Encelado – Capitolo 35

Il salone aveva tutta l’aria di essere molto grande, forse perfino più grande della biblioteca, ma era impossibile dirlo con certezza. Siccome era scarsamente illuminato da pochi candelabri sparsi alla rinfusa, non se ne vedevano le pareti, e solo il giro delle correnti d’aria e il suono dei passi sul marmo davano un’idea approssimativa delle sue dimensioni. Un’idea che poteva anche essere del tutto errata, considerando la natura indecifrabile di Palazzo Hub.
Un tappeto verde tagliava in due il salone. Il pavimento era composto da rombi di porfido rosa alternati a rombi di marmo nero. Colonne di porfido sorreggevano a mazzi di sette una ricca copertura di legno a cassettoni, al centro di ognuno dei quali c’era una tela in stile antico. Le tele raffiguravano scene di mitologia agreste.
Mentre si inoltrava con Malbranque nel salone, Moreira osservò con attenzione i dipinti. Il soffitto era stranamente basso, forse meno di quattro cubiti, e si aveva quasi l’impressione di camminare in quei paesaggi bucolici. Evangelista Hub era il protagonista di ogni scena: in questa incantava le fiere con una siringa a sette canne, in quella si nascondeva tra i cespugli e spiava una ninfa che faceva il bagno, in una lottava con un fauno per preservare la virtù di una fanciulla, in un altra sfidava nella corsa un baldanzoso centauro. Uno strano modo di raffigurare un uomo così potente. Ma la cosa più strana era che l’Evangelista Hub dei dipinti era sempre ritratto come un vecchio decrepito, anche quando si dedicava ad attività tipicamente giovanili. Il risultato finale era una feroce, delirante parodia.
Malbranque e Moreira seguirono il tappeto verde ancora per un bel po’. A quel punto divenne chiaro che il salone era davvero grande, perfino più grande di quanto sembrava all’inizio. Poi Moreira sentì odore di tabacco e notò un filo di fumo azzurro che si attorcigliava alla luce delle candele. Qualcuno stava fumando una sigaretta.
Chi altri, se non Evangelista Hub?
Moreira fu preso dal panico. Stava davvero per incontrare Hub. E per assistere al suo assassinio. Ma sarebbe stato davvero un assassinio? In realtà l’idea che Miguelarcangel avesse pagato Malbranque per uccidere suo padre gli sembrava sempre meno persuasiva. Ma il vuoto lasciato dalla dissoluzione di quell’ipotesi era attraveraato dall’eco di dubbi e domande che lo inclazavano e assediavano. Prima di tutto: come interpretare quello che era successo alla centrale? All’inizio Moreira aveva considerato la morte di Sekidos un’esecuzione, ma ora gli sembrava piuttosto un distorto suicidio. L’ingegnere aveva urlato, sparato, aveva scagliato contro Malbranque tre automi assassini, ma alla fine aveva firmato, si era inginocchiato ed era andato incontro alla morte con la tranquillità di un uomo che ha ormai perso la voglia di vivere. un cambiamento così drastico, che Moreira era arrivato a pensare che Malbranque possedesse una qualche capacità di manipolare la mente, che avesse soggiogato Sekidos con quei suoi strani occhiali da aviatore. Ma era un’ipotesi molto azzardata, alla quale non riusciva a credere fino in fondo. E allora? dove stava la verità.
Anche quello che Malbranque aveva detto alla Cuspide, quando Miguelarcangel aveva chiesto della Faland, gli dava da pensare. Malbranque aveva spiegato che la Faland esaudisce i desideri. Sul momento a Moreira era sembrata una presa in giro, un modo per mettere in ridicolo i pezzi grossi del comitato, ma ora, in quell’assurda stanza buia, al cospetto dell’uomo che aveva regnato su Encelado per oltre trent’anni, quelle le parole acquistavano un terribile colore di verità.
Cos’era questa Woland che nessuno conosceva e che tutti temevano come la morte?
Si fermarono davanti ad alcune colonne azzurre. Le colonne delimitavano un piccolo ambiente circolare, che sembrava l’unica parte abitabile della sala.
Il fumo di sigaretta veniva da qui.
«Presidente Hub?» disse Malbranque, facendo sobbalzare Moreira.
Una voce roca: «Si accomodi, signor Malbranque.»
Malbranque si avvicinò alle colonne azzurre e attraversò le volute di fumo che si contorcevano tra i fusti. Moreira invece esitava, bloccato da un terrore che lui riconosceva come insensato ma al quale faticava a opporsi. Dovette dar fondo a tutto il suo coraggio per addentrarsi nell’ultima dimora terrestre di Evangelista Hub.
La prima sensazione che provò fu di sollievo. Le colonne azzurre sorreggevano una cupola semicircolare del diametro di circa dieci cubiti, che rispetto ai cassettoni era un notevole miglioramento, perché non sembrava doverti schiacciare da un momento all’altro. Ma la cupola era affrescata con immagini così oscene e inquietanti, che il sollievo sparì subito, soppiantato da un profondo malessere.
Era impossibile contemplare l’affresco senza sentirsene offesi. Su uno sfondo color sangue, che a guardarlo da una certa angolazione somigliava a un cumulo di cadaveri smembrati, si stagliavano alcune figure: un bambino avvolto in una tunica bianca, un re sdraiato languidamente sopra enormi cuscini di raso, alcuni guerrieri coperti di metallo che facevano a pezzi con spade e coltelli una folla di vecchi barbuti, un gigante alto come una montagna che torreggiava su una vasta pianura. Moreira non riconosceva il soggetto dell’affresco e non riusciva a capire cosa lo infastidisse tanto di quelle immagini, ma fu subito costretto a distogliere lo sguardo.
Scoprì allora di trovarsi a meno di dieci passi da Evangelista Hub.
Provò una vertigine metafisica non diversa da quella che aveva provato in ascensore, solo più breve e più intensa, e poi una tale delusione, che gli venne quasi da piangere.
L’aspetto di Hub non aveva niente di sovrumano. Il volto era infestato da una barba stopposa, i capelli bianchi, radi, orribilmente sporchi, le braccia e le gambe ossute e corrugate. Indossava solo da una finanziera grigia e da un paio di mutande a fiori, e dalla puzza si sarebbe detto che non si lavasse da un mese. Somigliava a uno dei tanti vagabondi che si facevano arrestare per passare la notte nelle sale climatizzate del Comando Centrale.
Moreira non riusciva a crederci. E ancora più incredibile era che Hub, al contrario di quanto avevano profetizzato i gemelli, non solo si era accorto della presenza di Malbranque, ma ora gli stava perfino chiedendo scusa. «Spero che non le dispiaccia se non la ricevo nel mio studio, signor Malbranque» disse. «Ma le mie vecchie giunture trovano sollievo solo su questo divano, e non oso allontanarmene troppo.»
«Qua o là cambia poco, purché si faccia alla svelta» disse seccamente Malbranque.
Hub si corrucciò, i suoi occhi mandarono qualche scintilla. «Condivido la sua impazienza» disse, «Del resto è da un po’ che aspetto di concludere la nostra piccola transazione.» Un sorriso appena accennato. «Vuole saperlo? Una volta l’avrei trovata una parola inappropriata per definire quello che sta per succedere. Transazione. Oggi no. Oggi trovo che non ne esista una più adeguata.» Il sorriso divenne una smorfia. «Il giorno che ho stipulato il contratto, mentre compilavo tutti quegli insulsi moduli in triplice copia, mi veniva da ridere. La burocrazia è arrivata fino all’inferno, ho pensato. Ma ero uno sciocco. Da quando che il primo cliente ha messo la firma in calce al primo contratto, si è trattato solo di questo, di burocrazia. L’inferno è di carta. Ecco perché brucia così bene.» Soffiò un po’ di fumo azzurro. «Capisco che lei abbia premura, signor Malbranque. È più che naturale, considerata la natura del suo lavoro. Ma come posso lasciarmi sfuggire l’occasione di scambiare qualche parola con l’ultima persona che mi vedrà in vita? Sia paziente. Lo consideri il capriccio postumo di un aspirante cadavere.»
Malbranque chinò la testa, più rassegnato che d’accordo.
«Iniziamo con una domanda» disse Hub. «Ha idea del perché ho deciso di rinunciare ai servizi della sua compagnia?»
Malbranque si strinse nelle spalle. «Non mi riguarda.»
«Dica piuttosto che conosce già la risposta. L’anticipazione è il segreto di ogni buon raggiro, no? D’accordo, raggiro non è la parola giusta. E non si tratta né meno di quella vecchia storia: attento a cosa desideri perché potresti ottenerlo. È passato molto tempo, ma posso ancora difendere le mie scelte. Ho chiesto quello di cui avevo bisogno. E siccome non sono un tipo avventato e ho porto la mia richiesta con molta attenzione, ho ricevuto esattamente quello che avevo chiesto. Sta qui il paradosso. Non ho mai perso la rotta, ho sempre tenuto il timone. Ed è per questo motivo che non posso continuare.»
Sollevò il mento per espirare una nuvola di fumo. Indicò la cupola: «Ha notato l’affresco, signor Malbranque?»
Malbranque alzò lo sguardo, e a Moreira parve che anche lui restasse impressionato da quelle immagini.
Hub sorrise fugacemente: «Orribile, vero? Quando ho fatto costruire questo palazzo, ho assunto i migliori pittori e scultori di Alameda per decorarlo. Ero molto soddisfatto. Ma non della cupola. La cupola è sempre stata il mio cruccio. All’inizio avevo commissionato un albero genealogico della mia famiglia. Ma tutti quei nomi di morti mi deprimevano. Così l’ho fatto coprire con una mappa della Dodecapoli. Ma tutti quei posti lontani e insignificanti mi annoiavano a morte. Solo dopo aver capito cosa stava succedendo alla città, alla mia città, ho chiamato la Faland, su consiglio di Moreno. E loro… voi mi avete mandato questo strano ragazzino di nome Ruben. Aveva degli spaventosi occhi bianchi. Dimostrava al massimo quindici anni. Ha impiegato sei giorni a finire l’affresco, mentre il tizio della mappa è rimasto appeso al soffitto per oltre un mese. Non appena ha scoperto il dipinto, sono quasi morto per la paura. L’ho cacciato via. Ho detto al mio assistente di metterlo sul primo autobus diretto a est. Non è quello che voleva? mi ha domandato il ragazzo, mentre lo trascinavano via. Al contrario, ho risposto, è esattamente quello che volevo. Ecco perché devi andartene subito. Non potrò resistere ancora a lungo all’impulso di ucciderti.»
Hub fissava Malbranque. Moreira si accorse che le sue mani tremavano, mentre il respiro era diventato affannoso. «Osservi la statua, signor Malbranque. Sopra di lei. Osservi la testa. È d’oro, vede? Prima che tutto cambiasse. Poi le spalle e le braccia. D’argento. Quando la cosa ha avuto inizio. Poi ecco il torace. Di bronzo. Quando Sekidos ha cominciato a fare quegli strani discorsi. Poi il ventre e le gambe. Di ferro. Quando anch’io ho cominciato a fare quegli strani discorsi. E alla fine i piedi. Di ferro e argilla. Ora che la montagna sta per franarci addosso.»
Saltò in piedi e coprì con una sola falcata lo spazio che lo separava da Malbranque. Sembrava che volesse aggredirlo. Invece proseguì fino al colonnato e si fermò a guardare la statua, che lo sovrastava come un prolungamento dei suoi pensieri. Solo allora Moreira si accorse di quanto fosse alto. Innaturalmente alto, come avevano detto i gemelli. La sua testa arrivava ai plinti delle colonne, la cupola conteneva a stento l’onda d’urto della sua presenza.

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