Encelado – Capitolo 32

Moreira portò la mano alla pistola e si preparò a difendersi dall’attacco di Malbranque. Ma Malbranque non ce l’aveva con lui. Continuava a carezzare la testa dell’oca e seguiva tra il confuso e il divertito le sue mosse.
«Che immaginazione» disse Alfonso(?). «Ha inventato da solo questa favola, gendarme Moreira, o l’ha aiutata Hidalgo?»
«La smetta di impicciarsi, Moreira» disse Malbranque. «Rischia di finire nei guai.»
«Deve credermi, avvocato» disse Moreira. «Ormai ne ho la certezza: Miguelarcangel ha commissionato l’omicidio del suo stesso padre.»
Alfonso(?) avvicinò le sopracciglia: «Ancora una parola su Miguelarcangel, Moreira, e le faccio immediatamente causa.»
Moreira era allibito: «Ma non capisce…»
«Stia zitto» disse Malbranque. «Questi sono avvocati: se dicono che la fanno causa, le fanno causa sul serio.» Trasse un profondo respiro. «Avvocato Laufer, torniamo sempre allo stesso vicolo cieco. Lei può imperversare quanto vuole, ma non può impedirmi di entrare in quella stanza e di vedere il presidente. Le sue arringhe non mi toccano e la sua disapprovazione non turberà il mio sonno. Io sto sprecando tempo. Ma lei sta sprecando fiato.»
A questo punto il tono di Alfonso(?) si addolcì. «Miguelarcangel che commissiona l’assassinio di suo padre?» disse, come parlando a se stesso. «Potrebbe anche darsi, sa? Quel ragazzo è così pieno di sé, così abituato a dettare legge, che ci avrà anche fatto un pensiero. Per questo lo teniamo d’occhio. E per questo siamo sicuri che non ha mosso un dito. È talmente pigro. Gli piace circondarsi di adulatori e inveire, ma è tutta scena. Allontanarsi dai salotti mondani per mettersi alla ricerca di un’arma o di un sicario? Non è da lui.» Sorise. «Sa cosa racconta? Che droghiamo il presidente. Che lo teniamo in schiavitù. È un bambino ferito. Da quando è morta sua madre, è rimasto solo. Siamo stati Alvaro ed io a insegnargli ad andare in bicicletta, quando aveva sette anni. Alfonso invece lo aiutava con i compiti. Ma nessuno di noi ha mai avuto molto talento per le relazioni personali, e il risultato…» Alzò su Moreira uno sguardo di rabbia. «Ma ora tutto questo non ha alcuna importanza. Speculare su chi ha commissionato l’omicidio del presidente Hub non impedirà che l’omicidio avvenga.» Alzò gli occhi su Malbranque. «La priorità è mantenere vivo il presidente. E a quanto pare io non sono in grado di farlo.»
Suscitando il raccapriccio di Moreira, sfilò il cavo che gli usciva dalla gola. L’oca ebbe una specie di sussulto, si alzò sulle zampe palmate e rotolò a terra, trascinata da Alfonso(?), che stava porgendo il cavo a uno degli altri gemelli. Il prescelto era il gemello di destra, quello che Moreira aveva battezzato Alvaro(?).
Alvaro(?) prese il cavo e lo collegò alla placca che aveva in gola con la stessa raccapricciante naturalezza di Alfonso(?). L’oca ebbe di nuovo sussulto, mentre Alvaro(?) si alzava in piedi. Alfonso(?) si fermò accanto a lui.
«Come faccio a spiegare a uno straniero quanto sia importante Evangelista Hub per noi ladesi?» disse Alvaro(?). «Quanto sia fondamentale la sua guida? Nessuno di noi potrebbe concepire un mondo che non ruoti attorno al suo astro.»
Malbranque fu colto dalla disperazione: «Non cominci anche lei, la supplico! Non attacchi un discorso anche lei.»
«Ottanta anni fa Encelado non esisteva. Dopo oltre un secolo di declino e abbandono, la Porta d’Oro, l’antica residenza del Fuoco più ricco e popoloso del quadrate sud occidentale, era ridotta a un villaggio di pastori. le Sette Oasi a sette pozzanghere, la Porta d’Occidente a un assembramento di baracche. Poi alcuni alamedesi lungimiranti intuirono le potenzialità della rete idrica sotto le Oasi: riunirono i villaggi in un embrione di città e coniarono il nome Encelado. Ma è stato Evangelista Hub a trasformare Encelado in una vera città, ottava in ordine di grandezza tra le prefetture della Dodecapoli.»
Malbranque aveva smesso di protestare, rassegnato a sorbirsi anche questa tirata. Moreira non capiva perché non imboccasse la porta per l’appartamento di Hub. I gemelli non potevano certo fermarlo, e le guardie erano troppo ubriache per fare altro che giocare a carte. Perché allora Malbranque restava ad ascoltare tutti quei discorsi così noiosi?
Ma poi Moreira ricordò come era stato contento di combattere contro gli automi di Sekidos, e allora capì cosa stava aspettando. Aspettava una battaglia. Sperava che i Laufer cercassero di fermarlo con la violenza. E anche se ormai era piuttosto chiaro che i gemelli non avrebbero fatto altro che parlare, ancora non se la sentiva di rinunciare allo scontro che aveva pregustato.
Moreira toccò la pistola. Forse poteva accontentarlo lui, ora che era distratto. Bastava solo un po’ di coraggio.
Mentre Alvaro(?) parlava, Moreira cominciò a sfilare un po’ alla volta la pistola dalla fondina.
«Quando Evangelista Hub è arrivato a Encelado, noi tre avevamo vent’anni» disse
Alvaro(?). «Lavoravamo come praticanti da Jardinero e Mariposa, uno studio di Turim. La nostra famiglia era a Encelado da due generazioni, dai tempi della rinascita: nostro nonno era uno degli operai che hanno costruito la vecchia centrale elettrica di Nardim. Stavamo in uno stanzino accanto all’ingresso, compilavamo memorie e mozioni tra una segaretta e l’altra, quando ecco Hub è irrotto l’anticamera con il suo passo da ragno. C’era una strana luce quel mattino, le pareti bianche dell’anticamera erano spruzzate di rosso e di azzurro, come per un’alba. Il presidente Hub si è guardato attorno con quei suoi occhi che si impadroniscono immediatamente di tutto quello che vedono. Anche l’aria sembrava appartenergli. Ancora non lo sapevamo, ma eravamo soggiogati. Hub aveva appena rilevato una quota della Compagnia Elettrica e voleva l’assistenza di un legale del posto. Noi lo studiavamo di sottecchi. Aveva circa quarant’anni. Era l’uomo più arrogante che avessimo mai conosciuto. Lo odiavamo. Ne avevamo paura. Era alto, ma non solo alto, altissimo, innaturalmente alto, con la faccia scavata, gli occhi grigi, le braccia, le gambe sottili. Indossava un abito grigio chiaro, con la camicia e la cravatta azzurre. Quando stava per andare via, pochi minuti dopo il suo arrivo, un piede sulla porta un altro fuori, ha gettato uno sguardo allo sgabuzzino dove stavamo noi. Ci fissava. Lo fissavamo. Non per sfida, ma perché non potevamo farne a meno. Loro, ha detto Hub. L’avvocato Jardinero ha scosso la testa, ha detto che eravamo praticanti, che non avevamo l’abilitazione. Il presidente Hub ha stretto le spalle: il giorno che avranno l’abilitazione, mandateli da me.»
Moreira aveva tirato quasi del tutto fuori la pistola. Ma era rimasto con le dita strette al calcio. Non gli bastava il coraggio per finire quello che aveva cominciato. Il tono di Alvaro(?) aveva svigorito la sua volontà. Gli sembrava che il gemello non stesse cercando di convincere Malbranque a non uccidere Hub, ma stesse solo facendo un elogio funebre.
«Per merito del presidente Hub tutto qui è diventato più grande» disse Alvaro(?). «Hub non si è limitato a ingrandire e ad arricchire la città, ma l’ha anche liberata dal giogo di Alameda. Fino al suo arrivo, Encelado era una colonia di Alameda. Non era né meno una prefettura a se stante. A lui questo non andava giù. Poi un certo Sekidos gli ha presentato il progetto di una centrale termoelettrica di nuova concezione, e lui ne è stato entusiasta. La costruiremo subito, ha detto a Sekidos. A ovest, a Mercato Vecchio. O a Sojo. Quale posto migliore di Sojo? La Porta d’Occidente, l’ultimo baluardo. Grazie alla nuova centrale, nell’arco di soli dieci anni la Compagnia Elettrica Occidentale ha decuplicato la quantità di energia prodotta e triplicato l’area di distribuzione, diventando il maggior fornitore energetico del quadrante sudoccidentale.» Prese un lungo respiro, che risuonò attraverso l’oca come una specie di rombo. «L’età dell’oro. Come ai tempi delle carovane. Ma non era tutto cosi perfetto. Al contrario. Le cose diventavano sempre più difficili e complicate. Bisognava badare ai nemici alamedesi, che volevano riprendersi la loro colonia, con i rivali ladesi, che non tolleravano il giogo della nascente tirannia, ma soprattutto con il deserto, che non ha mai smesso di contrastare la nascita della città. E non si trattava del mite Deserto Azzurro o dell’aspro Deserto dei Titani, domati dalle genti di Paro e di Thecla: il nemico era la sterminata, invalicabile distesa alla quale nessuno ha mai osato dare un nome. Il deserto senza nome non ha mai smesso di contrastare la rinascita di Encelado, cercando di riconquistare con ogni mezzo quello che gli appartiene da milioni di anni.»

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