Encelado – Capitolo 37

«Sa perché ho scelto di isolarmi, di non vedere più nessuno, incluso mio figlio Miguel?» disse Hub. «Perché il silenzio è uno scrigno, signor Malbranque. Serve a custodire la memoria, a mantenerla lucida, a preservarla dalla polvere. A un certo punto della mia vita mi sono reso conto che solo un particolare ricordo, il ricordo di un particolare episodio, riusciva a distinguermi dal caos. E andava preservato a qualunque costo. Ma il silenzio da solo non bastava. Per questo motivo mi sono rivolto alla Faland.»
Si girò a guardare Malbranque: «Sa qual è il nome del deserto senza nome?» Non aspettò risposta. Allargò le braccia a indicare il dipinto, quasi a sostenerne il peso spirituale. «Presumo che riconosca il soggetto, signor Malbranque» disse. «No? Ecco: quel bambino vestito di bianco, là davanti al sovrano, quello è il profeta Daniele. E anche se al tempo della storia raffigurata nell’affresco era molto giovane, era già molto saggio. Sapeva interpretare i sogni. Un giorno il re fa uno strano sogno e vuole sapere cosa significhi. Manda a chiamare i saggi della città e ordina loro di interpretare il sogno, ma non lo racconta. Spetta ai saggi indovinare di che sogno si tratti. Ma i saggi non sanno dirgli niente di utile, e allora il re, che ha un cattivo carattere, li fa uccidere tutti. E il bello è che vuole che siano uccisi anche gli altri saggi della città, quelli che conoscendolo si erano guardati dal presentarsi. Così avviene. Anche Daniele e certi suoi amici stanno per essere uccisi. Ma a Daniele l’idea non piace. Allora va dal re e gli dice: se prometti di non uccidere i miei amici, interpreterò il tuo sogno. Il re acconsente. Grande re, dice allora Daniele, nel sogno stavi osservando la pianura e hai visto una statua enorme. La statua aveva la testa d’oro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi di ferro e argilla. Era magnifica e terribile. Ma poi una pietra si è staccata da un monte, ha urtato i piedi della statua e li ha frantumati, perché erano di ferro e argilla. Subito dopo è andato in frantumi anche il resto della statua. La pietra che ha distrutto la statua è diventata una montagna, e alla fine la montagna è rimasta a dominare l’intera pianura al posto della statua.»
Mentre Hub parlava, Moreira osservava Malbranque. Si domandava come stesse prendendo quella nuova perdita di tempo. Male, sembrava. Anche se ascoltava con attenzione e senza dare segno di impazienza, qualcosa nella sua postura lasciava intendere che stesse contenendo una rabbia uguale a quella che aveva scatenato contro i Laufer.
Hub proseguì: «Cosa significa questo sogno? domanda il re. Daniele manda un sospiro. Fino a quel momento ha avuto fortuna, ma ora viene il difficile, perché deve far digerire al re una verità indigesta. Comincia con l’adulazione, che non fa mai male. O grande re, dice, tu sei il più grande tra tutti i re. A te sono concessi il regno, la potenza e la gloria. Tu sei la testa d’oro. Ma dopo il tuo regno verrà un regno inferiore, d’argento come le braccia e il petto della statua, e dopo uno ancora inferiore, di bronzo come il ventre della statua, e poi nascerà un regno di ferro, difficile e duro, che frantumerà ogni cosa, seguito da un regno di ferro e argilla, forte e debole allo stesso tempo, che sarà distrutto e sepolto dalla montagna. E allora nascerà un nuovo regno, eterno e immutabile come la montagna che ha sepolto la statua.»
Hub si avvicinò di qualche passo a Malbranque, fino ad andargli quasi addosso. «Il re è felice. Non ha sentito la parte sui regni inferiori e sulla pietra che riduce in polvere la statua. Dopo che Daniele gli ha detto della testa d’oro, la vanità gli ha otturato le orecchie.» Sbuffò una nuvoletta di fumo. «Capisce ora? Avanti! Deve aver capito. Non può non aver capito. Qual è il nome del deserto senza nome?»
Malbranque non disse niente. Allora Hub si girò verso Moreira e si avvicinò di qualche passo. Moreira arretrò fino a toccare una colonna con le spalle.
«Lei ha capito, vero?» disse Hub. «La montagna, chiaro? La montagna! Sa perché ho cacciato Ruben, non appena ha finito l’affresco, perché stavo per strozzarlo? Perché ha dipinto le scene senza alcun ordine. Guardi, mettiamo che si parta da qua, dal bambino che parla al sovrano, e si proceda in senso orario. Ecco: c’è la statua che domina la pianura, poi la strage dei saggi e poi la statua distrutta dalla montagna. Assurdo! Il re fa uccidere i saggi prima di parlare con Daniele, e solo in seguito Daniele interpreta il sogno. Magari allora si può partire dal sogno. Il re fa il sogno prima di convocare i saggi. Ma allora perché tra l’inizio e la fine del sogno c’è di mezzo la strage? Ora guardi lo sfondo. È lo stesso per tutte le scene. E dovrebbe rappresentare allo stesso tempo un cielo, dove si vede la statua, dei tendaggi, una parete e dei cuscini, dove sono rappresentati il re e Daniele, e una città, dove i soldati massacrano i saggi. Ma lo guardi bene. È sempre uguale. In questo punto il mucchio dei saggi uccisi sfuma in quella che sembra una parete di cadaveri, qui la montagna si confonde con il cielo e con il corpo disfatto della statua, e non si capisce dove cominci l’una e finisca l’altra. Perfino i due personaggi più rilevanti, Daniele e il sovrano, emergono a fatica da questa massa informe, da quest’orribile calca di carne e budella.»
Fissava Moreira come se intendesse incenerirlo. «Qual è il nome del deserto senza nome?» domandò per la terza volta.
Ma né meno ora aspettò la risposta. Andò invece da Malbranque e gli tese la mano: «Mi dia il documento che devo firmare, signor Malbranque. Facciamola finita.»
Malbranque non si mosse, troppo sorpreso per reagire. Passò un minuto prima che raccogliesse la valigetta da terra. La aprì maldestramente, e una nuvola di fogli gualciti e biglietti da visita si sparse a terra.
Hub sospirò di impazienza e si voltò dall’altra parte, sconcertato da tanto disordine.
«È successo undici anni fa» disse, non si capiva se a Malbranque, a Moreira o a se stesso. «Quando ancora la città mi apparteneva. O quando ancora credevo che la città mi appartenesse. Ero a Nardim, nell’attico del grattacielo. Contemplavo il mio regno, il frutto delle mie conquiste, dalla finestra: la città che si estendeva a perdita d’occhio, il brulicare di auto e di camion lungo la sopraelevata e la Gran Carovaniera, il leggero tremolio della centrale, insidiata dalla marea rossa del deserto.» I suoi occhi si sgranarono. «A quel punto è arrivata la falena.»
Moreira aggrondò la fronte. Ricordava vagamente cosa fosse una falena, l’ultima volta che ne aveva vista una, era ancora un bambino. Ma a sentirne parlare ebbe un presagio funesto che lo attraversò come un brivido.
«La falena ha attraversato l’ufficio e si è posata sul vetro della finestra» disse Hub. «Sotto al mio naso. A quel tempo le falene e gli insetti in generale erano già molto rari. In effetti è comprensibile: devono essere difficili da copiare, con tutti quei minutissimi dettagli. Per questo sono scomparsi per primi. Ed è successo esattamente questo anche alla falena. È scomparsa. All’improvviso. Non è stata colpa mia. Sono rimasto immobile. Ho perfino trattenuto il fiato, per non spaventarla. Ma è scomparsa lo stesso.»
Malbranque era riuscito a raccogliere tutte le cartacce uscita dalla valigetta e a trovare il documento che stava cercando. Ne lisciò gli orli, spazzò via un po’ di polvere con la mano e cercò anche di grattare una macchia giallastra dal retro. Hub afferrò il foglio distrattamente, lo arrotolò e lo tenne in mano come uno scettro. Dopo un po’ fece un violento starnuto.
«Ha una penna?» disse con voce nasale.
Malbranque riaprì la valigetta con molta cautela, tirò fuori una penna e la diede a Hub. Hub sedette sul divano, spiegò il foglio sul tavolino lì accanto e avvicinò la penna al punto dove c’era scritto: firma del contraente.

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