Sospensione attività

Con l’ultimo capitolo di Encelado, Feuilletonline sospende le attività a tempo indefinito, semplicemente perché non ho mient’altro di pronto da pubblicare e non so se e quando avrò a disposizione del nuovo materiale. Spero di poter ricominciare quanto prima. Grazie a tutti quelli che hanno avuto la pazienza di leggermi.

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Encelado – Capitolo 41

Quando vide il gendarme dai capelli rossi cadere a terra con un buco enorme al posto dell’occhio destro, Miriam rimase sbalordita. Aveva mirato a Malbranque, che stava almeno a tre passi di distanza dal gendarme, e non riusciva a credere di averlo mancato di così tanto. Ma non si lasciò scoraggiare. Dopotutto l’idea era di uccidere chiunque cercasse di fermarla, incluso il gendarme. Malbranque avrebbe solo dovuto pazientare qualche altro istante. Uscì di slancio dalla cucina, dove si era nascosta per tendere l’agguato, mosse qualche passo nel soggiorno e sparò di nuovo.
Malbranque sobbalzò. Accennò ad abbassare la testa, ma rimase dov’era. Miriam si trovava a meno di cinque passi da lui, ed era certa di non poterlo mancare. Eppure lo mancò. Il proiettile fischiò a meno di un palmo dall’orecchio di Malbranque e frantumò un quadro alle sue spalle.
Miriam scavalcò il cadavere del Gendarme e raggiunse il centro del soggiorno. Continuava a ripetersi di stare calma e di mirare con cura, ma la frustrazione per i colpi falliti le torceva le viscere e le irrigidiva dolorosamente i nervi del collo. Sparò ancora due volte. Il primo proiettile scheggiò una della gambe del tavolo e rimbalzò sulla parete, il secondo colpì un altro quadro due cubiti più in alto.
Malbranque era ancora illeso. Restava immobile nello stesso posto in cui si trovava nel momento che Miriam era comparsa nel soggiorno: tratteneva il fiato solo quando partiva il colpo, le labbra scoprivano appena i denti aguzzi, un rivolo di sudore svorreva lungo la tempia, ma poi tornava subito calmo, le lenti degli occhiali puntate ostinatamente su di Miriam.
Miriam era zuppa di sudore. Le ginocchia e le mani tremavano convulsamente, la vista era offuscata da frequenti lampi rossi. Mosse ancora mezzo passo verso Malbranque, l’indice si contrasse per sparare. Ma non successe niente. A un tratto si sentiva strana: la pistola le sembrava enorme, pesantissima, refrattaria al tocco. Il grilletto era come saldato nell’alloggio, e per quanto premesse non riusciva a smuoverlo.
Fu colta dal panico. Per un istante fu tentata di arrendersi, di gettare la pistola e invocare la clemenza di Malbranque. Una voce isterica che non sembrava appartenerle le urlava dentro la testa che uccidere Malbranque sarebbe stato un gravissimo errore, sarebbe equivalso a uccidere se stessa.
Era sul punto per cedere. Ma poi si rese conto che Malbranque non stava facendo niente per difendersi, eccetto che fissarla, e che quasi certamente non era armato.
Allora si arrabbiò così tanto, che il sortilegio andò in frantumi come uno specchio colpito da un sasso. Malbranque aveva una così scarsa considerazione di lei, che si era presentato disarmato? O pensava di lasciar fare al gendarme? In ogni caso era una grave mancanza di rispetto nei suoi confronti, un’onta che solo la morte avrebbe potuto cancellare.
Sparò di nuovo. Stavolta era a meno di due passi da Malbranque, con la visuale completamente libera. Ma riuscì a mancarlo lo stesso: la pallottola colpì il muro circa mezzo cubito sopra la sua testa.
A quel punto era disperata. Sembrava che le pallottole fuggissero da Malbranque, come se ne fosseto terrorizzate. E ora anche lei cominciava ad avere paura. Poi il suo sguardo si posò sulla doppia Miriam riflessa nelle lenti degli occhiali. Trasalì. Una vecchia scarmigliata, nella quale si riconosceva a stento, la fissava a bocca aperta da quel piatto, profondissimo fondale. Non sembrava né meno una persona.
Provò l’impulso di uccidere quella donna ripugnante, di rivolgere l’arma contro se stesa per cancellare tanto orrore dal mondo. Ma non doveva lasciarsi suggestionare. Era Malbranque che le metteva in testa quelle idee. Stava giocando con la sua mente. Era questa la sua strategia, il suo modo di combattere, la sua arma. Per questo motivo lei aveva sbagliato mirq così tante volte.
Chiuse gli occhi e si concentrò. Ed ecco che il dito cominciò a smuovere il grilletto, non ancora abbastanza da sparare, ma solo un altro istante…
Malbranque coprì in un’unica falcata la distanza che lo separava da Miriam e afferrò la canna della pistola. Non tolse la pistola a Miriam e né meno spostò la canna dalla sua faccia, si limitò a tenerla saldamente, senza smettere di inquadrare Miriam nelle lenti degli occhiali.
Miriam trattenne il fiato. Poi si rese conto di non avere più alcuna intenzione di sparare a Malbranque: la sete di sangue che l’aveva mossa alla battaglia e che era costata la vita al gendarme Moreira era svanita. Ora si sentiva perfino un po’ in colpa.
Lasciò la pistola a Malbranque e chiuse ancora gli occhi. Ora si aspettava che lui le sparasse, in un certo senso se lo augurava. La morte sarebbe stata una degna conclusione, avrebbe messo le cose a posto. In realtà era piuttosto sorpresa della velocità con la quale il desiderio di uccidere era diventato desiderio di morte. Ma in fondo erano entrambi la stessa cosa. Il sospetto che questo la rendesse uguale a Jubal non la turbò, al contrario le diede conforto.
Ma ora c’era di nuovo silenzio, e la sola cosa che attraversava il silenzio era quella strana, seducente puzza da rettile.
Miriam aprì gli occhi e vide che Malbranque aveva distolto lo sguardo da lei. Questo la fece sentire sola, perfino desolata.
Malbranque gettò la pistola sul divano e andò verso la poltrona di Miriam. Sembrava stanco e depresso. Sedette sulla poltrona, reclinò la testa all’indietro e mandò un lungo sospiro, non si capiva bene se di rabbia o di spossatezza.
Miriam si avvicinò con le mani in grembo e si fermò accanto a lui, a un passo dal divano. Preferì restare in piedi. Per un attimo ebbe l’illusione che Malbanque fosse suo marito, appena rincasato dal lavoro, e che stesse per attaccare una lunga lamentela sui capi, sui turni, sui colleghi, come a volte faceva Jubal.
Chi sa se era sposato?
«Mi spiega cosa le è saltato in mente di mettersi a sparare così?» disse Malbranque.
Miriam avvicinò le sppracciglia. «Non mi sembra che mi abbia lasciato altra scelta» disse. Respirò a fondo, interdetta dallo stupore che trapelava dalla faccia di Malbranque. «Insomma, mi ha messo la gendarmeria alle costole, ha compromesso la mia posizione all’interno del comitato, mi ha costretto a compiere orribili azioni che infameranno per sempre il mio nome, e ha fatto tutto così bene, che non sono né meno riuscita a difendermi, che non mi è rimasto niente, se non una remota possibilità di vendetta. Cosa si aspettava, che le offrissi tè e biscotti?»
«Be’ sì. O forse no. Non lo so. In realtà avevo intuito di non piacerle. Ma non avrei mai pensato di non piacerle fino a questo punto.»
»Ma scherza? O é davvero così ingenuo? Eppure la ritenevo un tipo scaltro, uno che pianifica ogni mossa, che capisce tutto dell’avversario fin dal primo sguardo. Come ha fatto a non rendersi conto del rischio che stava correndo, di quanto fosse pericoloso mettermi con le spalle al muro? Temo che Hub sarà molto deluso di lei, quando verrà a saperlo.»
«Hub? Cosa c’entra Hub? E poi quale Hub? Evangelista o Miguelarcangel?»
Miriam si corrucciò. Fece per dire qualcosa, ma Malbranque la prevenne: «Ascolti, Miriam. Di quello che sta dicendo ho capito pochissimo. Se non sbaglio, è convinta che ce l’abbia con lei, che voglia farle del male. Ma non è vero. L’ho incontrata solo due volte, non la conosco né meno.»
«Ma allora perché è venuto dal notaio e poi alla Cuspide, se non per danneggiarmi? Perché mi ha spinto a uccidere la vedova e suo figlio? Perché mi ha convinto a uccidere il notaio? Be’ in effetti queste due ultime cose me le ha fatte fare Jubal, ma immagino che lo avesse istruito lei.»
«Jubal? Ma non era morto? Non è suo il sangue su quella poltrona?»
Miriam batté le palpebre: «Be’ sì. Certo che è morto.»
«E allora come può averle fatto fare… quello che le ha fatto fare?»
Miriam si morse un labbro: già, come poteva, se era morto da due settimane? Come poteva continuare ad assillarla, nonostante il proiettile che gli aveva ficcato nel cranio?
Malbranque la osservava con un sopracciglio alzato, incapace di seguirla nelle giravolte del suo pensiero. E in realtà Miriam era confusa quanto lui. Non riusciva a ricostruire la successione degli eventi, la catena delle cause e degli effetti che l’avevano condotta a quel punto, e ormai non era più tanto sicura che fosse solo colpa della centrale di Hub. Si voltò di lato, per raccogliere le idee al riparo dagli occhiali di Malbranque, e lo sguardo le cadde sul cadavere del gendarme, sotto il quale si stava allargando una pozza di sangue.
Provò una fitta di rimorso: «Mi dispiace di aver ucciso il suo amico» disse.
«Il gendarme Moreira non era mio amico. Ma non per mia scelta. Avrei fatto volentieri amicizia, se non altro per scambiate due chiacchiere nei tempi morti. Ma non dovevo piacere molto né meno a lui.» Chinò la testa a osservare il cadavere. «In ogni caso fa bene a dispiacersi. È stata una pessima azione. Era appena un ragazzo. E anche se non era molto simpatico, anche se aveva la fastidiosa abitudine di metter bocca su tutto, anche se alla lunga, mi duole dirlo, riusciva piuttosto pedante, non era un cattivo ragazzo. Solo un po’ troppo irritabile. E noioso. Ma la sua resta lo stesso una pessima azione. Non le aveva fatto niente di male. Anzi, secondo me si era anche preso una cotta per lei.»
Miriam ebbe una smorfia di indignazione:
«Come può dire che non mi ha fatto niente di male? Me ne ha fatto eccome. E me ne avrebbe fatto ancora. Non era forse qui per uccidermi?»
Malbranque rimase sbalordito: «Voleva ucciderla? Dice sul serio? E perché voleva ucciderla?»
«Perché lo ha ordinato Hub.»
«Ancora Hub? Ma Evangelista o Miguelarcangel?»
«Evangelista. Ma forse anche l’altro. Ancora non lo so.»
«Quindi Moreira era al servizio di Hub? È sicura? In realtà non mi è sembrato molto servizievole. Era spaventato, anzi terrorizzato, ma non servizievole.»
Miriam si imbronciò: «Non si prenda gioco di me, signor Malbranque. Ormai ha vinto. A questo punto può anche dirmi la verità.»
«Scusi Miriam, sarà la stanchezza, saranno le emozioni, ma davvero non riesco a statle dietro. Perché non facciamo finta che non sappia niente di questa storia, e mi spiega tutto dall’inizio?»
Miriam socchiuse gli occhi. Malbranque la stava ancora ingannando, naturalmente. Ma era bravo. Sembrava veramente ignaro. E se fosse proprio così? Se fosse arrivata alle conclusioni sbagliate? Allora forse Malbranque non era un nemico, ma un possibile alleato, e l’errore di mira che aveva ucciso il gendarme poteva rivelarsi un colpo di fortuna.
«Hub vuole vedermi morta» disse.
«Parliamo ancora di Evangelista, vero? Non di Miguelarcangel.»
«Evangelista. Un uomo avido e crudele. Che non si è fatto scrupolo di portare la città, l’intera regione, sull’orlo del disastro ambientale, pur di arricchirsi. Come avrà capito, io e gli altri membri del comitato, ma soprattutto io, perché gli altri hanno paura di mettersi davvero contro Hub, stiamo cercando in tutti i modi di ostacolare i suoi piani. È una guerra lunga, difficile. Ma ho vinto la prima battaglia. Per questo Hub ha deciso di contrattaccare. Ha capito quanto sia pericolosa. E ha mandato lei e il gendarme a uccidermi.»
«La sua prima battaglia sarebbe l’omicidio di suo marito, vero?»
«Vuole questo? Che confessi, che lo dica apertamente? Non le sembro già abbastanza nei guai? Ma va bene, a questo punto non importa. Sì, l’ho ucciso. L’ho ucciso perché era al servizio di Hub, perché stava contribuendo attivamente alla rovina di Encelado, perché ha messo nel mio grembo un seme velenoso che invece di generare vita ha sommato morte alla morte che già infesta l’intera regione.»
Trattenne il fiato. Aveva la faccia in fiamme, la testa intollerabilmente pesante. Ma confessare l’aveva fatta sentire meglio. Ora aspettava che Malbranque esultasse per la vittoria o che almeno dicesse qualcosa. Ma lui non faceva altro che scuotere la testa. Sembrava sinceramente sorpreso. E afflitto, come se la morte di Jubal fosse un brutto colpo.
«E quando? Quando lo ha ucciso?» disse con voce roca.
«Due settimane fa.»
«È sicura?»
«Giorno più giorno meno.»
Malbranque prese un lungo respiro: «Mezza giornata sprecata per un contratto già chiuso da due settimane» disse, trattenendo a stento la collera. «Due settimane! Se fosse successo ieri o l’altro ieri, potrei anche capire: a volte il raccolto settimanale arriva ai magazzini tutto insieme e non si riesce a cancellare i nomi dalle liste prima di un paio di giorni. Uno o due giorni ci può stare, rientra nella norma. Ma due settimane è inaccettabile.»
«Ma non lo sapeva nessuno. Anzi no. Hub lo sapeva. E anche la gendarmeria.»
«Visto? Lo sapevano tutti tranne me. L’unico al quale sarebbe importato qualcosa. Ma scusi, ragioniamo un istante: è sicura che la gendarmeria lo sapesse? Moreira no di sicuro. Si è perfino bavuto la storia della prostituta di Mercato Vecchio che ci ha raccontato stamattina. E il sovrintendente non ha fatto una piega, quando gli ho detto che dovevo incontrarmi con Jubal.»
Miriam si avvicinò a Malbranque. «Non deve fidarsi di Hidalgo: anche lui lavora per Hub» disse a voce bassa.
«Hub? Ancora Evangelista, vero?»
«Evangelista. Hidalgo è sul suo libro paga.»
«E come fa a dirlo?»
«Semplice: il ragazzo. Il gendarme» indicò il cadavere di Moreira. «Lui è l’assistente personale di Hidalgo. E stava insieme a lei.»
«E questo cosa c’entra con Hub?»
«Lei lavora per Hub.»
«Ah ecco! Ora ho capito. Lei crede che lavori per Hub. Ora sì che la cosa ha un senso. Ma si sbaglia. Non lavoro per Hub. Né per Evangelista, né per Miguelarcangel. Per nessuno dei due. Lavoro per la Faland. Mi sembrava di averlo detto. Anzi, sono assolutamente certo di averlo detto. Non capisco come possa aver pensato che lavori per Hub.» Allungò la resta sul collo e studiò intensamente Miriam. «E in effetti mi sembra un po’ ossessionata da lui. Lo avrà nominato almeno cento volte, da quando abbiamo iniziato a parlare. Non è che per caso se ne stia innamorando?»
Miriam fece per protestare, ma Malbranque la prevenne: «Ora direi di lasciarlo in pace, se è d’accordo. Abbiamo perso fin troppo tempo all’inseguimento il suo fantasma. E si fidi di me quando le dico che non ne vale la pena. Tiriamo le somme piuttosto. Suo marito è morto, ucciso da lei. Mi corregga se sbaglio.»
«Non sbaglia.»
«Sa cosa significa?»
Miriam aggrottò la fronte: «Che ho vinto la prima battaglia…»
«Ma no. Cosa c’entra? Concentramoci sui fatti rilevanti, per favore.»
«Mi scusi.»
«Ripeto: sa cosa significa?»
«No.»
«Glielo dico io. Significa che ho perso una provvigione di millequattrocento talleri nemiti, che non so quanto sia in moneta locale, ma mi creda sulla parola quando le dico che è una bella cifra. E non è finita. Perché oltre a Jubal ha ucciso anche il gendarme Moreira: non ero molto sicuro che avrebbe firmato, d’accordo, l’avevo portato con me giusto per provare a recuperare la provvigione, nel caso qualcuno si fosse tirato indietro, ma insomma, iniziavo a sperarci. Un altro colpo da millequattrocento talleri. Tenendo conto inoltre del tempo che ho perso, della benzina che ho sprecato, dell’usura degli pneumatici, delle macchie di sangue e cervello sulla giacca, si può calcolare che in un solo pomeriggio lei mi ha fatto perdere circa tremila talleri. Sa cosa dovrei fare? Dovrei chiamare l’ufficio legale e farle causa. E chiederle tipo cinquemila talleri a titolo di risarcimento. E forse anche di più, perché ci sono da considerare l’arrabbiatura, la fatica, la suola delle scarpe…»
Continuò a lamentarsi ancora per un po’, ma a quel punto Miriam aveva smesso di ascoltare. Era troppo incuriosita dal suo aspetto. Visto da così vicino, era ancora più strano e inquietante, senza parlare dell’odore. Eppure la affascinava. Aveva una bella bocca, nonostante i denti marci, con labbra carnose, dalla linea elegante. Il volto era simmetrico, armonioso, il collo magro ma non esile. E dietro lo schermo delle lenti gli occhi dovevano essere molto espressivi. Probabilmente neri.
Si riscosse, punta dallo sguardo di Malbranque, concreto come una corrente gelida, e vide con stupore che ora le stava sorridendo.
«Non riesco ad arrabbiarmi con lei» disse Malbranque. «Anche se la sua testa funziona un po’ a singhiozzo, non si può negare che sia un’adorabile testa. E almeno non è piena di sabbia come quella degli altri ladesi. In realtà ha poco in comune con loro. È folle, insensata, crudele come una persona vera. Ed è l’unica da queste parti che si dia un po’ da fare, che movimenti la festa. In modo un po’ disordinato forse, con quel tocco di scriteriata brutalità che mi tenterebbe a ucciderla subito, se non mi deliziasse così tanto. E almeno non sta lì tutto il tempo a fingere di essere viva come il resto della città. Mi tolga una curiosità: è nata a Encelado?»
«Sì.»
«Ne è sicura?»
«Che domande, certo che sono sicura. Perché vuole saperlo?»
«Perché sembra fuori dal suo elemento. Mi domando se suo marito abbia richiesto un prodotto locale o se invece lo abbia ordinato su misura. In effetti mi pare di riconoscere lo stile della Faland. La follia omicida è un nostro marchio di fabbrica.» Rifletté per qualche istante. «Ma no. L’avrebbero già ritirata. Quando si tratta dei loro costosi giocattoli, diventano efficientissimi. Eppure è esattamente come l’avrebbero fatta loro. Mi scusi se insisto, ma è proprio sicura di essere nata a Encelado?»
Miriam si corrucciò. Non capiva molto di quello che stava dicendo Malbranque, e quel poco che capiva non le suonava bene. Le metteva addosso una strana inquietudine. «Nata e cresciuta.»
«Ricorda suo padre e sua madre?»
«Certo. Mio padre è morto quando ero piccola, ma lo ricordo abbastanza bene. Era un bell’uomo. Aveva i baffi e odorava di legno fresco e di edera. Mia madre è ancora viva. Vive a Sojo, ma non la vedo mai. Mi dà troppo sui nervi.»
«A quando risale il suo primo ricordo?»
Miriam si ritrasse. Le domande di Malbranque cominciavano a spaventarla. Prese un lungo respiro. Cercò di riafferrare quel primo, lontano ricordo, quasi svanito nelle nebbie dell’infanzia. Era un ricordo luminoso. Riguardava una bicicletta, una bicicletta rossa con le rotelle, e un campo pieno di sole. Lei spingeva la bicicletta lungo un sentiero che attraversava il campo. Sulla destra c’era una collina con due o tre palme in cima. Suo padre la chiamava da lassù. Lontano si sentiva echeggiare una canzone.
Cercò invano di scacciare il ricordo dalla mente. Non era un bel ricordo, forse perché la morte di suo padre lo aveva riempito di presagi sinistri, o forse perché quel tempo così felice era troppo diverso da quello attuale. Ma la cosa peggiore era che la scena sembrava irreale, perfino fasulla. Era davvero suo padre l’uomo in cima alla collina? O una sagoma di cartone? E il campo? Era vero o solo un disegno? E la canzone? Non era piuttosto il brusio di uno sciame di insetti?
Allora il ricordo cominciò a frantumarsi. Chiazze di ombra trapelavano sotto la superficie.
Quando l’ultimo frammento si consumò, ci fu un lampo, poi buio, poi una fitta penombra. Una creatura con indosso un camice bianco macchiato di sangue apparve al centro di una grande stanza gelida. Era di nuovo la creatura del suo sogno, la stessa nella quale si erano trasformati la vedova Jimenes e suo figlio. Teneva in mano una sfera collegata a un cavo, e la agitava come se volesse spaccarla sulla testa di qualcuno. A un certo punto portò la sfera davanti alla bocca, che si spalancò. Due dozzine di munuscoli denti appuntiti occuparpno quasi per intero la parte inferiore della faccia,le pieghe di carne viva del palato e delle labbra sussultarono e fremettero al tocco dell’aria proveniente dalla gola. La creatura stava parlando. In una lingua sconosciuta, si sarrbbe detto. No, la lingua era ladese, ma la voce era il ronzio di uno sciame d’insetti, e il cervello stentava a credere che in un suono del genere si nascondessero delle parole.
«Prova di innesto numero trecentoquattro» stava dicendo la creatura. «Verifica connessione senso memoria, attivazione comunicaziobe sinestetica in tre, due, uno…»
Malbanque agitò una mano per attirare la sua attenzione. «Detesto disturbarla mentre se ne sta lì a sgranare gli occhi in modo così deliziosamente inquietante, ma si è fatto tardissimo. Dovrei proprio andare.»
Miriam fu colta dal panico: «Se ne va?»
«Per forza: il prossimo appuntamento è a Tecla domani mattina. Se non parto subito rischio di mancarlo. E a questo punto non posso permettermi di perdere un’altra provvigione.»
«Ma io come faccio?»
«Come fa a far cosa?»
«A sopravvivere! Tra poco mi ritroverò in salotto non so quanti gendarmi pronti a vendicare la morte del loro collega. Come posso affrontarli da sola?»
«Ma scherza? Saranno passati venti minuti, da quando ha ucciso Moreira. E dopo quanti altri colpi ha sparato? Quattro? Cinque?»
«Cinque, credo.»
«E sente qualche sirena in lontananza? Le sembra che qualcuno o qualcosa si stia muovendo contro di lei? Che qualcuno o qualcosa in generale si stia muovendo in questa città?»
«Be’ no. Ma forse vogliono cogliermi di sorpresa.»
«Ha presente con chi ha a che fare? Ho passato l’intera giornata in compagnia di un gendarme, e le assicuro che non sarebbe stato in grado di cogliere di sorpresa nessuno. Figuriamoci un tipo sveglio come lei.»
«E allora cosa dovrei fare?»
«Ma quello che vuole. Certo, non sfiderei la sorte restando qui a fare conversazione con il cadavere di Moreira. Fossi in lei, me ne andrei quanto prima. Anche perché, non se la prenda, ma casa sua è una vera fogna.»
Miriam si guardò attorno. Si accorse solo allora che stava camminando a piedi nudi su un tappeto di guano e sporcizia. Come aveva fatto a vivere in quel modo per due settimane?
«Non può andarsene. Con quale corraggio mi abbandona, dopo che ha distrutto tutto quello in cui credevo e ha annichilito ogni mia certezza. Ormai non so più né meno chi sono. Tanto valeva che mi uccidesse.»
«E ancora non le ho detto che Hub è morto. Evangelista, non Miguelarcangel.»
Miriam indietreggiò come se avesse ricevuto uno schiaffo. Respirava a fatica. «Morto?»
«Già.»
«E come è successo?»
«Gli ho sparato.»
Miriam indietreggiò ancora di due passo. Sedette sulla poltrona di Jubal, ma si rialzò subito.
«Non riesco a capire» disse in un sussurro appena udibile.
«Non c’è niente da capire, Miriam. Lei credeva che le cose stessero in un certo modo, e invece non è così. Ma cosa importa? È chiaro che non appartiene a questa città, che non ha niente in comune con queste persone.» Accennò a Moreira. «Ed è anche chiaro che presto di Encelado nresterà solo una distesa di sabbia. Io le consiglerei di mollare tutto e andarsene, di cercare un posto che le somigli di più.»
«E dove lo trovo un posto del genere? Prima ha parlato di me come se fossi un… articolo. Come se qualcuno mi avesse fabbricato. Come se la Faland mi avesse fabbricato.»
«Era solo un’ipotesi.»
«Ma se fosse così, allora non esisterebbe alcun posto per me. Se non la Faland stessa.»
Malbranque fece no con la testa. «Non voglio né meno pensare a cosa ne sarebbe di lei alla Faland. Sono molto devoto alla Faland, ma trovo alcune politiche aziendali piuttosto discutibili, soprattutto quando si tratta di proprietà senzienti. E anche se decidessero di assegnarle una posizione decente, che magari non preveda niente di raccapricciante o disgustoso, si legherebbe per sempre a loro. Ora invece è libera. Può andare dove vuole. Fare quello che vuole.»
«Ma io volevo solo uccidere Hub.» «Allora se ne trovi un altro. Il mondo è pieno di arroganti logorroici che pensano di meritare venerazione e rispetto solo perché hanno i soldi. Ne scelga uno e gli dia la caccia. Ha talento. Sono certo che riuscirà bene. Ma io devo andare. Sono atrocemente in ritardo.»
Si alzò dal divano e si avvicinò a Miriam. Le mise le mani sulle spalle, le sorrise, la baciò sulle labbra.
Sommersa dall’alito paludoso di Malbranque, Miriam ricordò quello che le aveva domandato Jubal, il Jubal crudele e sarcastico che girovagava dentro la sua testa: da dove viene questa sete di sangue?
«Non mi importa più di uccidere nessuno» disse. «Ho condannato me stessa e la mia famigla. Ho ucciso mio marito. E non so perché l’ho fatto.»
«Non è il momento di lasciarsi sopraffare da pensieri del genere. È vero che ha combinato un sacco di guai. Ma ha ancora la possibilità di riscattarsi.»
«E come? Ora ho la sensazione, anzi la certezza. di essere stata sempre manovrata da qualcun altro.» Le sue labbra iniziarono a tremare. «Come posso riscattarmi, se non sono né meno sicura di appartenere a me stessa?»
«Non è mai così semplice. Tenga conto di questo: anche se una volta apparteneva a qualcun altro, a Jubal, alla Faland o che so io, ora non appartiene più a nessuno. La rete che la imprigionava ha rivelato una smagliatura. Questo capita solo a poche, pochissime persone. Da oggi tutto quello che sarà, nascerà solo da lei. Ed è un grande privilegio. E anche se non posso garantirle che non le diano la caccia, che prima o poi non la trovino e la riportino da dove è venuta, almeno nel frattempo sarà libera.»
Mentre parlava, mosse la testa sul collo, e le lenti degli occhiali inquadrarono due volti di donna galleggianti nel buio, quattro occhi pieni di sgomento e disperazione. Nell’ultima ora la luce del pomeriggio si era frantumata in uno sciame di cunei e di scaglie, che ora trascorrevano in banchi sulla superficie degli occhiali, tutto intorno ai due volti di Miriam. Quando Malbranque accennò a distogliere lo sguardo, una goccia di luce colpì le lenti e riuscì a penetrate oltre lo specchio. Miriam vide allora che le facce riflesse dagli occhiali non erano facce, ma pupille, le pupille di Malbranque.
Cominciò a urlare così forte, che le quattro salamandre entrate in casa di soppiatto insieme a Moreira e Malbranque scapparono via terrorizzate.

FINE