Encelado – Capitolo 29

Dal fondo di quello spazio sterminato Moreira vide avanzare qualcosa, un’oscurità senziente che si propagava in circoli concentrici. I Malbranque e i Moreira fluttuanti nel vuoto fuggirono terrorizzati, mentre l’apparizione chiudeva lo spazio infinito sul quale galleggiavano nella sua infinita indecifrabilità.
Moreira cominciò a sudare. Poi l’oscurità emise un sussurro appena udibile, dal quale Moreira si ritrasse come da uno sciame di vespe.
«Sarà rapido e brutale» disse. «Non te ne accorgerai né meno.»
Subito dopo le porte dell’ascensore si aprirono, e Moreira si rese conto con un brivido che le pareti erano a specchio, e così le porte, il soffitto e il pavimento. Gli infiniri Firmino Moreira che fissavano se stessi in un vertiginoso arrotolarsi dello sguardo, gli infiniti Malbranque che riflettevano altrettanti Malbranque nelle lenti degli occhiali, gli infiniti piani rettangolari che si incastonavano e sovrapponevano fino ai limiti della percezione e oltre, l’oscurità infinita che aveva inghiottito ogni cosa con la sua incomprensibile profezia, erano ingabbiati in uno spazio di sei per sei cubiti.
Moreira e Malbranque uscirono dall’ascensore e si trovarono in un lungo corridoio. Malbranque camminava deciso, Moreira esitava. Non solo perché stava sempre peggio, soprattutto a causa della sete, ma anche perché si aspettava un’aggressione da un momento all’altro. Anche se nell’ascensore non c’erano trappole, questo non voleva dire che non ce ne fossero da altre parti.
Si sforzava di apparire tranquillo, per non rovinare la sorpresa a Malbranque. Poteva succedere da un momento all’altro. Probabilmente le guardie di Hub erano già appostate. Dopo la paura che aveva preso in ascensore, Moreira aveva esaurito il coraggio. Non aveva alcuna intenzione di partecipare allo scontro. Rimani in disparte e aspetta che sia tutto finito, continuava a ripetersi. Stringeva il calcio della pistola solo per tenere a bada il tremito della mano.
Ma ora le guardie di Hub stavano loro davanti, in completo grigio e cravatta verde. Non erano appostate. E anche se avevano un’aria minacciosa, con le facce aggrondate e le pistole alla fondina, non sembravano intenzionati ad aggredirli. Giocavano a tripla coda attorno a un tavolo ovale, e ognuno di loro aveva davanti molte bottiglie vuote di lemeza.
Alle loro spalle c’era un ampio salone, rischiarato da una vetrata alta almeno dieci cubiti. Il salone era pieno di scaffali di legno, sui quali erano riposti migliaia di libri antichi. Al centro del salone si vedeva un gigantesco mappamondo circondato da anelli di ottone.
Quando Moreira e Malbranque arrivarono al tavolo, le guardie non alzarono né meno lo sguardo.
«Ho un appuntamento con il presidente Hub» disse Malbranque.
Le guardie non risposero. Due di loro fecero solo una smorfia.
«Ho un appuntamento con il presidente Hub» ripeté Malbranque. «Mi dite dove posso trovarlo, per favore?»
In quel momento una delle guardie calò le carte sul tavolo. «Terza bassa!» disse, suscitando un coro di proteste e di insulti. Mentre rimescolava le carte, si rivolse a Malbranque: «In fondo alla biblioteca. Sulla destra. C’è una porta.»
Le altre guardie gettarono un’occhiata torva ai visitatori. Solo allora Moreira si accorse che avevano gli occhi lucidi, come se stessero per piangere.
Malbranque e Moreira entrarono nel salone e si avviarono verso la vetrata. Oltrepassato il mappamondo, si trovarono davanti a una grande scrivania ingombra di carte. A destra la porta di legno scuro che aveva indicato la guardia.
La vetrata occupava quasi per intero la parete di fondo. Era sormontata da un arco a ferro di cavallo e sostenuta da un telaio di ferro battuto con le solite decorazioni a foglie e a tralci. Inquadrava la sommità di una collina, con pochi alberi che ombreggiavano una radura soffocata dalla sabbia. La luce intensa diluiva i contorni del paesaggio.
Una voce metallica echeggiò nella sala: ««Il signor Malbranque, presumo.»
Moreira sobbalzò. A causa di tutta quella luce non si era accorto delle tre figure che stavano attorno alla scrivania. Aguzzò la vista, per capire di chi si trattasse. Ma in fondo lo sapeva già.
«Molto lieti di conoscerla» disse la voce, che non veniva da nessuna delle tre figure, ma da un punto più in basso, ai piedi della scrivania,
Moreira cercava di mettere a fuoco le fattezze dei gemelli Laufer, di assegnare un nome a ciascuno di loro. Ma era un’impresa impossibile. Nessuno era in grado di distinguere un Laufer dall’altro, né meno i loro più stretti collaboratori. Secondo il sovrintendente Hidalgo, Alfonso era il più basso e tarchiato dei tre e aveva i capelli un po’ più bianchi, Martin era il più alto e il più magro e aveva i capelli un po’ più neri, Alvaro stava a mezza via. Ma tutti e tre i gemelli erano bassi e tarchiati e avevano i capelli grigi, e insomma distinguerli era una questione di minime gradazioni.
Per evitare grattacapi Moreira decise di assegnare i nomi a caso, con la sola precauzione di attaccare un punto interrogativo a ogni nome, Il gemello più vicino decise di chiamarlo Alfonso(?).
In piedi davanti alla scrivania, Alfonso(?) Laufer fissava Malbranque con un sorriso di sfida. Gli altri due Laufer sedevano su poltrone di pelle identiche e fissavano Malbranque a loro volta. Dopo un momento di esitazione, Moreira diede al gemello di destra il nome Alvaro(?) e all’altro il nome Martin(?).
L’oca se ne stava appollaiata ai piedi della scrivania, il piumaggio di rame che luccicava al sole. Un lungo cavo zigrinato collegava il centro del suo dorso alla gola di Alfonso(?) Laufer.
«Ho un appuntamento con il presidente Hub» disse Malbranque con impazienza. Al cospetto dei Laufer aveva cambiato umore. Se fino a un attimo prima era tranquillo, ora sembrava seccato, se non arrabbiato.
Alfonso(?) annuì: «Se non le dispiace, i miei fratelli e io vorremmo dirle due parole, prima che veda il presidente.»
Malbranque scoccò un lungo sguardo carico di disprezzo a ognuno dei tre gemelli: «Gli avvocati Laufer, presumo.»
Alfonso(?) si strinse nelle spalle: «Cosa importa chi siamo?»
«Niente infatti. Ed è qui che volevo arrivare.» Si avviò in direzione della porta. «Arrivederci.»
«Le assicuro che le conviene ascoltarci, signor Malbranque.»
«L’unica persona che mi interessa ascoltare è il presidente Hub.»
Alfonso(?) assunse un’aria contrita: «Magari potesse farlo davvero. Ora come ora, se volesse ascoltare il presidente, sentirebbe solo silenzio.»
Moreira era curioso. Era la prima volta che stava così vicino a quello che gli avversari e gli alleati dei Laufer chiamavano scherzosamente il quarto gemello. Non riusciva a staccargli gli occhi di dosso. Nonostante l’aspetto un po’ goffo, era un prodigio di meccanica. Con quale abilità il rame era stato piegato a riprodurre nei minimi particolari la complessione e il piumaggio di un maschio adulto di oca domestica. E anche se la testa assomigliava un po’ troppo alla tromba di un vecchio grammofono, per non risultare ridicola, era perfettamente funzionale allo scopo: restituire ai Laufer la voce perduta.
Alfonso(?) fece un passo verso Malbranque: «Lasci che le illustri la situazione. Poi deciderà cosa fare.»
«Non c’è niente da decidere, avvocato. Non ho la facoltà di disdire o di rimandare l’appuntamento con il presidente.»
«Non le mentirò: è colpa nostra. Ci siamo arresi troppo presto, sviati da una serie di singolari circostanze e da un grossolano errore di valutazione. Ma non si preoccupi: abbiamo intenzione di fare ammenda.»
«Eh?»
«Pensavamo a uno scherzo. È stato questo il nostro errore. Non avevamo alcun dubbio che fosse un qualche tipo di beffa. Così abbiamo lasciato stare. Solo quando abbiamo saputo della morte di Sekidos e ci hanno detto il nome del responsabile, abbiamo capito con orrore che l’appuntamento non era uno scherzo.»
Malbranque si lasciò sfuggire una smorfia di derisione. «Eppure in città avete fama di essere tipi svegli. Fin troppo, secondo alcuni.»
Il sorriso di Alfonso(?) scomparve. «L’ironia è fuori posto, signor Malbranque.»
«Anche lei e i suoi fratelli, avvocato Laufer.»
«Ma non capisce che abbiamo a cuore esclusivamente il suo interesse? Vogliamo evitarle una grave perdita economica. Non abbiamo intenzioni ostili. L’appartamento del presidente Hub è oltre la porta che vede là in fondo. Vada pure. Ma è questo che sto cercando di dirle da quando è arrivato: sprecherà solo tempo. Lasci che le spieghi: circa venti giorni fa Martin ha fatto visita al presidente, per vedere se aveva bisogno di qualcosa, e ha trovato un biglietto sul tavolino accanto al divano. Sul biglietto c’era scritto un nome, Galenus Malbranque, la data di oggi e quello che sembrava il nome di una ditta: Faland. Un appuntamento! Martin si è consultato con noi, e insieme abbiamo deciso di intervenire. Per correttezza, capisce? Così abbiamo cercato di contattarla. Ma abbiamo trovato solo un numero telefonico di Nemi, intestato a una società che si chiama Falland. Un’impresa di disinfestazioni. Siccome ero curioso, ho chiamato io stesso. Ha risposto una donna molto anziana, in evidente stato confusionale. Quando le ho spiegato chi ero e da dove chiamavo, ha cominciato a urlare insulti irriferibili a me e alla mia famiglia. Ho riattaccato. E ho concluso che fosse uno scherzo. Immagini allora che sorpresa sentire il nome Malbranque stamattina. Allora esiste davvero, ci siamo detti. Sta arrivando, ed è nostro dovere riparare al torto che gli abbiamo fatto.»
«Torto?»
«Non siamo riusciti ad avvertirla in tempo. A impedire che venisse fin quaggiù senza motivo.»
«Non avreste potuto in ogni caso.»
«Ma sappiamo come riparare: eviteremo che sprechi altro tempo e la risarciremo per quello che purtroppo ha già sprecato.»
«Non la seguo.»
«La finiamo qui e ora, signor Malbranque. Annulliamo l’appuntamento e lei se ne ritorna subito da dov’è venuto.»
«Non può annullare l’appuntamento, avvocato Laufer. Solo il presidente Hub può farlo.»
«Ma è lui che lo annulla.»
«No. Il presidente sa come contattare la mia compagnia. Se volesse davvero annullare l’appuntamento, lo farebbe di persona.»
«Ma il presidente Hub non usa più il telefono. E non scriva lettere. E non parla. Con nessuno. Cinque anni fa ha scelto di isolarsi dal mondo e da allora non tollera alcun tipo di contatto con le altre persone.»
«Sa che novità.»
«Lo sapeva?»
«Certo che lo sapevo.»
«E allora perché è venuto lo stesso?»
«E perché non sarei dovuto venire?»
«Ma il presidente non le parlerà.»
«Non ha importanza.»
«Sprecherà solo tempo.»
A questo punto Malbranque si spazientì: «Chiariamo una cosa, avvocato. Quello che faccio del mio tempo non la riguarda. Se voglio risparmiarlo, lo risparmio. Altrimenti lo spreco.» Andò con decisione alla porta in fondo alla biblioteca. «Ora per esempio ho deciso di fare economia. Arrivederci.»
Si sentì un frullare di ali metalliche e un raspare di zampe sul pavimento di marmo. L’oca spiccò un balzo e andò a finire tra i piedi di Malbranque, facendogli lo sgambetto con il cavo. Malbranque riuscì a non cadere, ma rimase in una posizione quasi impossibile, con le ginocchia larghe e le punte delle scarpe che si toccavano.
«L’appuntamento è annullato, signor Malbranque» disse l’oca, sollevando la testa scanalata. «Se ne faccia una ragione e vada via.»
Malbranque sembrò sul punto di darle un calcio. Poi si accorse di qualcosa, forse solo di quanto era prodigiosa la sua meccanica, e si abbassò sulle ginocchia, per cogliere meglio i particolari del piumaggio e delle articolazioni.
La sua rabbia aleggiò lontano, mentre dava all’oca una carezza affettuosa.

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