati. Rimase a fissare Moreira e Malbranque senza dire niente per qualche minuto, poi sparì oltre una porta nascosta dietro a una colonna.
«Credo che abbiamo disturbato il suo pisolino pomeridiano» disse Malbranque.
In fondo all’androne tre rampe di scale salivano a uno stretto ballatoio. Le porte di tre ascensori, sormontate da archi a ferro di cavallo e verniciate d’oro, occupavano l’unica parete del ballatoio. Le porte erano tirate a lucido come specchi.
Malbranque pigiò tutti e tre i pulsanti di chiamata. Sembrava tranquillo.
Moreira invece stava sul chi vive, in preda a una paura sempre più intensa.
Per quanto Malbranque fosse bravo ad aprire le porte, ora si stava davvero esagerando. Erano a palazzo Hub: ci si sarebbe apettato un minimo di sorveglianza, no? Invece a separare Evangelista Hub da tutti gli squilibrati, i malintenzionati e i maniaci della città c’erano solo un cancello aperto e un vecchio male in arnese. Che fine avevano fatto i Laufer? Perché non intervenivano? Ormai dovevano sapere cosa era successo a Sekidos. Come potevano permettere che Malbranque si avvicinasse così tanto al presidente Hub?
Ma forse stavano solo aspettando. Aspettavano di cogliere Malbranque di sorpresa. Considerato l’odio di Miguelarcangel, tenere vivo Hub era basilare per i Laufer. Ne andava della loro posizione, forse addirittura della loro stessa vita. Ovvio che avessero predisposto una difesa. Ma a questo punto si erano fatti un’idea piuttosto precisa di cosa era capace Malbranque e dovevano aver concluso che non era il caso di affrontarlo in campo aperto. Meglio agire d’astuzia. Prima rassicuriamo Malbranque. Poi lo colpiamo.
E qual era il posto migliore per colpirlo, se non l’ascensore? Una scatola senza vie di uscita, sospesa a molti cubiti di altezza. Bastava tagliare i cavi, no?
Il gemito della gabbia che calava dai piani superiori riempì l’androne. Quando le porte dell’ascensore si aprirono, Moreira fece un passo di lato e strinse il calcio della pistola.
Doveva scappare ora, se voleva salvarsi la vita. Ma come poteva farlo senza insospettire Malbranque? Dall’interno dell’ascensore Malbranque lo fissava con aria interrogativa: non viene? Non poteva sfuggire a quel suo sguardo da basilisco.
Allora decise. Le guance e le gonadi in fiamme, acutamente consapevole della misura del proprio eroismo, chiuse gli occhi ed entrò nell’ascensore.
Malbranque premette il pulsante di salita. Moreira riaprì gli occhi. E fu abbrancato da una vertigine metafisica che lo fece quasi cadere a terra.
Un numero infinito di Moreira e di Malbranque fluttuava su un numero infinito di piani rettangolari che si intrecciavano in una griglia a maglie fittissime. E non si limitavano a fluttuare, ma fuggivano in ogni direzione, sempre più piccoli e lontani, addentrandosi nelle profondità di uno spazio così profondo, che gli occhi non sapevano tracciarne i limiti. L’unica cosa che sembrava dare un senso a quella dimensione senza dimensioni era la gravità, che tirava Moreira per i piedi, ora che tutto si muoveva verso l’alto.
È questa la morte? si domandò Moreira.

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