Encelado – Capitolo 28

«Mi scusi con la signora Jimenes» disse il notaio Lopes nell’interfono. «Ma la pratica Camilo si è rivelata più complicata del previsto. Ne avrò ancora per qualche minuto. Se la signora Jimenes gradisce, chiami pure il bar per un caffè o una bevanda.»
«Certo, notaio.»
Miriam rivolse un nuovo sorriso alla vedova e a suo figlio. Ma stavolta la signora non rispose al sorriso con un cenno, né il ragazzo si voltò a guardare altrove. Entrambi si misero invece a fissarla con insistenza.
Miriam aggrottò la fronte, domandandosi se i suoi pensieri non fossero trapelati all’esterno, se per caso non avesse fatto qualche stranezza, tipo digrignare i denti o mangiarsi le unghie. Alzò le spalle. Non aveva senso preoccuparsi del giudizio di persone così insignificanti.
«Signora Jimenes, il notaio domanda se gradisce un caffè.» Gettò un’occhiata al ragazzo. «O forse al giovanotto va una spremuta?»
La vedova e il ragazzo non risposero. Continuavano a fissarla con occhi inespressivi, le bocche aperte come a disperdere un eccesso di temperatura viscerale. Le facce erano pallide, le bocche sembravano diventate più grandi, le labbra si erano come assottigliate. L’impressione, forse causata da un improvviso cambio di luce, era che avessero contratto una malattia molto grave che li aveva consumati in pochi istanti.
Miriam sollevò la cornetta e fece il numero del bar. «Caffè e spremuta allora?»
«Ti ricordi quanto era facile aspettare?» disse la vedova.
«Prego?»
«Respirare il vento carico di sabbia, fissare il cielo vuoto senza nuvole e aspettare. Ricordi? »
Miriam sobbalzò. Ora gli occhi della vedova galleggiavano tra le guance e la fronte, come se l’impalcatura ossea del volto si fosse frantumata. La bocca sbocciò in un’orchidea carnosa.
«Il tocco della morte ha reso intollerabile il ricordo di quei giorni, ma allora che non sapevamo niente era quanto di più bello avessimo conosciuto nella nostra vita» disse la vedova.
Miriam allora capì. «Smetti di nasconderti» disse. «Fatti vedere.»
Il ragazzo allungò la mano verso il cuscino, ricomparso accanto alla finestra, e lo carezzò. «Ma eravamo ciechi» disse. «Anche se i segni erano dappertutto, non riuscivamo a coglierli. Non volevamo coglierli. Perché l’attesa era più facile.» Fece una pausa, poi con un filo di voce: «Ricordi il sogno?»
Miriam ebbe una fitta al basso ventre, una fitta così dolorosa, che di certo non poteva essere la prima, perché solo dopo cinque o sei ore erano diventate così forti.
Si rivolse al cuscino: «Non ho paura di te. So che ormai sei fuori dai giochi. Il cuscino è bucato. E dall’altra parte è tutto sporco di sangue. Non mi serve altro per ricordare che ora sono libera.»
La fitta al ventre si affievolì fino a svanire, mentre Jubal entrava nell’anticamera. Dormiva profondamente. Il cuscino calò sulla sua faccia per raccogliere l’ultimo respiro.
Ma ora Jubal era sveglio e la fissava con aria sorniona. Miriam si morse il labbro, spillandone una goccia di sangue. In realtà l’uomo che la fissava non somigliava molto a Jubal. Anche se indossava l’uniforme della Exo, con il berretto rosso dell’uniforme così calcato sulla testa, che le orecchie si piegavano all’ingiù, il resto era molto diverso: il sorriso spavaldo, l’atteggiamento rilassato del corpo, la maliziosa familiarità con la quale circondava le spalle della vedova e del ragazzo.
I tre fissavano Miriam con tale insistenza, che lei cominciò a spaventarsi. «Cosa avete da guardare?» disse, cercando di nascondere la paura con l’aggressività. «Non ho tempo per questi giochetti. Devo lavorare.»
Jubal alzò le spalle. «Non ho nessuna intenzione di impedirtelo. Anche se scrivere qpalzm tutte quelle volte non mi sembra sia un compito così gravoso.»
«Se hai qualcosa da dirmi, perché non mi aspetti a casa? Stai disturbando la signora, non vedi? Vuoi che reclami con il notaio? Che racconti di aver subito delle molestie dal marito della segretaria? Perderei il lavoro.»
Jubal si limitò a gettarle un’occhiata di traverso. Miriam era sempre più confusa. Non era da Jubal opporre tanta fermezza alla sua collera. Quando Miriam se la prendeva con lui, di solito si limitava a distogliere lo sguardo e a tormentarsi le mani.
E ora il suo sorriso divenne perfino minaccioso. A Miriam erano occorsi anni di studio e di osservazione per imparare a riconoscere i segni del pericolo nei silenzi di Jubal. Se Jubal le avesse mai sorriso così prima di ora, non avrebbe dovuto sprecare tanto tempo e tanta fatica.
Ma non doveva lasciarsi ingannare. Anche se l’uomo che le stava davanti non aveva niente di Jubal, era lui. Aveva solo tolto la maschera. Ora che aveva le spalle coperte da Malbranque, ora che il primo passo contro di lei era stato mosso, poteva fronteggiarla a viso aperto. Miriam afferrò un tagliacarte dalla scrivania e fu quasi sul punto di aggredirlo, incurante della vedova e del ragazzo: un fendente alla gola, appena al di sotto del mento. Ma un lampo di lucidità cancellò di colpo il delirio nel quale era sprofondata. Stava solo sognando. Jubal non poteva essere là. Non dopo quello che era successo. Non dopo quello che lei aveva fatto. Il cuore ricominciò a pulsare regolarmente, la rabbia si affievolì.
Ma Jubal non voleva saperne di sparire. Era il sogno più caparbio con il quale Miriam si fosse mai confrontata. Accennò al tagliacarte: «Cosa vuoi fare con quel giocattolo, uccidermi? È ora di guardare in faccia la realtà, Miriam: non puoi opporti al disfacimento. Quello che è successo non ti ha insegnato niente? Tanta fatica, tanta sofferenza, per ottenere cosa? Ricordi quello che hai passato? Prigioniera nella tua stessa cucina per tre giorni, costretta a dormire per terra e a defecare in un secchio. E io sono ancora qui, a testimoniare che né meno la morte può fermare la morte.»
Miriam strinse gli occhi. Si era appena resa conto che il corpo di Jubal non era più un corpo, ma un involucro cavo. Gli occhi senza sguardo significavano meglio di ogni discorso l’assurdità di quella permanenza. Questo restava di Jubal. Era come aveva appena detto: né meno la morte poteva fermare la morte.
La vedova e il ragazzo fissavano il vuoto. Le bocche erano diventate così grandi, da occupare quasi per intero la parte inferiore della faccia, e si erano anche estroflesse, proiettando una serie di pieghe carnose dal mento al naso. Decine di piccoli denti spuntavano dalle pieghe.
«Ricordi il sogno di questa mattina, Miriam?» disse la vedova.
Miriam si lasciò sfuggire un gemito di orrore, perché ora sapeva dove aveva già visto lei e suo figlio.
«Ricordi che non era un sogno?» disse il ragazzo.

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