Encelado – Capitolo 30

Miriam si ritrasse. Ebbe una seconda fitta, che la costrinse a piegarsi in due sulla sedia. Sentì qualcosa muoversi nel ventre: una creatura coperta di spine che si dibatteva convulsamente, forse cercando una via d’uscita.
La vedova chiuse gli occhi. Quando li riaprì, non erano più neri, ma completamente bianchi, senza iride e pupilla. Si alzò in piedi con ributtante elasticità, come se non avesse più ossa. Oscillò un paio di volte, stentando a trovare l’equilibrio, poi si mosse verso Miriam. Ma non era più la vedova Jimenes: durante il breve tragitto dal divano alla scrivania, si trasformò in una creatura che Miriam riconobbe subito. L’abito nero diventò un camice bianco macchiato di sangue, il volto si allungò, la testa a punta perse tutti i capelli.
Quando raggiunse Miriam, la creatura iniziò a toccarle la schiena e le braccia con lunghe dita senza unghie.
Anche l’anticamera si trasformò: la luce pomeridiana divenne una fitta penombra, la tappezzeria a foglie di agave si staccò dal muro con un gorgoglio colloso e rivelò delle pareti metalliche, con graticciate rosse di ruggine che si alternavano a enormi travi, il pavimento di marmo fu sostituito da uno metallico imbrattato di sangue. Questi cambiamenti non stupirono Miriam. Anche quando la scrivania divenne un letto da ospedale e lei si ritrovò distesa sul dorso, seminuda e con le gambe divaricate, non poté fare a meno di pensare: è tutto come deve essere.
«Lo scenario è esattamente lo stesso» disse Jubal. «Ma non lasciarti ingannare. Non stai sognando. E in effetti né meno stamattina stavi sognando.»
Anche il ragazzo si alzò in piedi. Dopo un paio di battiti di ciglia i suoi occhi diventarono bianchi. Si contorse come un burattino e oscillò paurosamente per trovare l’equilibrio. Poi, mentre il suo aspetto cambiava come era cambiato l’aspetto della madre, attraversò l’anticamera fino ad arrivare a due passi da Miriam.
Tirò fuori dal camice un oggetto che Miriam riconobbe subito. Cercò di urlare, ma dalla sua bocca non uscì alcun suono.
La prima delle due creature la afferrò per le spalle. Il tocco delle dita era ottenebrante, l’odore insopportabile. Miriam si dibatté con foga. Ma le dita la legavano al letto come cinghie. La loro stretta era così forte, che niente sembrava in grado di vincerla. Quando rivolse lo sguardo alla creatura, per implorare pietà, lo sguardo che ottenne in risposta le tolse anche le ultime forze.
Non aveva modo di opporsi.
La seconda creatura, ferma ai piedi del letto, le puntava contro l’oggetto che teneva in mano, rigirandolo sotto la scarsa luce che pioveva dall’alto. Lo strumento aveva la forma di un calamaro: l’impugnatura era il mantello, i rebbi erano i tentacoli, il giunto era un occhio bulboso.
Stavolta non esisteva via di fuga: la creatura calò il forcipe tra le gambe di Miriam e afferrò la creatura irta di spine che cercava disperatamente di uscire da lei. La prima volta perse la presa, e cercò di arrivare più in profondità.
Per diversi minuti il dolore fu così intenso, da toglierle il respiro e la vista, e Miriam sentì di sprofondare in una lancinante oscurità dalla quale non credeva di riemergere. Poi il dolore si attenuò, soffocato dalla più nera disperazione che avesse mai provato in vita sua.
Quando riaprì gli occhi, Miriam vide che la seconda creatura stava liberando qualcosa dai rebbi del forcipe. Consegnò alla prima creatura una poltiglia rossa, dalla quale veniva un forte odore di polvere bruciata. La prima creatura porse la poltiglia a Miriam, invitandola a tenerla in braccio. Miriam esitava, perché sapeva cosa sarebbe successo. Ma fu vinta dalla tenerezza. Toccò la poltiglia con la punta delle dita, per non danneggiare la sua fragile sostanza. Non servì. Non appena i suoi polpastrelli la sfiorarono, la poltiglia si svuotò con un sibilo. E Miriam si trovò ricoperta dalla sabbia che era quanto restava del suo unico figlio.
Si rivolse a Jubal: «Da noi due è venuto solo questo. Abbiamo saputo ripetere noi stessi solo in questo mucchietto di sabbia.»
Jubal la guardò con freddezza. «Ti stupisci?» disse. Stava in piedi in mezzo all’anticamera, il volto immerso nell’ombra. «Considerando la mia origine, considerando la tua origine, considerando quali forze ci hanno messo insieme, come poteva andare diversamente?» Si guardò attorno. «Forse non hai ancora capito fino in fondo con cosa hai a che fare, quale abisso hai spalancato, nell’istante che ti sei chinata a riflettere la tua stessa esistenza.» Accennò a un fagotto sul pavimento. «E ora è il caso che ti svegli.» Toccò il fagotto con la punta del piede. Il fagotto rispose con un gorgoglio. Un liquido rosso colò sul pavimento. «Quanti anni credi che avesse? Tredici? Quattordici?»
Miriam provò ad alzarsi dal letto, ma si accorse di essere già in piedi. Strano. Non era seduta alla scrivania? Quando si era alzata?
Si avvicinò a Jubal.
«Stavolta sei nei guai, Miriam» disse Jubal, indicando un secondo fagotto a pochi passi dal primo. Una pozza di sangue si allargava sotto la stoffa nera, alcuni sprazzi di carne bianca e un occhio sbarrato trapelavano dagli squarci.
«Non credo che il notaio sarà contento di come tratti i suoi clienti» disse Jubal.
Miriam si accorse di stringere in mano qualcosa. Il tagliacarte. Coperto di sangue. Come le sue mani, le braccia, il vestito, le scarpe e sicuramente anche la faccia.
«Non è colpa mia» disse. «Sei stato tu a farmelo fare. Mi hai drogato. O forse mi hai ipnotizzato.»
«Prova a raccontarlo a lui» disse a Jubal, accennando a qualcuno alle spalle di Miriam. «Vediamo se riesci a convincerlo.»
Miriam si voltò e si trovò faccia a faccia con il notaio Lopes. Il notaio spostava lo sguardo dal cadavere della vedova al cadavere del ragazzo, incapace di rendersi conto dell’orrore che aveva sotto gli occhi.
«Forse potresti anche farcela» disse Jubal. «Proponigli di fuggire insieme, di prendere insieme la via dell’est. Secondo me non aspetta altro. Ha sempre avuto un debole per te. Se gli dai una bella scrollata, magari gli cadono di dosso tutte quelle ragnatele e ricorda di essere un uomo.»
Miriam fissava il notaio, che ancora non riusciva a staccare gli occhi dai cadaveri sul pavimento. Sembrava sul punto di vomitare. Eppure nei suoi occhi luccicava anche qualcos’altro, forse il principio di un’idea.
Era questo il vero attacco. Malbranque si era tirato indietro solo perché sapeva che qualcun altro avrebbe finito il lavoro al posto suo. E lei aveva fatto esattamente quello che volevano loro. Ora l’avrebbero accusata di omicidio, processata e chiusa in peigione. Le avrebbero tolto tutto. Non solo la libertà, ma anche la sua più grande ambizione: il martirio.

Il notaio si riebbe. Fece un paio di passi verso la porta dello studio, mentre il luccichio svaniva dai suoi occhi.
«Mantenga la calma, Miriam» disse. «Metta giù il tagliacarte, per favore. Sono sicuro che possiamo trovare una soluzione. Che possiamo arrivare a un qualche tipo di accordo.»
«Ma non sono stata io.»
«No! Non parli! Rischia di dire qualcosa di compromettente senza volerlo. Mi chiameranno a testimoniare, capisce? Sarò obbligato a ripetere quello che ha detto e potrei fraintendere, potrei metterla in cattiva luce senza volerlo.» Fece un altro passo in direzione dello studio.
«Fossi in lei, non aprirei bocca fino all’arrivo della gendarmeria. Ai gendarmi basteranno un paio di domande per accertate la sua innocenza. E io la aiuterò. Dirò che è sempre stata un’impiegata modello. Ma dovrebbe davvero mettere giù quel tagliacarte.»
Era indietreggiato fino alla porta, ma non aveva il coraggio di entrare nello studio.
«Dagli retta, Miriam» disse Jubal. «Non eviterai la galera, ma almeno l’impiccagione.»
«Non voglio arrendermi» disse Miriam.
«Ma perché ostinarsi? Ormai hai perso: non sarebbe più facile lasciarsi trasportare dalla corrente, invece che affannarsi a risalirla? Butta quel tagliacarte. Chiama la gendarmeria. Se ti ostini, finirai in una bara. Ammetto che l’alternativa fa piuttosto schifo, ma almeno sarai viva.»
Miriam chiuse gli occhi. «Malbranque» disse con odio. «Prima che sia finita, devo rivedere Malbranque. Dopo che lo avrò ucciso, potrò anche morire contenta.»
Jubal indicò il notaio. «Di lui cosa vuoi farne? Se chiama i gendarmi, questo pomeriggio ti toccherà offrire il caffè a mezza guarnigione, oltre che a Malbranque.»
Miriam diede una sbirciata all’orologio sulla parete. C’era ancora tempo. Strinse il tagliacarte.
«Posso chiederle un favore, notaio?» disse, facendo qualche passo verso lo studio. «Le dispiace se stacco un po’ prima?»

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