Encelado – Capitolo 38

Avvertì la folata di almeno un centinaio di proiettili che convergevano su di lei come uno sciame di vespe.
Si impose di restare calma.
Si chinò a raccogliere le chiavi e la infilò nella toppa senza rialzarsi in piedi. Aprì la porta con una gomitata e si tuffò in soggiorno a testa avanti. Le ginocchia e le costole picchiarono contro il pavimento, una scarica rossa di dolore le attraversò la testa. Cercò di non badarci. Corse in camera, aprì il cassetto del canterano con tale violenza, che il cassetto uscì dalle guide a cadde a terra, e prese la pistola. Il contatto con la pistola fu una lieta sorpresa. Il peso dell’arma stabilizzò il suo baricentro, temperò il suo slancio.
Era ancora viva. Forse davvero illesa.
Si girò ad affrontare il nemico.
E rimase mortalmente delusa.
Quando era entrata in casa, aveva avvertito la presenza di almeno cinque o sei gendarmi, e tra loro Malbranque. Non li aveva visti, non li aveva sentiti, ma era certa che ci fossero.
Invece non c’erano.
La camera era deserta, e così la parte di soggiorno che riusciva a vedere dalla camera. Mosse qualche passo verso la porta e si affacciò in soggiorno.
Nessuno.
Si impose ancora di restare calma. Attraversò il soggiorno a passo spedito ed entrò in cucina, la pistola puntata ad alrezza d’uomo, il dito che tremava sul grilletto. Ma anche la cucina era deserta.
Andò nella camera degli ospiti, quella che una volta lei e Jubal chiamavano la camera del bambino, e guardò dietro la porta, sotto il letto, dentro l’armadio. Cercò anche nel bagno e nel ripostiglio, ma non ci sperava più di tanto: Malbranque non si sarebbe mai abbassato a nascondersi in un ripostiglio.
Alla fine dovette arrendersi all’evidenza. Malbranque non era venuto. Nessuno era venuto.
Ma perché?
Diede un’occhiata all’orologio appeso alla parete. Mancava ancora parecchio alle cinque, quasi un’ora. Forse Malbranque era semplicemente puntuale. Ma era assurdo, no? Che razza di strategia era? Presentarsi puntuale all’appuntamento con la sua peggiore nemica: come poteva sperare di batterla, se non cercava né meno di coglierla di sorpresa?
Era indignata. Malbranque doveva darle davvero poco credito, se prendeva la loro sfida con tanta leggerezza. Cosa pensava, che fosse inoffensiva? E magari non intendeva né meno ucciderla, come se non ne valesse la pena.
Si avvicinò alla finestra, scostò la tenda e sbirciò in strada.
Calma e silenzio anche fuori.
E tutti quegli spari che aveva sentito, i proiettili che aveva schivato? Possibile che li avesse solo immaginati?
Lo sguardo le cadde sulla pistola, e si accorse che non aveva tolto la sicura. Che stupida! Due settimane prima era mancato poco che mandasse tutto all’aria a causa della stessa dimenticanza, e ora c’era ricascata. Sarebbe stato un vero spasso, se la casa fosse stata davvero piena di gendarmi.
Il rumore di un’auto la fece sobbalzare. Chiuse la tenda. Lasciò solo uno spiraglio per vedere senza essere vista. Il rumore diventò più forte, poi in fondo alla strada apparve un furgone arrugginito, sulla fiancata del quale era scritto: Pascal Bizet Arrotino. Il furgone percorse la strada fino alla fabbrica abbandonata, svoltò in una traversa e sparì oltre l’angolo.
Seguendo il furgone, lo sguardo di Miriam cadde sull’incrocio. Ai piedi del semaforo c’erano ancora tutte quelle salamandre, e dalla finestra si vedeva chiaramente cosa stessero facendo. Dopo aver ammucchiato i cadaveri delle compagne travolte dall’automobile ai piedi del semaforo, ora si abbandonavano a uno sfrenato banchetto, con viscere, brani e sangue sparsi su tutto il marciapiede. E la cosa peggiore era che non divoravano solo i cadaveri, ma anche le salamandre di taglia più piccola o quelle più incaute.
Miriam si voltò verso il soggiorno. Seduto al tavolo da pranzo Jubal mangiava senza entusiasmo lo stufato di verdure che lei gli aveva preparato per cena. Indossava ancora l’uniforme della Exo, ma la camicia era aperta e le scarpe slacciate, e il berretto rosso era appeso allo schienale della sedia.
Miriam gli puntò contro la pistola.
«Non è andata così» disse Jubal.
Miriam trasalì. La voce era senza dubbio di Jubal, ma non veniva da Jubal, non da quello che mangiava davanti a lei. La voce era la stessa che l’aveva perseguitata per l’intero pomeriggio: rimbalzava sulle pareti del soggiorno e la pungeva con i suoi bordi taglienti.
«Sono qui» disse la voce, che ora si era fermata sulla poltrona di Jubal.
E Jubal se ne stava là, intorno alla sua strssa voce, intorpidito dalla cena quasi insapore che Miriam gli aveva preparato. In un giorno qualsiasi avrebbe letto il giornale o uno dei suoi libri di matematica fino ad addormentarsi, poi si sarebbe svegliato di soprassalto verso le undici e sarebbe andato a letto, dove Miriam non fingeva né meno di aspettarlo.
Ma questo non era un giorno qualsiasi.
Quando la testa di Jubal iniziò a ciondolare, Miriam si avvicinò alla poltrona e puntò la pistola alla sua tempia. Il dito si contrasse sul grilletto.
«Non è andata così» la ammonì ancora la voce.
In effetti aveva dimenticato il cuscino. Da quello che sapeva, il cuscino avrebbe dovuto attutire il rumore dello sparo. Invece lo sparo risuonò nel silenzio come l’esplosione di una stella. Ma nessuno lo sentì. Non ci furono grida, né allarmi, né sirene in lontananza.
Miriam osservò senza fretta la sua opera. Non provava orrore. Jubal sembrava addormentato, aveva un’aria mite e serena. C’era solo quel foro rosso, non più grande di una moneta da due centavi, sul lato destro della fronte, a testimoniare quello che era successo.
«Ora devi fare presto» disse Jubal. «Spalanca la porta. Lascia che l’odore della morte si diffonda in strada. Ecco. Lo hanno fiutato. Le lingue da rettile cercano la via. Non ci vorrà molto prima che la trovino. Presto! Corri in cucina. Chiudi la porta. Infila lo strofinaccio che hai preparato tra la porta e il pavimento, in modo che non possano passarci sotto. Chiudi le finestre. Ottura anche lo scarico del lavandino. Una volta che avranno assaggiato la carne umana, diventeranno pazze di desiderio e ne vorranno dell’altra. E saranno tantissime. Un pasto così ricco per loro è un grande evento.»
Silenzio. Poi zampe che grattavano il pavimento, decine, centinaia di zampe. Il tramestio divenne un rombo. I vasi e i soprammobili caddero a terra, qualcosa ribaltò le sedie e trascinò il tavolo verso la camera. Una marea scagliosa semmerse il soggiorno.
Cominciò il banchetto. Miriam sorrise: dopotutto era uno scambio alla pari. Nutrimento in cambio di pulizia. Equo. Semplice. Dopo qualche minuto si rese conto che voleva, che doveva guardare. Che aveva bisogno di guardare. Sbirciò dalla serratura. Vide questo groviglio di spire gialle e nere che ricopriva il pavimento e parte del mobilio. Al centro del gorgo c’era la poltrona, sepolta sotto una torre di salamandre.
Poi qualcosa emerse tra le spire, una mano, un braccio.
Si sentì un gemito debolissimo, soffocato.
Miriam chiuse gli occhi. Strinse ancora la pistola, cercando di assorbirne l’innocenza. Ancora un lampo, l’assedio delle salamandre: il grattare delle unghie sulla porta, i tonfi contro le finestre, i movimenti furtivi nelle tubature. Trascorsero due giorni, prima che si arrendessero e se ne andassero. Miriam si decise a uscire solo dopo un altro giorno, e allora vide che di Jubal restava solo qualche osso sbriciolato, una enorme macchia marrone sul tessuto della poltrona, i denti. Raccolse le spoglie di suo marito e le infilò in un sacco di plastica, che seppellì in giardino.
In quel momento era iniziata la sua guerra. La guerra che fino a qualche minuto prima credeva di aver perso e che invece era appena all’inizio, a quanto pareva, contro un nemico che giudicava astuto e crudele e che invece si stava rivelando debole e stupido.
Fu scossa da una tale rabbia, che fu tentata di gettare la pistola e di aggredire Malbranque a morsi, quando si fosse presentato, di divorarlo vivo come aveva visto fare alle salamandre.
«Se ti faccio una domanda, Jub, pensi di riuscire a rispondermi senza mentire?» disse.
«Posso provarci.»
«Verrà, vero?»
«Certo che verrà.»
«Senza gendarmi?»
«Solo quel ragazzino con i capelli rossi.»
Miriam sorrise. Sbloccò la sicura della pistola.

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5 pensieri su “Encelado – Capitolo 38

  1. evviva. Riaperti i commenti!
    Sei riuscito a tenere molto alto il ritmo della narrazione. Pareva di vedere all’opera Miriam.
    Allucinazioni o realtà? Come andrà a finire la lotta tra Miriam e Malbranque?

    O.T. O.T. ‘dalla fonestra si vedeva chiaramente’ –>dalla finestra si vedeva chiaramente

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