Sospensione attività

Con l’ultimo capitolo di Encelado, Feuilletonline sospende le attività a tempo indefinito, semplicemente perché non ho mient’altro di pronto da pubblicare e non so se e quando avrò a disposizione del nuovo materiale. Spero di poter ricominciare quanto prima. Grazie a tutti quelli che hanno avuto la pazienza di leggermi.

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Encelado – Capitolo 41

Quando vide il gendarme dai capelli rossi cadere a terra con un buco enorme al posto dell’occhio destro, Miriam rimase sbalordita. Aveva mirato a Malbranque, che stava almeno a tre passi di distanza dal gendarme, e non riusciva a credere di averlo mancato di così tanto. Ma non si lasciò scoraggiare. Dopotutto l’idea era di uccidere chiunque cercasse di fermarla, incluso il gendarme. Malbranque avrebbe solo dovuto pazientare qualche altro istante. Uscì di slancio dalla cucina, dove si era nascosta per tendere l’agguato, mosse qualche passo nel soggiorno e sparò di nuovo.
Malbranque sobbalzò. Accennò ad abbassare la testa, ma rimase dov’era. Miriam si trovava a meno di cinque passi da lui, ed era certa di non poterlo mancare. Eppure lo mancò. Il proiettile fischiò a meno di un palmo dall’orecchio di Malbranque e frantumò un quadro alle sue spalle.
Miriam scavalcò il cadavere del Gendarme e raggiunse il centro del soggiorno. Continuava a ripetersi di stare calma e di mirare con cura, ma la frustrazione per i colpi falliti le torceva le viscere e le irrigidiva dolorosamente i nervi del collo. Sparò ancora due volte. Il primo proiettile scheggiò una della gambe del tavolo e rimbalzò sulla parete, il secondo colpì un altro quadro due cubiti più in alto.
Malbranque era ancora illeso. Restava immobile nello stesso posto in cui si trovava nel momento che Miriam era comparsa nel soggiorno: tratteneva il fiato solo quando partiva il colpo, le labbra scoprivano appena i denti aguzzi, un rivolo di sudore svorreva lungo la tempia, ma poi tornava subito calmo, le lenti degli occhiali puntate ostinatamente su di Miriam.
Miriam era zuppa di sudore. Le ginocchia e le mani tremavano convulsamente, la vista era offuscata da frequenti lampi rossi. Mosse ancora mezzo passo verso Malbranque, l’indice si contrasse per sparare. Ma non successe niente. A un tratto si sentiva strana: la pistola le sembrava enorme, pesantissima, refrattaria al tocco. Il grilletto era come saldato nell’alloggio, e per quanto premesse non riusciva a smuoverlo.
Fu colta dal panico. Per un istante fu tentata di arrendersi, di gettare la pistola e invocare la clemenza di Malbranque. Una voce isterica che non sembrava appartenerle le urlava dentro la testa che uccidere Malbranque sarebbe stato un gravissimo errore, sarebbe equivalso a uccidere se stessa.
Era sul punto per cedere. Ma poi si rese conto che Malbranque non stava facendo niente per difendersi, eccetto che fissarla, e che quasi certamente non era armato.
Allora si arrabbiò così tanto, che il sortilegio andò in frantumi come uno specchio colpito da un sasso. Malbranque aveva una così scarsa considerazione di lei, che si era presentato disarmato? O pensava di lasciar fare al gendarme? In ogni caso era una grave mancanza di rispetto nei suoi confronti, un’onta che solo la morte avrebbe potuto cancellare.
Sparò di nuovo. Stavolta era a meno di due passi da Malbranque, con la visuale completamente libera. Ma riuscì a mancarlo lo stesso: la pallottola colpì il muro circa mezzo cubito sopra la sua testa.
A quel punto era disperata. Sembrava che le pallottole fuggissero da Malbranque, come se ne fosseto terrorizzate. E ora anche lei cominciava ad avere paura. Poi il suo sguardo si posò sulla doppia Miriam riflessa nelle lenti degli occhiali. Trasalì. Una vecchia scarmigliata, nella quale si riconosceva a stento, la fissava a bocca aperta da quel piatto, profondissimo fondale. Non sembrava né meno una persona.
Provò l’impulso di uccidere quella donna ripugnante, di rivolgere l’arma contro se stesa per cancellare tanto orrore dal mondo. Ma non doveva lasciarsi suggestionare. Era Malbranque che le metteva in testa quelle idee. Stava giocando con la sua mente. Era questa la sua strategia, il suo modo di combattere, la sua arma. Per questo motivo lei aveva sbagliato mirq così tante volte.
Chiuse gli occhi e si concentrò. Ed ecco che il dito cominciò a smuovere il grilletto, non ancora abbastanza da sparare, ma solo un altro istante…
Malbranque coprì in un’unica falcata la distanza che lo separava da Miriam e afferrò la canna della pistola. Non tolse la pistola a Miriam e né meno spostò la canna dalla sua faccia, si limitò a tenerla saldamente, senza smettere di inquadrare Miriam nelle lenti degli occhiali.
Miriam trattenne il fiato. Poi si rese conto di non avere più alcuna intenzione di sparare a Malbranque: la sete di sangue che l’aveva mossa alla battaglia e che era costata la vita al gendarme Moreira era svanita. Ora si sentiva perfino un po’ in colpa.
Lasciò la pistola a Malbranque e chiuse ancora gli occhi. Ora si aspettava che lui le sparasse, in un certo senso se lo augurava. La morte sarebbe stata una degna conclusione, avrebbe messo le cose a posto. In realtà era piuttosto sorpresa della velocità con la quale il desiderio di uccidere era diventato desiderio di morte. Ma in fondo erano entrambi la stessa cosa. Il sospetto che questo la rendesse uguale a Jubal non la turbò, al contrario le diede conforto.
Ma ora c’era di nuovo silenzio, e la sola cosa che attraversava il silenzio era quella strana, seducente puzza da rettile.
Miriam aprì gli occhi e vide che Malbranque aveva distolto lo sguardo da lei. Questo la fece sentire sola, perfino desolata.
Malbranque gettò la pistola sul divano e andò verso la poltrona di Miriam. Sembrava stanco e depresso. Sedette sulla poltrona, reclinò la testa all’indietro e mandò un lungo sospiro, non si capiva bene se di rabbia o di spossatezza.
Miriam si avvicinò con le mani in grembo e si fermò accanto a lui, a un passo dal divano. Preferì restare in piedi. Per un attimo ebbe l’illusione che Malbanque fosse suo marito, appena rincasato dal lavoro, e che stesse per attaccare una lunga lamentela sui capi, sui turni, sui colleghi, come a volte faceva Jubal.
Chi sa se era sposato?
«Mi spiega cosa le è saltato in mente di mettersi a sparare così?» disse Malbranque.
Miriam avvicinò le sppracciglia. «Non mi sembra che mi abbia lasciato altra scelta» disse. Respirò a fondo, interdetta dallo stupore che trapelava dalla faccia di Malbranque. «Insomma, mi ha messo la gendarmeria alle costole, ha compromesso la mia posizione all’interno del comitato, mi ha costretto a compiere orribili azioni che infameranno per sempre il mio nome, e ha fatto tutto così bene, che non sono né meno riuscita a difendermi, che non mi è rimasto niente, se non una remota possibilità di vendetta. Cosa si aspettava, che le offrissi tè e biscotti?»
«Be’ sì. O forse no. Non lo so. In realtà avevo intuito di non piacerle. Ma non avrei mai pensato di non piacerle fino a questo punto.»
»Ma scherza? O é davvero così ingenuo? Eppure la ritenevo un tipo scaltro, uno che pianifica ogni mossa, che capisce tutto dell’avversario fin dal primo sguardo. Come ha fatto a non rendersi conto del rischio che stava correndo, di quanto fosse pericoloso mettermi con le spalle al muro? Temo che Hub sarà molto deluso di lei, quando verrà a saperlo.»
«Hub? Cosa c’entra Hub? E poi quale Hub? Evangelista o Miguelarcangel?»
Miriam si corrucciò. Fece per dire qualcosa, ma Malbranque la prevenne: «Ascolti, Miriam. Di quello che sta dicendo ho capito pochissimo. Se non sbaglio, è convinta che ce l’abbia con lei, che voglia farle del male. Ma non è vero. L’ho incontrata solo due volte, non la conosco né meno.»
«Ma allora perché è venuto dal notaio e poi alla Cuspide, se non per danneggiarmi? Perché mi ha spinto a uccidere la vedova e suo figlio? Perché mi ha convinto a uccidere il notaio? Be’ in effetti queste due ultime cose me le ha fatte fare Jubal, ma immagino che lo avesse istruito lei.»
«Jubal? Ma non era morto? Non è suo il sangue su quella poltrona?»
Miriam batté le palpebre: «Be’ sì. Certo che è morto.»
«E allora come può averle fatto fare… quello che le ha fatto fare?»
Miriam si morse un labbro: già, come poteva, se era morto da due settimane? Come poteva continuare ad assillarla, nonostante il proiettile che gli aveva ficcato nel cranio?
Malbranque la osservava con un sopracciglio alzato, incapace di seguirla nelle giravolte del suo pensiero. E in realtà Miriam era confusa quanto lui. Non riusciva a ricostruire la successione degli eventi, la catena delle cause e degli effetti che l’avevano condotta a quel punto, e ormai non era più tanto sicura che fosse solo colpa della centrale di Hub. Si voltò di lato, per raccogliere le idee al riparo dagli occhiali di Malbranque, e lo sguardo le cadde sul cadavere del gendarme, sotto il quale si stava allargando una pozza di sangue.
Provò una fitta di rimorso: «Mi dispiace di aver ucciso il suo amico» disse.
«Il gendarme Moreira non era mio amico. Ma non per mia scelta. Avrei fatto volentieri amicizia, se non altro per scambiate due chiacchiere nei tempi morti. Ma non dovevo piacere molto né meno a lui.» Chinò la testa a osservare il cadavere. «In ogni caso fa bene a dispiacersi. È stata una pessima azione. Era appena un ragazzo. E anche se non era molto simpatico, anche se aveva la fastidiosa abitudine di metter bocca su tutto, anche se alla lunga, mi duole dirlo, riusciva piuttosto pedante, non era un cattivo ragazzo. Solo un po’ troppo irritabile. E noioso. Ma la sua resta lo stesso una pessima azione. Non le aveva fatto niente di male. Anzi, secondo me si era anche preso una cotta per lei.»
Miriam ebbe una smorfia di indignazione:
«Come può dire che non mi ha fatto niente di male? Me ne ha fatto eccome. E me ne avrebbe fatto ancora. Non era forse qui per uccidermi?»
Malbranque rimase sbalordito: «Voleva ucciderla? Dice sul serio? E perché voleva ucciderla?»
«Perché lo ha ordinato Hub.»
«Ancora Hub? Ma Evangelista o Miguelarcangel?»
«Evangelista. Ma forse anche l’altro. Ancora non lo so.»
«Quindi Moreira era al servizio di Hub? È sicura? In realtà non mi è sembrato molto servizievole. Era spaventato, anzi terrorizzato, ma non servizievole.»
Miriam si imbronciò: «Non si prenda gioco di me, signor Malbranque. Ormai ha vinto. A questo punto può anche dirmi la verità.»
«Scusi Miriam, sarà la stanchezza, saranno le emozioni, ma davvero non riesco a statle dietro. Perché non facciamo finta che non sappia niente di questa storia, e mi spiega tutto dall’inizio?»
Miriam socchiuse gli occhi. Malbranque la stava ancora ingannando, naturalmente. Ma era bravo. Sembrava veramente ignaro. E se fosse proprio così? Se fosse arrivata alle conclusioni sbagliate? Allora forse Malbranque non era un nemico, ma un possibile alleato, e l’errore di mira che aveva ucciso il gendarme poteva rivelarsi un colpo di fortuna.
«Hub vuole vedermi morta» disse.
«Parliamo ancora di Evangelista, vero? Non di Miguelarcangel.»
«Evangelista. Un uomo avido e crudele. Che non si è fatto scrupolo di portare la città, l’intera regione, sull’orlo del disastro ambientale, pur di arricchirsi. Come avrà capito, io e gli altri membri del comitato, ma soprattutto io, perché gli altri hanno paura di mettersi davvero contro Hub, stiamo cercando in tutti i modi di ostacolare i suoi piani. È una guerra lunga, difficile. Ma ho vinto la prima battaglia. Per questo Hub ha deciso di contrattaccare. Ha capito quanto sia pericolosa. E ha mandato lei e il gendarme a uccidermi.»
«La sua prima battaglia sarebbe l’omicidio di suo marito, vero?»
«Vuole questo? Che confessi, che lo dica apertamente? Non le sembro già abbastanza nei guai? Ma va bene, a questo punto non importa. Sì, l’ho ucciso. L’ho ucciso perché era al servizio di Hub, perché stava contribuendo attivamente alla rovina di Encelado, perché ha messo nel mio grembo un seme velenoso che invece di generare vita ha sommato morte alla morte che già infesta l’intera regione.»
Trattenne il fiato. Aveva la faccia in fiamme, la testa intollerabilmente pesante. Ma confessare l’aveva fatta sentire meglio. Ora aspettava che Malbranque esultasse per la vittoria o che almeno dicesse qualcosa. Ma lui non faceva altro che scuotere la testa. Sembrava sinceramente sorpreso. E afflitto, come se la morte di Jubal fosse un brutto colpo.
«E quando? Quando lo ha ucciso?» disse con voce roca.
«Due settimane fa.»
«È sicura?»
«Giorno più giorno meno.»
Malbranque prese un lungo respiro: «Mezza giornata sprecata per un contratto già chiuso da due settimane» disse, trattenendo a stento la collera. «Due settimane! Se fosse successo ieri o l’altro ieri, potrei anche capire: a volte il raccolto settimanale arriva ai magazzini tutto insieme e non si riesce a cancellare i nomi dalle liste prima di un paio di giorni. Uno o due giorni ci può stare, rientra nella norma. Ma due settimane è inaccettabile.»
«Ma non lo sapeva nessuno. Anzi no. Hub lo sapeva. E anche la gendarmeria.»
«Visto? Lo sapevano tutti tranne me. L’unico al quale sarebbe importato qualcosa. Ma scusi, ragioniamo un istante: è sicura che la gendarmeria lo sapesse? Moreira no di sicuro. Si è perfino bavuto la storia della prostituta di Mercato Vecchio che ci ha raccontato stamattina. E il sovrintendente non ha fatto una piega, quando gli ho detto che dovevo incontrarmi con Jubal.»
Miriam si avvicinò a Malbranque. «Non deve fidarsi di Hidalgo: anche lui lavora per Hub» disse a voce bassa.
«Hub? Ancora Evangelista, vero?»
«Evangelista. Hidalgo è sul suo libro paga.»
«E come fa a dirlo?»
«Semplice: il ragazzo. Il gendarme» indicò il cadavere di Moreira. «Lui è l’assistente personale di Hidalgo. E stava insieme a lei.»
«E questo cosa c’entra con Hub?»
«Lei lavora per Hub.»
«Ah ecco! Ora ho capito. Lei crede che lavori per Hub. Ora sì che la cosa ha un senso. Ma si sbaglia. Non lavoro per Hub. Né per Evangelista, né per Miguelarcangel. Per nessuno dei due. Lavoro per la Faland. Mi sembrava di averlo detto. Anzi, sono assolutamente certo di averlo detto. Non capisco come possa aver pensato che lavori per Hub.» Allungò la resta sul collo e studiò intensamente Miriam. «E in effetti mi sembra un po’ ossessionata da lui. Lo avrà nominato almeno cento volte, da quando abbiamo iniziato a parlare. Non è che per caso se ne stia innamorando?»
Miriam fece per protestare, ma Malbranque la prevenne: «Ora direi di lasciarlo in pace, se è d’accordo. Abbiamo perso fin troppo tempo all’inseguimento il suo fantasma. E si fidi di me quando le dico che non ne vale la pena. Tiriamo le somme piuttosto. Suo marito è morto, ucciso da lei. Mi corregga se sbaglio.»
«Non sbaglia.»
«Sa cosa significa?»
Miriam aggrottò la fronte: «Che ho vinto la prima battaglia…»
«Ma no. Cosa c’entra? Concentramoci sui fatti rilevanti, per favore.»
«Mi scusi.»
«Ripeto: sa cosa significa?»
«No.»
«Glielo dico io. Significa che ho perso una provvigione di millequattrocento talleri nemiti, che non so quanto sia in moneta locale, ma mi creda sulla parola quando le dico che è una bella cifra. E non è finita. Perché oltre a Jubal ha ucciso anche il gendarme Moreira: non ero molto sicuro che avrebbe firmato, d’accordo, l’avevo portato con me giusto per provare a recuperare la provvigione, nel caso qualcuno si fosse tirato indietro, ma insomma, iniziavo a sperarci. Un altro colpo da millequattrocento talleri. Tenendo conto inoltre del tempo che ho perso, della benzina che ho sprecato, dell’usura degli pneumatici, delle macchie di sangue e cervello sulla giacca, si può calcolare che in un solo pomeriggio lei mi ha fatto perdere circa tremila talleri. Sa cosa dovrei fare? Dovrei chiamare l’ufficio legale e farle causa. E chiederle tipo cinquemila talleri a titolo di risarcimento. E forse anche di più, perché ci sono da considerare l’arrabbiatura, la fatica, la suola delle scarpe…»
Continuò a lamentarsi ancora per un po’, ma a quel punto Miriam aveva smesso di ascoltare. Era troppo incuriosita dal suo aspetto. Visto da così vicino, era ancora più strano e inquietante, senza parlare dell’odore. Eppure la affascinava. Aveva una bella bocca, nonostante i denti marci, con labbra carnose, dalla linea elegante. Il volto era simmetrico, armonioso, il collo magro ma non esile. E dietro lo schermo delle lenti gli occhi dovevano essere molto espressivi. Probabilmente neri.
Si riscosse, punta dallo sguardo di Malbranque, concreto come una corrente gelida, e vide con stupore che ora le stava sorridendo.
«Non riesco ad arrabbiarmi con lei» disse Malbranque. «Anche se la sua testa funziona un po’ a singhiozzo, non si può negare che sia un’adorabile testa. E almeno non è piena di sabbia come quella degli altri ladesi. In realtà ha poco in comune con loro. È folle, insensata, crudele come una persona vera. Ed è l’unica da queste parti che si dia un po’ da fare, che movimenti la festa. In modo un po’ disordinato forse, con quel tocco di scriteriata brutalità che mi tenterebbe a ucciderla subito, se non mi deliziasse così tanto. E almeno non sta lì tutto il tempo a fingere di essere viva come il resto della città. Mi tolga una curiosità: è nata a Encelado?»
«Sì.»
«Ne è sicura?»
«Che domande, certo che sono sicura. Perché vuole saperlo?»
«Perché sembra fuori dal suo elemento. Mi domando se suo marito abbia richiesto un prodotto locale o se invece lo abbia ordinato su misura. In effetti mi pare di riconoscere lo stile della Faland. La follia omicida è un nostro marchio di fabbrica.» Rifletté per qualche istante. «Ma no. L’avrebbero già ritirata. Quando si tratta dei loro costosi giocattoli, diventano efficientissimi. Eppure è esattamente come l’avrebbero fatta loro. Mi scusi se insisto, ma è proprio sicura di essere nata a Encelado?»
Miriam si corrucciò. Non capiva molto di quello che stava dicendo Malbranque, e quel poco che capiva non le suonava bene. Le metteva addosso una strana inquietudine. «Nata e cresciuta.»
«Ricorda suo padre e sua madre?»
«Certo. Mio padre è morto quando ero piccola, ma lo ricordo abbastanza bene. Era un bell’uomo. Aveva i baffi e odorava di legno fresco e di edera. Mia madre è ancora viva. Vive a Sojo, ma non la vedo mai. Mi dà troppo sui nervi.»
«A quando risale il suo primo ricordo?»
Miriam si ritrasse. Le domande di Malbranque cominciavano a spaventarla. Prese un lungo respiro. Cercò di riafferrare quel primo, lontano ricordo, quasi svanito nelle nebbie dell’infanzia. Era un ricordo luminoso. Riguardava una bicicletta, una bicicletta rossa con le rotelle, e un campo pieno di sole. Lei spingeva la bicicletta lungo un sentiero che attraversava il campo. Sulla destra c’era una collina con due o tre palme in cima. Suo padre la chiamava da lassù. Lontano si sentiva echeggiare una canzone.
Cercò invano di scacciare il ricordo dalla mente. Non era un bel ricordo, forse perché la morte di suo padre lo aveva riempito di presagi sinistri, o forse perché quel tempo così felice era troppo diverso da quello attuale. Ma la cosa peggiore era che la scena sembrava irreale, perfino fasulla. Era davvero suo padre l’uomo in cima alla collina? O una sagoma di cartone? E il campo? Era vero o solo un disegno? E la canzone? Non era piuttosto il brusio di uno sciame di insetti?
Allora il ricordo cominciò a frantumarsi. Chiazze di ombra trapelavano sotto la superficie.
Quando l’ultimo frammento si consumò, ci fu un lampo, poi buio, poi una fitta penombra. Una creatura con indosso un camice bianco macchiato di sangue apparve al centro di una grande stanza gelida. Era di nuovo la creatura del suo sogno, la stessa nella quale si erano trasformati la vedova Jimenes e suo figlio. Teneva in mano una sfera collegata a un cavo, e la agitava come se volesse spaccarla sulla testa di qualcuno. A un certo punto portò la sfera davanti alla bocca, che si spalancò. Due dozzine di munuscoli denti appuntiti occuparpno quasi per intero la parte inferiore della faccia,le pieghe di carne viva del palato e delle labbra sussultarono e fremettero al tocco dell’aria proveniente dalla gola. La creatura stava parlando. In una lingua sconosciuta, si sarrbbe detto. No, la lingua era ladese, ma la voce era il ronzio di uno sciame d’insetti, e il cervello stentava a credere che in un suono del genere si nascondessero delle parole.
«Prova di innesto numero trecentoquattro» stava dicendo la creatura. «Verifica connessione senso memoria, attivazione comunicaziobe sinestetica in tre, due, uno…»
Malbanque agitò una mano per attirare la sua attenzione. «Detesto disturbarla mentre se ne sta lì a sgranare gli occhi in modo così deliziosamente inquietante, ma si è fatto tardissimo. Dovrei proprio andare.»
Miriam fu colta dal panico: «Se ne va?»
«Per forza: il prossimo appuntamento è a Tecla domani mattina. Se non parto subito rischio di mancarlo. E a questo punto non posso permettermi di perdere un’altra provvigione.»
«Ma io come faccio?»
«Come fa a far cosa?»
«A sopravvivere! Tra poco mi ritroverò in salotto non so quanti gendarmi pronti a vendicare la morte del loro collega. Come posso affrontarli da sola?»
«Ma scherza? Saranno passati venti minuti, da quando ha ucciso Moreira. E dopo quanti altri colpi ha sparato? Quattro? Cinque?»
«Cinque, credo.»
«E sente qualche sirena in lontananza? Le sembra che qualcuno o qualcosa si stia muovendo contro di lei? Che qualcuno o qualcosa in generale si stia muovendo in questa città?»
«Be’ no. Ma forse vogliono cogliermi di sorpresa.»
«Ha presente con chi ha a che fare? Ho passato l’intera giornata in compagnia di un gendarme, e le assicuro che non sarebbe stato in grado di cogliere di sorpresa nessuno. Figuriamoci un tipo sveglio come lei.»
«E allora cosa dovrei fare?»
«Ma quello che vuole. Certo, non sfiderei la sorte restando qui a fare conversazione con il cadavere di Moreira. Fossi in lei, me ne andrei quanto prima. Anche perché, non se la prenda, ma casa sua è una vera fogna.»
Miriam si guardò attorno. Si accorse solo allora che stava camminando a piedi nudi su un tappeto di guano e sporcizia. Come aveva fatto a vivere in quel modo per due settimane?
«Non può andarsene. Con quale corraggio mi abbandona, dopo che ha distrutto tutto quello in cui credevo e ha annichilito ogni mia certezza. Ormai non so più né meno chi sono. Tanto valeva che mi uccidesse.»
«E ancora non le ho detto che Hub è morto. Evangelista, non Miguelarcangel.»
Miriam indietreggiò come se avesse ricevuto uno schiaffo. Respirava a fatica. «Morto?»
«Già.»
«E come è successo?»
«Gli ho sparato.»
Miriam indietreggiò ancora di due passo. Sedette sulla poltrona di Jubal, ma si rialzò subito.
«Non riesco a capire» disse in un sussurro appena udibile.
«Non c’è niente da capire, Miriam. Lei credeva che le cose stessero in un certo modo, e invece non è così. Ma cosa importa? È chiaro che non appartiene a questa città, che non ha niente in comune con queste persone.» Accennò a Moreira. «Ed è anche chiaro che presto di Encelado nresterà solo una distesa di sabbia. Io le consiglerei di mollare tutto e andarsene, di cercare un posto che le somigli di più.»
«E dove lo trovo un posto del genere? Prima ha parlato di me come se fossi un… articolo. Come se qualcuno mi avesse fabbricato. Come se la Faland mi avesse fabbricato.»
«Era solo un’ipotesi.»
«Ma se fosse così, allora non esisterebbe alcun posto per me. Se non la Faland stessa.»
Malbranque fece no con la testa. «Non voglio né meno pensare a cosa ne sarebbe di lei alla Faland. Sono molto devoto alla Faland, ma trovo alcune politiche aziendali piuttosto discutibili, soprattutto quando si tratta di proprietà senzienti. E anche se decidessero di assegnarle una posizione decente, che magari non preveda niente di raccapricciante o disgustoso, si legherebbe per sempre a loro. Ora invece è libera. Può andare dove vuole. Fare quello che vuole.»
«Ma io volevo solo uccidere Hub.» «Allora se ne trovi un altro. Il mondo è pieno di arroganti logorroici che pensano di meritare venerazione e rispetto solo perché hanno i soldi. Ne scelga uno e gli dia la caccia. Ha talento. Sono certo che riuscirà bene. Ma io devo andare. Sono atrocemente in ritardo.»
Si alzò dal divano e si avvicinò a Miriam. Le mise le mani sulle spalle, le sorrise, la baciò sulle labbra.
Sommersa dall’alito paludoso di Malbranque, Miriam ricordò quello che le aveva domandato Jubal, il Jubal crudele e sarcastico che girovagava dentro la sua testa: da dove viene questa sete di sangue?
«Non mi importa più di uccidere nessuno» disse. «Ho condannato me stessa e la mia famigla. Ho ucciso mio marito. E non so perché l’ho fatto.»
«Non è il momento di lasciarsi sopraffare da pensieri del genere. È vero che ha combinato un sacco di guai. Ma ha ancora la possibilità di riscattarsi.»
«E come? Ora ho la sensazione, anzi la certezza. di essere stata sempre manovrata da qualcun altro.» Le sue labbra iniziarono a tremare. «Come posso riscattarmi, se non sono né meno sicura di appartenere a me stessa?»
«Non è mai così semplice. Tenga conto di questo: anche se una volta apparteneva a qualcun altro, a Jubal, alla Faland o che so io, ora non appartiene più a nessuno. La rete che la imprigionava ha rivelato una smagliatura. Questo capita solo a poche, pochissime persone. Da oggi tutto quello che sarà, nascerà solo da lei. Ed è un grande privilegio. E anche se non posso garantirle che non le diano la caccia, che prima o poi non la trovino e la riportino da dove è venuta, almeno nel frattempo sarà libera.»
Mentre parlava, mosse la testa sul collo, e le lenti degli occhiali inquadrarono due volti di donna galleggianti nel buio, quattro occhi pieni di sgomento e disperazione. Nell’ultima ora la luce del pomeriggio si era frantumata in uno sciame di cunei e di scaglie, che ora trascorrevano in banchi sulla superficie degli occhiali, tutto intorno ai due volti di Miriam. Quando Malbranque accennò a distogliere lo sguardo, una goccia di luce colpì le lenti e riuscì a penetrate oltre lo specchio. Miriam vide allora che le facce riflesse dagli occhiali non erano facce, ma pupille, le pupille di Malbranque.
Cominciò a urlare così forte, che le quattro salamandre entrate in casa di soppiatto insieme a Moreira e Malbranque scapparono via terrorizzate.

FINE

Encelado – Capitolo 40

Un’auto pattuglia della gendarmeria era parcheggiata a pochi passi dal cancello di Palazzo Hub, all’ombra di un mandorlo. I finestrini erano aperti, e all’interno due gendarmi 1mangiavano involti di carne e patate. Moriera non li conosceva, dovevano essere del Distretto di Verema, nel quale era capitato di rado. Uno era magro, con la faccia spigolosa e gli occhi infossati, l’altro aveva una testa enorme, quasi del tutto priva di capelli, e folti mustacchi biondi. I gendarmi li fissavano con intenzione, e sembrava che li stessero aspettando.
All’inizio Moreira provò sollievo, inorgoglito che finalmente la Gendarmeria intervenisse a fermare Malbranque, poi cominciò a sudare freddo. Non aveva la forza di affiancare i colleghi nello scontro, e temeva che pensassero che stava dalla parte di Malbranque e che sparassero anche a lui.
Ma quando Malbranque passò loro accanto per raggiungere la sua macchina, i gendarmi si limitarono a gettargli un’occhiata inespressiva, e sembrava che non avessero la minima idea di chi fosse. Moreira stava troppo male per fare altro che passar loro davanti a testa bassa. A causa delle lacrime che aveva versato per la morte di Hub, la sete che lo tormentava dal mattino era diventata insopportabile, e ora gli sembrava di mandar giù una manciata di spilli ogni volta che deglutiva. La sua testa ronzava atrocemente, il suo stomaco vuoto dava l’impressione di dover rigettare se stesso da un momento all’altro.
Malbranque mise in moto e partì a gran velocità. Una nuvola di sabbia circondò immediatamente l’auto e nascose quasi completamente l’esterno. Moreira si domandò distrattamente come riuscisse Malbranque a non finire fuori strada. Ma la prospettiva di morire in un incidente stradale era troppo allettante, perché potesse davvero preoccuparsi.
A un certo punto le cortine di sabbia si aprirono come un sipario, e una quinta di sangue si parò loro davanti. Evangelista Hub si stagliava sulla quinta con la sua stazza colossale. Lo sguardo senza vita, la bocca aperta in una preghiera strozzata, Hub diffondeva sulla città il contagio della sua stessa morte. Ma non era più una persona, era una statua, e non crollò a terra come era successo poco prima, ma si disfece in un’immensa cascata di sabbia. L’onda di sabbia sollevata da quella morte poderosa sommerse l’intera Encelando, inclusa la cellula arroventata dentro la quale viaggiavano Moreira e Malbranque.
L’automobile svanì, la sabbia che saturava l’aria diventò una spessa tappezzeria di abiti e di carni che si trascinava sotto il peso dell’afa, una Encelado più vecchia di circa dieci anni sostituì la Encelado appena scomparsa.
Mino si muoveva con difficoltà in mezzo a tutta quella gente. Aveva paura di finire calpestato, di quando in qiando un gomito o un ginocchio minacciavano di colpirgli la faccia o i fianchi. Per fortuna c’era quella mano di donna che lo guidava.
Ma ora la mano era volata via, inghiottita dalla folla, e Mino rimase solo e smarrito in mezzo a tutte quelle gambe, braccia, schiene che né meno si accorgevano di lui. Fu preso dal panico, iniziò a singhiozzare come un bambino molto più piccolo, si trattenne dal chiamare la mamma solo per una precoce puntura di orgoglio.
Intravide un varco. Si ritrovò in un vicolo chiuso da tre muri scalcinati, in fondo al quale pesanti tendaggi neri velavano l’ingresso di una bottega.
L’insegna sopra la porta recitava: Woland Illuminazioni.
Si avvicinò.
Oltre i tendaggi c’era una stanza semibuia, con due file di scaffali ingombri di strani barattoli di vetro che si perdevano nell’oscurità. Dietro al bancone in mezzo alla stanza, un uomo gli sorrideva con cordialità. Era piccolo di statura, con radi capelli neri e la faccia piena di rughe. Indossava un vestito nero a righe bianche e una camicia bianca. Non portava la cravatta. Gli occhi erano nascosti da un fascio d’ombra e rimasero invisibili per tutto il tempo del loro colloquio.
«Mino Moreira!» disse l’uomo. «Che piacere vederti! Sei in perfetto orario.»
Mino mosse qualche passo nella stanza e osservò incuriosito tutti quei barattoli. Erano pieni di liquidi di colore diverso: giallo, verde, azzurro, rosso. Al loro interno galleggiavano delle sfere, con lunghi filamenti che pendevano dalla parte inferiore.
«Allora hai deciso?» disse l’uomo. «Ricorda che non c’è alcun limite: nel negozio del tuo amico Sam puoi avere tutto quello che desideri.»
Mino si avvicinò a uno dei barattoli, per vedere meglio la sfera al suo interno.
«Cos’è che desideri di più al mondo?» domandò Sam.
La sfera nel barattolo sussultò, e il liquido azzurro si riempì di bolle. Quando lo bolle sparirono, al centro della sfera Mino vide un cerchio nero contornato da un anello viola.
Un occhio.
E dentro l’occhio uno sguardo.
Si ritrasse. Finì addosso a Sam, che lo sostenne per evitare che cadesse. Nell’iride aveva visto un minuscolo Mino (no, non un riflesso, un’immagine autonoma) che fluttuava alla deriva, e ora si sentiva effimero e incostante, come se la sua stessa esistenza dipendesse dallo sguardo dell’occhio.
«Cos’è che desideri di più al mondo?» ripeté Sam.
Mino si girò a guardarlo. Anche lui lo faceva sentire strano, con quella faccia piena d’ombra. La sola cosa che lo ancorava alla realtà era il ricordo della mano di donna che lo aveva guidato nella folla.
«Essere mio padre» rispose.
«Si sente bene?» disse Malbranque.
Moreira trasalì. Aveva dimenticato dove si trovava e chi aveva vicino. Si era addormentato?
Malbranque gli gettò un’occhiata: «Non mi sembra molto in forma. È pallido. E ha certe occhiaie. È stanco?» Arricciò le labbra in una smorfia di derisione. «O ha solo i nervi scossi?»
Guidava distrattamente lungo i viali del centro, spostandosi da una corsia all’altra per evitare le salamandre che attraversavano la strada. La sua faccia non rivelava segno di tensione. Sembrava perfino rilassato. Forse perché il più del lavoro era fatto.
Moreira ebbe un brivido. E desiderò con tutte le forze non aver mai più niente a che fare con Galenus Malbranque. Ma non era tanto Malbranque a disgustarlo, quanto se stesso, perché non aveva saputo opporsi ai crimini ai quali aveva assistito. Forse ostacolare Malbranque sarebbe stato inutile e pericoloso, e probabilmente gli sarebbe costato la vita, ma sarebbe stato comprensibile, umano.
Invece si era lasciato vincere dalla paura. O peggio, dall’indifferenza, dal vuoto.
Dal deserto.
In un certo senso aveva deluso anche Malbranque. Malbranque si aspettava, si augurava una sua reazione. Aveva mirato verso di lui, dopo aver sparato a Hub. E la smorfia con la quale aveva distolto lo sguardo, quando aveva realizzato che non avrebbe fatto niente, era di sincero disprezzo.
«Il mio turno finisce tra meno di un’ora» disse Moreira. «Posso chiederle di riaccompagnarmi al comando, o almeno nelle vicinanze? Ho ancora un paio di pratiche da sbrigare.»
Malbranque non distolse lo sguardo dalla strada. La sua guancia destra ebbe un guizzo, quando una salamandra saltò all’improvviso davanti alla macchina. Deviò un po’ a destra per evitarla.
«Come vuole» disse Malbranque. «Ma non credo che Hidalgo sarà contento di vederla tornare, mentre sono ancora in giro per la città.»
«Ma non ha finito?»
«E Fink? Si è dimenticato di Fink?»
«Non mi dirà che si illude ancora di trovarlo.»
«In realtà ci spero poco. Ma devo fare un tentativo. Se perdo la sua provvigione, rischio di non coprire né meno le spese.»
«Allora dove stiamo andando?»
«Non ricorda?»
«Cosa dovrei ricordare?»
«L’appuntamento delle cinque.»
«Con Miriam Fink, giusto.»
«Ecco bravo. Facciamo una bella chiacchierata con la dolce Miriam, cosa che non dovrebbe dispiacerle, a quanto ho capito. Poi tiriamo le somme e cerchiamo di capire qual è l’origine delle sue bugie. È là che si nasconde Jubal Fink. Se il posto è raggiungibile, ci andiamo. Altrimenti, nel caso lei fosse interessato, basterebbe cambiare il nome sul modulo…»
Moreira lo interruppe: «Allora pensa che lo stia nascondendo, che voglia salvarlo?»
«Non saprei.»
«Forse Fink ci ha ripensato. Si è pentito di averla chiamata, come anche Sekidos. E ha chiesto alla moglie di nascoderlo.»
«Primo: Sekidos non era pentito. Ha solo fatto un po’ di capricci, ma solo perché a suo tempo aveva pasticciato con la richiesta, e alla fine non andava più tanto d’accordo con se stesso. Secondo: Fink non ha bisogno di nascondersi. Sa benissimo che non posso toccarlo, fino a quando non firma.»
Moreira tacque, colpito da un’idea. Forse c’era una terza spiegazione. Forse era Miriam che voleva impedire la morte di Jubal. Fink doveva averle detto che aveva chiamato la Faland, e lei aveva deciso di intervenire, di salvarlo da se stesso. E ora lo teneva legato da qualche parte, mentre cercava di sviare Malbranque con le bugie.
Per questo la presenza di Malbranque la rendeva tanto nervosa. Moreira diede un’occhiata di sbieco a Malbranque. Forse gli rimaneva una possibilità di riscatto: allearsi con Miriam per ucciderlo. Lei era forte e determinata, e con il suo aiuto era piuttosto sicuro di spuntarla.
Malbranque aveva ragione: non gli sarebbe dispiaciuto rivederla. E anche se si trattava di salvare suo marito, la prospettiva di combattere al suo fianco, di guadagnarsi la sua gratitudine, era quanto di più delizioso avesse assaggiato negli ultimi tempi.
E poi era probabile che Jubal non volesse essere salvato. Moreira intendeva fare tutto il possibile, ma se Jubal aveva davvero perso la voglia di vivere, nessuno era in grado di tenerlo lontano dalla pistola di Malbranque.
A quel punto il cuore di Miriam sarebbe stato a disposizione di qualcun altro.
Magari del suo più prezioso alleato.
Erano quasi le cinque, quando l’auto svoltò nella strada dove abitavano i Fink. Prima di aprire la portiera e seguire Malbranque, Moreira osservò i dintorni. Le villette erano tranquille e silenziose, la strada, le traverse e i vicoli completamente deserti. La sabbia copriva quasi ogni palmo di suolo: la fabbrica di fronte alla casa dei Fink somgiliava a una nave arenata su una spiagga che il mare aveva abbandonato.
Moreira e Malbranque attraversarono la strada a pochi passi da un semaforo spento, ai piedi del quale alcune salamandre divoravano quelle che sembravano altre salamandre, e raggiunsero il vialetto di casa Fink. Si fermarono a osservare la villetta e il piccolo giardino sul davanti, poi andarono verso la porta. Il vialetto, il giardino e il retro della casa erano pieni di ogni tipo di rifiuti, dai quali veniva una puzza quasi insopportabile.
Osservando quel pattume, Moreira fu costretto a riconsiderare l’idea che si era fatto di Miriam. Un’idea che nasceva dal presupposto che fosse una donna forte e sana, con uno spiccato senso della dignità e del decoro. Ma una persona del genere come poteva vivere in mezzo a tutto quel pattume? Come poteva starsene a sguazzare in quella puzza disgustosa, se nella sua testa andava tutto come doveva andare?
«La porta è aperta» disse Malbranque.
Un sottile spiraglio lasciava intravedere un soggiorno in penombra, percorso da sottili strisce di luce. Aspettarono. Moreira si domandò se non si stessero cacciando in trappola, se non fosse il caso di avvertire Malbranque dei suoi sospetti. Ma decise di no: magari Miriam era abbastanza folle da cercare sul serio di uccidere Malbranque. E da riuscirci. E anche se c’era il rischio che poi se la prendesse con lui, non poteva certo sprecare l’occasione.
«Singora Fink?» disse Malbranque. «È in casa?»
«Forse non è ancora tornata» disse Moreira.
«E perché la porta sarebbe aperta?»
«Forse stamattina ha dimenticato di chiuderla.»
«Stamattina era chiusa, non ricorda? Quando siamo passati di qui, prima di andare dal notaio, era tutto chiuso. Signora Fink?»
«Entriamo. Forse le è successo qualcosa. Con la porta aperta sarebbe potuto entrare chiunque. Ladri o che so io.»
«Signora Fink, è in casa?»
Una voce emerse dalla penombra: «Entri pure, signor Malbranque. Si accomodi. Arrivo subito.»
Malbranque guardò Moreira senza dire una parola. La sua fronte era corrucciata. Entrò in casa. Moreira lo seguì, cercando di restare al riparo.
«Non è prudente lasciare aperta la porta di casa, signora Fink» disse Moreira. «Chiunque potrebbe entrare e fare il suo comodo…»
Si azzittì. Portò la mano alla bocca e soffocò un conato di vomito.
Erano in un angusto soggiorno a pianta rettangolare, arredato sobriamente. A destra c’era un divano un po’ logoro e due poltrone, una a fiori e l’altra marrone. Davanti al divano si vedevano un tavolino basso rovesciato sul fianco e un tavolo più grande, che era stato spinto contro la parete in fondo. Le sedie erano ammucchiate alla rinfusa ai piedi del tavolo. A sinistra c’erano una porta che dava a una piccola cucina e un’altra chiusa, che dava forse alle camere.
Come il giardino e il vialetto d’ingresso, anche il soggiorno e la cucina erano pieni di immondizia. Sacchetti di plastica, frantumi di piatti e bicchieri, avanzi di cibo in vari stadi di decomposizione occupavano ogni superficie piana delle due stanze. Inoltre il pavimento era coperto da una sostanza scura, friabile, dalla quale veniva buona parte della puzza che aveva quasi fatto vomitare Moreira. Moreira riconobbe subito quella sostanza. I vicoli di Encelado ne erano incrostati.
Guano di salamandra.
Malbranque si stava guardando attorno con la stessa espressione di ribrezzo, il naso e le labbra arricciati. Poi attirò l’attenzione di Moreira su una delle poltrone. Attorno alla poltrona il pavimento era macchiato da qualcosa che il guano di salamandra nascondeva solo in parte, un liquido marrone che il tempo aveva appena sbiadito.
Moreira concentrò l’attenzione sulla poltrona. Non era marrone come aveva creduto all’inizio, era tappezzata a fiori esattamente come l’altra. Sembrava marrone solo perché era impregnata dello stesso liquido che macchiava il pavimento. Liquido che poteva essere solo sangue.
«Lo ha ucciso» disse Moreira.
Allora capì. Al cospetto di quell’atto di indecifrabile violenza, sotto l’influsso stregonesco degli occhiali da aviatore di Malbranque, nei quali ora si vedeva riflesso (no, non un riflesso, un’immagine autonoma), gli tornò tutto alla mente, e capì, seppe, ricordò chi fosse Miriam, chi fosse Malbranque, cosa fosse e cosa di preciso vendesse la Faland. Un urlo di orrore salì dalle sue viscere e si fece strada nella gola, fino ad arrivare alla bocca. Ma non ne uscì mai. Prima che le sue labbra iniziassero ad aprirsi, un proiettile lo colpì poco dietro l’orecchio sinistro, attraversò il cervello da una parte all’altra e fuoriuscì dall’occhio destro in una nuvola di sangue e gelatina. Ancora un solo battito di cuore, e l’intera somma dei suoi pensieri e delle sue deduzioni, dei suoi ricordi e delle sue precognizioni precipitò in un abisso dal quale nessuno sarebbe più riuscito a ripescarli.
Firmino Moreira era morto.

Encelado – Capitolo 39

«Sul momento la sparizione della falena non mi ha turbato» disse Hub. «L’ho semplicemente ignorata. Ho ripreso il lavoro e a sera sono tornato a casa. Più tardi ho cenato insieme a Miguel, che allora doveva avere sui diciotto anni. Lui parlava della scuola, io lo ascoltavo distrattamente. Ma a un certo punto ha detto una cosa che mi ha fatto sobbalzare. Sembrava fatto di sabbia, ha detto. L’ho fissato a bocca aperta per non so quanto tempo. Non capiva perché fossi così sorpreso. Ripeti, gli ho detto. Ripeti quello che stavi dicendo: cosa sembrava di sabbia? Il melograno, mi ha risposto. Lo stavo comprando per la colazione al mercato di Verema. L’ho preso in mano per vedere se era maturo, ma non appena l’ho toccato, si è sgonfiato come un palloncino. La buccia si è afflosciata, e dalle crepe è uscita della polvere rossa che sembrava sabbia. E in realtà anche la buccia era strana, fragile e farinosa come sabbia bagnata. Si è interrotto. Cominciava a preoccuparsi. Dovevo essere pallido. Forse sembrava che mi stesse prendendo un colpo. Ma stavo bene. Avevo solo ricordato la falena.»
Moreira fissava Hub a occhi sgranati. Niente di quello che stava dicendo gli suonava strano o anche solo nuovo. Quanti insetti aveva visto sparire da un momento all’altro, quanti uccelli erano evaporati sotto i suoi occhi, nel mezzo di una planata o mentre spiccavano il volo da un traliccio? Perfino un gatto, una volta. Come aveva fatto a dimenticare, a ignorare dei segnali così allarmanti?
Gettò un’occhiata a Malbranque. La sua attenzione era completamente assorbita dalla penna che svolazzava a mezzo palmo di distanza dal foglio. Le mani si chiudevano e si aprivano, come se stringessero e poi liberassero un oggetto invisibile.
Lui se ne era accorto? Si era reso conto con chi aveva a che fare?
«La falena non era sparita» disse Hub. «Non era volata via senza che me ne accorgessi. La falena si era disintegrata sotto i miei occhi a causa di uno spiffero. Come se fosse fatta di sabbia. Ed era questa la cosa terrificante che l’occhio aveva colto e la mente si era rifiutata di registrare. La falena era fatta di sabbia.»
La penna toccò il foglio, una ferita azzurra si aprì nella pelle della carta, ma non successe altro.
Malbranque soffocò un’imprecazione.
«Non so se ne ha già sentito parlare, signor Malbranque, ma fino a pochi anni fa, in questa remota porzione di mondo c’era solo il deserto. Per secoli ogni tentativo di fondare una città è stato soffocato dalla sabbia. Non appena si imponeva un nome alla regione, il deserto lo cancellava: Sette Oasi, Porta d’Oro, Porta d’Occidente. A Encelado è successo esattamente lo stesso. Negli ultimi anni il deserto senza nome ha ripreso ogni cubito di terra che i ladesi gli avevano sottratto. Non sta per riprenderlo, sia ben chiaro, né lo sta riprendendo, lo ha già ripreso. Giorno dopo giorno, granello dopo granello, la sabbia ha sostituito le diverse sostanze che compongono la realtà. L’acciaio delle macchine, il cemento delle case, delle strade, i tessuti degli animali, delle piante, del nostro stesso corpo, le malleabili asperità della nostra coscienza: tutto è diventato sabbia.» Fece qualche passo in direzione di Malbranque: «Se ne è accorto, vero? Lei che viene da fuori non può non essersene accorto. Noi ladesi invece no. Il processo è stato così lento, così graduale, così indolore, che abbiamo realizzato cosa stesse succedendo solo a cose fatte. Siamo morti così dolcemente, la vita fasulla che ha sostituito quella vera era un’imitazione così fedele, che la morte è stata perfino una benedizione. Da vivi non saremmo mai stati tanto vivi. Ma ora la farsa sta per finire. In molti cominciano ad aprire gli occhi. Forse il deserto si è stufato di imitare la vita, forse i ladesi si sono stufati di fingere, forse è solo passato troppo tempo. Fatto sta che le case hanno cominciato a crollare, le strade a diventare sentieri, i palazzi a sprofondare nel sottosuolo, i monumenti a perdere braccia, gambe, teste. Poi, quando tutti ci siamo accorti che l’acqua degli impianti idrici non è acqua ma sabbia, le mandrie e le piantagioni sono morte di sete, come se fino a quel momento si fossero dissetate dei nostri inganni. E la rovina non si ferma qui: anche le fondamenta della realtà sono sprofondate, il principio di causalità è venuto meno, il tempo si è arrotolato su se stesso. E così Encelado non ha solo smesso di esistere, ma presto non sarà mai esistita.»
La penna sfiorò ancora la carta, ma volò subito via.
«Avrei potuto dimenticare» continuò Hub. «Anche dopo la rivelazione sarebbe stato facilissimo dimenticare. Del resto è quello che fa ogni altro ladese. Vede. Capisce. E dimentica. Avrei potuto fare così anch’io. Ma la sola idea mi mandava su tutte le furie. Non potevo tollerare di essere il fantoccio di una volontà aliena, dovevo ristabilire la giusta gerarchia tra spirito e materia.»
Alzò di nuovo lo sguardo alla cupola. «Ecco perché ho scelto di isolarmi. E a Ruben ho chiesto solo una cosa: fai in modo che non dimentichi mai. E lui cos’ha fatto, quel piccolo mostro, quell’osceno aborto del girone più buio e puzzolente dell’inferno? Ha dipinto il trionfo del mio peggior nemico, trasfigurandolo in una storia dei tempi antichi. E guardi, signor Malbranque, osservi con attenzione Daniele che interpreya il sogno del re. Osservi la tunica. Vede le nervature, quella curva così strana, i panneggi inverosimili, se non del tutto sbagliati? Non le sembra un’ala di falena?» Scosse la testa. «Ho ricevuto esattamente quello che ho chiesto: lo sguardo del profeta, che riesce a interpretare i sogni prima ancora di sentirne il racconto. E il servizio che mi ha reso Ruben è stato così scrupoloso, aderente alla mia richiesta, da togliermi il desiderio di vivere. Ho perfino pensato di cancellare l’affresco, di sostituirlo con qualcosa di più… di meno orribile. Ma niente potrà mai cancellare queste immagini dalla mia testa. Niente. Né meno il deserto. Forse né meno la morte.»
Si rivolse a Moreira: «Ora ha capito, gendarme? Ha capito qual è il nome del deserto senza nome?»
Moreira non rispose. Non conosceva il nome del deserto senza nome, ma solo perché non era in grado di pronunciarlo. Il nome era in tutto quello che vedeva, che ascoltava, che toccava e respirava. Nella sua stessa carne.
La penna si mosse sul foglio. Un paio di aste, qualche svolazzo nervoso, una linea avvolgente che incorniciava lo scritto.
Hub aveva firmato.
Come se non aspettasse altro, Malbranque strappò il foglio dalle mani di Hub e lo fissò a bocca aperta per qualche istante, come se non credesse che avesse firmato davvero.
Poi si riscosse e mise il foglio nella valigetta. «Lei è in affari da tanto tempo, signor Hub» disse. «E immagino che le sia capitato qualche volta di trattare con clienti particolarmente ostici. Clienti che avrebbe voluto mandare dove meritavano, ma non poteva, almeno finché non mettevano quella maledetta firma sul contratto. Ebbene, dal mio punto di vista lei è un cliente del genere.»
Hub si offese: «Ma perché, scusi? Non l’ho forse trattata con ogni riguardo?»
«Non c’entrano i riguardi. C’entra la noia. Prenda Sekidos, per esempio. Sekidos era quello che definirei un buon cliente. Ha fatto un po’ di capricci, a un certo punto ha raccontato un paio di aneddoti dei quali avrei fatto volentieri a meno, ma poi è passato all’azione: ha sparato al gendarme Moreira, ha aizzato tre automi assassini che ci hanno quasi fatto a pezzi, mi ha perfino offerto l’occasione di rispolverare alcuni vecchi giocattoli che non adoperavo da molto tempo. Tempo ben speso, capisce? Lei invece no. Lei finora ha solo parlato. Si rende conto che è da un’ora che non tira il fiato? Senza dire niente che valesse la pena di ascoltare. E sinceramente ho smesso di farlo quando ha attaccato quell’insopportabile solfa del profeta Ezechiele.» Mandò un altro sospiro. «Il mio è un lavoro ingrato, presidente Hub. Non è uno di quei lavori che si sta chiusi in ufficio otto ore al giorno e poi si torna a casa. È un lavoro che esci da casa la mattina, e non è né meno casa tua, ma uno squallido albergo di periferia pieno di topi e scarafaggi. Passi da un albergo all’altro, da una città all’altra, nove volte su dieci mangi in bettole di quart’ordine o ai distributori automatici, trascorri metà del tempo in auto e l’altra metà nei più lerci sobborghi delle peggiori città della Dodecapoli. E tutto questo per un indennizzo spese e una provvigione che riesci a stento a camparci.» Respirò a fondo. «Non mi fraintenda, signor Hub: mi piace il mio lavoro. Mi piace viaggiare, vedere posti nuovi, conoscere persone di ogni tipo, fare esperienze. Sono grato alla Faland per l’opportunità che mi offre. Ma a volte sono così frustrato, così arrabbiato, che prenderei la pistola e sparerei a tutti quelli che incontro per strada, estrarrei la pistola dalla fondina» estrasse la pistola dalla fondina, «e farei fuoco a caso sui passanti. Sa perché non lo faccio? Perché i proiettili che eccedono la quota prevista, tre per cliente, devo pagarli di tasca mia. E sa quanto costano i proiettili di una pistola come questa?» rigirò la pistola sotto il naso di Hub. «Quattro talleri nemiti l’uno! Quattro! Si rende conto?»
Lasciò cadere la valigetta e fece un paio di giri su se stesso, forse per sfogare la rabbia. «C’è solo una cosa che mi fa andare avanti» disse. «La soddisfazione. Quando tutto fila liscio, quando ognuno fa la sua parte, quando i clienti non mi fanno perdere troppo tempo o il tempo che mi fanno perdere lo impiegano in qualche svago che valga la pena, quando magari mi fanno anche divertire un po’, come Sekidos, ebbene, allora sono soddisfatto. Anzi addirittura felice. Ma quando uno come lei inizia a lamentarsi di quanto sia vuota e insensata la sua vita, che nella maggior parte dei casi si traduce: sono ricco, posso avere tutto quello che desidero, ma ahimè non desidero niente, quando uno come lei viene a dirmi che è infelice nonostante i soldi, nonostante il potere, quando io la mattina mi lavo con acqua che anche un rospo troverebbe ripugnante, allora divento infelice.»
Il volto di Malbranque era rosso, le vene sulle tempie e sul collo somigliavano alle gomene di un veliero.
Soppesò la pistola.
La puntò alla testa di Hub, che trasalì come se lo avessero schiaffeggiato. Nei suoi occhi trascorse il terrore della morte, forse un’ombra di dubbio, un accenno di ripensamento.
«E sa cosa succede quando divento infelice?» disse Malbranque. «Per qualche motivo diventano infelici anche le persone che mi stanno intorno. Diventano molto, molto infelici.»
Sparò.
Hub fu scosso da un tremito. Gli occhi sbarrati, la bocca aperta, la nuvola bianca dei capelli che fluttuava attorno alla testa, si accasciò sul divano come se le sue ossa si fossero liquefatte. Aveva un forellino nero in mezzo alla fronte, un buco enorme dietro la nuca.
Malbranque si chinò su di lui. Lo sdraiò sul divano con la pancia verso l’alto e puntò la pistola al petto. Ma prima di sparare mirò alla propria destra, dove si trovava Moreira.
Diede una sola occhiata, prima di puntare di nuovo la pistola al petto di Hub e di sparare altre due volte.
Moreira non aveva estratto la sua pistola. Non si era mosso, né aveva detto una parola.
Mentre assisteva alla morte di Evangelista Hub, aveva iniziato a piangere come un bambino.

Encelado – Capitolo 38

Avvertì la folata di almeno un centinaio di proiettili che convergevano su di lei come uno sciame di vespe.
Si impose di restare calma.
Si chinò a raccogliere le chiavi e la infilò nella toppa senza rialzarsi in piedi. Aprì la porta con una gomitata e si tuffò in soggiorno a testa avanti. Le ginocchia e le costole picchiarono contro il pavimento, una scarica rossa di dolore le attraversò la testa. Cercò di non badarci. Corse in camera, aprì il cassetto del canterano con tale violenza, che il cassetto uscì dalle guide a cadde a terra, e prese la pistola. Il contatto con la pistola fu una lieta sorpresa. Il peso dell’arma stabilizzò il suo baricentro, temperò il suo slancio.
Era ancora viva. Forse davvero illesa.
Si girò ad affrontare il nemico.
E rimase mortalmente delusa.
Quando era entrata in casa, aveva avvertito la presenza di almeno cinque o sei gendarmi, e tra loro Malbranque. Non li aveva visti, non li aveva sentiti, ma era certa che ci fossero.
Invece non c’erano.
La camera era deserta, e così la parte di soggiorno che riusciva a vedere dalla camera. Mosse qualche passo verso la porta e si affacciò in soggiorno.
Nessuno.
Si impose ancora di restare calma. Attraversò il soggiorno a passo spedito ed entrò in cucina, la pistola puntata ad alrezza d’uomo, il dito che tremava sul grilletto. Ma anche la cucina era deserta.
Andò nella camera degli ospiti, quella che una volta lei e Jubal chiamavano la camera del bambino, e guardò dietro la porta, sotto il letto, dentro l’armadio. Cercò anche nel bagno e nel ripostiglio, ma non ci sperava più di tanto: Malbranque non si sarebbe mai abbassato a nascondersi in un ripostiglio.
Alla fine dovette arrendersi all’evidenza. Malbranque non era venuto. Nessuno era venuto.
Ma perché?
Diede un’occhiata all’orologio appeso alla parete. Mancava ancora parecchio alle cinque, quasi un’ora. Forse Malbranque era semplicemente puntuale. Ma era assurdo, no? Che razza di strategia era? Presentarsi puntuale all’appuntamento con la sua peggiore nemica: come poteva sperare di batterla, se non cercava né meno di coglierla di sorpresa?
Era indignata. Malbranque doveva darle davvero poco credito, se prendeva la loro sfida con tanta leggerezza. Cosa pensava, che fosse inoffensiva? E magari non intendeva né meno ucciderla, come se non ne valesse la pena.
Si avvicinò alla finestra, scostò la tenda e sbirciò in strada.
Calma e silenzio anche fuori.
E tutti quegli spari che aveva sentito, i proiettili che aveva schivato? Possibile che li avesse solo immaginati?
Lo sguardo le cadde sulla pistola, e si accorse che non aveva tolto la sicura. Che stupida! Due settimane prima era mancato poco che mandasse tutto all’aria a causa della stessa dimenticanza, e ora c’era ricascata. Sarebbe stato un vero spasso, se la casa fosse stata davvero piena di gendarmi.
Il rumore di un’auto la fece sobbalzare. Chiuse la tenda. Lasciò solo uno spiraglio per vedere senza essere vista. Il rumore diventò più forte, poi in fondo alla strada apparve un furgone arrugginito, sulla fiancata del quale era scritto: Pascal Bizet Arrotino. Il furgone percorse la strada fino alla fabbrica abbandonata, svoltò in una traversa e sparì oltre l’angolo.
Seguendo il furgone, lo sguardo di Miriam cadde sull’incrocio. Ai piedi del semaforo c’erano ancora tutte quelle salamandre, e dalla finestra si vedeva chiaramente cosa stessero facendo. Dopo aver ammucchiato i cadaveri delle compagne travolte dall’automobile ai piedi del semaforo, ora si abbandonavano a uno sfrenato banchetto, con viscere, brani e sangue sparsi su tutto il marciapiede. E la cosa peggiore era che non divoravano solo i cadaveri, ma anche le salamandre di taglia più piccola o quelle più incaute.
Miriam si voltò verso il soggiorno. Seduto al tavolo da pranzo Jubal mangiava senza entusiasmo lo stufato di verdure che lei gli aveva preparato per cena. Indossava ancora l’uniforme della Exo, ma la camicia era aperta e le scarpe slacciate, e il berretto rosso era appeso allo schienale della sedia.
Miriam gli puntò contro la pistola.
«Non è andata così» disse Jubal.
Miriam trasalì. La voce era senza dubbio di Jubal, ma non veniva da Jubal, non da quello che mangiava davanti a lei. La voce era la stessa che l’aveva perseguitata per l’intero pomeriggio: rimbalzava sulle pareti del soggiorno e la pungeva con i suoi bordi taglienti.
«Sono qui» disse la voce, che ora si era fermata sulla poltrona di Jubal.
E Jubal se ne stava là, intorno alla sua strssa voce, intorpidito dalla cena quasi insapore che Miriam gli aveva preparato. In un giorno qualsiasi avrebbe letto il giornale o uno dei suoi libri di matematica fino ad addormentarsi, poi si sarebbe svegliato di soprassalto verso le undici e sarebbe andato a letto, dove Miriam non fingeva né meno di aspettarlo.
Ma questo non era un giorno qualsiasi.
Quando la testa di Jubal iniziò a ciondolare, Miriam si avvicinò alla poltrona e puntò la pistola alla sua tempia. Il dito si contrasse sul grilletto.
«Non è andata così» la ammonì ancora la voce.
In effetti aveva dimenticato il cuscino. Da quello che sapeva, il cuscino avrebbe dovuto attutire il rumore dello sparo. Invece lo sparo risuonò nel silenzio come l’esplosione di una stella. Ma nessuno lo sentì. Non ci furono grida, né allarmi, né sirene in lontananza.
Miriam osservò senza fretta la sua opera. Non provava orrore. Jubal sembrava addormentato, aveva un’aria mite e serena. C’era solo quel foro rosso, non più grande di una moneta da due centavi, sul lato destro della fronte, a testimoniare quello che era successo.
«Ora devi fare presto» disse Jubal. «Spalanca la porta. Lascia che l’odore della morte si diffonda in strada. Ecco. Lo hanno fiutato. Le lingue da rettile cercano la via. Non ci vorrà molto prima che la trovino. Presto! Corri in cucina. Chiudi la porta. Infila lo strofinaccio che hai preparato tra la porta e il pavimento, in modo che non possano passarci sotto. Chiudi le finestre. Ottura anche lo scarico del lavandino. Una volta che avranno assaggiato la carne umana, diventeranno pazze di desiderio e ne vorranno dell’altra. E saranno tantissime. Un pasto così ricco per loro è un grande evento.»
Silenzio. Poi zampe che grattavano il pavimento, decine, centinaia di zampe. Il tramestio divenne un rombo. I vasi e i soprammobili caddero a terra, qualcosa ribaltò le sedie e trascinò il tavolo verso la camera. Una marea scagliosa semmerse il soggiorno.
Cominciò il banchetto. Miriam sorrise: dopotutto era uno scambio alla pari. Nutrimento in cambio di pulizia. Equo. Semplice. Dopo qualche minuto si rese conto che voleva, che doveva guardare. Che aveva bisogno di guardare. Sbirciò dalla serratura. Vide questo groviglio di spire gialle e nere che ricopriva il pavimento e parte del mobilio. Al centro del gorgo c’era la poltrona, sepolta sotto una torre di salamandre.
Poi qualcosa emerse tra le spire, una mano, un braccio.
Si sentì un gemito debolissimo, soffocato.
Miriam chiuse gli occhi. Strinse ancora la pistola, cercando di assorbirne l’innocenza. Ancora un lampo, l’assedio delle salamandre: il grattare delle unghie sulla porta, i tonfi contro le finestre, i movimenti furtivi nelle tubature. Trascorsero due giorni, prima che si arrendessero e se ne andassero. Miriam si decise a uscire solo dopo un altro giorno, e allora vide che di Jubal restava solo qualche osso sbriciolato, una enorme macchia marrone sul tessuto della poltrona, i denti. Raccolse le spoglie di suo marito e le infilò in un sacco di plastica, che seppellì in giardino.
In quel momento era iniziata la sua guerra. La guerra che fino a qualche minuto prima credeva di aver perso e che invece era appena all’inizio, a quanto pareva, contro un nemico che giudicava astuto e crudele e che invece si stava rivelando debole e stupido.
Fu scossa da una tale rabbia, che fu tentata di gettare la pistola e di aggredire Malbranque a morsi, quando si fosse presentato, di divorarlo vivo come aveva visto fare alle salamandre.
«Se ti faccio una domanda, Jub, pensi di riuscire a rispondermi senza mentire?» disse.
«Posso provarci.»
«Verrà, vero?»
«Certo che verrà.»
«Senza gendarmi?»
«Solo quel ragazzino con i capelli rossi.»
Miriam sorrise. Sbloccò la sicura della pistola.

Encelado – Capitolo 37

«Sa perché ho scelto di isolarmi, di non vedere più nessuno, incluso mio figlio Miguel?» disse Hub. «Perché il silenzio è uno scrigno, signor Malbranque. Serve a custodire la memoria, a mantenerla lucida, a preservarla dalla polvere. A un certo punto della mia vita mi sono reso conto che solo un particolare ricordo, il ricordo di un particolare episodio, riusciva a distinguermi dal caos. E andava preservato a qualunque costo. Ma il silenzio da solo non bastava. Per questo motivo mi sono rivolto alla Faland.»
Si girò a guardare Malbranque: «Sa qual è il nome del deserto senza nome?» Non aspettò risposta. Allargò le braccia a indicare il dipinto, quasi a sostenerne il peso spirituale. «Presumo che riconosca il soggetto, signor Malbranque» disse. «No? Ecco: quel bambino vestito di bianco, là davanti al sovrano, quello è il profeta Daniele. E anche se al tempo della storia raffigurata nell’affresco era molto giovane, era già molto saggio. Sapeva interpretare i sogni. Un giorno il re fa uno strano sogno e vuole sapere cosa significhi. Manda a chiamare i saggi della città e ordina loro di interpretare il sogno, ma non lo racconta. Spetta ai saggi indovinare di che sogno si tratti. Ma i saggi non sanno dirgli niente di utile, e allora il re, che ha un cattivo carattere, li fa uccidere tutti. E il bello è che vuole che siano uccisi anche gli altri saggi della città, quelli che conoscendolo si erano guardati dal presentarsi. Così avviene. Anche Daniele e certi suoi amici stanno per essere uccisi. Ma a Daniele l’idea non piace. Allora va dal re e gli dice: se prometti di non uccidere i miei amici, interpreterò il tuo sogno. Il re acconsente. Grande re, dice allora Daniele, nel sogno stavi osservando la pianura e hai visto una statua enorme. La statua aveva la testa d’oro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi di ferro e argilla. Era magnifica e terribile. Ma poi una pietra si è staccata da un monte, ha urtato i piedi della statua e li ha frantumati, perché erano di ferro e argilla. Subito dopo è andato in frantumi anche il resto della statua. La pietra che ha distrutto la statua è diventata una montagna, e alla fine la montagna è rimasta a dominare l’intera pianura al posto della statua.»
Mentre Hub parlava, Moreira osservava Malbranque. Si domandava come stesse prendendo quella nuova perdita di tempo. Male, sembrava. Anche se ascoltava con attenzione e senza dare segno di impazienza, qualcosa nella sua postura lasciava intendere che stesse contenendo una rabbia uguale a quella che aveva scatenato contro i Laufer.
Hub proseguì: «Cosa significa questo sogno? domanda il re. Daniele manda un sospiro. Fino a quel momento ha avuto fortuna, ma ora viene il difficile, perché deve far digerire al re una verità indigesta. Comincia con l’adulazione, che non fa mai male. O grande re, dice, tu sei il più grande tra tutti i re. A te sono concessi il regno, la potenza e la gloria. Tu sei la testa d’oro. Ma dopo il tuo regno verrà un regno inferiore, d’argento come le braccia e il petto della statua, e dopo uno ancora inferiore, di bronzo come il ventre della statua, e poi nascerà un regno di ferro, difficile e duro, che frantumerà ogni cosa, seguito da un regno di ferro e argilla, forte e debole allo stesso tempo, che sarà distrutto e sepolto dalla montagna. E allora nascerà un nuovo regno, eterno e immutabile come la montagna che ha sepolto la statua.»
Hub si avvicinò di qualche passo a Malbranque, fino ad andargli quasi addosso. «Il re è felice. Non ha sentito la parte sui regni inferiori e sulla pietra che riduce in polvere la statua. Dopo che Daniele gli ha detto della testa d’oro, la vanità gli ha otturato le orecchie.» Sbuffò una nuvoletta di fumo. «Capisce ora? Avanti! Deve aver capito. Non può non aver capito. Qual è il nome del deserto senza nome?»
Malbranque non disse niente. Allora Hub si girò verso Moreira e si avvicinò di qualche passo. Moreira arretrò fino a toccare una colonna con le spalle.
«Lei ha capito, vero?» disse Hub. «La montagna, chiaro? La montagna! Sa perché ho cacciato Ruben, non appena ha finito l’affresco, perché stavo per strozzarlo? Perché ha dipinto le scene senza alcun ordine. Guardi, mettiamo che si parta da qua, dal bambino che parla al sovrano, e si proceda in senso orario. Ecco: c’è la statua che domina la pianura, poi la strage dei saggi e poi la statua distrutta dalla montagna. Assurdo! Il re fa uccidere i saggi prima di parlare con Daniele, e solo in seguito Daniele interpreta il sogno. Magari allora si può partire dal sogno. Il re fa il sogno prima di convocare i saggi. Ma allora perché tra l’inizio e la fine del sogno c’è di mezzo la strage? Ora guardi lo sfondo. È lo stesso per tutte le scene. E dovrebbe rappresentare allo stesso tempo un cielo, dove si vede la statua, dei tendaggi, una parete e dei cuscini, dove sono rappresentati il re e Daniele, e una città, dove i soldati massacrano i saggi. Ma lo guardi bene. È sempre uguale. In questo punto il mucchio dei saggi uccisi sfuma in quella che sembra una parete di cadaveri, qui la montagna si confonde con il cielo e con il corpo disfatto della statua, e non si capisce dove cominci l’una e finisca l’altra. Perfino i due personaggi più rilevanti, Daniele e il sovrano, emergono a fatica da questa massa informe, da quest’orribile calca di carne e budella.»
Fissava Moreira come se intendesse incenerirlo. «Qual è il nome del deserto senza nome?» domandò per la terza volta.
Ma né meno ora aspettò la risposta. Andò invece da Malbranque e gli tese la mano: «Mi dia il documento che devo firmare, signor Malbranque. Facciamola finita.»
Malbranque non si mosse, troppo sorpreso per reagire. Passò un minuto prima che raccogliesse la valigetta da terra. La aprì maldestramente, e una nuvola di fogli gualciti e biglietti da visita si sparse a terra.
Hub sospirò di impazienza e si voltò dall’altra parte, sconcertato da tanto disordine.
«È successo undici anni fa» disse, non si capiva se a Malbranque, a Moreira o a se stesso. «Quando ancora la città mi apparteneva. O quando ancora credevo che la città mi appartenesse. Ero a Nardim, nell’attico del grattacielo. Contemplavo il mio regno, il frutto delle mie conquiste, dalla finestra: la città che si estendeva a perdita d’occhio, il brulicare di auto e di camion lungo la sopraelevata e la Gran Carovaniera, il leggero tremolio della centrale, insidiata dalla marea rossa del deserto.» I suoi occhi si sgranarono. «A quel punto è arrivata la falena.»
Moreira aggrondò la fronte. Ricordava vagamente cosa fosse una falena, l’ultima volta che ne aveva vista una, era ancora un bambino. Ma a sentirne parlare ebbe un presagio funesto che lo attraversò come un brivido.
«La falena ha attraversato l’ufficio e si è posata sul vetro della finestra» disse Hub. «Sotto al mio naso. A quel tempo le falene e gli insetti in generale erano già molto rari. In effetti è comprensibile: devono essere difficili da copiare, con tutti quei minutissimi dettagli. Per questo sono scomparsi per primi. Ed è successo esattamente questo anche alla falena. È scomparsa. All’improvviso. Non è stata colpa mia. Sono rimasto immobile. Ho perfino trattenuto il fiato, per non spaventarla. Ma è scomparsa lo stesso.»
Malbranque era riuscito a raccogliere tutte le cartacce uscita dalla valigetta e a trovare il documento che stava cercando. Ne lisciò gli orli, spazzò via un po’ di polvere con la mano e cercò anche di grattare una macchia giallastra dal retro. Hub afferrò il foglio distrattamente, lo arrotolò e lo tenne in mano come uno scettro. Dopo un po’ fece un violento starnuto.
«Ha una penna?» disse con voce nasale.
Malbranque riaprì la valigetta con molta cautela, tirò fuori una penna e la diede a Hub. Hub sedette sul divano, spiegò il foglio sul tavolino lì accanto e avvicinò la penna al punto dove c’era scritto: firma del contraente.

Encelado – Capitolo 36

Miriam respirava a fatica. Jubal aveva ragione. La gendarmeria sapeva. I vertici stessi dell’arma, Hidalgo e quel suo ridicolo sottposto imberbe, avevano contribuito a intrappolarla. E ora stavano per completare l’opera. Era finita. Entro breve i gendarmi le sarebbero piombati addosso. Chiuse gli occhi e batté la nuca contro il muro della garitta. Uccidere il notaio non era servito a niente. Anche su questo Jubal aveva ragione: la sete di sangue aveva giudato la sua mano, non un calcolo strategico.
Forse era davvero il caso di fuggire.
Ma non poteva rinunciare alla guerra. L’appuntamento con Malbranque era l’unico legame che le restasse con la vita che aveva così disperatamente cercato di difendere. Non aveva la forza di troncarlo per sempre.
«Che mi arrestino» disse con foga. «Che mi processino, che mi facciano sparire. L’occasione di uccidere Malbranque vale più della mia stessa sopravvivenza.»
«Malbranque non verrà» insisté Jubal.
«Verrà invece.»
«E perché dovrebbe? Con te ha finito. Per lui sarebbe solo uno spreco di tempo. E Malbranque non è tipo da sprecare tempo. E poi ti conosce, sa quanto sei pericolosa. Non rischierebbe mai di avvicinarsi così tanto a te, ora che il lavoro è finito.»
Miriam fece no con la testa. Jubal l’aveva già ingannata due volte, non ci sarebbe riuscito di nuovo. E anche se le sue parole sembravano ragionevoli, tralasciavano, forse nascondevano, un’eventualità: che il feroce Malbranque non volesse rinunciare ad assistere di persona alla sconfitta della sua peggiore nemica.
Sarebbe venuto.
Anzi, era già arrivato. Miriam fiutava il suo odore: quell’insopportabile tanfo di rettile che pure la attraeva come una sordida promessa. Era dappertutto.
Allora capì cosa non le quadrava delle parole di Jubal.
Il silenzio. Perché c’era tanto silenzio? Perché Malbranque si nascondeva, invece di darle apertamente la caccia? Era riuscito a infangare il suo nome, a sottrarle anche la gioia del martirio. Ormai poteva muoversi a piacimento contro di lei: tappezzare la città di manifesti, indire una conferenza stampa, mettere una taglia sulla sua testa.
Perché invece cercava di prenderla in trappola?
Non era già in trappola?
«Basta con questa guerra, Miriam» disse Jubal. «Hai perso. Ammettilo e facciamola finita. A cosa servirebbe farsi uccidere? Scappa. Piazza Olano è a cinquecento cubiti da qui. C’è un autobus in partenza ogni venti minuti. Traghetta oltre lo Stige e non guardarti indietro.»
Miriam fu tentata di dargli ascolto. Poi rifletté che Malbranque stava commettendo una grave imprudenza, permettendole di fuggire. Anche se oggi era sola e sconfitta, niente le impediva rimettersi in piedi, di riorganizzarsi, di cercare alleati, una volta al sicuro. A Encelado nessuno si sarebbe messo contro Hub, ma ad Alameda era un’altra storia. Lì Hub aveva molti nemici, ed erano di gran lunga più ricchi e potenti di lui. Una volta entrati in possesso delle informazioni che Miriam aveva raccolto negli anni, niente avrebbe impedito loro di schiacciare l’antico rivale.
Altro che imprudenza: era una vera follia.
Ma Hub e Malbranque erano certi che Miriam non sarebbe fuggita. Sapevano che il suo desiderio di uccidere Malbranque era indomabile.
Si sporse ancora a guardare la casa. Una delle tende si mosse, un’ombra trascorse sul tessuto. I gendarmi la aspettavano dentro! E Malbranque era con loro. Miriam riusciva quasi a vederli in fila dietro le finestre, con le pistole spianate.
Si nascondevano perché la temevano, perché erano consapevoli che poteva ancora vendicarsi.
Si sporse ancora per studiare il percorso. Non c’era da stare allegri. Sarebbe rimasta fuori tiro solo per pochi passi, dall’angolo della garitta fino al cancello. Poi doveva attraversare l’incrocio, cercare riparo dietro uno steccato alto appena un paio di cubiti, e percorrere il vialetto in totale balia del nemico. E non aveva modo di evitare il semaforo spento, che brulicava di salamandre. Un grosso azzardo. Quando si riunivano in branco, le salamandre diventavano molto aggressive. Miriam le osservò. Erano ancora molto indaffarate. Per qualche oscura ragione avevano radunato i cadaveri delle salamandre uccise dall’automobile ai piedi del semaforo, e ora adornavano il marciapiede con ghirlande di frattaglie e intestini. Sembrava una specie di rito funebre.
O la preparazione di un banchetto.
L’orrore le torse lo stomaco. Ricordò la sera di due settimane prima, quando aveva trovato il coraggio di dare un’occhiata a quello che succedeva in soggiorno e subito si era pentita di averlo fatto.
Scacciò il pensiero e tornò a concentrarsi sul piano. In realtà la questione era semplice: doveva arrivare alla porta senza morire. Una volta dentro poteva solo sperare di approfittare della confusione e di sgusciare in qualche modo fino alla camera.
«Sarebbe questo il tuo piano?» disse Jubal allarmato. «Correre più veloce che puoi e intanto sperare di non incappare in un proiettile? Che razza di piano sarebbe?»
Miriam non poteva dargli torto. Non era certo il piano più elaborato che potesse venirle in mente. Ma aveva tanta fretta di entrare in azione, che non riusciva a escogitarne un’altro. E poi a cosa sarebbe servito? Era da sola contro Hub, Malbranque e chi sa quanti altri. Nessun piano poteva salvarle la vita. Tanto valeva sfogarsi con una bella sparatoria.
Prese le chiavi di casa dalla borsa.
Gettò a terra la borsa.
Tolse le scarpe.
Si accucciò per prendere lo slancio.
Prese un lungo respiro.
Partì.
Nel momento che lasciò il rifugio, sentì arrivare il primo proiettile. In realtà non lo sentì davvero, l’affanno e l’improvviso afflusso di sangue al cervello l’avevano completamente assordata, ma ne percepì la fatale vicinanza, ne presagì il tocco. E fu anche abbastanza sicura di averlo schivato. Poi, mentre gli altri arrivavano in uno sciame fischiante, i suoi pensieri sparirono, oscurati dalla necessità fisica di rimanere in piedi, di non perdere lo slancio, di respirare con regolarità. Non si rese conto di attraversare la strada o di superare l’incrocio, e solo il suo corpo fu consapevole del balzo con il quale sorvolò le bocche protese delle salamandre. Colse un barlume di luce solo quando i suoi piedi toccarono le pietre del vialetto e cominciò a sospettare di essere ancora viva, molto probabilmente illesa. Un ultimo affondo, che consumò quel po’ di fiato che ancora aveva in petto, e raggiunse la porta d’ingresso.
Protese la chiave verso la serratura.
La chiave mancò la serratura e cadde a terra, tra lo zerbino e la porta.

Encelado – Capitolo 35

Il salone aveva tutta l’aria di essere molto grande, forse perfino più grande della biblioteca, ma era impossibile dirlo con certezza. Siccome era scarsamente illuminato da pochi candelabri sparsi alla rinfusa, non se ne vedevano le pareti, e solo il giro delle correnti d’aria e il suono dei passi sul marmo davano un’idea approssimativa delle sue dimensioni. Un’idea che poteva anche essere del tutto errata, considerando la natura indecifrabile di Palazzo Hub.
Un tappeto verde tagliava in due il salone. Il pavimento era composto da rombi di porfido rosa alternati a rombi di marmo nero. Colonne di porfido sorreggevano a mazzi di sette una ricca copertura di legno a cassettoni, al centro di ognuno dei quali c’era una tela in stile antico. Le tele raffiguravano scene di mitologia agreste.
Mentre si inoltrava con Malbranque nel salone, Moreira osservò con attenzione i dipinti. Il soffitto era stranamente basso, forse meno di quattro cubiti, e si aveva quasi l’impressione di camminare in quei paesaggi bucolici. Evangelista Hub era il protagonista di ogni scena: in questa incantava le fiere con una siringa a sette canne, in quella si nascondeva tra i cespugli e spiava una ninfa che faceva il bagno, in una lottava con un fauno per preservare la virtù di una fanciulla, in un altra sfidava nella corsa un baldanzoso centauro. Uno strano modo di raffigurare un uomo così potente. Ma la cosa più strana era che l’Evangelista Hub dei dipinti era sempre ritratto come un vecchio decrepito, anche quando si dedicava ad attività tipicamente giovanili. Il risultato finale era una feroce, delirante parodia.
Malbranque e Moreira seguirono il tappeto verde ancora per un bel po’. A quel punto divenne chiaro che il salone era davvero grande, perfino più grande di quanto sembrava all’inizio. Poi Moreira sentì odore di tabacco e notò un filo di fumo azzurro che si attorcigliava alla luce delle candele. Qualcuno stava fumando una sigaretta.
Chi altri, se non Evangelista Hub?
Moreira fu preso dal panico. Stava davvero per incontrare Hub. E per assistere al suo assassinio. Ma sarebbe stato davvero un assassinio? In realtà l’idea che Miguelarcangel avesse pagato Malbranque per uccidere suo padre gli sembrava sempre meno persuasiva. Ma il vuoto lasciato dalla dissoluzione di quell’ipotesi era attraveraato dall’eco di dubbi e domande che lo inclazavano e assediavano. Prima di tutto: come interpretare quello che era successo alla centrale? All’inizio Moreira aveva considerato la morte di Sekidos un’esecuzione, ma ora gli sembrava piuttosto un distorto suicidio. L’ingegnere aveva urlato, sparato, aveva scagliato contro Malbranque tre automi assassini, ma alla fine aveva firmato, si era inginocchiato ed era andato incontro alla morte con la tranquillità di un uomo che ha ormai perso la voglia di vivere. un cambiamento così drastico, che Moreira era arrivato a pensare che Malbranque possedesse una qualche capacità di manipolare la mente, che avesse soggiogato Sekidos con quei suoi strani occhiali da aviatore. Ma era un’ipotesi molto azzardata, alla quale non riusciva a credere fino in fondo. E allora? dove stava la verità.
Anche quello che Malbranque aveva detto alla Cuspide, quando Miguelarcangel aveva chiesto della Faland, gli dava da pensare. Malbranque aveva spiegato che la Faland esaudisce i desideri. Sul momento a Moreira era sembrata una presa in giro, un modo per mettere in ridicolo i pezzi grossi del comitato, ma ora, in quell’assurda stanza buia, al cospetto dell’uomo che aveva regnato su Encelado per oltre trent’anni, quelle le parole acquistavano un terribile colore di verità.
Cos’era questa Woland che nessuno conosceva e che tutti temevano come la morte?
Si fermarono davanti ad alcune colonne azzurre. Le colonne delimitavano un piccolo ambiente circolare, che sembrava l’unica parte abitabile della sala.
Il fumo di sigaretta veniva da qui.
«Presidente Hub?» disse Malbranque, facendo sobbalzare Moreira.
Una voce roca: «Si accomodi, signor Malbranque.»
Malbranque si avvicinò alle colonne azzurre e attraversò le volute di fumo che si contorcevano tra i fusti. Moreira invece esitava, bloccato da un terrore che lui riconosceva come insensato ma al quale faticava a opporsi. Dovette dar fondo a tutto il suo coraggio per addentrarsi nell’ultima dimora terrestre di Evangelista Hub.
La prima sensazione che provò fu di sollievo. Le colonne azzurre sorreggevano una cupola semicircolare del diametro di circa dieci cubiti, che rispetto ai cassettoni era un notevole miglioramento, perché non sembrava doverti schiacciare da un momento all’altro. Ma la cupola era affrescata con immagini così oscene e inquietanti, che il sollievo sparì subito, soppiantato da un profondo malessere.
Era impossibile contemplare l’affresco senza sentirsene offesi. Su uno sfondo color sangue, che a guardarlo da una certa angolazione somigliava a un cumulo di cadaveri smembrati, si stagliavano alcune figure: un bambino avvolto in una tunica bianca, un re sdraiato languidamente sopra enormi cuscini di raso, alcuni guerrieri coperti di metallo che facevano a pezzi con spade e coltelli una folla di vecchi barbuti, un gigante alto come una montagna che torreggiava su una vasta pianura. Moreira non riconosceva il soggetto dell’affresco e non riusciva a capire cosa lo infastidisse tanto di quelle immagini, ma fu subito costretto a distogliere lo sguardo.
Scoprì allora di trovarsi a meno di dieci passi da Evangelista Hub.
Provò una vertigine metafisica non diversa da quella che aveva provato in ascensore, solo più breve e più intensa, e poi una tale delusione, che gli venne quasi da piangere.
L’aspetto di Hub non aveva niente di sovrumano. Il volto era infestato da una barba stopposa, i capelli bianchi, radi, orribilmente sporchi, le braccia e le gambe ossute e corrugate. Indossava solo da una finanziera grigia e da un paio di mutande a fiori, e dalla puzza si sarebbe detto che non si lavasse da un mese. Somigliava a uno dei tanti vagabondi che si facevano arrestare per passare la notte nelle sale climatizzate del Comando Centrale.
Moreira non riusciva a crederci. E ancora più incredibile era che Hub, al contrario di quanto avevano profetizzato i gemelli, non solo si era accorto della presenza di Malbranque, ma ora gli stava perfino chiedendo scusa. «Spero che non le dispiaccia se non la ricevo nel mio studio, signor Malbranque» disse. «Ma le mie vecchie giunture trovano sollievo solo su questo divano, e non oso allontanarmene troppo.»
«Qua o là cambia poco, purché si faccia alla svelta» disse seccamente Malbranque.
Hub si corrucciò, i suoi occhi mandarono qualche scintilla. «Condivido la sua impazienza» disse, «Del resto è da un po’ che aspetto di concludere la nostra piccola transazione.» Un sorriso appena accennato. «Vuole saperlo? Una volta l’avrei trovata una parola inappropriata per definire quello che sta per succedere. Transazione. Oggi no. Oggi trovo che non ne esista una più adeguata.» Il sorriso divenne una smorfia. «Il giorno che ho stipulato il contratto, mentre compilavo tutti quegli insulsi moduli in triplice copia, mi veniva da ridere. La burocrazia è arrivata fino all’inferno, ho pensato. Ma ero uno sciocco. Da quando che il primo cliente ha messo la firma in calce al primo contratto, si è trattato solo di questo, di burocrazia. L’inferno è di carta. Ecco perché brucia così bene.» Soffiò un po’ di fumo azzurro. «Capisco che lei abbia premura, signor Malbranque. È più che naturale, considerata la natura del suo lavoro. Ma come posso lasciarmi sfuggire l’occasione di scambiare qualche parola con l’ultima persona che mi vedrà in vita? Sia paziente. Lo consideri il capriccio postumo di un aspirante cadavere.»
Malbranque chinò la testa, più rassegnato che d’accordo.
«Iniziamo con una domanda» disse Hub. «Ha idea del perché ho deciso di rinunciare ai servizi della sua compagnia?»
Malbranque si strinse nelle spalle. «Non mi riguarda.»
«Dica piuttosto che conosce già la risposta. L’anticipazione è il segreto di ogni buon raggiro, no? D’accordo, raggiro non è la parola giusta. E non si tratta né meno di quella vecchia storia: attento a cosa desideri perché potresti ottenerlo. È passato molto tempo, ma posso ancora difendere le mie scelte. Ho chiesto quello di cui avevo bisogno. E siccome non sono un tipo avventato e ho porto la mia richiesta con molta attenzione, ho ricevuto esattamente quello che avevo chiesto. Sta qui il paradosso. Non ho mai perso la rotta, ho sempre tenuto il timone. Ed è per questo motivo che non posso continuare.»
Sollevò il mento per espirare una nuvola di fumo. Indicò la cupola: «Ha notato l’affresco, signor Malbranque?»
Malbranque alzò lo sguardo, e a Moreira parve che anche lui restasse impressionato da quelle immagini.
Hub sorrise fugacemente: «Orribile, vero? Quando ho fatto costruire questo palazzo, ho assunto i migliori pittori e scultori di Alameda per decorarlo. Ero molto soddisfatto. Ma non della cupola. La cupola è sempre stata il mio cruccio. All’inizio avevo commissionato un albero genealogico della mia famiglia. Ma tutti quei nomi di morti mi deprimevano. Così l’ho fatto coprire con una mappa della Dodecapoli. Ma tutti quei posti lontani e insignificanti mi annoiavano a morte. Solo dopo aver capito cosa stava succedendo alla città, alla mia città, ho chiamato la Faland, su consiglio di Moreno. E loro… voi mi avete mandato questo strano ragazzino di nome Ruben. Aveva degli spaventosi occhi bianchi. Dimostrava al massimo quindici anni. Ha impiegato sei giorni a finire l’affresco, mentre il tizio della mappa è rimasto appeso al soffitto per oltre un mese. Non appena ha scoperto il dipinto, sono quasi morto per la paura. L’ho cacciato via. Ho detto al mio assistente di metterlo sul primo autobus diretto a est. Non è quello che voleva? mi ha domandato il ragazzo, mentre lo trascinavano via. Al contrario, ho risposto, è esattamente quello che volevo. Ecco perché devi andartene subito. Non potrò resistere ancora a lungo all’impulso di ucciderti.»
Hub fissava Malbranque. Moreira si accorse che le sue mani tremavano, mentre il respiro era diventato affannoso. «Osservi la statua, signor Malbranque. Sopra di lei. Osservi la testa. È d’oro, vede? Prima che tutto cambiasse. Poi le spalle e le braccia. D’argento. Quando la cosa ha avuto inizio. Poi ecco il torace. Di bronzo. Quando Sekidos ha cominciato a fare quegli strani discorsi. Poi il ventre e le gambe. Di ferro. Quando anch’io ho cominciato a fare quegli strani discorsi. E alla fine i piedi. Di ferro e argilla. Ora che la montagna sta per franarci addosso.»
Saltò in piedi e coprì con una sola falcata lo spazio che lo separava da Malbranque. Sembrava che volesse aggredirlo. Invece proseguì fino al colonnato e si fermò a guardare la statua, che lo sovrastava come un prolungamento dei suoi pensieri. Solo allora Moreira si accorse di quanto fosse alto. Innaturalmente alto, come avevano detto i gemelli. La sua testa arrivava ai plinti delle colonne, la cupola conteneva a stento l’onda d’urto della sua presenza.

Encelado – Capitolo 34

Quando Miriam arrivò a Turim, non imboccò la strada di casa sua, ma si infilò in un vicolo poco distante, oltrepassò una breccia su un muro di cinta ed entrò nel cortile di una fabbrica in disuso. Attraversò il cortile e si nascose dietro la garitta dell’ingresso principale.
La garitta si trovava a circa cinquanta passi da casa sua, appena aldilà di un incrocio, e da quella posizione Miriam poteva vedere il vialetto, la parete laterale e un po’ del giardino sul retro. Aguzzò la vista, cercando qualche segno della presenza di Malbranque. Un profondo silenzio ristagnava nel quartiere, come se la pioggia di sabbia che aveva continuato a cadere su Encelado fin dall’ora di pranzo avesse seppellito anche i suoni, oltre che le strade e gli edifici. Le case che si allineavano lungo la via sembravano disabitate: solo ogni tanto una mano invisibile muoveva una tenda o una sagoma umana si profilava dietro una finestra. In strada non si vedeva nessuno eccetto le salamandre, che vagavano disordinatamente tra i cortili, fiutando l’aria alla ricerca di cibo.
In realtà era tutto fin troppo tranquillo. Turim non era un quartiere molto vivace, ma quel silenzio… Sembrava che la città fosse sprofondata in una voragine cosmica.
Miriam aderì con la schiena alla parete della garitta e alzò il mento per esalare un sospiro.
Il silenzio era un’altra maschera del nemico. Era Hub a spargerlo, per illuderla che tutto andasse come al solito. Ma lei non si sarebbe più lasciata ingannare: quella pace innaturale tradiva la presenza di Malbranque. Chiuse gli occhi. Strinse forte il tagliacarte insanguinato che si era portata dietro dallo studio del notaio. Da quando era scappata dallo studio, aveva cercato di rimettere in ordine le idee, di elaborare un piano, di stabilire una qualche linea di condotta. Ma non riusciva a concentrarsi. La sua mente era piena di immagini spaventose: i corpi della vedova e del ragazzo stesi sul pavimento dell’anticamera, lo zampillo di sangue fuoriuscito dalla gola del notaio, quando il tagliacarte aveva reciso la giugulare, le interiora del melograno che Malbranque aveva mangiato alla Cuspide. E non importava che in quest’ultimo caso si trattasse di un frutto e non di una persona, perché era sangue quello che imbrattava la bocca di Malbranque, non polpa, sangue.
«Davvero non capisco perché non scappi via, lontano» disse Jubal. «Non può essere solo per orgoglio.»
Miriam lo cercò con lo sguardo, ma non fu capace di scoprire dove si nascondesse.
«L’orgoglio non basta a spiegare tanta ostinazione» disse Jubal.
Miriam mandò un sospiro: «Non ricominciare, per favore.»
«Non hai speranza di vincere o anche solo di restare viva, se prosegui su questa strada. E una volta che sarai morta, chi porterà avanti la tua guerra?»
«E se mi arrendo, chi lo farà?»
«Non sto suggerendo di arrenderti.»
«O la guerra o la resa. Non esiste una terza via.»
«La fuga.»
«E che differenza c’è tra la fuga e la resa?»
«Una differenza abissale. Se ti arrendessi, saresti in mano loro. Potrebbero processarti, rinchiuderti, farti semplicemente sparire. Ma se fuggissi, se ti dileguassi ora che Hub e Malbranque sono sicuri di averti in pugno, procureresti loro un’infinità di guai.»
«Sciocchezze.»
«Ascolta. So che non ti fidi di me. È naturale: solo pochi minuti fa ti ho tradita e ingannata. Ma su questo devi darmi retta. Non capisci che vado contro i miei stessi interessi? Potrei essere punito, se Hub venisse a sapere che ti ho suggerito di scappare. E Hub viene sempre a sapere tutto. Ma sei mia moglie. E anche se la tua rovina è in gran parte merito mio, non mi va che ti uccidano.»
Miriam si guardò attorno, distratta da un rumore metallico. In strada c’erano solo le salamandre. Ma ora non vagavano più alla rinfusa come prima. Sospesa momentaneamente la ricerca di cibo, si erano radunate ai piedi del semaforo spento all’altro lato dell’incrocio. Dal punto in cui si trovava, Miriam non riusciva a vedere cosa stessero combinando, ma erano mplto agitate. Una delle più grosse si era arrampicata sul palo del semaforo e osservava i dintorni come una sentinella. Poi il rumore metallico si ripeté, ed era la porta di una rimessa in fondo alla strada. Un’automobile uscì dalla rimessa, fece manovra sul tappeto di sabbia che ricopriva la strada e si mosse verso la fabbrica. Incurante delle salamandre che si affollavano in quel punto, la donna alla guida, una vecchia con un’enorme matassa di capelli arancioni, attraversò l’incrocio in una nuvola di sabbia. Si sentì uno stridere di ruote, poi una serie di schiocchi. Quando la nuvola si diradò, Miriam vide che l’auto aveva travolto e ucciso alcune salamandre, distendendo al suolo due striscie di sangue e interiora.
«Da dove nasce tutta questa sete di sangue?» disse Jubal. «Quando per te uccidere è diventato più importante che sopravvivere?»
Miriam osservava con disgusto le viscere delle salamandre che imbrattavano l’asfalto.
«Ero pronta a battermi lealmente» disse. «Ma sono stata ingannata e messa in ridicolo. Questo esige vendetta.»
«Vendetta? È questo che stai cercando? Vendetta?»
«Cos’altro mi rimane?»
«Ma come speri di vendicarti? Credi davvero di poter arrivare a Hub?»
«So bene che Hub è irraggiungibile. Ma posso arrivare a Malbranque. Lui presto sarà qui. Anzi, probabilmente è già qui, in attesa del mio arrivo.»
«Ti sbagli. Malbranque non è qui. E non verrà né meno dopo. Verranno solo i gendarmi, che ti faranno a pezzi non appena uscirai dal nascondiglio.»
«I gendarmi? Ma loro non sanno niente di quello che è successo, ricordi? Ho ucciso il notaio prima che potesse denunciarmi. E ho fatto in modo che i cadaveri siano trovati il più tardi possibile. Sono stata molto scrupolosa: ho annullato tutti gli appuntamenti delle prossime settimane e messo un cartello con su scritto che lo studio rimarrà chiuso fino a fine mese per motivi personali. Occorrerà almeno un’altra settimana, prima che qualcuno si insospettisca.»
«Fatica sprecata, Miriam. Non ricordi che Hub e Malbranque sono in combutta con Hidalgo? O ti sei dimenticata di quel ragazzino in uniforme che scodinzolava dietro Malbranque? Malbranque sa cosa hai fatto, perché è lui che ti ha spinto a farlo. E se lo sa Malbranque, lo sa anche la gendarmeria. A quest’ora Hidalgo avrà già spiccato un ordine di cattura a tuo nome.»
«Ma allora perché mi hai suggerito di uccidere il notaio, se non per evitare che chiamasse i gendarmi?»
«Ma per metterti ancora di più nei guai, sciocca. Sono o non sono un alleato di Hub? Il mio compito era rovinare la tua reputazione, ed è esattamente quello che ho fatto. Ma non credere che sia stato difficile. Be’, forse un po’ all’inizio, quando si trattava di uccidere la vedova e il ragazzo, che non ti avevano fatto niente. Ho dovuto pasticciare con il tuo ricordo peggiore, e non è stato piacevole, perché è anche il mio ricordo peggiore. Ma una volta che hai preso l’avvio, è bastato tirar fuori una scusa qualunque per mandare al macello anche il notaio.»
Miriam fu colta dalla disperazione: «Non posso credere che mi hai ingannato di nuovo.»
«Non dire sciocchezze. Non ti ho ingannato. Non hai creduto né meno per un istante che il notaio fosse pericoloso. Lo hai ucciso solo perché ne avevi una gran voglia. Ma non darti pena. Gli hai fatto un favore.»

Encelado – Capitolo 33

Durante l’ultima parte del discorso, la voce di Alvaro(?) era diventata sempre più profonda, fino a saturare il fondale acustico della biblioteca. Il suo tono piatto e monocorde aveva il potere di offuscare la coscienza e di bloccare qualunque reazione. Moreira era rimasto con la pistola estratta a metà dalla fondina e non si sentiva affatto in grado di tirarla fuori o di rimetterla a posto.
Invece Malbranque era troppo arrabbiato per lasciarsi ipnotizzare. «E ora?» disse, rompendo con quelle due sole parole l’incantesimo suscitato da Alvaro(?).
Alvaro(?) trasalì, come se Malbranque lo avesse schiaffeggiato. Evidentemente non si aspettava di non aver alcun effetto su Malbranque. Cercò di continuare il discorso, la sua bocca si mosse, ma dall’oca non uscì alcun suono. Allora Alfonso(?) si fece avanti e si impadronì del cavo, quasi strappandolo dalla gola del gemello.
«Ora?» disse. «Ora il deserto è riuscito a valicare anche l’ultima delle nostre difese» disse. «Ha corrotto i delicati equilibri sui quali si regge Encelado e ha fatto credere ai ladesi che la malia venisse dal cuore stesso della città, dalla centrale. Così si sono create due fazioni opposte, mortalmente nemiche, che hanno minato dall’interno la compattezza del nostro fronte. Ora il presidente Hub sta per morire, e la guerra è definitivamente persa, perché senza la sua guida la fazioni si annienteranno a vicenda, e allora il deserto che ha governato per millenni questa porzione di mondo riguadagnerà il suo feudo. E la colpa sarà solo sua, signor Malbranque.»
Era il turno di Martin(?), che si sporse sul ripiano della scrivania e chiese con un cenno ad Alfonso(?) di cedere il cavo. Alfonso(?) obbedì dopo un attimo di indecisione.
L’oca ebbe un nuovo scossone. La sua voce divenne più sommessa, ma così autorevole, che non si poteva non darle ascolto.
«Non è difficile prevedere cosa succederà nei prossimi anni» disse Martin(?). «E non sarà piacevole. Nessuna apocalisse, intendiamoci. Solo una lenta agonia. Il deserto consumerà Encelado un po’ alla volta, giorno dopo giorno. Forse occorreranno anni, ma alla fine Encelado si frantumerà in tanti piccoli villaggi, se non regredirà a uno stadio ancora più antico, a una terra di genti senza terra. Le scorte d’acqua diventeranno ogni giorno più scarse, perché mancherà la manutenzione dei canali sotterranei. A causa della scarsità d’acqua, gli allevamenti saranno abbandonati, e così le coltivazioni di cereali e verdure, e occorrerà importare le derrate da Alameda, se non da quel covo di cannibali chiamato Paro. Solo le salamandre continueranno a proliferare, a moltiplicarsi, perché si nutrono dello sfasciume della città Almeno fino a quando anche immondizie e cadaveri cominceranno a scarseggiare, e allora perfino loro dovranno cercarsi un’altra casa.»
Martin si sporse sulla poltrona e appoggiò i gomiti alla scrivania. «Forse tra due o tre secoli rinascerà una nuova città sulle ceneri di questa. Arriverà un altro Evangelista Hub che guiderà la gente di queste contrade verso una nuova rinascita. E quello che abbiamo vissuto, le battaglie che abbiamo sostenuto, le sofferenze che abbiamo patito, riemergeranno sotto forma di relitti: un cartello stradale corroso dalla ruggine, lo scheletro di un grattacielo, il cadavere di una centrale termoelettrica che non si è più riusciti a mantenere in funzione. Ma nessuno sarà più in grado di leggere la nostra storia in tutta quell’immondizia, di recuperare un solo frammento della nostra esistenza.»
Mandò un lungo sospiro, che aleggiò su quegli scenari a venire come lo scorrere stesso del tempo. I suoi occhi si oscurarono, la bocca si piegò in un’espressione di rabbia: «Come possiamo sopportarlo? Come possiamo non osteggiare un destino così avverso? Forse non se ne rende conto, signor Malbranque, ma lei è un emissario del deserto. Il suo gesto servirà il caos. Il presidente Hub è un uomo anziano, probabilmente morirà presto anche senza il suo intervento. Forse perfino domani. E anche se vivesse ancora vent’anni, non è detto che sarebbe in grado di fermare la dissoluzione o anche solo di attenuarne gli effetti. Ma è la nostra unica speranza, capisce?» Le sua mani si strinsero a pugno, la sua voce assunse un tono di minaccia. «E non possiamo permettere che uccida la nostra ultima speranza. Non possiamo permettere che uno come lei ci rubi l’avvenire.»
Malbranque si lasciò sfuggire un sorriso: era evidente che le minacce di Martin lo rendevano felice. Moreira trovò la forza di rinfoderare la pistola.
«Se ne vada, la prego» disse Martin(?). Ora il suo tono era così conciliante, che perfino Moreira rimase deluso. L’accenno di sorriso sparì dalla faccia di Malbranque. «Consideri la nostra situazione, signor Malbranque, e torni da dov’è venuto. Come ha detto Martin, la giustificheremmo, la indennizzeremmo nella giusta misura. Ben oltre la giusta misura. Le daremo così tanti soldi, che non avrà più bisogno di uccidere nessuno fino all’ultimo dei suoi giorni. Così tanti soldi, che potrà avere tutto quello che desidera.» Si interruppe, sorpreso e irritato dall’improvviso scoppio di risa che ora stava piegando in due Malbranque.
La risata di Malbranque provocò una collera cieca anche negli altri Laufer. Martin(?) si alzò in piedi, pronto a saltargli al collo, Alvaro(?) e Alfonso(?) si dimenavano come cani alla catena.
«Signor Malbranque!» tuonò l’oca. «Non osi prendersi gioco di noi.»
Malbranque sembrò calmarsi. Cominciò a respirare più lentamente, raddrizzò la schiena, soffocò le ultime risate.
«Potrò avere tutto quello che desidero?» disse, contorcendo la faccia per bloccare un nuovo accesso di riso.
«Piuttosto preferirei ucciderla a mani nude» disse Martin(?), «ma sì, le daremo così tanto denaro, che potrà davvero comprare tutto quello che desidera.»
«Confessi, avvocato, lei e i suoi fratelli volete rubarmi il lavoro.»
«Non capisco.»
«Non importa. Ma è davvero un peccato. Insomma, è una buona offerta. Se me l’aveste fatta subito, avremmo risparmiato un sacco di tempo.»
«Questo significa che accetta?»
«No.»
«Guardi che non scherzavo, quando le ho detto che potrà comprare…»
«Tutto quello che desidero, certo. So che non scherzava. E le assicuro che accetterei senz’altro, anche solo per farle piacere, se non fosse per un unico impedimento.»
«E quale sarebbe?»
«C’è una sola cosa che desidero, in questo momento. E non ho bisogno di soldi per ottenerla.»
Si chinò di nuovo verso l’oca. Ma stavolta non la carezzò: la prese per il collo e la sollevò sopra la spalla come una mazza.
«Basta un qualunque oggetto contundente.»
Afferrò il cavo, lo avvolse strettamente attorno al polso e gli diede uno strattone così violento, che Martin volò in avanti sopra la scrivania, battendo le ginocchia sul ripiano. Quando atterrò dall’altra parte, Malbranque lo sollevò per la giacca e lo colpì in piena faccia con l’oca. Si sentì un terribile romore sordo, insieme metallico e liquido, e un’enorme quantità di sangue spruzzò via dalla faccia di Martin(?).
Mentre Martin(?) si accasciava a terra svenuto (o forse morto), Malbranque sfilò il cavo dalla sua gola e si mosse verso Alvaro(?). Prima che Alvaro(?) si riavesse dalla sorpresa, lo raggiunse e lo colpì più volte in testa e sulla schiena con l’oca, spargendo a terra e sulla scrivania ancora tantissimo sangue.
Ora era il turno di Alfonso(?), che durante il pestaggio dei fratelli era indietreggiato oltre la scrivania, fin quasi alla vetrata. Malbranque accennò ad avvicinarsi, ma Alfonso(?) girò attorno alla scrivania per sfuggirgli. Malbranque si mosse dall’altra parte, e Alfonso(?) fece un altro mezzo giro in direzione opposta, e così via per un paio di volte.
Alla fine Malbranque roteò gli occhi, come per dire: guarda con che razza di persone ho a che fare, soppesò l’oca, la avvolse stretta nel cavo e la lanciò con tutta la forza che aveva. L’oca colpi Alfonso(?) in piena faccia, con un tremendo rumore di ossa fracassate.
Alla vista di tutto quel sangue, Moreira fu colto dalla nausea. Ogni velleità di opporsi a Malbranque si stemperò nel minaccioso silenzio che seguì al massacro. Nonostante l’orrore, Moreira non poteva non ammirare la rapidità e l’abilità con la quale Malbranque aveva messo fuori combattimento (o forse ucciso) tre persone in così poche mosse. E anche se i Laufer non erano più così giovani e robusti come le guardie, si trattava in ogni caso di tre maschi adulti da duecento libbre l’uno. Al pensiero delle guardie, Moreira si voltò a vedere cosa ne fosse stato di loro, se per caso avessero intenzione di intervenire. Ma al tavolo non c’era più nessuno.
Mentre Malbranque contemplava la sua opera, ansimando per la fatica, Moreira si avvicinò: «Ma non aveva detto che non uccide? Che chiude solo i contratti?»
«Cos’è, vuole cercare di nuovo di spararmi?»
«No. È solo che mi domandavo perché ci abbia messo così tanto a togliere di mezzo questi tre imbecilli.»