Cometa – Parte II

«Sei come noi.»
«Lo ero. Forse non lo sono più.»
«Sei come noi.»
«Ho visto molte cose oltre il dirupo.»
«Sei come noi.»
«Lei mi ha portato in alto, tra le correnti della Coda, tra le nebbie eterne del Guscio.»
«Sei come noi.»
«Abbiamo attraversato i Dodici Mari di Latte, abbiamo scalato le Zanne del Lupo Bianco, abbiamo varcato i confini delle Pianure di Zucchero per rubare i segreti delle Miniere di Luce, dalle quali il Volto attinge il suo potere.»
«Sei come noi.»
«Ho conosciuto altre Ombre. Le loro voci erano diverse dalle vostre, ma dicevano le stesse parole. In ogni anfratto, in ogni crepaccio si annidano Ombre che non capiscono la Luce. Voi credete che solo la Conca Azzurra dia ricetto alla gente d’Ombra. Ma la gente d’Ombra ignora se stessa. La gente d’Ombra ignora tutto, se non le conche dove cerca riparo dal tocco della Luce. Dovrei dimenticare troppe cose, per tornare insieme a voi.»
«Sei come noi.»
«Credete che il mio posto sia qui?»
«Sei come noi.»
«Come potrei tornare alla Conca Azzurra e dimenticare tutto quello che ho visto? Come potrei dimenticare le aurore distese dal riso della Giovane Cometa?»
«Sei come noi.»
«Come potrei tornare, ora che ho conosciuto la Luce e non ne ho più paura?»
«Sei come noi.»
«È vero. A volte sogno di tornare nel ricettacolo dell’Ombra. Sogno gli anfratti, il tepore del segreto. I miei occhi sono ancora neri e solo con paura e ribrezzo riflettono le diverse Luci che ho conosciuto nei miei viaggi. A volte la Luce della Giovane Cometa urta contro il mio corpo oscuro, allora la solitudine mi fa tremare, e desidero tornare dalla mia gente.»
«Sei come noi.»
«Non ho mai smesso di esserlo. Anche quando ammiravo le aurore della Grande Coda. Anche quando imparavo i segreti del Volto alle Miniere di Luce. Anche quando gridavo di gioia attraversando i Dodici Mari di Latte.»
«Sei come noi.»
«Anche quando l’amore della Giovane Cometa varcava mia la pelle d’Ombra e rischiarava il grumo di caligine che batte dentro il mio petto.»
«Sei come noi.»
«È vero. Sono come voi.»

Perduta nella Luce della Grande Coda, la Giovane Cometa dimenticò il Bambino d’Ombra. Solo un piccolo nucleo grigio offuscava ancora la sua mente: ma lei aveva dimenticato qual era il nome di questo nucleo, e pensava fosse un offuscamento della sua stessa Luce causato dal dolore.
Soffriva. Soffriva perchè sapeva di aver perso qualcosa. E anche se non ricordava più cosa, il ricordo dell’amore che aveva provato bastava ad affievolire la sua sostanza.
Si librava al di sopra della Conca Azzurra, avvicinandosi pericolosamente ai Dodici Pinnacoli e alla Tana del Volto. Il Volto era la sua meta. Questo lo ricordava. E la sua origine. Tra le fauci del Volto era stata forgiata la piccola scheggia di roccia, ghiaccio e metallo che era diventato il suo nucleo. Ricordava ancora il momento che aveva scoperto di non esser più parte del Volto ma il seme di qualcosa di nuovo. Epure non si era ancora affrancata dall’influsso del Volto, né poteva dire di aver portato a compimento l’identità promessa.
Si riscosse, cercò affannosamente di tornare verso terra. Era il Volto, il tiranno, ad addormentare i suoi ricordi. Come la gente d’Ombra desiderava il ritorno del Bambino d’Ombra, così il Volto desiderava riaverr la Luce che lei gli aveva sottratto. Per questo la chiamava, cercava di farla avvicinare abbastanza per catturarla.
Per questo lei aveva dimenticato. Ma non aveva ancora dimenticato del tutto.
Si dibatté per vincere la forza che l’attirava. Fluttuò in basso, cercando rifugio nella penombra. Non aveva ancora dimenticato del tutto. Restava quel piccolo nucleo d’Ombra. Un nucleo d’Ombra che non faceva parte della sua sostanza, ma veniva da fuori, e che un tempo era stato sia fuori sia dentro di lei.
Solo allora la sua identità, la sua singolarità, era sbocciata, liberandola dall’influsso del Volto. Per un tempo che non ricordava, ma che era certa di aver vissuto, era stata uno: uno nell’abbraccio dell’Ombra, al cospetto di un amore così concreto, che la sua sostanza era stata sovvertita. Solo allora la Giovane Cometa si era affrancata dalla tirannia della sua origine.
Grazie al Bambino d’Ombra.
Ricordò. Ricordò il volto strinato, percorso da nastri neri. Ricordò gli occhi infossati, che a volte erano attraversati dal riflesso delle sue aurore e arcobaleni, altre erano volte refrattari alla Luce. Come aveva potuto dimenticarlo? Quanto tempo era passato da quando lui era entrato nella regione d’Ombra per parlare alla sua gente? Quanti respiri aveva mandato il Volto da quando si erano separati?
La Giovane Cometa chiuse gli occhi. Solo allora si rese conto di quanto fosse stata vicina a perdere se stessa. Aveva temuto che il Bambino d’Ombra cadesse nel sortilegio della sua gente e tornasse da loro per sempre. Ma anche lei era stata sul punto di soccombere al sortilegio del Volto. Adescata dalla Luce, cullata dalla canzone della Grande Coda, era diventata così luminosa, da perdersi nel Volto. Solo il dolore l’aveva tenuta insieme. Il sortilegio però non svaniva. Se il Bambino d’Ombra non fosse tornato in fretta, lei si sarebbe persa.
Sedette sull’apice di un grande arcobaleno. Osservò con preoccupazione i fasci di Luce che uscivano dalle gole tra i Pinnacoli e fendevano la Grande Coda fino agli strati più esterni, al Vuoto oltre la Coda. I fasci di Luce provenivano dal Volto, ma erano solo un pallido riflesso del suo potere. Il potere della gente d’Ombra era niente al cospetto del potere del Volto. Se perfino lei, che era nata da quel potere, che era un frammento di quello stesso potere, aveva rischiato di sciogliersi al suo cospetto, il Bambino d’Ombra sarebbe stato incenerito solo avvicinandosi alla Tana.
La Giovane Cometa si domandò se non dovesse augurarsi che il Bambino d’Ombra restasse fra la sua gente e dimenticasse il folle desiderio di interrogare il Volto.
«Il Volto non ha risposte» disse alle aurore e agli arcobaleni. «Il Volto non conosce la verità. È la verità. E se tentasse di comunicare se stesso ai suoi figli, i suoi figli morirebbero fra atroci tormenti.»
Eppure avrebbe accompagnato il Bambino d’Ombra fino al Volto e non avrebbe né meno cercato di dissuaderlo. Fluttuare fra l’Ombra e la Luce, sgusciare al confine di due regioni così diverse, era una vita troppo sottile da vivere.
L’arcobaleno si ruppe, spezzato in più parti da un guizzo di Luce emanato dal Volto. La Giovane Cometa scese verso la Conca Azzurra, avvicinandosi alla regione d’Ombra dove era sparito il Bambino d’Ombra. Lo chiamò con alcuni arcobaleni verdi e gialli e con delle aurore blu che si dissolsero nella regione.
«Torna presto» dicevano le aurore blu.

«Sono come loro» disse il Bambino d’Ombra.
«Tornerai da loro?»
Il Bambino d’Ombra si voltò a osservare la regione d’Ombra. Era uscito dalla regione d’Ombra da meno di un respiro, ma sembrava che ne avesse già nostalgia.
Poi il Bambino d’Ombra si voltò a guardare la Giovane Cometa. I suoi occhi si liberarono dal groviglio di presagi e di ricordi che li offuscava e mandarono riflessi bianchi e azzurri
«No» disse il Bambino d’Ombra. «Non tornerò da loro. Devo fare la mia domanda al Volto. Questo è più importante della mia origine.»
«Ora conosci la domanda?»
«Sì.»
«Dimmela, così ti dirò se è pericolosa. Se la risposta del Volto rischierà di incenerirti.»
«E se fosse pericolosa?»
«Non dovresti farla.»
«Cosa dovrei fare allora?»
La Giovane Cometa spiccò una scintilla dorata, l’esistenza della quale durò solo il tempo di venire al mondo. La scintilla significava: non lo so.
«Domandargli qualcos’altro» disse poco dopo.
«E cosa?»
Un’altra scintilla dorata.
«È questa la mia domanda» disse il Bambino d’Ombra. «È stato molto difficile trovarla. Doloroso. Lo sai bene, perché è anche la tua domanda. L’unica che ha senso fare. Quindi, cosa importa se è pericolosa oppure no? È la sola che abbiamo. La sola alternativa a questa domanda…»
«…è il silenzio.»
«Sì.»
«È una domanda pericolosa. Sarai incenerito. E io mi perderò nella Luce del Volto.»
«Ma se non la facciamo, quello che ci taglia in due continuerà a tagliarci in due. E alla fine moriremo lo stesso. Più lentamente. Meno dolorosamente. Ma moriremo.»
«Potremmo oscillare tra l’Ombra e la Luce. Come abbiamo fatto finora.»
«Saremmo tagliati in due.»
«Potremmo vivere in cima alle creste, al culmine dei dossi, sulle giogaie.»
«Lo abbiamo fatto finora. Ma la ferita che spezza i nostri cuori è diventata sempre più profonda.»
«È una domanda pericolosa.»
«Non sei costretta a venire. In effetti preferirei che non venissi. Resta qui. Lascia che vada da solo.»
«No.»
«Ma tu non vuoi fare la domanda. Non ha senso che venga anche tu.»
«Se tu vai io vengo.»
«Non sei costretta.»
«No. Ma vengo lo stesso.»
«Farò la mia domanda.»
«Io la farò con te.»
«Forse moriremo.»
«Forse no.»
«Ma tu credi di sì.»
«A volte sbaglio.»
«Non è mai successo.»
«Allora moriremo.»

Gli occhi del Bambino d’Ombra erano stretti a causa della Luce accecante che usciva dalle gole tra i Pinnacoli, ma anche perché temeva che la giovane Cometa morisse nella spaventosa impresa di parlare al Volto.
Avrebbe vpluto cercare di nuovo di dissuaderla. Ma sapeva che era inutile. Durante il periodo che aveva trascorso nel paese delle Comete, aveva capito che le Comete seguono la loro orbita nonostante tutto, che solo i cataclismi stellari potevano sviarle. La Giovane Cometa aveva scelto la sua orbita intorno a lui, e lui non era in grado di produrre cataclismi stellari.
Ora le voci della sua gente era allarmate. Non lo insultavano più. Gli dicevano solo: torna indietro, morirai. Il terrore del Volto echeggiava in tutte le regioni d‘Ombra che costellavano la Conca Azzurra.
«Non ascoltare» disse la giovane Cometa.
«Non preoccuparti» rispose il Bambino d’Ombra.
Il suolo si inclinava verso una delle gole tra i Pinnacoli. La gola era molto stretta, fiancheggiata da alte muraglie di roccia e di ghiaccio. Portava a una parete di Luce accecante, dalla quale ogni tanto sprizzavano arcobaleni e aurore elettriche che consumavano la pelle del Bambino d’Ombra.
Quando arrivarono all’imbocco della gola, le voci delle Ombre si spensero. Nel silenzio di Luce, si sentiva solo uno sfrigolio, un bisbiglio sotterraneo.
«Cos’è questo suono?» domandò il Bambino d’Ombra.
«È la verità come la pronuncia il Volto» disse la Giovane Cometa. «Ora è ancora pallida. Ma quando saremo vicini al Volto, il suo suono sarà così assordante, che rischierà di farci impazzire.»
«Ma potremo conoscerla. È questo che vogliamo.»
«Non si può conoscere la verità come la pronuncia il Volto. Si può solo temerla.»
Il volto del Bambino d’Ombra fu percorso da due nastri neri. «Cosa dovremo fare allora?»
«Non lo so. Forse fare la nostra domanda prima che la verità ci annienti.»
«E come sentiremo la risposta?»
La Giovane Cometa emise un delicato arcobaleno, che andò verso il Bambino d’Ombra e gli carezzo una guancia.
«Ho capito» disse il Bambino d’Ombra «non ci sarà risposta.»
Proseguirono. Le pareti si avvicinarono, li chiusero in una specie di galleria. La Luce accecante rimbalzava sulle rocce e sulle lastre di ghiaccio, rompendosi in raggi multicolori che sventagliavano ovunque e si spezzavano contro la parete opposta. Aurore e arcobaleni galleggiavano ai piedi delle pareti.
Il passo del Bambino d’Ombra diventava sempre più faticoso. La Luce staccava dal suo corpo strisce di pelle sempre più grandi. Il Bambino d’Ombra respirava con difficoltà l’aria satura di Luce e ogni respiro arroventava la sue interiora.
Ormai era certo di morire. Al cospetto della più profonda sovversione che avesse mai conosciuto, capiva quanto fosse labile la sua esistenza.
Anche la Giovane Cometa stava morendo. Non perché fosse consumata dal suo opposto, ma perché la sua sostanza era così simile alla sostanza del Volto che rischiava di esserne assorbita. La sua sofferenza non veniva dal conflitto, ma da una spaventosa somiglianza. L’alone che la circondava si perdeva nella Luce del Volto, le aurore e gli arcobaleni che emanava erano rubati da quelli più grandi emanati dal Volto. Anche le scintille dei suoi occhi si annientavano al cospetto dello sguardo del Volto.
Le pareti della gola si distanziarono. Una distesa di ghiaccio secco e di polvere incandescente apparve davanti a loro. Sulla distesa tiranneggiava la Luce del Volto. I Dodici Pinnacoli che circondavano la Tana erano ormai così gonfi di Luce, da essere invisibili. Non si vedevano più né meno le aurore e gli arcobaleni prodotti dai giochi della Luce sul ghiaccio.
C’era solo bianco.
Avanzarono ancora per molti respiri. Presto si resero conto che non sarebbero più tornati indietro. Continuarono.
Il Bambino d’Ombra era sempre più chiaro. Il suo nero era sbiadito in un grigio quasi bianco, i suoi occhi ridotti a punte di spillo. La Giovane Cometa non esisteva quasi più. La coda e il guscio luminoso che avvolgevano il suo cuore di roccia e metallo erano quasi evaporati. Solo il cuore era ancora visibile: ma il cuore era così irresistibilmente attratto dal Volto, che presto non avrebbe potuto si sarebbe fuso alle rocce che il Volto masticava senza fine.
La voce del Volto era diventata tonante. Alla fine risucchiò ogni altro suono, rubando persino i loro pensieri. La verità albergava in quella voce. Ma era troppo grande perché potesse essere compresa.
Allora il Bambino d’Ombra e la Giovane Cometa seppero che sarebbero morti. Si fermarono in mezzo della distesa. Contemplarono il globo rovente che rombava davanti a loro e subito divennero ciechi.
«Fai la tua domanda» disse la Giovane Cometa.
Il Bambino d’Ombra annuì. Raccolse l’energia che gli restava, quel po’ di grigio che ancora lo distingueva dal bianco, si voltò senza vederla verso la Giovane Cometa per dirle addio e prese un lungo respiro.
Fece la sua domanda.

Una tiepida notte stellata era distesa sulla città. Il calore dell’attività umana si diffondeva in tutta la pianura, producendo vapori che offuscavano lo splendore del sereno. L’afrore delle stalle, nelle quali buoi, vacche e muli riposavano anfanando, copriva con un velo i vicoli della città. Gonfi di vino, le narici sature del profumo delle spezie e degli oli, alcuni mercanti dondolavano tra i miasmi.
«Conosci il nome di questo posto?»
«Questo non è un posto. Questa è la verità come la pronuncia il Volto.»
«È cosa significa questa verità?»
«Niente. Te lo avevo detto. Non si può comprendere la verità come la pronuncia il Volto. Se si fanno domande al Volto, o si rimane inceneriti, oppure…»
«Oppure?»
«Oppure questo.»
Fluttuavano sopra la città, tra le Ombre che ristagnavano in cima alle case e sull’apice dei capanni. Ma le Ombre non chiamavano, non avevano vita né voce. Ne toccarono una, ma non successe niente. Nessuno dei due era sorpreso. Questo posto era il Volto e Il Volto sovvertiva ogni cosa. Restare sorpresi significava illudersi di poter controllare i capricci del Volto.
Vagarono ancora a lungo, incerti sulla via. Dopo un po’ videro una finestra illuminata. Si avvicinarono. Sbirciarono dalla finestra. Videro un vecchio avvolto in una tunica verde che vegliare sul sonno di una donna e di una bambina. Una candela ai piedi del letto diffondeva una Luce calda.
L’espressione del vecchio era di dolore e nostaglia. Sembrava che vegliasse non solo per proteggere le donne, ma per dir loro addio senza che se accorgessero.
«Qual è il nome di questo?»
«il nome non ha importanza. Questo è il Volto.»
«Ma qual è la risposta alla mia domanda?»
«Non so. Non si può esserne sicuri. Non so se il Volto risponda alle domande. Non so se l’abbia mai fatto. Forse vuole solo dirci che dobbiamo essere contenti di non essere morti.»
Fluttuarono verso una collina con tante case di legno e di pietra sul fianco. In quel punto la notte era rischiarata da una sorgente di Luce che la collina nascondeva. La Luce emanata dalla sorgente sconosciuta era così intensa, che riverberava nella parte buia della città.
Sapevano qual era la sorgente di Luce. Ne riconoscevano il canto, anche se era affievolito dall’aria e dal calore.
«Il Volto.»
«Credi che dobbiamo andare là?»
«Ci sta chiamando.»
«Ma abbiamo già percorso quella via. E abbiamo trovato questo. Che forse non è niente, ma è più di quello che avevamo prima. Ora dovremmo tornare indietro?»
«Sì.»
Fluttuarono lentamente verso la Luce. Sotto di loro molti recinti custodivano il sonno di pecore e capre. Accanto ai recinti dormivano alcuni pastori e dei grossi cani che somigliavano a pecore.
Ma ora un misterioso cambiamento turbò il sonno dei pastori. Il cambiamento era avvenuto oltre la collina, dove aleggiava la Luce del Volto.
Arrivarono in cima alla collina. Un pendio scendeva fino a un piccolo borgo di pietra circondato da ulivi e vigneti. Il borgo era immerso nel sonno come la città, ma era inondato di Luce. La Luce veniva da una sfera galleggiante nel cielo in direzione dell’alba, un grande sfera avvolta in un guscio di polveri incandescenti.
«Il Volto.»
Il Volto non era la via. Indicava qualcos’altro, lanciava frecce di Luce sul posto dove voleva attirarli. Furono colti dallo stupore: il Volto, la Grande Cometa, dava la sua risposta.
Fluttuarono verso il posto che indicava il Volto, la parte più interna del borgo, tra casupole di pietra sormontate da tetti di paglia. Qui l’odore delle stalle era più caldo che in città ma meno penetrante.
C’era silenzio. Un silenzio che non presagiva morte ma la nascita di una nuova sorgente di Luce. Solo la canzone del Volto turbava il silenzio e solo in superficie. La canzone era molto diversa dalla canzone che poco prima li aveva quasi annientati: procedeva delicatamente, ammantata di Luce d’oro.
Seguirono la canzone fino a una capanna piena di Luce rossa. Ombre verdi danzavano negli angoli della capanna, rispondendo al guizzare del fuoco. Erano Ombre vive, molto diverse dalla gente d’Ombra che abitava la Conca Azzurra. Ombre non timorose della Luce, ma lusingate dal suo tocco. Le Ombre emettevano stridi di gioia.
Al centro della capanna, rannicchiate su un letto di pagliericcio, dimentiche del gelo notturno, c’erano tre persone: un uomo che il tempo e la fatica avevano consumato ma non reso meno disposto alla gioia che ora stava provando; una giovane donna alla quale la sofferenza non era riuscita a rubare il sorriso; un bambino appena nato che rivolgeva gli occhi già aperti e pieni di stelle al Volto. Poco dopo il loro arrivo alla capanna, gli occhi si chiusero. Il bambino dormiva.
«È questa la risposta del Volto?».
«Credo di sì. Ma sta a noi deciderlo. Così è la verità del Volto. Solo chi porge la domanda può decidere se la domanda ha avuto una risposta e qual è la risposta.»
«Ma allora a cosa è servito morire per fare la domanda al Volto? Se siamo noi stessi a dover darci una risposta?»
«A cosa è servito? A niente. Te lo avevo detto. E lo sapevi anche tu.»
La Giovane Cometa entrò nella capanna e scintillò un bacio sulla guancia del bambino addormentato con tutta la delicatezza di cui era capace.
In quel momento, per la prima volta da quando era strisciato fuori dalla regione d’Ombra che lo aveva generato, per la prima volta da quando l’amore della Giovane Cometa lo aveva reso uno, uno solo, per la prima volta da quando era nato, il Bambino d’Ombra sorrise.

FINE.

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3 pensieri su “Cometa – Parte II

  1. non ho potuto commentare la prima parte. Lo faccio adesso. Una fantasiosa rivisitazione del mistero del Natale. Bella e complimenti per come hai interpretato la storia.
    Con l’occasione ti auguro che il 2017 sia ricco di soddisfazioni, serenità e gioia.
    Buon Anno.

    PS Encelado prosegue nel 2017?

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