Encelado – Capitolo 36

Miriam respirava a fatica. Jubal aveva ragione. La gendarmeria sapeva. I vertici stessi dell’arma, Hidalgo e quel suo ridicolo sottposto imberbe, avevano contribuito a intrappolarla. E ora stavano per completare l’opera. Era finita. Entro breve i gendarmi le sarebbero piombati addosso. Chiuse gli occhi e batté la nuca contro il muro della garitta. Uccidere il notaio non era servito a niente. Anche su questo Jubal aveva ragione: la sete di sangue aveva giudato la sua mano, non un calcolo strategico.
Forse era davvero il caso di fuggire.
Ma non poteva rinunciare alla guerra. L’appuntamento con Malbranque era l’unico legame che le restasse con la vita che aveva così disperatamente cercato di difendere. Non aveva la forza di troncarlo per sempre.
«Che mi arrestino» disse con foga. «Che mi processino, che mi facciano sparire. L’occasione di uccidere Malbranque vale più della mia stessa sopravvivenza.»
«Malbranque non verrà» insisté Jubal.
«Verrà invece.»
«E perché dovrebbe? Con te ha finito. Per lui sarebbe solo uno spreco di tempo. E Malbranque non è tipo da sprecare tempo. E poi ti conosce, sa quanto sei pericolosa. Non rischierebbe mai di avvicinarsi così tanto a te, ora che il lavoro è finito.»
Miriam fece no con la testa. Jubal l’aveva già ingannata due volte, non ci sarebbe riuscito di nuovo. E anche se le sue parole sembravano ragionevoli, tralasciavano, forse nascondevano, un’eventualità: che il feroce Malbranque non volesse rinunciare ad assistere di persona alla sconfitta della sua peggiore nemica.
Sarebbe venuto.
Anzi, era già arrivato. Miriam fiutava il suo odore: quell’insopportabile tanfo di rettile che pure la attraeva come una sordida promessa. Era dappertutto.
Allora capì cosa non le quadrava delle parole di Jubal.
Il silenzio. Perché c’era tanto silenzio? Perché Malbranque si nascondeva, invece di darle apertamente la caccia? Era riuscito a infangare il suo nome, a sottrarle anche la gioia del martirio. Ormai poteva muoversi a piacimento contro di lei: tappezzare la città di manifesti, indire una conferenza stampa, mettere una taglia sulla sua testa.
Perché invece cercava di prenderla in trappola?
Non era già in trappola?
«Basta con questa guerra, Miriam» disse Jubal. «Hai perso. Ammettilo e facciamola finita. A cosa servirebbe farsi uccidere? Scappa. Piazza Olano è a cinquecento cubiti da qui. C’è un autobus in partenza ogni venti minuti. Traghetta oltre lo Stige e non guardarti indietro.»
Miriam fu tentata di dargli ascolto. Poi rifletté che Malbranque stava commettendo una grave imprudenza, permettendole di fuggire. Anche se oggi era sola e sconfitta, niente le impediva rimettersi in piedi, di riorganizzarsi, di cercare alleati, una volta al sicuro. A Encelado nessuno si sarebbe messo contro Hub, ma ad Alameda era un’altra storia. Lì Hub aveva molti nemici, ed erano di gran lunga più ricchi e potenti di lui. Una volta entrati in possesso delle informazioni che Miriam aveva raccolto negli anni, niente avrebbe impedito loro di schiacciare l’antico rivale.
Altro che imprudenza: era una vera follia.
Ma Hub e Malbranque erano certi che Miriam non sarebbe fuggita. Sapevano che il suo desiderio di uccidere Malbranque era indomabile.
Si sporse ancora a guardare la casa. Una delle tende si mosse, un’ombra trascorse sul tessuto. I gendarmi la aspettavano dentro! E Malbranque era con loro. Miriam riusciva quasi a vederli in fila dietro le finestre, con le pistole spianate.
Si nascondevano perché la temevano, perché erano consapevoli che poteva ancora vendicarsi.
Si sporse ancora per studiare il percorso. Non c’era da stare allegri. Sarebbe rimasta fuori tiro solo per pochi passi, dall’angolo della garitta fino al cancello. Poi doveva attraversare l’incrocio, cercare riparo dietro uno steccato alto appena un paio di cubiti, e percorrere il vialetto in totale balia del nemico. E non aveva modo di evitare il semaforo spento, che brulicava di salamandre. Un grosso azzardo. Quando si riunivano in branco, le salamandre diventavano molto aggressive. Miriam le osservò. Erano ancora molto indaffarate. Per qualche oscura ragione avevano radunato i cadaveri delle salamandre uccise dall’automobile ai piedi del semaforo, e ora adornavano il marciapiede con ghirlande di frattaglie e intestini. Sembrava una specie di rito funebre.
O la preparazione di un banchetto.
L’orrore le torse lo stomaco. Ricordò la sera di due settimane prima, quando aveva trovato il coraggio di dare un’occhiata a quello che succedeva in soggiorno e subito si era pentita di averlo fatto.
Scacciò il pensiero e tornò a concentrarsi sul piano. In realtà la questione era semplice: doveva arrivare alla porta senza morire. Una volta dentro poteva solo sperare di approfittare della confusione e di sgusciare in qualche modo fino alla camera.
«Sarebbe questo il tuo piano?» disse Jubal allarmato. «Correre più veloce che puoi e intanto sperare di non incappare in un proiettile? Che razza di piano sarebbe?»
Miriam non poteva dargli torto. Non era certo il piano più elaborato che potesse venirle in mente. Ma aveva tanta fretta di entrare in azione, che non riusciva a escogitarne un’altro. E poi a cosa sarebbe servito? Era da sola contro Hub, Malbranque e chi sa quanti altri. Nessun piano poteva salvarle la vita. Tanto valeva sfogarsi con una bella sparatoria.
Prese le chiavi di casa dalla borsa.
Gettò a terra la borsa.
Tolse le scarpe.
Si accucciò per prendere lo slancio.
Prese un lungo respiro.
Partì.
Nel momento che lasciò il rifugio, sentì arrivare il primo proiettile. In realtà non lo sentì davvero, l’affanno e l’improvviso afflusso di sangue al cervello l’avevano completamente assordata, ma ne percepì la fatale vicinanza, ne presagì il tocco. E fu anche abbastanza sicura di averlo schivato. Poi, mentre gli altri arrivavano in uno sciame fischiante, i suoi pensieri sparirono, oscurati dalla necessità fisica di rimanere in piedi, di non perdere lo slancio, di respirare con regolarità. Non si rese conto di attraversare la strada o di superare l’incrocio, e solo il suo corpo fu consapevole del balzo con il quale sorvolò le bocche protese delle salamandre. Colse un barlume di luce solo quando i suoi piedi toccarono le pietre del vialetto e cominciò a sospettare di essere ancora viva, molto probabilmente illesa. Un ultimo affondo, che consumò quel po’ di fiato che ancora aveva in petto, e raggiunse la porta d’ingresso.
Protese la chiave verso la serratura.
La chiave mancò la serratura e cadde a terra, tra lo zerbino e la porta.

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