Encelado – Capitolo 40

Un’auto pattuglia della gendarmeria era parcheggiata a pochi passi dal cancello di Palazzo Hub, all’ombra di un mandorlo. I finestrini erano aperti, e all’interno due gendarmi 1mangiavano involti di carne e patate. Moriera non li conosceva, dovevano essere del Distretto di Verema, nel quale era capitato di rado. Uno era magro, con la faccia spigolosa e gli occhi infossati, l’altro aveva una testa enorme, quasi del tutto priva di capelli, e folti mustacchi biondi. I gendarmi li fissavano con intenzione, e sembrava che li stessero aspettando.
All’inizio Moreira provò sollievo, inorgoglito che finalmente la Gendarmeria intervenisse a fermare Malbranque, poi cominciò a sudare freddo. Non aveva la forza di affiancare i colleghi nello scontro, e temeva che pensassero che stava dalla parte di Malbranque e che sparassero anche a lui.
Ma quando Malbranque passò loro accanto per raggiungere la sua macchina, i gendarmi si limitarono a gettargli un’occhiata inespressiva, e sembrava che non avessero la minima idea di chi fosse. Moreira stava troppo male per fare altro che passar loro davanti a testa bassa. A causa delle lacrime che aveva versato per la morte di Hub, la sete che lo tormentava dal mattino era diventata insopportabile, e ora gli sembrava di mandar giù una manciata di spilli ogni volta che deglutiva. La sua testa ronzava atrocemente, il suo stomaco vuoto dava l’impressione di dover rigettare se stesso da un momento all’altro.
Malbranque mise in moto e partì a gran velocità. Una nuvola di sabbia circondò immediatamente l’auto e nascose quasi completamente l’esterno. Moreira si domandò distrattamente come riuscisse Malbranque a non finire fuori strada. Ma la prospettiva di morire in un incidente stradale era troppo allettante, perché potesse davvero preoccuparsi.
A un certo punto le cortine di sabbia si aprirono come un sipario, e una quinta di sangue si parò loro davanti. Evangelista Hub si stagliava sulla quinta con la sua stazza colossale. Lo sguardo senza vita, la bocca aperta in una preghiera strozzata, Hub diffondeva sulla città il contagio della sua stessa morte. Ma non era più una persona, era una statua, e non crollò a terra come era successo poco prima, ma si disfece in un’immensa cascata di sabbia. L’onda di sabbia sollevata da quella morte poderosa sommerse l’intera Encelando, inclusa la cellula arroventata dentro la quale viaggiavano Moreira e Malbranque.
L’automobile svanì, la sabbia che saturava l’aria diventò una spessa tappezzeria di abiti e di carni che si trascinava sotto il peso dell’afa, una Encelado più vecchia di circa dieci anni sostituì la Encelado appena scomparsa.
Mino si muoveva con difficoltà in mezzo a tutta quella gente. Aveva paura di finire calpestato, di quando in qiando un gomito o un ginocchio minacciavano di colpirgli la faccia o i fianchi. Per fortuna c’era quella mano di donna che lo guidava.
Ma ora la mano era volata via, inghiottita dalla folla, e Mino rimase solo e smarrito in mezzo a tutte quelle gambe, braccia, schiene che né meno si accorgevano di lui. Fu preso dal panico, iniziò a singhiozzare come un bambino molto più piccolo, si trattenne dal chiamare la mamma solo per una precoce puntura di orgoglio.
Intravide un varco. Si ritrovò in un vicolo chiuso da tre muri scalcinati, in fondo al quale pesanti tendaggi neri velavano l’ingresso di una bottega.
L’insegna sopra la porta recitava: Woland Illuminazioni.
Si avvicinò.
Oltre i tendaggi c’era una stanza semibuia, con due file di scaffali ingombri di strani barattoli di vetro che si perdevano nell’oscurità. Dietro al bancone in mezzo alla stanza, un uomo gli sorrideva con cordialità. Era piccolo di statura, con radi capelli neri e la faccia piena di rughe. Indossava un vestito nero a righe bianche e una camicia bianca. Non portava la cravatta. Gli occhi erano nascosti da un fascio d’ombra e rimasero invisibili per tutto il tempo del loro colloquio.
«Mino Moreira!» disse l’uomo. «Che piacere vederti! Sei in perfetto orario.»
Mino mosse qualche passo nella stanza e osservò incuriosito tutti quei barattoli. Erano pieni di liquidi di colore diverso: giallo, verde, azzurro, rosso. Al loro interno galleggiavano delle sfere, con lunghi filamenti che pendevano dalla parte inferiore.
«Allora hai deciso?» disse l’uomo. «Ricorda che non c’è alcun limite: nel negozio del tuo amico Sam puoi avere tutto quello che desideri.»
Mino si avvicinò a uno dei barattoli, per vedere meglio la sfera al suo interno.
«Cos’è che desideri di più al mondo?» domandò Sam.
La sfera nel barattolo sussultò, e il liquido azzurro si riempì di bolle. Quando lo bolle sparirono, al centro della sfera Mino vide un cerchio nero contornato da un anello viola.
Un occhio.
E dentro l’occhio uno sguardo.
Si ritrasse. Finì addosso a Sam, che lo sostenne per evitare che cadesse. Nell’iride aveva visto un minuscolo Mino (no, non un riflesso, un’immagine autonoma) che fluttuava alla deriva, e ora si sentiva effimero e incostante, come se la sua stessa esistenza dipendesse dallo sguardo dell’occhio.
«Cos’è che desideri di più al mondo?» ripeté Sam.
Mino si girò a guardarlo. Anche lui lo faceva sentire strano, con quella faccia piena d’ombra. La sola cosa che lo ancorava alla realtà era il ricordo della mano di donna che lo aveva guidato nella folla.
«Essere mio padre» rispose.
«Si sente bene?» disse Malbranque.
Moreira trasalì. Aveva dimenticato dove si trovava e chi aveva vicino. Si era addormentato?
Malbranque gli gettò un’occhiata: «Non mi sembra molto in forma. È pallido. E ha certe occhiaie. È stanco?» Arricciò le labbra in una smorfia di derisione. «O ha solo i nervi scossi?»
Guidava distrattamente lungo i viali del centro, spostandosi da una corsia all’altra per evitare le salamandre che attraversavano la strada. La sua faccia non rivelava segno di tensione. Sembrava perfino rilassato. Forse perché il più del lavoro era fatto.
Moreira ebbe un brivido. E desiderò con tutte le forze non aver mai più niente a che fare con Galenus Malbranque. Ma non era tanto Malbranque a disgustarlo, quanto se stesso, perché non aveva saputo opporsi ai crimini ai quali aveva assistito. Forse ostacolare Malbranque sarebbe stato inutile e pericoloso, e probabilmente gli sarebbe costato la vita, ma sarebbe stato comprensibile, umano.
Invece si era lasciato vincere dalla paura. O peggio, dall’indifferenza, dal vuoto.
Dal deserto.
In un certo senso aveva deluso anche Malbranque. Malbranque si aspettava, si augurava una sua reazione. Aveva mirato verso di lui, dopo aver sparato a Hub. E la smorfia con la quale aveva distolto lo sguardo, quando aveva realizzato che non avrebbe fatto niente, era di sincero disprezzo.
«Il mio turno finisce tra meno di un’ora» disse Moreira. «Posso chiederle di riaccompagnarmi al comando, o almeno nelle vicinanze? Ho ancora un paio di pratiche da sbrigare.»
Malbranque non distolse lo sguardo dalla strada. La sua guancia destra ebbe un guizzo, quando una salamandra saltò all’improvviso davanti alla macchina. Deviò un po’ a destra per evitarla.
«Come vuole» disse Malbranque. «Ma non credo che Hidalgo sarà contento di vederla tornare, mentre sono ancora in giro per la città.»
«Ma non ha finito?»
«E Fink? Si è dimenticato di Fink?»
«Non mi dirà che si illude ancora di trovarlo.»
«In realtà ci spero poco. Ma devo fare un tentativo. Se perdo la sua provvigione, rischio di non coprire né meno le spese.»
«Allora dove stiamo andando?»
«Non ricorda?»
«Cosa dovrei ricordare?»
«L’appuntamento delle cinque.»
«Con Miriam Fink, giusto.»
«Ecco bravo. Facciamo una bella chiacchierata con la dolce Miriam, cosa che non dovrebbe dispiacerle, a quanto ho capito. Poi tiriamo le somme e cerchiamo di capire qual è l’origine delle sue bugie. È là che si nasconde Jubal Fink. Se il posto è raggiungibile, ci andiamo. Altrimenti, nel caso lei fosse interessato, basterebbe cambiare il nome sul modulo…»
Moreira lo interruppe: «Allora pensa che lo stia nascondendo, che voglia salvarlo?»
«Non saprei.»
«Forse Fink ci ha ripensato. Si è pentito di averla chiamata, come anche Sekidos. E ha chiesto alla moglie di nascoderlo.»
«Primo: Sekidos non era pentito. Ha solo fatto un po’ di capricci, ma solo perché a suo tempo aveva pasticciato con la richiesta, e alla fine non andava più tanto d’accordo con se stesso. Secondo: Fink non ha bisogno di nascondersi. Sa benissimo che non posso toccarlo, fino a quando non firma.»
Moreira tacque, colpito da un’idea. Forse c’era una terza spiegazione. Forse era Miriam che voleva impedire la morte di Jubal. Fink doveva averle detto che aveva chiamato la Faland, e lei aveva deciso di intervenire, di salvarlo da se stesso. E ora lo teneva legato da qualche parte, mentre cercava di sviare Malbranque con le bugie.
Per questo la presenza di Malbranque la rendeva tanto nervosa. Moreira diede un’occhiata di sbieco a Malbranque. Forse gli rimaneva una possibilità di riscatto: allearsi con Miriam per ucciderlo. Lei era forte e determinata, e con il suo aiuto era piuttosto sicuro di spuntarla.
Malbranque aveva ragione: non gli sarebbe dispiaciuto rivederla. E anche se si trattava di salvare suo marito, la prospettiva di combattere al suo fianco, di guadagnarsi la sua gratitudine, era quanto di più delizioso avesse assaggiato negli ultimi tempi.
E poi era probabile che Jubal non volesse essere salvato. Moreira intendeva fare tutto il possibile, ma se Jubal aveva davvero perso la voglia di vivere, nessuno era in grado di tenerlo lontano dalla pistola di Malbranque.
A quel punto il cuore di Miriam sarebbe stato a disposizione di qualcun altro.
Magari del suo più prezioso alleato.
Erano quasi le cinque, quando l’auto svoltò nella strada dove abitavano i Fink. Prima di aprire la portiera e seguire Malbranque, Moreira osservò i dintorni. Le villette erano tranquille e silenziose, la strada, le traverse e i vicoli completamente deserti. La sabbia copriva quasi ogni palmo di suolo: la fabbrica di fronte alla casa dei Fink somgiliava a una nave arenata su una spiagga che il mare aveva abbandonato.
Moreira e Malbranque attraversarono la strada a pochi passi da un semaforo spento, ai piedi del quale alcune salamandre divoravano quelle che sembravano altre salamandre, e raggiunsero il vialetto di casa Fink. Si fermarono a osservare la villetta e il piccolo giardino sul davanti, poi andarono verso la porta. Il vialetto, il giardino e il retro della casa erano pieni di ogni tipo di rifiuti, dai quali veniva una puzza quasi insopportabile.
Osservando quel pattume, Moreira fu costretto a riconsiderare l’idea che si era fatto di Miriam. Un’idea che nasceva dal presupposto che fosse una donna forte e sana, con uno spiccato senso della dignità e del decoro. Ma una persona del genere come poteva vivere in mezzo a tutto quel pattume? Come poteva starsene a sguazzare in quella puzza disgustosa, se nella sua testa andava tutto come doveva andare?
«La porta è aperta» disse Malbranque.
Un sottile spiraglio lasciava intravedere un soggiorno in penombra, percorso da sottili strisce di luce. Aspettarono. Moreira si domandò se non si stessero cacciando in trappola, se non fosse il caso di avvertire Malbranque dei suoi sospetti. Ma decise di no: magari Miriam era abbastanza folle da cercare sul serio di uccidere Malbranque. E da riuscirci. E anche se c’era il rischio che poi se la prendesse con lui, non poteva certo sprecare l’occasione.
«Singora Fink?» disse Malbranque. «È in casa?»
«Forse non è ancora tornata» disse Moreira.
«E perché la porta sarebbe aperta?»
«Forse stamattina ha dimenticato di chiuderla.»
«Stamattina era chiusa, non ricorda? Quando siamo passati di qui, prima di andare dal notaio, era tutto chiuso. Signora Fink?»
«Entriamo. Forse le è successo qualcosa. Con la porta aperta sarebbe potuto entrare chiunque. Ladri o che so io.»
«Signora Fink, è in casa?»
Una voce emerse dalla penombra: «Entri pure, signor Malbranque. Si accomodi. Arrivo subito.»
Malbranque guardò Moreira senza dire una parola. La sua fronte era corrucciata. Entrò in casa. Moreira lo seguì, cercando di restare al riparo.
«Non è prudente lasciare aperta la porta di casa, signora Fink» disse Moreira. «Chiunque potrebbe entrare e fare il suo comodo…»
Si azzittì. Portò la mano alla bocca e soffocò un conato di vomito.
Erano in un angusto soggiorno a pianta rettangolare, arredato sobriamente. A destra c’era un divano un po’ logoro e due poltrone, una a fiori e l’altra marrone. Davanti al divano si vedevano un tavolino basso rovesciato sul fianco e un tavolo più grande, che era stato spinto contro la parete in fondo. Le sedie erano ammucchiate alla rinfusa ai piedi del tavolo. A sinistra c’erano una porta che dava a una piccola cucina e un’altra chiusa, che dava forse alle camere.
Come il giardino e il vialetto d’ingresso, anche il soggiorno e la cucina erano pieni di immondizia. Sacchetti di plastica, frantumi di piatti e bicchieri, avanzi di cibo in vari stadi di decomposizione occupavano ogni superficie piana delle due stanze. Inoltre il pavimento era coperto da una sostanza scura, friabile, dalla quale veniva buona parte della puzza che aveva quasi fatto vomitare Moreira. Moreira riconobbe subito quella sostanza. I vicoli di Encelado ne erano incrostati.
Guano di salamandra.
Malbranque si stava guardando attorno con la stessa espressione di ribrezzo, il naso e le labbra arricciati. Poi attirò l’attenzione di Moreira su una delle poltrone. Attorno alla poltrona il pavimento era macchiato da qualcosa che il guano di salamandra nascondeva solo in parte, un liquido marrone che il tempo aveva appena sbiadito.
Moreira concentrò l’attenzione sulla poltrona. Non era marrone come aveva creduto all’inizio, era tappezzata a fiori esattamente come l’altra. Sembrava marrone solo perché era impregnata dello stesso liquido che macchiava il pavimento. Liquido che poteva essere solo sangue.
«Lo ha ucciso» disse Moreira.
Allora capì. Al cospetto di quell’atto di indecifrabile violenza, sotto l’influsso stregonesco degli occhiali da aviatore di Malbranque, nei quali ora si vedeva riflesso (no, non un riflesso, un’immagine autonoma), gli tornò tutto alla mente, e capì, seppe, ricordò chi fosse Miriam, chi fosse Malbranque, cosa fosse e cosa di preciso vendesse la Faland. Un urlo di orrore salì dalle sue viscere e si fece strada nella gola, fino ad arrivare alla bocca. Ma non ne uscì mai. Prima che le sue labbra iniziassero ad aprirsi, un proiettile lo colpì poco dietro l’orecchio sinistro, attraversò il cervello da una parte all’altra e fuoriuscì dall’occhio destro in una nuvola di sangue e gelatina. Ancora un solo battito di cuore, e l’intera somma dei suoi pensieri e delle sue deduzioni, dei suoi ricordi e delle sue precognizioni precipitò in un abisso dal quale nessuno sarebbe più riuscito a ripescarli.
Firmino Moreira era morto.

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