Cometa – Parte I

Seduto sull’orlo del dirupo che delimitava la Conca Azzurra, il Bambino d’Ombra osservava a occhi stretti i Dodici Pinnacoli che circondavano la Tana del Volto. I Pinnacoli si innalzavano fino ai vapori della Coda, perdendosi tra le aurore e gli arcobaleni scaturiti dal bianco. Anche se erano fatti in larga parte di ghiaccio, contrapposti al muro di Luce abbagliante generata dal Volto, i Pinnacoli apparivano completamente neri. Il loro aspetto minaccioso sembrava volto a dissuadere chiunque si decidesse di avvicinarsi.
Ma lui non si sarebbe lasciato dissuadere. Sapeva che sarebbe stata un’impresa difficile, dolorosa. Andare alla Tana del Volto significava tornare dalla sua gente, che un tempo aveva tradito e che ora lo odiava, e poi dover fare i conti con il Volto. Finora il Bambino d’Ombra non si era mai avvicinato al Volto, ma sapeva, lo sapevano tutti, che si poteva morire, che si moriva certamente.
Ma non era per questo che i suoi occhi erano stretti. Nessuna minaccia, né l’odio della sua gente né l’orrore del Volto, lo avrebbe indotto a stringere gli occhi, se lei non si fosse intestardita a seguirlo.
Percepiva chiaramente il suo respiro, che la prospettiva del difficile cammino non accelerava né appesantiva. Fluttuando a pochi passi da lui, la Giovane Cometa rivolgeva un sorriso (lui percepiva il sorriso nonostante le voltasse le spalle) ai Pinnacoli e alla Tana del Volto.
«È pericoloso» disse il Bambino d’Ombra. Il sorriso della Giovane Cometa era così lieto, che alla fine lui ne era stato esasperato. Irritato dal silenzio di lei si voltò: «Mi hai sentito?»
La Giovane Cometa face una piroetta nella nube bianca emanata dal suo stesso corpo. Gli occhi scintillarono alla Luce della Grande Coda.
«È pericoloso» ripeté il Bambino d’Ombra.
«Sarà pericoloso per te, se vai da solo» disse la Giovane Cometa. Ora il sorriso era per lui. La Luce del sorriso allontanò e redense un po’ dell’Ombra di cui era fatto. «Non hai mai parlato al Volto. Non sapresti cosa dirgli. Se facessi la domanda sbagliata, ti annienterebbe con una sola delle sue gigantesche parole.»
«Non ho paura.»
La Giovane Cometa fluttuò verso di lui e si fermò sul ciglio del dirupo. I suoi piedi fecero crollare qualche frammento di ghiaccio lungo il dirupo. Ma era padrona del vuoto, la vicinanza dell’abisso non la spaventava. Lui invece era stato costretto a sedersi.
«Perché vuoi parlare al Volto?» domandò la Giovane Cometa. Gli aveva già rivolto questa domanda molte volte, ma lui non era mai riuscito a rispondere. In realtà il Bambino d’Ombra non sapeva bene perché volesse parlare al Volto. C’erano tante vie che lo portavano al Volto, ma queste vie, anche se avevano origine in regioni lontanissime l’una dall’altra, erano intrecciate così strettamente, che lui non sapeva districarne né meno una per trarre una risposta.
Respirò a fondo, osservando i Pinnacoli e la Conca Azzurra sulla quale i Pinnacoli gettavano i loro nastri d’Ombra. La Conca era costellata di macchie grigie o nere, disordinatamente sparse ai piedi delle creste ghiacciate o sul fondo delle gole e dei dirupi. Macchie nere dove le creste si alzavano a schermare la Luce del Volto, più chiare dove una piccola gola scavava il suolo ghiacciato.
Le dimore della sua gente.
«Sono fatto d’Ombra» disse. «Prima di affrancarmi, obbedivo alla legge dell’Ombra. Non avrei mai pensato di violarla. Ma sono venuto quassù. Ho tradito la mia gente.»
Il sorriso della Giovane Cometa tremò, si spense.
«Lo hai fatto per me» disse.
Il Bambino d’Ombra annuì. «Per te. Ti ho visto danzare, aurora tra le aurore, e ho venerato la Luce di cui sei fatta. Ma la mia gente non può capire la Luce. Né le aurore e gli arcobaleni che indossi come gioielli. Noi cresciamo negli anfratti, in fondo alle gole, al riparo delle creste. Tu fluttui nella Lucd. Questo non è ammirevole. Non si può venerare. Eppure io ti ho ammirato. E venerato.»
«E infine amato…»
«E infine amato.»
Ora entrambi guardavano i Pinnacoli. La Luce del Volto saettava dalle gole che separavano i i Pinnacoli, gettando dodici corridoi d’Ombra attraverso tutta la Conca, a raggiera.
Era la prima volta che il Bambino d’Ombra spiegava perché era risalito dalla Conca Azzurra, scalando il dirupo per entrare nel paese delle Comete. E la prima volta che parlava di amore. L’abito di Luce della Giovane Cometa estroflesse una piccola aurora rosa e verde, che subito si dissolse al vento solare. La piccola aurora era la parola amore, come sapeva pronunciarla lei.
Ma il Bambino d’Ombra era grigio, color polvere, nero in certi angoli, con gli occhi incavati. Pronunciata da lui, la parola amore sonava come una cascata di rocce: le faceva quasi male. Per questo aveva sempre esitato a pronunciarla. E anche ora lo aveva fatto piano, con una cautela che più della parola esprimeva il suo amore.
Ma era questa la domanda del Bambino d’Ombra: come poteva un’Ombra amare una Cometa? La domanda lo tagliava in due. E feriva in un modo allo stesso tempo uguale e opposto la Giovane Cometa. La vita sulla cima del dirupo non rendeva felice nessuno dei due: per quanto l’uno cercasse di perpetuare sé stesso nell’altro, la scissione della loro natura rendeva mutila ogni perpetuazione. Eppure non potevano dividersi. L’infelicità nata dalla scissione interna sarebbe stata poca cosa al cospetto dell’orrore di dividersi.
Era questa la domanda del Bambino d’Ombra.
Una delle domande. Il Bambino d’Ombra amava ancora la sua gente. Dell’amore spinoso e tagliente delle Ombre. Il cammino verso il Volto lo avrebbe riportato dalla sua gente: anche questa era una domanda. La prima alla quale avrebbero dovuto trovare una risposta. Ed era a causa di questa domanda che la Giovane Cometa non voleva che il Bambino d’Ombra andasse senza di lei. Se lui avesse trovato risposta alla domanda, se l’avesse trovata da solo, temeva che non avrebbe più scalato il dirupo per tornare da lei.
Il Volto non le faceva paura come la prospettiva di perdere il Bambino d’Ombra.

***
Le voci iniziarono mentre erano ancora a metà discesa. Voci ostili, dolorose. Avvolta nella sua coda di aurore e arcobaleni, la Giovane Cometa sentiva quelle voci colpire il suo mantello come sassi. Solo cantando riusciva a schermarne la minaccia.
Il Bambino d’Ombra sembrava risentirne più di lei. La sua faccia era attraversata da striscie nere, gli occhi si infossavano e sparivano.
«Non ascoltare» disse la Giovane Cometa.
«Non so come fare.»
Quando arrivarono a un avvallamento e si fermarono per riposare, uno stormo di voci si alzò da una spaccatura e puntò nella loro direzione un gran numero di punte aguzze. Le punte si aprirono a raggiera, il fiore spinoso che ne nacque roteò verso il Bambino d’Ombra.
Il fiore spinoso era l’odio della sua gente.
«Attento!» gridò la Giovane Cometa. Ma il fiore spinoso era scomparso, vinto dalla Luce emanata dal Volto.
Man mano che scendevano nella Conca Azzurra, la Luce diventava meno intensa. Frammenti di arcobaleno ristagnavano in cima alle creste, lacerati dal ghiaccio e dalla polvere. La Giovane Cometa respirava faticosamente. Il suo sorriso, un’aurora azzurra venata di oro, vacillava all’assalto dell’Ombra.
Arrivarono alla Conca. Immersi nell’azzurro riflesso dai ghiacci e dalle rocce, riposarono per il tempo di un respiro. Le saette emanate dal Volto li sovrastavano, facendo piovere su di loro delle scaglie incandescenti. Qui i contrasti di Luce e Ombra erano meno netti che sulla cima del dirupo. Una penombra viva smussava ogni contrasto.
Proseguirono. Altre voci salivano dal fondo dei crepacci o dalle Ombre generate dai Pinnacoli. Voci sempre più ostili e piene di odio.
«Ecco il Rinnegato» dicevano le voci.
«Pazzo! Ha lasciato il ricettacolo dell’Ombra per il paese delle Comete. Ha tradito la sua gente per contemplare la Luce della Grande Coda.»
«Abominio! Ha sovvertito la sua stessa natura, ha insozzato la sua origine con l’amore delle Comete.»
Così dicevano le Ombre. Ogni parola galleggiava lentamente fino al Bambino d’Ombra, solida come una scheggia di ghiaccio, e lo colpiva alla schiena o alla testa. Il Bambino d’Ombra chiudeva gli occhi e restava in silenzio.
Soffriva, ma il suo passo non rallentava .
Non era l’assalto delle voci a preoccupare la Giovane Cometa. Il Bambino d’Ombra era cresciuto al riparo delle rocce e conosceva bene spigoli e durezze. Il dolore non lo spaventava. Era la lusinga che si nascondeva nell’odio, il legame che ancora esisteva fra il Bambino d’Ombra e la sua gente, a preoccupare la Giovane Cometa. Il Bambino d’Ombra non si arrabbiava sentendosi chiamare Abominio. Sapeva di essere un Abominio. Era questa consapevolezza, e la nostalgia degli anfratti che a volte leggeva negli occhi del Bambino d’Ombra, a preoccupare la Giovane Cometa.
«Non ascoltare» disse la Giovane Cometa.
«Non so come fare.»

***

Spossati dall’assalto delle voci si fermarono sulla cima di uno spuntone di roccia ricoperto di ghiaccio. Scintille verdi e azzurre si accendevano nella polvere che ammantava lo spuntone. La Giovane Cometa ne colse una. Emise una nota rosa che inanellò la scintilla e la trasformò in una stella. La Giovane Cometa espose la stella neonata al vento solare. Il vento rubò alla piccola stella il suo mantello di polveri e aurore e lo allungò in una treccia luminosa. La stella divenne una Cometa.
«Io sono nata così» disse al Bambino d’Ombra.
Il Bambino d’Ombra guardò la stella. Ma i suoi occhi infossati erano pieni di Ombra e la sua faccia era tutta nera.
A pochi passi di distanza cominciava la regione d’Ombra generata da uno dei Pinnacoli. Innumerevoli voci salivano dalla regione d’Ombra, ma meno insistenti di poco prima. Meno ostili. Il Bambino d’Ombra porgeva orecchio alle voci e ogni tanto muoveva un passo nella loro direzione.
Ne era attratto. La giovane Cometa lo sapeva. Il desiderio di congiungersi alla sua gente era così forte, da rendere più fosca del solito la sua figura. Ora era più piccolo e curvo, così scuro che non si distinguevano i tratti della faccia.
«Il Volto non è lontano» disse la giovane Cometa.
«È molto lontano invece.»
«Temi che la tua gente ci faccia del male?»
Sette striscie parallele di caligine attraversarono il volto del Bambino d’Ombra da destra a sinistra, in diagonale. Scosse la testa.
«La mia gente non ci farà del male.»
«Ma ci odiano.»
«No. Odiano me. Ma prima vogliono che ritorni con loro. Non sopportano di avermi perso. Per questo stesso motivo non mi faranno del male.»
«Ne faranno a me?»
«No. Per te non provano niente. Non ti toccheranno con le loro parole di spine. Non capiscono le tue aurore, la tua Coda di Luce, non possono né meno concepirle. Per loro sei irraggiungibile quanto il Volto.»
Il Bambino d’Ombra scosse ancora la testa.
«L’unico che può farti male sono io» disse.
La Giovane Cometa emise un piccolo arcobaleno azzurro, che voleva dire: dolore.
«Perché ti amo» disse.
«Sì. Perché mi ami. La parola amore è una parola molto pericolosa.»
Il Bambino d’Ombra tenne sul palmo della mano la parola amore che aveva appena pronunciato. Chiuse le dita perché non cadesse. «Guardala: è piena di punte, è pesante, scura. Può ferire la tua Luce con un solo frammento.»
«E faresti questo? Mi faresti del male?»
«Sono fatto d’Ombra.»
«Ma tu mi ami. Hai scalato il dirupo per stare con me. Hai rinnegato la tua gente per amor mio.»
«Sono fatto d’Ombra.»
Il Bambino d’Ombra divenne ancora più buio. Gli occhi riflessero la Luce della giovane Cometa come se volesse nutrirsene. Poi si girò verso la regione d’Ombra.
«È per questo che devo andare là.»
Gli occhi della giovane Cometa sprizzaroni due gemme rosse che si persero subito nel vento solare.
Il Bambino d’Ombra sorrise.
«Non piangere. Sapevi cosa avevo intenzione di fare prima ancora che scendessimo nella Conca.»
«Non tornerai più.»
«Ma almeno non ti avrò fatto male. Se invece tornerò, saprò che non te ne farò mai.»
«Non mi importa se mi farai del male. Non voglio perderti.»
«Se ti facessi male, farei male anche a me stesso. Così la nostra sarebbe stata solo una pazzia.»
«Non andare.»
«Aspettami finché non sentirai voci di dolore o di gioia. Nel primo caso starò tornando da te. Nel secondo…»
La Giovane Cometa sedette su un nastro di polveri d’oro che la sollevò sino alle propaggini più basse della Grande Coda. Aurore azzurre e arcobaleni rossi fluttuarono attorno alla sua coda mentre la Luce della Grande Coda la circondava.
Il Bambino d’Ombra si allontanò. Scese lungo il fianco dello spuntone di ghiaccio e percorse a testa bassa il breve tratto che lo separava dalla regione d’Ombra. Si fermò sul ciglio della regione d’Ombra, ascoltando le voci della sua gente che lo insultava e lo reclamava.

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