Encelado – Capitolo 39

«Sul momento la sparizione della falena non mi ha turbato» disse Hub. «L’ho semplicemente ignorata. Ho ripreso il lavoro e a sera sono tornato a casa. Più tardi ho cenato insieme a Miguel, che allora doveva avere sui diciotto anni. Lui parlava della scuola, io lo ascoltavo distrattamente. Ma a un certo punto ha detto una cosa che mi ha fatto sobbalzare. Sembrava fatto di sabbia, ha detto. L’ho fissato a bocca aperta per non so quanto tempo. Non capiva perché fossi così sorpreso. Ripeti, gli ho detto. Ripeti quello che stavi dicendo: cosa sembrava di sabbia? Il melograno, mi ha risposto. Lo stavo comprando per la colazione al mercato di Verema. L’ho preso in mano per vedere se era maturo, ma non appena l’ho toccato, si è sgonfiato come un palloncino. La buccia si è afflosciata, e dalle crepe è uscita della polvere rossa che sembrava sabbia. E in realtà anche la buccia era strana, fragile e farinosa come sabbia bagnata. Si è interrotto. Cominciava a preoccuparsi. Dovevo essere pallido. Forse sembrava che mi stesse prendendo un colpo. Ma stavo bene. Avevo solo ricordato la falena.»
Moreira fissava Hub a occhi sgranati. Niente di quello che stava dicendo gli suonava strano o anche solo nuovo. Quanti insetti aveva visto sparire da un momento all’altro, quanti uccelli erano evaporati sotto i suoi occhi, nel mezzo di una planata o mentre spiccavano il volo da un traliccio? Perfino un gatto, una volta. Come aveva fatto a dimenticare, a ignorare dei segnali così allarmanti?
Gettò un’occhiata a Malbranque. La sua attenzione era completamente assorbita dalla penna che svolazzava a mezzo palmo di distanza dal foglio. Le mani si chiudevano e si aprivano, come se stringessero e poi liberassero un oggetto invisibile.
Lui se ne era accorto? Si era reso conto con chi aveva a che fare?
«La falena non era sparita» disse Hub. «Non era volata via senza che me ne accorgessi. La falena si era disintegrata sotto i miei occhi a causa di uno spiffero. Come se fosse fatta di sabbia. Ed era questa la cosa terrificante che l’occhio aveva colto e la mente si era rifiutata di registrare. La falena era fatta di sabbia.»
La penna toccò il foglio, una ferita azzurra si aprì nella pelle della carta, ma non successe altro.
Malbranque soffocò un’imprecazione.
«Non so se ne ha già sentito parlare, signor Malbranque, ma fino a pochi anni fa, in questa remota porzione di mondo c’era solo il deserto. Per secoli ogni tentativo di fondare una città è stato soffocato dalla sabbia. Non appena si imponeva un nome alla regione, il deserto lo cancellava: Sette Oasi, Porta d’Oro, Porta d’Occidente. A Encelado è successo esattamente lo stesso. Negli ultimi anni il deserto senza nome ha ripreso ogni cubito di terra che i ladesi gli avevano sottratto. Non sta per riprenderlo, sia ben chiaro, né lo sta riprendendo, lo ha già ripreso. Giorno dopo giorno, granello dopo granello, la sabbia ha sostituito le diverse sostanze che compongono la realtà. L’acciaio delle macchine, il cemento delle case, delle strade, i tessuti degli animali, delle piante, del nostro stesso corpo, le malleabili asperità della nostra coscienza: tutto è diventato sabbia.» Fece qualche passo in direzione di Malbranque: «Se ne è accorto, vero? Lei che viene da fuori non può non essersene accorto. Noi ladesi invece no. Il processo è stato così lento, così graduale, così indolore, che abbiamo realizzato cosa stesse succedendo solo a cose fatte. Siamo morti così dolcemente, la vita fasulla che ha sostituito quella vera era un’imitazione così fedele, che la morte è stata perfino una benedizione. Da vivi non saremmo mai stati tanto vivi. Ma ora la farsa sta per finire. In molti cominciano ad aprire gli occhi. Forse il deserto si è stufato di imitare la vita, forse i ladesi si sono stufati di fingere, forse è solo passato troppo tempo. Fatto sta che le case hanno cominciato a crollare, le strade a diventare sentieri, i palazzi a sprofondare nel sottosuolo, i monumenti a perdere braccia, gambe, teste. Poi, quando tutti ci siamo accorti che l’acqua degli impianti idrici non è acqua ma sabbia, le mandrie e le piantagioni sono morte di sete, come se fino a quel momento si fossero dissetate dei nostri inganni. E la rovina non si ferma qui: anche le fondamenta della realtà sono sprofondate, il principio di causalità è venuto meno, il tempo si è arrotolato su se stesso. E così Encelado non ha solo smesso di esistere, ma presto non sarà mai esistita.»
La penna sfiorò ancora la carta, ma volò subito via.
«Avrei potuto dimenticare» continuò Hub. «Anche dopo la rivelazione sarebbe stato facilissimo dimenticare. Del resto è quello che fa ogni altro ladese. Vede. Capisce. E dimentica. Avrei potuto fare così anch’io. Ma la sola idea mi mandava su tutte le furie. Non potevo tollerare di essere il fantoccio di una volontà aliena, dovevo ristabilire la giusta gerarchia tra spirito e materia.»
Alzò di nuovo lo sguardo alla cupola. «Ecco perché ho scelto di isolarmi. E a Ruben ho chiesto solo una cosa: fai in modo che non dimentichi mai. E lui cos’ha fatto, quel piccolo mostro, quell’osceno aborto del girone più buio e puzzolente dell’inferno? Ha dipinto il trionfo del mio peggior nemico, trasfigurandolo in una storia dei tempi antichi. E guardi, signor Malbranque, osservi con attenzione Daniele che interpreya il sogno del re. Osservi la tunica. Vede le nervature, quella curva così strana, i panneggi inverosimili, se non del tutto sbagliati? Non le sembra un’ala di falena?» Scosse la testa. «Ho ricevuto esattamente quello che ho chiesto: lo sguardo del profeta, che riesce a interpretare i sogni prima ancora di sentirne il racconto. E il servizio che mi ha reso Ruben è stato così scrupoloso, aderente alla mia richiesta, da togliermi il desiderio di vivere. Ho perfino pensato di cancellare l’affresco, di sostituirlo con qualcosa di più… di meno orribile. Ma niente potrà mai cancellare queste immagini dalla mia testa. Niente. Né meno il deserto. Forse né meno la morte.»
Si rivolse a Moreira: «Ora ha capito, gendarme? Ha capito qual è il nome del deserto senza nome?»
Moreira non rispose. Non conosceva il nome del deserto senza nome, ma solo perché non era in grado di pronunciarlo. Il nome era in tutto quello che vedeva, che ascoltava, che toccava e respirava. Nella sua stessa carne.
La penna si mosse sul foglio. Un paio di aste, qualche svolazzo nervoso, una linea avvolgente che incorniciava lo scritto.
Hub aveva firmato.
Come se non aspettasse altro, Malbranque strappò il foglio dalle mani di Hub e lo fissò a bocca aperta per qualche istante, come se non credesse che avesse firmato davvero.
Poi si riscosse e mise il foglio nella valigetta. «Lei è in affari da tanto tempo, signor Hub» disse. «E immagino che le sia capitato qualche volta di trattare con clienti particolarmente ostici. Clienti che avrebbe voluto mandare dove meritavano, ma non poteva, almeno finché non mettevano quella maledetta firma sul contratto. Ebbene, dal mio punto di vista lei è un cliente del genere.»
Hub si offese: «Ma perché, scusi? Non l’ho forse trattata con ogni riguardo?»
«Non c’entrano i riguardi. C’entra la noia. Prenda Sekidos, per esempio. Sekidos era quello che definirei un buon cliente. Ha fatto un po’ di capricci, a un certo punto ha raccontato un paio di aneddoti dei quali avrei fatto volentieri a meno, ma poi è passato all’azione: ha sparato al gendarme Moreira, ha aizzato tre automi assassini che ci hanno quasi fatto a pezzi, mi ha perfino offerto l’occasione di rispolverare alcuni vecchi giocattoli che non adoperavo da molto tempo. Tempo ben speso, capisce? Lei invece no. Lei finora ha solo parlato. Si rende conto che è da un’ora che non tira il fiato? Senza dire niente che valesse la pena di ascoltare. E sinceramente ho smesso di farlo quando ha attaccato quell’insopportabile solfa del profeta Ezechiele.» Mandò un altro sospiro. «Il mio è un lavoro ingrato, presidente Hub. Non è uno di quei lavori che si sta chiusi in ufficio otto ore al giorno e poi si torna a casa. È un lavoro che esci da casa la mattina, e non è né meno casa tua, ma uno squallido albergo di periferia pieno di topi e scarafaggi. Passi da un albergo all’altro, da una città all’altra, nove volte su dieci mangi in bettole di quart’ordine o ai distributori automatici, trascorri metà del tempo in auto e l’altra metà nei più lerci sobborghi delle peggiori città della Dodecapoli. E tutto questo per un indennizzo spese e una provvigione che riesci a stento a camparci.» Respirò a fondo. «Non mi fraintenda, signor Hub: mi piace il mio lavoro. Mi piace viaggiare, vedere posti nuovi, conoscere persone di ogni tipo, fare esperienze. Sono grato alla Faland per l’opportunità che mi offre. Ma a volte sono così frustrato, così arrabbiato, che prenderei la pistola e sparerei a tutti quelli che incontro per strada, estrarrei la pistola dalla fondina» estrasse la pistola dalla fondina, «e farei fuoco a caso sui passanti. Sa perché non lo faccio? Perché i proiettili che eccedono la quota prevista, tre per cliente, devo pagarli di tasca mia. E sa quanto costano i proiettili di una pistola come questa?» rigirò la pistola sotto il naso di Hub. «Quattro talleri nemiti l’uno! Quattro! Si rende conto?»
Lasciò cadere la valigetta e fece un paio di giri su se stesso, forse per sfogare la rabbia. «C’è solo una cosa che mi fa andare avanti» disse. «La soddisfazione. Quando tutto fila liscio, quando ognuno fa la sua parte, quando i clienti non mi fanno perdere troppo tempo o il tempo che mi fanno perdere lo impiegano in qualche svago che valga la pena, quando magari mi fanno anche divertire un po’, come Sekidos, ebbene, allora sono soddisfatto. Anzi addirittura felice. Ma quando uno come lei inizia a lamentarsi di quanto sia vuota e insensata la sua vita, che nella maggior parte dei casi si traduce: sono ricco, posso avere tutto quello che desidero, ma ahimè non desidero niente, quando uno come lei viene a dirmi che è infelice nonostante i soldi, nonostante il potere, quando io la mattina mi lavo con acqua che anche un rospo troverebbe ripugnante, allora divento infelice.»
Il volto di Malbranque era rosso, le vene sulle tempie e sul collo somigliavano alle gomene di un veliero.
Soppesò la pistola.
La puntò alla testa di Hub, che trasalì come se lo avessero schiaffeggiato. Nei suoi occhi trascorse il terrore della morte, forse un’ombra di dubbio, un accenno di ripensamento.
«E sa cosa succede quando divento infelice?» disse Malbranque. «Per qualche motivo diventano infelici anche le persone che mi stanno intorno. Diventano molto, molto infelici.»
Sparò.
Hub fu scosso da un tremito. Gli occhi sbarrati, la bocca aperta, la nuvola bianca dei capelli che fluttuava attorno alla testa, si accasciò sul divano come se le sue ossa si fossero liquefatte. Aveva un forellino nero in mezzo alla fronte, un buco enorme dietro la nuca.
Malbranque si chinò su di lui. Lo sdraiò sul divano con la pancia verso l’alto e puntò la pistola al petto. Ma prima di sparare mirò alla propria destra, dove si trovava Moreira.
Diede una sola occhiata, prima di puntare di nuovo la pistola al petto di Hub e di sparare altre due volte.
Moreira non aveva estratto la sua pistola. Non si era mosso, né aveva detto una parola.
Mentre assisteva alla morte di Evangelista Hub, aveva iniziato a piangere come un bambino.

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4 pensieri su “Encelado – Capitolo 39

  1. commento da qui perché nella puntata 40 i commenti sono spariti.
    Siamo alle battute finali – ma forse è già finito Encelado oppure no. –
    Un finale drammatico con la morte di Moreira, che ha capito tutto ma non ha potuto nulla. Chi l’ha ucciso?

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