Encelado – Capitolo 40

Un’auto pattuglia della gendarmeria era parcheggiata a pochi passi dal cancello di Palazzo Hub, all’ombra di un mandorlo. I finestrini erano aperti, e all’interno due gendarmi 1mangiavano involti di carne e patate. Moriera non li conosceva, dovevano essere del Distretto di Verema, nel quale era capitato di rado. Uno era magro, con la faccia spigolosa e gli occhi infossati, l’altro aveva una testa enorme, quasi del tutto priva di capelli, e folti mustacchi biondi. I gendarmi li fissavano con intenzione, e sembrava che li stessero aspettando.
All’inizio Moreira provò sollievo, inorgoglito che finalmente la Gendarmeria intervenisse a fermare Malbranque, poi cominciò a sudare freddo. Non aveva la forza di affiancare i colleghi nello scontro, e temeva che pensassero che stava dalla parte di Malbranque e che sparassero anche a lui.
Ma quando Malbranque passò loro accanto per raggiungere la sua macchina, i gendarmi si limitarono a gettargli un’occhiata inespressiva, e sembrava che non avessero la minima idea di chi fosse. Moreira stava troppo male per fare altro che passar loro davanti a testa bassa. A causa delle lacrime che aveva versato per la morte di Hub, la sete che lo tormentava dal mattino era diventata insopportabile, e ora gli sembrava di mandar giù una manciata di spilli ogni volta che deglutiva. La sua testa ronzava atrocemente, il suo stomaco vuoto dava l’impressione di dover rigettare se stesso da un momento all’altro.
Malbranque mise in moto e partì a gran velocità. Una nuvola di sabbia circondò immediatamente l’auto e nascose quasi completamente l’esterno. Moreira si domandò distrattamente come riuscisse Malbranque a non finire fuori strada. Ma la prospettiva di morire in un incidente stradale era troppo allettante, perché potesse davvero preoccuparsi.
A un certo punto le cortine di sabbia si aprirono come un sipario, e una quinta di sangue si parò loro davanti. Evangelista Hub si stagliava sulla quinta con la sua stazza colossale. Lo sguardo senza vita, la bocca aperta in una preghiera strozzata, Hub diffondeva sulla città il contagio della sua stessa morte. Ma non era più una persona, era una statua, e non crollò a terra come era successo poco prima, ma si disfece in un’immensa cascata di sabbia. L’onda di sabbia sollevata da quella morte poderosa sommerse l’intera Encelando, inclusa la cellula arroventata dentro la quale viaggiavano Moreira e Malbranque.
L’automobile svanì, la sabbia che saturava l’aria diventò una spessa tappezzeria di abiti e di carni che si trascinava sotto il peso dell’afa, una Encelado più vecchia di circa dieci anni sostituì la Encelado appena scomparsa.
Mino si muoveva con difficoltà in mezzo a tutta quella gente. Aveva paura di finire calpestato, di quando in qiando un gomito o un ginocchio minacciavano di colpirgli la faccia o i fianchi. Per fortuna c’era quella mano di donna che lo guidava.
Ma ora la mano era volata via, inghiottita dalla folla, e Mino rimase solo e smarrito in mezzo a tutte quelle gambe, braccia, schiene che né meno si accorgevano di lui. Fu preso dal panico, iniziò a singhiozzare come un bambino molto più piccolo, si trattenne dal chiamare la mamma solo per una precoce puntura di orgoglio.
Intravide un varco. Si ritrovò in un vicolo chiuso da tre muri scalcinati, in fondo al quale pesanti tendaggi neri velavano l’ingresso di una bottega.
L’insegna sopra la porta recitava: Woland Illuminazioni.
Si avvicinò.
Oltre i tendaggi c’era una stanza semibuia, con due file di scaffali ingombri di strani barattoli di vetro che si perdevano nell’oscurità. Dietro al bancone in mezzo alla stanza, un uomo gli sorrideva con cordialità. Era piccolo di statura, con radi capelli neri e la faccia piena di rughe. Indossava un vestito nero a righe bianche e una camicia bianca. Non portava la cravatta. Gli occhi erano nascosti da un fascio d’ombra e rimasero invisibili per tutto il tempo del loro colloquio.
«Mino Moreira!» disse l’uomo. «Che piacere vederti! Sei in perfetto orario.»
Mino mosse qualche passo nella stanza e osservò incuriosito tutti quei barattoli. Erano pieni di liquidi di colore diverso: giallo, verde, azzurro, rosso. Al loro interno galleggiavano delle sfere, con lunghi filamenti che pendevano dalla parte inferiore.
«Allora hai deciso?» disse l’uomo. «Ricorda che non c’è alcun limite: nel negozio del tuo amico Sam puoi avere tutto quello che desideri.»
Mino si avvicinò a uno dei barattoli, per vedere meglio la sfera al suo interno.
«Cos’è che desideri di più al mondo?» domandò Sam.
La sfera nel barattolo sussultò, e il liquido azzurro si riempì di bolle. Quando lo bolle sparirono, al centro della sfera Mino vide un cerchio nero contornato da un anello viola.
Un occhio.
E dentro l’occhio uno sguardo.
Si ritrasse. Finì addosso a Sam, che lo sostenne per evitare che cadesse. Nell’iride aveva visto un minuscolo Mino (no, non un riflesso, un’immagine autonoma) che fluttuava alla deriva, e ora si sentiva effimero e incostante, come se la sua stessa esistenza dipendesse dallo sguardo dell’occhio.
«Cos’è che desideri di più al mondo?» ripeté Sam.
Mino si girò a guardarlo. Anche lui lo faceva sentire strano, con quella faccia piena d’ombra. La sola cosa che lo ancorava alla realtà era il ricordo della mano di donna che lo aveva guidato nella folla.
«Essere mio padre» rispose.
«Si sente bene?» disse Malbranque.
Moreira trasalì. Aveva dimenticato dove si trovava e chi aveva vicino. Si era addormentato?
Malbranque gli gettò un’occhiata: «Non mi sembra molto in forma. È pallido. E ha certe occhiaie. È stanco?» Arricciò le labbra in una smorfia di derisione. «O ha solo i nervi scossi?»
Guidava distrattamente lungo i viali del centro, spostandosi da una corsia all’altra per evitare le salamandre che attraversavano la strada. La sua faccia non rivelava segno di tensione. Sembrava perfino rilassato. Forse perché il più del lavoro era fatto.
Moreira ebbe un brivido. E desiderò con tutte le forze non aver mai più niente a che fare con Galenus Malbranque. Ma non era tanto Malbranque a disgustarlo, quanto se stesso, perché non aveva saputo opporsi ai crimini ai quali aveva assistito. Forse ostacolare Malbranque sarebbe stato inutile e pericoloso, e probabilmente gli sarebbe costato la vita, ma sarebbe stato comprensibile, umano.
Invece si era lasciato vincere dalla paura. O peggio, dall’indifferenza, dal vuoto.
Dal deserto.
In un certo senso aveva deluso anche Malbranque. Malbranque si aspettava, si augurava una sua reazione. Aveva mirato verso di lui, dopo aver sparato a Hub. E la smorfia con la quale aveva distolto lo sguardo, quando aveva realizzato che non avrebbe fatto niente, era di sincero disprezzo.
«Il mio turno finisce tra meno di un’ora» disse Moreira. «Posso chiederle di riaccompagnarmi al comando, o almeno nelle vicinanze? Ho ancora un paio di pratiche da sbrigare.»
Malbranque non distolse lo sguardo dalla strada. La sua guancia destra ebbe un guizzo, quando una salamandra saltò all’improvviso davanti alla macchina. Deviò un po’ a destra per evitarla.
«Come vuole» disse Malbranque. «Ma non credo che Hidalgo sarà contento di vederla tornare, mentre sono ancora in giro per la città.»
«Ma non ha finito?»
«E Fink? Si è dimenticato di Fink?»
«Non mi dirà che si illude ancora di trovarlo.»
«In realtà ci spero poco. Ma devo fare un tentativo. Se perdo la sua provvigione, rischio di non coprire né meno le spese.»
«Allora dove stiamo andando?»
«Non ricorda?»
«Cosa dovrei ricordare?»
«L’appuntamento delle cinque.»
«Con Miriam Fink, giusto.»
«Ecco bravo. Facciamo una bella chiacchierata con la dolce Miriam, cosa che non dovrebbe dispiacerle, a quanto ho capito. Poi tiriamo le somme e cerchiamo di capire qual è l’origine delle sue bugie. È là che si nasconde Jubal Fink. Se il posto è raggiungibile, ci andiamo. Altrimenti, nel caso lei fosse interessato, basterebbe cambiare il nome sul modulo…»
Moreira lo interruppe: «Allora pensa che lo stia nascondendo, che voglia salvarlo?»
«Non saprei.»
«Forse Fink ci ha ripensato. Si è pentito di averla chiamata, come anche Sekidos. E ha chiesto alla moglie di nascoderlo.»
«Primo: Sekidos non era pentito. Ha solo fatto un po’ di capricci, ma solo perché a suo tempo aveva pasticciato con la richiesta, e alla fine non andava più tanto d’accordo con se stesso. Secondo: Fink non ha bisogno di nascondersi. Sa benissimo che non posso toccarlo, fino a quando non firma.»
Moreira tacque, colpito da un’idea. Forse c’era una terza spiegazione. Forse era Miriam che voleva impedire la morte di Jubal. Fink doveva averle detto che aveva chiamato la Faland, e lei aveva deciso di intervenire, di salvarlo da se stesso. E ora lo teneva legato da qualche parte, mentre cercava di sviare Malbranque con le bugie.
Per questo la presenza di Malbranque la rendeva tanto nervosa. Moreira diede un’occhiata di sbieco a Malbranque. Forse gli rimaneva una possibilità di riscatto: allearsi con Miriam per ucciderlo. Lei era forte e determinata, e con il suo aiuto era piuttosto sicuro di spuntarla.
Malbranque aveva ragione: non gli sarebbe dispiaciuto rivederla. E anche se si trattava di salvare suo marito, la prospettiva di combattere al suo fianco, di guadagnarsi la sua gratitudine, era quanto di più delizioso avesse assaggiato negli ultimi tempi.
E poi era probabile che Jubal non volesse essere salvato. Moreira intendeva fare tutto il possibile, ma se Jubal aveva davvero perso la voglia di vivere, nessuno era in grado di tenerlo lontano dalla pistola di Malbranque.
A quel punto il cuore di Miriam sarebbe stato a disposizione di qualcun altro.
Magari del suo più prezioso alleato.
Erano quasi le cinque, quando l’auto svoltò nella strada dove abitavano i Fink. Prima di aprire la portiera e seguire Malbranque, Moreira osservò i dintorni. Le villette erano tranquille e silenziose, la strada, le traverse e i vicoli completamente deserti. La sabbia copriva quasi ogni palmo di suolo: la fabbrica di fronte alla casa dei Fink somgiliava a una nave arenata su una spiagga che il mare aveva abbandonato.
Moreira e Malbranque attraversarono la strada a pochi passi da un semaforo spento, ai piedi del quale alcune salamandre divoravano quelle che sembravano altre salamandre, e raggiunsero il vialetto di casa Fink. Si fermarono a osservare la villetta e il piccolo giardino sul davanti, poi andarono verso la porta. Il vialetto, il giardino e il retro della casa erano pieni di ogni tipo di rifiuti, dai quali veniva una puzza quasi insopportabile.
Osservando quel pattume, Moreira fu costretto a riconsiderare l’idea che si era fatto di Miriam. Un’idea che nasceva dal presupposto che fosse una donna forte e sana, con uno spiccato senso della dignità e del decoro. Ma una persona del genere come poteva vivere in mezzo a tutto quel pattume? Come poteva starsene a sguazzare in quella puzza disgustosa, se nella sua testa andava tutto come doveva andare?
«La porta è aperta» disse Malbranque.
Un sottile spiraglio lasciava intravedere un soggiorno in penombra, percorso da sottili strisce di luce. Aspettarono. Moreira si domandò se non si stessero cacciando in trappola, se non fosse il caso di avvertire Malbranque dei suoi sospetti. Ma decise di no: magari Miriam era abbastanza folle da cercare sul serio di uccidere Malbranque. E da riuscirci. E anche se c’era il rischio che poi se la prendesse con lui, non poteva certo sprecare l’occasione.
«Singora Fink?» disse Malbranque. «È in casa?»
«Forse non è ancora tornata» disse Moreira.
«E perché la porta sarebbe aperta?»
«Forse stamattina ha dimenticato di chiuderla.»
«Stamattina era chiusa, non ricorda? Quando siamo passati di qui, prima di andare dal notaio, era tutto chiuso. Signora Fink?»
«Entriamo. Forse le è successo qualcosa. Con la porta aperta sarebbe potuto entrare chiunque. Ladri o che so io.»
«Signora Fink, è in casa?»
Una voce emerse dalla penombra: «Entri pure, signor Malbranque. Si accomodi. Arrivo subito.»
Malbranque guardò Moreira senza dire una parola. La sua fronte era corrucciata. Entrò in casa. Moreira lo seguì, cercando di restare al riparo.
«Non è prudente lasciare aperta la porta di casa, signora Fink» disse Moreira. «Chiunque potrebbe entrare e fare il suo comodo…»
Si azzittì. Portò la mano alla bocca e soffocò un conato di vomito.
Erano in un angusto soggiorno a pianta rettangolare, arredato sobriamente. A destra c’era un divano un po’ logoro e due poltrone, una a fiori e l’altra marrone. Davanti al divano si vedevano un tavolino basso rovesciato sul fianco e un tavolo più grande, che era stato spinto contro la parete in fondo. Le sedie erano ammucchiate alla rinfusa ai piedi del tavolo. A sinistra c’erano una porta che dava a una piccola cucina e un’altra chiusa, che dava forse alle camere.
Come il giardino e il vialetto d’ingresso, anche il soggiorno e la cucina erano pieni di immondizia. Sacchetti di plastica, frantumi di piatti e bicchieri, avanzi di cibo in vari stadi di decomposizione occupavano ogni superficie piana delle due stanze. Inoltre il pavimento era coperto da una sostanza scura, friabile, dalla quale veniva buona parte della puzza che aveva quasi fatto vomitare Moreira. Moreira riconobbe subito quella sostanza. I vicoli di Encelado ne erano incrostati.
Guano di salamandra.
Malbranque si stava guardando attorno con la stessa espressione di ribrezzo, il naso e le labbra arricciati. Poi attirò l’attenzione di Moreira su una delle poltrone. Attorno alla poltrona il pavimento era macchiato da qualcosa che il guano di salamandra nascondeva solo in parte, un liquido marrone che il tempo aveva appena sbiadito.
Moreira concentrò l’attenzione sulla poltrona. Non era marrone come aveva creduto all’inizio, era tappezzata a fiori esattamente come l’altra. Sembrava marrone solo perché era impregnata dello stesso liquido che macchiava il pavimento. Liquido che poteva essere solo sangue.
«Lo ha ucciso» disse Moreira.
Allora capì. Al cospetto di quell’atto di indecifrabile violenza, sotto l’influsso stregonesco degli occhiali da aviatore di Malbranque, nei quali ora si vedeva riflesso (no, non un riflesso, un’immagine autonoma), gli tornò tutto alla mente, e capì, seppe, ricordò chi fosse Miriam, chi fosse Malbranque, cosa fosse e cosa di preciso vendesse la Faland. Un urlo di orrore salì dalle sue viscere e si fece strada nella gola, fino ad arrivare alla bocca. Ma non ne uscì mai. Prima che le sue labbra iniziassero ad aprirsi, un proiettile lo colpì poco dietro l’orecchio sinistro, attraversò il cervello da una parte all’altra e fuoriuscì dall’occhio destro in una nuvola di sangue e gelatina. Ancora un solo battito di cuore, e l’intera somma dei suoi pensieri e delle sue deduzioni, dei suoi ricordi e delle sue precognizioni precipitò in un abisso dal quale nessuno sarebbe più riuscito a ripescarli.
Firmino Moreira era morto.

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Encelado – Capitolo 38

Avvertì la folata di almeno un centinaio di proiettili che convergevano su di lei come uno sciame di vespe.
Si impose di restare calma.
Si chinò a raccogliere le chiavi e la infilò nella toppa senza rialzarsi in piedi. Aprì la porta con una gomitata e si tuffò in soggiorno a testa avanti. Le ginocchia e le costole picchiarono contro il pavimento, una scarica rossa di dolore le attraversò la testa. Cercò di non badarci. Corse in camera, aprì il cassetto del canterano con tale violenza, che il cassetto uscì dalle guide a cadde a terra, e prese la pistola. Il contatto con la pistola fu una lieta sorpresa. Il peso dell’arma stabilizzò il suo baricentro, temperò il suo slancio.
Era ancora viva. Forse davvero illesa.
Si girò ad affrontare il nemico.
E rimase mortalmente delusa.
Quando era entrata in casa, aveva avvertito la presenza di almeno cinque o sei gendarmi, e tra loro Malbranque. Non li aveva visti, non li aveva sentiti, ma era certa che ci fossero.
Invece non c’erano.
La camera era deserta, e così la parte di soggiorno che riusciva a vedere dalla camera. Mosse qualche passo verso la porta e si affacciò in soggiorno.
Nessuno.
Si impose ancora di restare calma. Attraversò il soggiorno a passo spedito ed entrò in cucina, la pistola puntata ad alrezza d’uomo, il dito che tremava sul grilletto. Ma anche la cucina era deserta.
Andò nella camera degli ospiti, quella che una volta lei e Jubal chiamavano la camera del bambino, e guardò dietro la porta, sotto il letto, dentro l’armadio. Cercò anche nel bagno e nel ripostiglio, ma non ci sperava più di tanto: Malbranque non si sarebbe mai abbassato a nascondersi in un ripostiglio.
Alla fine dovette arrendersi all’evidenza. Malbranque non era venuto. Nessuno era venuto.
Ma perché?
Diede un’occhiata all’orologio appeso alla parete. Mancava ancora parecchio alle cinque, quasi un’ora. Forse Malbranque era semplicemente puntuale. Ma era assurdo, no? Che razza di strategia era? Presentarsi puntuale all’appuntamento con la sua peggiore nemica: come poteva sperare di batterla, se non cercava né meno di coglierla di sorpresa?
Era indignata. Malbranque doveva darle davvero poco credito, se prendeva la loro sfida con tanta leggerezza. Cosa pensava, che fosse inoffensiva? E magari non intendeva né meno ucciderla, come se non ne valesse la pena.
Si avvicinò alla finestra, scostò la tenda e sbirciò in strada.
Calma e silenzio anche fuori.
E tutti quegli spari che aveva sentito, i proiettili che aveva schivato? Possibile che li avesse solo immaginati?
Lo sguardo le cadde sulla pistola, e si accorse che non aveva tolto la sicura. Che stupida! Due settimane prima era mancato poco che mandasse tutto all’aria a causa della stessa dimenticanza, e ora c’era ricascata. Sarebbe stato un vero spasso, se la casa fosse stata davvero piena di gendarmi.
Il rumore di un’auto la fece sobbalzare. Chiuse la tenda. Lasciò solo uno spiraglio per vedere senza essere vista. Il rumore diventò più forte, poi in fondo alla strada apparve un furgone arrugginito, sulla fiancata del quale era scritto: Pascal Bizet Arrotino. Il furgone percorse la strada fino alla fabbrica abbandonata, svoltò in una traversa e sparì oltre l’angolo.
Seguendo il furgone, lo sguardo di Miriam cadde sull’incrocio. Ai piedi del semaforo c’erano ancora tutte quelle salamandre, e dalla finestra si vedeva chiaramente cosa stessero facendo. Dopo aver ammucchiato i cadaveri delle compagne travolte dall’automobile ai piedi del semaforo, ora si abbandonavano a uno sfrenato banchetto, con viscere, brani e sangue sparsi su tutto il marciapiede. E la cosa peggiore era che non divoravano solo i cadaveri, ma anche le salamandre di taglia più piccola o quelle più incaute.
Miriam si voltò verso il soggiorno. Seduto al tavolo da pranzo Jubal mangiava senza entusiasmo lo stufato di verdure che lei gli aveva preparato per cena. Indossava ancora l’uniforme della Exo, ma la camicia era aperta e le scarpe slacciate, e il berretto rosso era appeso allo schienale della sedia.
Miriam gli puntò contro la pistola.
«Non è andata così» disse Jubal.
Miriam trasalì. La voce era senza dubbio di Jubal, ma non veniva da Jubal, non da quello che mangiava davanti a lei. La voce era la stessa che l’aveva perseguitata per l’intero pomeriggio: rimbalzava sulle pareti del soggiorno e la pungeva con i suoi bordi taglienti.
«Sono qui» disse la voce, che ora si era fermata sulla poltrona di Jubal.
E Jubal se ne stava là, intorno alla sua strssa voce, intorpidito dalla cena quasi insapore che Miriam gli aveva preparato. In un giorno qualsiasi avrebbe letto il giornale o uno dei suoi libri di matematica fino ad addormentarsi, poi si sarebbe svegliato di soprassalto verso le undici e sarebbe andato a letto, dove Miriam non fingeva né meno di aspettarlo.
Ma questo non era un giorno qualsiasi.
Quando la testa di Jubal iniziò a ciondolare, Miriam si avvicinò alla poltrona e puntò la pistola alla sua tempia. Il dito si contrasse sul grilletto.
«Non è andata così» la ammonì ancora la voce.
In effetti aveva dimenticato il cuscino. Da quello che sapeva, il cuscino avrebbe dovuto attutire il rumore dello sparo. Invece lo sparo risuonò nel silenzio come l’esplosione di una stella. Ma nessuno lo sentì. Non ci furono grida, né allarmi, né sirene in lontananza.
Miriam osservò senza fretta la sua opera. Non provava orrore. Jubal sembrava addormentato, aveva un’aria mite e serena. C’era solo quel foro rosso, non più grande di una moneta da due centavi, sul lato destro della fronte, a testimoniare quello che era successo.
«Ora devi fare presto» disse Jubal. «Spalanca la porta. Lascia che l’odore della morte si diffonda in strada. Ecco. Lo hanno fiutato. Le lingue da rettile cercano la via. Non ci vorrà molto prima che la trovino. Presto! Corri in cucina. Chiudi la porta. Infila lo strofinaccio che hai preparato tra la porta e il pavimento, in modo che non possano passarci sotto. Chiudi le finestre. Ottura anche lo scarico del lavandino. Una volta che avranno assaggiato la carne umana, diventeranno pazze di desiderio e ne vorranno dell’altra. E saranno tantissime. Un pasto così ricco per loro è un grande evento.»
Silenzio. Poi zampe che grattavano il pavimento, decine, centinaia di zampe. Il tramestio divenne un rombo. I vasi e i soprammobili caddero a terra, qualcosa ribaltò le sedie e trascinò il tavolo verso la camera. Una marea scagliosa semmerse il soggiorno.
Cominciò il banchetto. Miriam sorrise: dopotutto era uno scambio alla pari. Nutrimento in cambio di pulizia. Equo. Semplice. Dopo qualche minuto si rese conto che voleva, che doveva guardare. Che aveva bisogno di guardare. Sbirciò dalla serratura. Vide questo groviglio di spire gialle e nere che ricopriva il pavimento e parte del mobilio. Al centro del gorgo c’era la poltrona, sepolta sotto una torre di salamandre.
Poi qualcosa emerse tra le spire, una mano, un braccio.
Si sentì un gemito debolissimo, soffocato.
Miriam chiuse gli occhi. Strinse ancora la pistola, cercando di assorbirne l’innocenza. Ancora un lampo, l’assedio delle salamandre: il grattare delle unghie sulla porta, i tonfi contro le finestre, i movimenti furtivi nelle tubature. Trascorsero due giorni, prima che si arrendessero e se ne andassero. Miriam si decise a uscire solo dopo un altro giorno, e allora vide che di Jubal restava solo qualche osso sbriciolato, una enorme macchia marrone sul tessuto della poltrona, i denti. Raccolse le spoglie di suo marito e le infilò in un sacco di plastica, che seppellì in giardino.
In quel momento era iniziata la sua guerra. La guerra che fino a qualche minuto prima credeva di aver perso e che invece era appena all’inizio, a quanto pareva, contro un nemico che giudicava astuto e crudele e che invece si stava rivelando debole e stupido.
Fu scossa da una tale rabbia, che fu tentata di gettare la pistola e di aggredire Malbranque a morsi, quando si fosse presentato, di divorarlo vivo come aveva visto fare alle salamandre.
«Se ti faccio una domanda, Jub, pensi di riuscire a rispondermi senza mentire?» disse.
«Posso provarci.»
«Verrà, vero?»
«Certo che verrà.»
«Senza gendarmi?»
«Solo quel ragazzino con i capelli rossi.»
Miriam sorrise. Sbloccò la sicura della pistola.

Encelado – Capitolo 37

«Sa perché ho scelto di isolarmi, di non vedere più nessuno, incluso mio figlio Miguel?» disse Hub. «Perché il silenzio è uno scrigno, signor Malbranque. Serve a custodire la memoria, a mantenerla lucida, a preservarla dalla polvere. A un certo punto della mia vita mi sono reso conto che solo un particolare ricordo, il ricordo di un particolare episodio, riusciva a distinguermi dal caos. E andava preservato a qualunque costo. Ma il silenzio da solo non bastava. Per questo motivo mi sono rivolto alla Faland.»
Si girò a guardare Malbranque: «Sa qual è il nome del deserto senza nome?» Non aspettò risposta. Allargò le braccia a indicare il dipinto, quasi a sostenerne il peso spirituale. «Presumo che riconosca il soggetto, signor Malbranque» disse. «No? Ecco: quel bambino vestito di bianco, là davanti al sovrano, quello è il profeta Daniele. E anche se al tempo della storia raffigurata nell’affresco era molto giovane, era già molto saggio. Sapeva interpretare i sogni. Un giorno il re fa uno strano sogno e vuole sapere cosa significhi. Manda a chiamare i saggi della città e ordina loro di interpretare il sogno, ma non lo racconta. Spetta ai saggi indovinare di che sogno si tratti. Ma i saggi non sanno dirgli niente di utile, e allora il re, che ha un cattivo carattere, li fa uccidere tutti. E il bello è che vuole che siano uccisi anche gli altri saggi della città, quelli che conoscendolo si erano guardati dal presentarsi. Così avviene. Anche Daniele e certi suoi amici stanno per essere uccisi. Ma a Daniele l’idea non piace. Allora va dal re e gli dice: se prometti di non uccidere i miei amici, interpreterò il tuo sogno. Il re acconsente. Grande re, dice allora Daniele, nel sogno stavi osservando la pianura e hai visto una statua enorme. La statua aveva la testa d’oro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi di ferro e argilla. Era magnifica e terribile. Ma poi una pietra si è staccata da un monte, ha urtato i piedi della statua e li ha frantumati, perché erano di ferro e argilla. Subito dopo è andato in frantumi anche il resto della statua. La pietra che ha distrutto la statua è diventata una montagna, e alla fine la montagna è rimasta a dominare l’intera pianura al posto della statua.»
Mentre Hub parlava, Moreira osservava Malbranque. Si domandava come stesse prendendo quella nuova perdita di tempo. Male, sembrava. Anche se ascoltava con attenzione e senza dare segno di impazienza, qualcosa nella sua postura lasciava intendere che stesse contenendo una rabbia uguale a quella che aveva scatenato contro i Laufer.
Hub proseguì: «Cosa significa questo sogno? domanda il re. Daniele manda un sospiro. Fino a quel momento ha avuto fortuna, ma ora viene il difficile, perché deve far digerire al re una verità indigesta. Comincia con l’adulazione, che non fa mai male. O grande re, dice, tu sei il più grande tra tutti i re. A te sono concessi il regno, la potenza e la gloria. Tu sei la testa d’oro. Ma dopo il tuo regno verrà un regno inferiore, d’argento come le braccia e il petto della statua, e dopo uno ancora inferiore, di bronzo come il ventre della statua, e poi nascerà un regno di ferro, difficile e duro, che frantumerà ogni cosa, seguito da un regno di ferro e argilla, forte e debole allo stesso tempo, che sarà distrutto e sepolto dalla montagna. E allora nascerà un nuovo regno, eterno e immutabile come la montagna che ha sepolto la statua.»
Hub si avvicinò di qualche passo a Malbranque, fino ad andargli quasi addosso. «Il re è felice. Non ha sentito la parte sui regni inferiori e sulla pietra che riduce in polvere la statua. Dopo che Daniele gli ha detto della testa d’oro, la vanità gli ha otturato le orecchie.» Sbuffò una nuvoletta di fumo. «Capisce ora? Avanti! Deve aver capito. Non può non aver capito. Qual è il nome del deserto senza nome?»
Malbranque non disse niente. Allora Hub si girò verso Moreira e si avvicinò di qualche passo. Moreira arretrò fino a toccare una colonna con le spalle.
«Lei ha capito, vero?» disse Hub. «La montagna, chiaro? La montagna! Sa perché ho cacciato Ruben, non appena ha finito l’affresco, perché stavo per strozzarlo? Perché ha dipinto le scene senza alcun ordine. Guardi, mettiamo che si parta da qua, dal bambino che parla al sovrano, e si proceda in senso orario. Ecco: c’è la statua che domina la pianura, poi la strage dei saggi e poi la statua distrutta dalla montagna. Assurdo! Il re fa uccidere i saggi prima di parlare con Daniele, e solo in seguito Daniele interpreta il sogno. Magari allora si può partire dal sogno. Il re fa il sogno prima di convocare i saggi. Ma allora perché tra l’inizio e la fine del sogno c’è di mezzo la strage? Ora guardi lo sfondo. È lo stesso per tutte le scene. E dovrebbe rappresentare allo stesso tempo un cielo, dove si vede la statua, dei tendaggi, una parete e dei cuscini, dove sono rappresentati il re e Daniele, e una città, dove i soldati massacrano i saggi. Ma lo guardi bene. È sempre uguale. In questo punto il mucchio dei saggi uccisi sfuma in quella che sembra una parete di cadaveri, qui la montagna si confonde con il cielo e con il corpo disfatto della statua, e non si capisce dove cominci l’una e finisca l’altra. Perfino i due personaggi più rilevanti, Daniele e il sovrano, emergono a fatica da questa massa informe, da quest’orribile calca di carne e budella.»
Fissava Moreira come se intendesse incenerirlo. «Qual è il nome del deserto senza nome?» domandò per la terza volta.
Ma né meno ora aspettò la risposta. Andò invece da Malbranque e gli tese la mano: «Mi dia il documento che devo firmare, signor Malbranque. Facciamola finita.»
Malbranque non si mosse, troppo sorpreso per reagire. Passò un minuto prima che raccogliesse la valigetta da terra. La aprì maldestramente, e una nuvola di fogli gualciti e biglietti da visita si sparse a terra.
Hub sospirò di impazienza e si voltò dall’altra parte, sconcertato da tanto disordine.
«È successo undici anni fa» disse, non si capiva se a Malbranque, a Moreira o a se stesso. «Quando ancora la città mi apparteneva. O quando ancora credevo che la città mi appartenesse. Ero a Nardim, nell’attico del grattacielo. Contemplavo il mio regno, il frutto delle mie conquiste, dalla finestra: la città che si estendeva a perdita d’occhio, il brulicare di auto e di camion lungo la sopraelevata e la Gran Carovaniera, il leggero tremolio della centrale, insidiata dalla marea rossa del deserto.» I suoi occhi si sgranarono. «A quel punto è arrivata la falena.»
Moreira aggrondò la fronte. Ricordava vagamente cosa fosse una falena, l’ultima volta che ne aveva vista una, era ancora un bambino. Ma a sentirne parlare ebbe un presagio funesto che lo attraversò come un brivido.
«La falena ha attraversato l’ufficio e si è posata sul vetro della finestra» disse Hub. «Sotto al mio naso. A quel tempo le falene e gli insetti in generale erano già molto rari. In effetti è comprensibile: devono essere difficili da copiare, con tutti quei minutissimi dettagli. Per questo sono scomparsi per primi. Ed è successo esattamente questo anche alla falena. È scomparsa. All’improvviso. Non è stata colpa mia. Sono rimasto immobile. Ho perfino trattenuto il fiato, per non spaventarla. Ma è scomparsa lo stesso.»
Malbranque era riuscito a raccogliere tutte le cartacce uscita dalla valigetta e a trovare il documento che stava cercando. Ne lisciò gli orli, spazzò via un po’ di polvere con la mano e cercò anche di grattare una macchia giallastra dal retro. Hub afferrò il foglio distrattamente, lo arrotolò e lo tenne in mano come uno scettro. Dopo un po’ fece un violento starnuto.
«Ha una penna?» disse con voce nasale.
Malbranque riaprì la valigetta con molta cautela, tirò fuori una penna e la diede a Hub. Hub sedette sul divano, spiegò il foglio sul tavolino lì accanto e avvicinò la penna al punto dove c’era scritto: firma del contraente.

Encelado – Capitolo 36

Miriam respirava a fatica. Jubal aveva ragione. La gendarmeria sapeva. I vertici stessi dell’arma, Hidalgo e quel suo ridicolo sottposto imberbe, avevano contribuito a intrappolarla. E ora stavano per completare l’opera. Era finita. Entro breve i gendarmi le sarebbero piombati addosso. Chiuse gli occhi e batté la nuca contro il muro della garitta. Uccidere il notaio non era servito a niente. Anche su questo Jubal aveva ragione: la sete di sangue aveva giudato la sua mano, non un calcolo strategico.
Forse era davvero il caso di fuggire.
Ma non poteva rinunciare alla guerra. L’appuntamento con Malbranque era l’unico legame che le restasse con la vita che aveva così disperatamente cercato di difendere. Non aveva la forza di troncarlo per sempre.
«Che mi arrestino» disse con foga. «Che mi processino, che mi facciano sparire. L’occasione di uccidere Malbranque vale più della mia stessa sopravvivenza.»
«Malbranque non verrà» insisté Jubal.
«Verrà invece.»
«E perché dovrebbe? Con te ha finito. Per lui sarebbe solo uno spreco di tempo. E Malbranque non è tipo da sprecare tempo. E poi ti conosce, sa quanto sei pericolosa. Non rischierebbe mai di avvicinarsi così tanto a te, ora che il lavoro è finito.»
Miriam fece no con la testa. Jubal l’aveva già ingannata due volte, non ci sarebbe riuscito di nuovo. E anche se le sue parole sembravano ragionevoli, tralasciavano, forse nascondevano, un’eventualità: che il feroce Malbranque non volesse rinunciare ad assistere di persona alla sconfitta della sua peggiore nemica.
Sarebbe venuto.
Anzi, era già arrivato. Miriam fiutava il suo odore: quell’insopportabile tanfo di rettile che pure la attraeva come una sordida promessa. Era dappertutto.
Allora capì cosa non le quadrava delle parole di Jubal.
Il silenzio. Perché c’era tanto silenzio? Perché Malbranque si nascondeva, invece di darle apertamente la caccia? Era riuscito a infangare il suo nome, a sottrarle anche la gioia del martirio. Ormai poteva muoversi a piacimento contro di lei: tappezzare la città di manifesti, indire una conferenza stampa, mettere una taglia sulla sua testa.
Perché invece cercava di prenderla in trappola?
Non era già in trappola?
«Basta con questa guerra, Miriam» disse Jubal. «Hai perso. Ammettilo e facciamola finita. A cosa servirebbe farsi uccidere? Scappa. Piazza Olano è a cinquecento cubiti da qui. C’è un autobus in partenza ogni venti minuti. Traghetta oltre lo Stige e non guardarti indietro.»
Miriam fu tentata di dargli ascolto. Poi rifletté che Malbranque stava commettendo una grave imprudenza, permettendole di fuggire. Anche se oggi era sola e sconfitta, niente le impediva rimettersi in piedi, di riorganizzarsi, di cercare alleati, una volta al sicuro. A Encelado nessuno si sarebbe messo contro Hub, ma ad Alameda era un’altra storia. Lì Hub aveva molti nemici, ed erano di gran lunga più ricchi e potenti di lui. Una volta entrati in possesso delle informazioni che Miriam aveva raccolto negli anni, niente avrebbe impedito loro di schiacciare l’antico rivale.
Altro che imprudenza: era una vera follia.
Ma Hub e Malbranque erano certi che Miriam non sarebbe fuggita. Sapevano che il suo desiderio di uccidere Malbranque era indomabile.
Si sporse ancora a guardare la casa. Una delle tende si mosse, un’ombra trascorse sul tessuto. I gendarmi la aspettavano dentro! E Malbranque era con loro. Miriam riusciva quasi a vederli in fila dietro le finestre, con le pistole spianate.
Si nascondevano perché la temevano, perché erano consapevoli che poteva ancora vendicarsi.
Si sporse ancora per studiare il percorso. Non c’era da stare allegri. Sarebbe rimasta fuori tiro solo per pochi passi, dall’angolo della garitta fino al cancello. Poi doveva attraversare l’incrocio, cercare riparo dietro uno steccato alto appena un paio di cubiti, e percorrere il vialetto in totale balia del nemico. E non aveva modo di evitare il semaforo spento, che brulicava di salamandre. Un grosso azzardo. Quando si riunivano in branco, le salamandre diventavano molto aggressive. Miriam le osservò. Erano ancora molto indaffarate. Per qualche oscura ragione avevano radunato i cadaveri delle salamandre uccise dall’automobile ai piedi del semaforo, e ora adornavano il marciapiede con ghirlande di frattaglie e intestini. Sembrava una specie di rito funebre.
O la preparazione di un banchetto.
L’orrore le torse lo stomaco. Ricordò la sera di due settimane prima, quando aveva trovato il coraggio di dare un’occhiata a quello che succedeva in soggiorno e subito si era pentita di averlo fatto.
Scacciò il pensiero e tornò a concentrarsi sul piano. In realtà la questione era semplice: doveva arrivare alla porta senza morire. Una volta dentro poteva solo sperare di approfittare della confusione e di sgusciare in qualche modo fino alla camera.
«Sarebbe questo il tuo piano?» disse Jubal allarmato. «Correre più veloce che puoi e intanto sperare di non incappare in un proiettile? Che razza di piano sarebbe?»
Miriam non poteva dargli torto. Non era certo il piano più elaborato che potesse venirle in mente. Ma aveva tanta fretta di entrare in azione, che non riusciva a escogitarne un’altro. E poi a cosa sarebbe servito? Era da sola contro Hub, Malbranque e chi sa quanti altri. Nessun piano poteva salvarle la vita. Tanto valeva sfogarsi con una bella sparatoria.
Prese le chiavi di casa dalla borsa.
Gettò a terra la borsa.
Tolse le scarpe.
Si accucciò per prendere lo slancio.
Prese un lungo respiro.
Partì.
Nel momento che lasciò il rifugio, sentì arrivare il primo proiettile. In realtà non lo sentì davvero, l’affanno e l’improvviso afflusso di sangue al cervello l’avevano completamente assordata, ma ne percepì la fatale vicinanza, ne presagì il tocco. E fu anche abbastanza sicura di averlo schivato. Poi, mentre gli altri arrivavano in uno sciame fischiante, i suoi pensieri sparirono, oscurati dalla necessità fisica di rimanere in piedi, di non perdere lo slancio, di respirare con regolarità. Non si rese conto di attraversare la strada o di superare l’incrocio, e solo il suo corpo fu consapevole del balzo con il quale sorvolò le bocche protese delle salamandre. Colse un barlume di luce solo quando i suoi piedi toccarono le pietre del vialetto e cominciò a sospettare di essere ancora viva, molto probabilmente illesa. Un ultimo affondo, che consumò quel po’ di fiato che ancora aveva in petto, e raggiunse la porta d’ingresso.
Protese la chiave verso la serratura.
La chiave mancò la serratura e cadde a terra, tra lo zerbino e la porta.

Encelado – Capitolo 35

Il salone aveva tutta l’aria di essere molto grande, forse perfino più grande della biblioteca, ma era impossibile dirlo con certezza. Siccome era scarsamente illuminato da pochi candelabri sparsi alla rinfusa, non se ne vedevano le pareti, e solo il giro delle correnti d’aria e il suono dei passi sul marmo davano un’idea approssimativa delle sue dimensioni. Un’idea che poteva anche essere del tutto errata, considerando la natura indecifrabile di Palazzo Hub.
Un tappeto verde tagliava in due il salone. Il pavimento era composto da rombi di porfido rosa alternati a rombi di marmo nero. Colonne di porfido sorreggevano a mazzi di sette una ricca copertura di legno a cassettoni, al centro di ognuno dei quali c’era una tela in stile antico. Le tele raffiguravano scene di mitologia agreste.
Mentre si inoltrava con Malbranque nel salone, Moreira osservò con attenzione i dipinti. Il soffitto era stranamente basso, forse meno di quattro cubiti, e si aveva quasi l’impressione di camminare in quei paesaggi bucolici. Evangelista Hub era il protagonista di ogni scena: in questa incantava le fiere con una siringa a sette canne, in quella si nascondeva tra i cespugli e spiava una ninfa che faceva il bagno, in una lottava con un fauno per preservare la virtù di una fanciulla, in un altra sfidava nella corsa un baldanzoso centauro. Uno strano modo di raffigurare un uomo così potente. Ma la cosa più strana era che l’Evangelista Hub dei dipinti era sempre ritratto come un vecchio decrepito, anche quando si dedicava ad attività tipicamente giovanili. Il risultato finale era una feroce, delirante parodia.
Malbranque e Moreira seguirono il tappeto verde ancora per un bel po’. A quel punto divenne chiaro che il salone era davvero grande, perfino più grande di quanto sembrava all’inizio. Poi Moreira sentì odore di tabacco e notò un filo di fumo azzurro che si attorcigliava alla luce delle candele. Qualcuno stava fumando una sigaretta.
Chi altri, se non Evangelista Hub?
Moreira fu preso dal panico. Stava davvero per incontrare Hub. E per assistere al suo assassinio. Ma sarebbe stato davvero un assassinio? In realtà l’idea che Miguelarcangel avesse pagato Malbranque per uccidere suo padre gli sembrava sempre meno persuasiva. Ma il vuoto lasciato dalla dissoluzione di quell’ipotesi era attraveraato dall’eco di dubbi e domande che lo inclazavano e assediavano. Prima di tutto: come interpretare quello che era successo alla centrale? All’inizio Moreira aveva considerato la morte di Sekidos un’esecuzione, ma ora gli sembrava piuttosto un distorto suicidio. L’ingegnere aveva urlato, sparato, aveva scagliato contro Malbranque tre automi assassini, ma alla fine aveva firmato, si era inginocchiato ed era andato incontro alla morte con la tranquillità di un uomo che ha ormai perso la voglia di vivere. un cambiamento così drastico, che Moreira era arrivato a pensare che Malbranque possedesse una qualche capacità di manipolare la mente, che avesse soggiogato Sekidos con quei suoi strani occhiali da aviatore. Ma era un’ipotesi molto azzardata, alla quale non riusciva a credere fino in fondo. E allora? dove stava la verità.
Anche quello che Malbranque aveva detto alla Cuspide, quando Miguelarcangel aveva chiesto della Faland, gli dava da pensare. Malbranque aveva spiegato che la Faland esaudisce i desideri. Sul momento a Moreira era sembrata una presa in giro, un modo per mettere in ridicolo i pezzi grossi del comitato, ma ora, in quell’assurda stanza buia, al cospetto dell’uomo che aveva regnato su Encelado per oltre trent’anni, quelle le parole acquistavano un terribile colore di verità.
Cos’era questa Woland che nessuno conosceva e che tutti temevano come la morte?
Si fermarono davanti ad alcune colonne azzurre. Le colonne delimitavano un piccolo ambiente circolare, che sembrava l’unica parte abitabile della sala.
Il fumo di sigaretta veniva da qui.
«Presidente Hub?» disse Malbranque, facendo sobbalzare Moreira.
Una voce roca: «Si accomodi, signor Malbranque.»
Malbranque si avvicinò alle colonne azzurre e attraversò le volute di fumo che si contorcevano tra i fusti. Moreira invece esitava, bloccato da un terrore che lui riconosceva come insensato ma al quale faticava a opporsi. Dovette dar fondo a tutto il suo coraggio per addentrarsi nell’ultima dimora terrestre di Evangelista Hub.
La prima sensazione che provò fu di sollievo. Le colonne azzurre sorreggevano una cupola semicircolare del diametro di circa dieci cubiti, che rispetto ai cassettoni era un notevole miglioramento, perché non sembrava doverti schiacciare da un momento all’altro. Ma la cupola era affrescata con immagini così oscene e inquietanti, che il sollievo sparì subito, soppiantato da un profondo malessere.
Era impossibile contemplare l’affresco senza sentirsene offesi. Su uno sfondo color sangue, che a guardarlo da una certa angolazione somigliava a un cumulo di cadaveri smembrati, si stagliavano alcune figure: un bambino avvolto in una tunica bianca, un re sdraiato languidamente sopra enormi cuscini di raso, alcuni guerrieri coperti di metallo che facevano a pezzi con spade e coltelli una folla di vecchi barbuti, un gigante alto come una montagna che torreggiava su una vasta pianura. Moreira non riconosceva il soggetto dell’affresco e non riusciva a capire cosa lo infastidisse tanto di quelle immagini, ma fu subito costretto a distogliere lo sguardo.
Scoprì allora di trovarsi a meno di dieci passi da Evangelista Hub.
Provò una vertigine metafisica non diversa da quella che aveva provato in ascensore, solo più breve e più intensa, e poi una tale delusione, che gli venne quasi da piangere.
L’aspetto di Hub non aveva niente di sovrumano. Il volto era infestato da una barba stopposa, i capelli bianchi, radi, orribilmente sporchi, le braccia e le gambe ossute e corrugate. Indossava solo da una finanziera grigia e da un paio di mutande a fiori, e dalla puzza si sarebbe detto che non si lavasse da un mese. Somigliava a uno dei tanti vagabondi che si facevano arrestare per passare la notte nelle sale climatizzate del Comando Centrale.
Moreira non riusciva a crederci. E ancora più incredibile era che Hub, al contrario di quanto avevano profetizzato i gemelli, non solo si era accorto della presenza di Malbranque, ma ora gli stava perfino chiedendo scusa. «Spero che non le dispiaccia se non la ricevo nel mio studio, signor Malbranque» disse. «Ma le mie vecchie giunture trovano sollievo solo su questo divano, e non oso allontanarmene troppo.»
«Qua o là cambia poco, purché si faccia alla svelta» disse seccamente Malbranque.
Hub si corrucciò, i suoi occhi mandarono qualche scintilla. «Condivido la sua impazienza» disse, «Del resto è da un po’ che aspetto di concludere la nostra piccola transazione.» Un sorriso appena accennato. «Vuole saperlo? Una volta l’avrei trovata una parola inappropriata per definire quello che sta per succedere. Transazione. Oggi no. Oggi trovo che non ne esista una più adeguata.» Il sorriso divenne una smorfia. «Il giorno che ho stipulato il contratto, mentre compilavo tutti quegli insulsi moduli in triplice copia, mi veniva da ridere. La burocrazia è arrivata fino all’inferno, ho pensato. Ma ero uno sciocco. Da quando che il primo cliente ha messo la firma in calce al primo contratto, si è trattato solo di questo, di burocrazia. L’inferno è di carta. Ecco perché brucia così bene.» Soffiò un po’ di fumo azzurro. «Capisco che lei abbia premura, signor Malbranque. È più che naturale, considerata la natura del suo lavoro. Ma come posso lasciarmi sfuggire l’occasione di scambiare qualche parola con l’ultima persona che mi vedrà in vita? Sia paziente. Lo consideri il capriccio postumo di un aspirante cadavere.»
Malbranque chinò la testa, più rassegnato che d’accordo.
«Iniziamo con una domanda» disse Hub. «Ha idea del perché ho deciso di rinunciare ai servizi della sua compagnia?»
Malbranque si strinse nelle spalle. «Non mi riguarda.»
«Dica piuttosto che conosce già la risposta. L’anticipazione è il segreto di ogni buon raggiro, no? D’accordo, raggiro non è la parola giusta. E non si tratta né meno di quella vecchia storia: attento a cosa desideri perché potresti ottenerlo. È passato molto tempo, ma posso ancora difendere le mie scelte. Ho chiesto quello di cui avevo bisogno. E siccome non sono un tipo avventato e ho porto la mia richiesta con molta attenzione, ho ricevuto esattamente quello che avevo chiesto. Sta qui il paradosso. Non ho mai perso la rotta, ho sempre tenuto il timone. Ed è per questo motivo che non posso continuare.»
Sollevò il mento per espirare una nuvola di fumo. Indicò la cupola: «Ha notato l’affresco, signor Malbranque?»
Malbranque alzò lo sguardo, e a Moreira parve che anche lui restasse impressionato da quelle immagini.
Hub sorrise fugacemente: «Orribile, vero? Quando ho fatto costruire questo palazzo, ho assunto i migliori pittori e scultori di Alameda per decorarlo. Ero molto soddisfatto. Ma non della cupola. La cupola è sempre stata il mio cruccio. All’inizio avevo commissionato un albero genealogico della mia famiglia. Ma tutti quei nomi di morti mi deprimevano. Così l’ho fatto coprire con una mappa della Dodecapoli. Ma tutti quei posti lontani e insignificanti mi annoiavano a morte. Solo dopo aver capito cosa stava succedendo alla città, alla mia città, ho chiamato la Faland, su consiglio di Moreno. E loro… voi mi avete mandato questo strano ragazzino di nome Ruben. Aveva degli spaventosi occhi bianchi. Dimostrava al massimo quindici anni. Ha impiegato sei giorni a finire l’affresco, mentre il tizio della mappa è rimasto appeso al soffitto per oltre un mese. Non appena ha scoperto il dipinto, sono quasi morto per la paura. L’ho cacciato via. Ho detto al mio assistente di metterlo sul primo autobus diretto a est. Non è quello che voleva? mi ha domandato il ragazzo, mentre lo trascinavano via. Al contrario, ho risposto, è esattamente quello che volevo. Ecco perché devi andartene subito. Non potrò resistere ancora a lungo all’impulso di ucciderti.»
Hub fissava Malbranque. Moreira si accorse che le sue mani tremavano, mentre il respiro era diventato affannoso. «Osservi la statua, signor Malbranque. Sopra di lei. Osservi la testa. È d’oro, vede? Prima che tutto cambiasse. Poi le spalle e le braccia. D’argento. Quando la cosa ha avuto inizio. Poi ecco il torace. Di bronzo. Quando Sekidos ha cominciato a fare quegli strani discorsi. Poi il ventre e le gambe. Di ferro. Quando anch’io ho cominciato a fare quegli strani discorsi. E alla fine i piedi. Di ferro e argilla. Ora che la montagna sta per franarci addosso.»
Saltò in piedi e coprì con una sola falcata lo spazio che lo separava da Malbranque. Sembrava che volesse aggredirlo. Invece proseguì fino al colonnato e si fermò a guardare la statua, che lo sovrastava come un prolungamento dei suoi pensieri. Solo allora Moreira si accorse di quanto fosse alto. Innaturalmente alto, come avevano detto i gemelli. La sua testa arrivava ai plinti delle colonne, la cupola conteneva a stento l’onda d’urto della sua presenza.

Encelado – Capitolo 34

Quando Miriam arrivò a Turim, non imboccò la strada di casa sua, ma si infilò in un vicolo poco distante, oltrepassò una breccia su un muro di cinta ed entrò nel cortile di una fabbrica in disuso. Attraversò il cortile e si nascose dietro la garitta dell’ingresso principale.
La garitta si trovava a circa cinquanta passi da casa sua, appena aldilà di un incrocio, e da quella posizione Miriam poteva vedere il vialetto, la parete laterale e un po’ del giardino sul retro. Aguzzò la vista, cercando qualche segno della presenza di Malbranque. Un profondo silenzio ristagnava nel quartiere, come se la pioggia di sabbia che aveva continuato a cadere su Encelado fin dall’ora di pranzo avesse seppellito anche i suoni, oltre che le strade e gli edifici. Le case che si allineavano lungo la via sembravano disabitate: solo ogni tanto una mano invisibile muoveva una tenda o una sagoma umana si profilava dietro una finestra. In strada non si vedeva nessuno eccetto le salamandre, che vagavano disordinatamente tra i cortili, fiutando l’aria alla ricerca di cibo.
In realtà era tutto fin troppo tranquillo. Turim non era un quartiere molto vivace, ma quel silenzio… Sembrava che la città fosse sprofondata in una voragine cosmica.
Miriam aderì con la schiena alla parete della garitta e alzò il mento per esalare un sospiro.
Il silenzio era un’altra maschera del nemico. Era Hub a spargerlo, per illuderla che tutto andasse come al solito. Ma lei non si sarebbe più lasciata ingannare: quella pace innaturale tradiva la presenza di Malbranque. Chiuse gli occhi. Strinse forte il tagliacarte insanguinato che si era portata dietro dallo studio del notaio. Da quando era scappata dallo studio, aveva cercato di rimettere in ordine le idee, di elaborare un piano, di stabilire una qualche linea di condotta. Ma non riusciva a concentrarsi. La sua mente era piena di immagini spaventose: i corpi della vedova e del ragazzo stesi sul pavimento dell’anticamera, lo zampillo di sangue fuoriuscito dalla gola del notaio, quando il tagliacarte aveva reciso la giugulare, le interiora del melograno che Malbranque aveva mangiato alla Cuspide. E non importava che in quest’ultimo caso si trattasse di un frutto e non di una persona, perché era sangue quello che imbrattava la bocca di Malbranque, non polpa, sangue.
«Davvero non capisco perché non scappi via, lontano» disse Jubal. «Non può essere solo per orgoglio.»
Miriam lo cercò con lo sguardo, ma non fu capace di scoprire dove si nascondesse.
«L’orgoglio non basta a spiegare tanta ostinazione» disse Jubal.
Miriam mandò un sospiro: «Non ricominciare, per favore.»
«Non hai speranza di vincere o anche solo di restare viva, se prosegui su questa strada. E una volta che sarai morta, chi porterà avanti la tua guerra?»
«E se mi arrendo, chi lo farà?»
«Non sto suggerendo di arrenderti.»
«O la guerra o la resa. Non esiste una terza via.»
«La fuga.»
«E che differenza c’è tra la fuga e la resa?»
«Una differenza abissale. Se ti arrendessi, saresti in mano loro. Potrebbero processarti, rinchiuderti, farti semplicemente sparire. Ma se fuggissi, se ti dileguassi ora che Hub e Malbranque sono sicuri di averti in pugno, procureresti loro un’infinità di guai.»
«Sciocchezze.»
«Ascolta. So che non ti fidi di me. È naturale: solo pochi minuti fa ti ho tradita e ingannata. Ma su questo devi darmi retta. Non capisci che vado contro i miei stessi interessi? Potrei essere punito, se Hub venisse a sapere che ti ho suggerito di scappare. E Hub viene sempre a sapere tutto. Ma sei mia moglie. E anche se la tua rovina è in gran parte merito mio, non mi va che ti uccidano.»
Miriam si guardò attorno, distratta da un rumore metallico. In strada c’erano solo le salamandre. Ma ora non vagavano più alla rinfusa come prima. Sospesa momentaneamente la ricerca di cibo, si erano radunate ai piedi del semaforo spento all’altro lato dell’incrocio. Dal punto in cui si trovava, Miriam non riusciva a vedere cosa stessero combinando, ma erano mplto agitate. Una delle più grosse si era arrampicata sul palo del semaforo e osservava i dintorni come una sentinella. Poi il rumore metallico si ripeté, ed era la porta di una rimessa in fondo alla strada. Un’automobile uscì dalla rimessa, fece manovra sul tappeto di sabbia che ricopriva la strada e si mosse verso la fabbrica. Incurante delle salamandre che si affollavano in quel punto, la donna alla guida, una vecchia con un’enorme matassa di capelli arancioni, attraversò l’incrocio in una nuvola di sabbia. Si sentì uno stridere di ruote, poi una serie di schiocchi. Quando la nuvola si diradò, Miriam vide che l’auto aveva travolto e ucciso alcune salamandre, distendendo al suolo due striscie di sangue e interiora.
«Da dove nasce tutta questa sete di sangue?» disse Jubal. «Quando per te uccidere è diventato più importante che sopravvivere?»
Miriam osservava con disgusto le viscere delle salamandre che imbrattavano l’asfalto.
«Ero pronta a battermi lealmente» disse. «Ma sono stata ingannata e messa in ridicolo. Questo esige vendetta.»
«Vendetta? È questo che stai cercando? Vendetta?»
«Cos’altro mi rimane?»
«Ma come speri di vendicarti? Credi davvero di poter arrivare a Hub?»
«So bene che Hub è irraggiungibile. Ma posso arrivare a Malbranque. Lui presto sarà qui. Anzi, probabilmente è già qui, in attesa del mio arrivo.»
«Ti sbagli. Malbranque non è qui. E non verrà né meno dopo. Verranno solo i gendarmi, che ti faranno a pezzi non appena uscirai dal nascondiglio.»
«I gendarmi? Ma loro non sanno niente di quello che è successo, ricordi? Ho ucciso il notaio prima che potesse denunciarmi. E ho fatto in modo che i cadaveri siano trovati il più tardi possibile. Sono stata molto scrupolosa: ho annullato tutti gli appuntamenti delle prossime settimane e messo un cartello con su scritto che lo studio rimarrà chiuso fino a fine mese per motivi personali. Occorrerà almeno un’altra settimana, prima che qualcuno si insospettisca.»
«Fatica sprecata, Miriam. Non ricordi che Hub e Malbranque sono in combutta con Hidalgo? O ti sei dimenticata di quel ragazzino in uniforme che scodinzolava dietro Malbranque? Malbranque sa cosa hai fatto, perché è lui che ti ha spinto a farlo. E se lo sa Malbranque, lo sa anche la gendarmeria. A quest’ora Hidalgo avrà già spiccato un ordine di cattura a tuo nome.»
«Ma allora perché mi hai suggerito di uccidere il notaio, se non per evitare che chiamasse i gendarmi?»
«Ma per metterti ancora di più nei guai, sciocca. Sono o non sono un alleato di Hub? Il mio compito era rovinare la tua reputazione, ed è esattamente quello che ho fatto. Ma non credere che sia stato difficile. Be’, forse un po’ all’inizio, quando si trattava di uccidere la vedova e il ragazzo, che non ti avevano fatto niente. Ho dovuto pasticciare con il tuo ricordo peggiore, e non è stato piacevole, perché è anche il mio ricordo peggiore. Ma una volta che hai preso l’avvio, è bastato tirar fuori una scusa qualunque per mandare al macello anche il notaio.»
Miriam fu colta dalla disperazione: «Non posso credere che mi hai ingannato di nuovo.»
«Non dire sciocchezze. Non ti ho ingannato. Non hai creduto né meno per un istante che il notaio fosse pericoloso. Lo hai ucciso solo perché ne avevi una gran voglia. Ma non darti pena. Gli hai fatto un favore.»

Encelado – Capitolo 32

Moreira portò la mano alla pistola e si preparò a difendersi dall’attacco di Malbranque. Ma Malbranque non ce l’aveva con lui. Continuava a carezzare la testa dell’oca e seguiva tra il confuso e il divertito le sue mosse.
«Che immaginazione» disse Alfonso(?). «Ha inventato da solo questa favola, gendarme Moreira, o l’ha aiutata Hidalgo?»
«La smetta di impicciarsi, Moreira» disse Malbranque. «Rischia di finire nei guai.»
«Deve credermi, avvocato» disse Moreira. «Ormai ne ho la certezza: Miguelarcangel ha commissionato l’omicidio del suo stesso padre.»
Alfonso(?) avvicinò le sopracciglia: «Ancora una parola su Miguelarcangel, Moreira, e le faccio immediatamente causa.»
Moreira era allibito: «Ma non capisce…»
«Stia zitto» disse Malbranque. «Questi sono avvocati: se dicono che la fanno causa, le fanno causa sul serio.» Trasse un profondo respiro. «Avvocato Laufer, torniamo sempre allo stesso vicolo cieco. Lei può imperversare quanto vuole, ma non può impedirmi di entrare in quella stanza e di vedere il presidente. Le sue arringhe non mi toccano e la sua disapprovazione non turberà il mio sonno. Io sto sprecando tempo. Ma lei sta sprecando fiato.»
A questo punto il tono di Alfonso(?) si addolcì. «Miguelarcangel che commissiona l’assassinio di suo padre?» disse, come parlando a se stesso. «Potrebbe anche darsi, sa? Quel ragazzo è così pieno di sé, così abituato a dettare legge, che ci avrà anche fatto un pensiero. Per questo lo teniamo d’occhio. E per questo siamo sicuri che non ha mosso un dito. È talmente pigro. Gli piace circondarsi di adulatori e inveire, ma è tutta scena. Allontanarsi dai salotti mondani per mettersi alla ricerca di un’arma o di un sicario? Non è da lui.» Sorise. «Sa cosa racconta? Che droghiamo il presidente. Che lo teniamo in schiavitù. È un bambino ferito. Da quando è morta sua madre, è rimasto solo. Siamo stati Alvaro ed io a insegnargli ad andare in bicicletta, quando aveva sette anni. Alfonso invece lo aiutava con i compiti. Ma nessuno di noi ha mai avuto molto talento per le relazioni personali, e il risultato…» Alzò su Moreira uno sguardo di rabbia. «Ma ora tutto questo non ha alcuna importanza. Speculare su chi ha commissionato l’omicidio del presidente Hub non impedirà che l’omicidio avvenga.» Alzò gli occhi su Malbranque. «La priorità è mantenere vivo il presidente. E a quanto pare io non sono in grado di farlo.»
Suscitando il raccapriccio di Moreira, sfilò il cavo che gli usciva dalla gola. L’oca ebbe una specie di sussulto, si alzò sulle zampe palmate e rotolò a terra, trascinata da Alfonso(?), che stava porgendo il cavo a uno degli altri gemelli. Il prescelto era il gemello di destra, quello che Moreira aveva battezzato Alvaro(?).
Alvaro(?) prese il cavo e lo collegò alla placca che aveva in gola con la stessa raccapricciante naturalezza di Alfonso(?). L’oca ebbe di nuovo sussulto, mentre Alvaro(?) si alzava in piedi. Alfonso(?) si fermò accanto a lui.
«Come faccio a spiegare a uno straniero quanto sia importante Evangelista Hub per noi ladesi?» disse Alvaro(?). «Quanto sia fondamentale la sua guida? Nessuno di noi potrebbe concepire un mondo che non ruoti attorno al suo astro.»
Malbranque fu colto dalla disperazione: «Non cominci anche lei, la supplico! Non attacchi un discorso anche lei.»
«Ottanta anni fa Encelado non esisteva. Dopo oltre un secolo di declino e abbandono, la Porta d’Oro, l’antica residenza del Fuoco più ricco e popoloso del quadrate sud occidentale, era ridotta a un villaggio di pastori. le Sette Oasi a sette pozzanghere, la Porta d’Occidente a un assembramento di baracche. Poi alcuni alamedesi lungimiranti intuirono le potenzialità della rete idrica sotto le Oasi: riunirono i villaggi in un embrione di città e coniarono il nome Encelado. Ma è stato Evangelista Hub a trasformare Encelado in una vera città, ottava in ordine di grandezza tra le prefetture della Dodecapoli.»
Malbranque aveva smesso di protestare, rassegnato a sorbirsi anche questa tirata. Moreira non capiva perché non imboccasse la porta per l’appartamento di Hub. I gemelli non potevano certo fermarlo, e le guardie erano troppo ubriache per fare altro che giocare a carte. Perché allora Malbranque restava ad ascoltare tutti quei discorsi così noiosi?
Ma poi Moreira ricordò come era stato contento di combattere contro gli automi di Sekidos, e allora capì cosa stava aspettando. Aspettava una battaglia. Sperava che i Laufer cercassero di fermarlo con la violenza. E anche se ormai era piuttosto chiaro che i gemelli non avrebbero fatto altro che parlare, ancora non se la sentiva di rinunciare allo scontro che aveva pregustato.
Moreira toccò la pistola. Forse poteva accontentarlo lui, ora che era distratto. Bastava solo un po’ di coraggio.
Mentre Alvaro(?) parlava, Moreira cominciò a sfilare un po’ alla volta la pistola dalla fondina.
«Quando Evangelista Hub è arrivato a Encelado, noi tre avevamo vent’anni» disse
Alvaro(?). «Lavoravamo come praticanti da Jardinero e Mariposa, uno studio di Turim. La nostra famiglia era a Encelado da due generazioni, dai tempi della rinascita: nostro nonno era uno degli operai che hanno costruito la vecchia centrale elettrica di Nardim. Stavamo in uno stanzino accanto all’ingresso, compilavamo memorie e mozioni tra una segaretta e l’altra, quando ecco Hub è irrotto l’anticamera con il suo passo da ragno. C’era una strana luce quel mattino, le pareti bianche dell’anticamera erano spruzzate di rosso e di azzurro, come per un’alba. Il presidente Hub si è guardato attorno con quei suoi occhi che si impadroniscono immediatamente di tutto quello che vedono. Anche l’aria sembrava appartenergli. Ancora non lo sapevamo, ma eravamo soggiogati. Hub aveva appena rilevato una quota della Compagnia Elettrica e voleva l’assistenza di un legale del posto. Noi lo studiavamo di sottecchi. Aveva circa quarant’anni. Era l’uomo più arrogante che avessimo mai conosciuto. Lo odiavamo. Ne avevamo paura. Era alto, ma non solo alto, altissimo, innaturalmente alto, con la faccia scavata, gli occhi grigi, le braccia, le gambe sottili. Indossava un abito grigio chiaro, con la camicia e la cravatta azzurre. Quando stava per andare via, pochi minuti dopo il suo arrivo, un piede sulla porta un altro fuori, ha gettato uno sguardo allo sgabuzzino dove stavamo noi. Ci fissava. Lo fissavamo. Non per sfida, ma perché non potevamo farne a meno. Loro, ha detto Hub. L’avvocato Jardinero ha scosso la testa, ha detto che eravamo praticanti, che non avevamo l’abilitazione. Il presidente Hub ha stretto le spalle: il giorno che avranno l’abilitazione, mandateli da me.»
Moreira aveva tirato quasi del tutto fuori la pistola. Ma era rimasto con le dita strette al calcio. Non gli bastava il coraggio per finire quello che aveva cominciato. Il tono di Alvaro(?) aveva svigorito la sua volontà. Gli sembrava che il gemello non stesse cercando di convincere Malbranque a non uccidere Hub, ma stesse solo facendo un elogio funebre.
«Per merito del presidente Hub tutto qui è diventato più grande» disse Alvaro(?). «Hub non si è limitato a ingrandire e ad arricchire la città, ma l’ha anche liberata dal giogo di Alameda. Fino al suo arrivo, Encelado era una colonia di Alameda. Non era né meno una prefettura a se stante. A lui questo non andava giù. Poi un certo Sekidos gli ha presentato il progetto di una centrale termoelettrica di nuova concezione, e lui ne è stato entusiasta. La costruiremo subito, ha detto a Sekidos. A ovest, a Mercato Vecchio. O a Sojo. Quale posto migliore di Sojo? La Porta d’Occidente, l’ultimo baluardo. Grazie alla nuova centrale, nell’arco di soli dieci anni la Compagnia Elettrica Occidentale ha decuplicato la quantità di energia prodotta e triplicato l’area di distribuzione, diventando il maggior fornitore energetico del quadrante sudoccidentale.» Prese un lungo respiro, che risuonò attraverso l’oca come una specie di rombo. «L’età dell’oro. Come ai tempi delle carovane. Ma non era tutto cosi perfetto. Al contrario. Le cose diventavano sempre più difficili e complicate. Bisognava badare ai nemici alamedesi, che volevano riprendersi la loro colonia, con i rivali ladesi, che non tolleravano il giogo della nascente tirannia, ma soprattutto con il deserto, che non ha mai smesso di contrastare la nascita della città. E non si trattava del mite Deserto Azzurro o dell’aspro Deserto dei Titani, domati dalle genti di Paro e di Thecla: il nemico era la sterminata, invalicabile distesa alla quale nessuno ha mai osato dare un nome. Il deserto senza nome non ha mai smesso di contrastare la rinascita di Encelado, cercando di riconquistare con ogni mezzo quello che gli appartiene da milioni di anni.»

Cometa – Parte II

«Sei come noi.»
«Lo ero. Forse non lo sono più.»
«Sei come noi.»
«Ho visto molte cose oltre il dirupo.»
«Sei come noi.»
«Lei mi ha portato in alto, tra le correnti della Coda, tra le nebbie eterne del Guscio.»
«Sei come noi.»
«Abbiamo attraversato i Dodici Mari di Latte, abbiamo scalato le Zanne del Lupo Bianco, abbiamo varcato i confini delle Pianure di Zucchero per rubare i segreti delle Miniere di Luce, dalle quali il Volto attinge il suo potere.»
«Sei come noi.»
«Ho conosciuto altre Ombre. Le loro voci erano diverse dalle vostre, ma dicevano le stesse parole. In ogni anfratto, in ogni crepaccio si annidano Ombre che non capiscono la Luce. Voi credete che solo la Conca Azzurra dia ricetto alla gente d’Ombra. Ma la gente d’Ombra ignora se stessa. La gente d’Ombra ignora tutto, se non le conche dove cerca riparo dal tocco della Luce. Dovrei dimenticare troppe cose, per tornare insieme a voi.»
«Sei come noi.»
«Credete che il mio posto sia qui?»
«Sei come noi.»
«Come potrei tornare alla Conca Azzurra e dimenticare tutto quello che ho visto? Come potrei dimenticare le aurore distese dal riso della Giovane Cometa?»
«Sei come noi.»
«Come potrei tornare, ora che ho conosciuto la Luce e non ne ho più paura?»
«Sei come noi.»
«È vero. A volte sogno di tornare nel ricettacolo dell’Ombra. Sogno gli anfratti, il tepore del segreto. I miei occhi sono ancora neri e solo con paura e ribrezzo riflettono le diverse Luci che ho conosciuto nei miei viaggi. A volte la Luce della Giovane Cometa urta contro il mio corpo oscuro, allora la solitudine mi fa tremare, e desidero tornare dalla mia gente.»
«Sei come noi.»
«Non ho mai smesso di esserlo. Anche quando ammiravo le aurore della Grande Coda. Anche quando imparavo i segreti del Volto alle Miniere di Luce. Anche quando gridavo di gioia attraversando i Dodici Mari di Latte.»
«Sei come noi.»
«Anche quando l’amore della Giovane Cometa varcava mia la pelle d’Ombra e rischiarava il grumo di caligine che batte dentro il mio petto.»
«Sei come noi.»
«È vero. Sono come voi.»

Perduta nella Luce della Grande Coda, la Giovane Cometa dimenticò il Bambino d’Ombra. Solo un piccolo nucleo grigio offuscava ancora la sua mente: ma lei aveva dimenticato qual era il nome di questo nucleo, e pensava fosse un offuscamento della sua stessa Luce causato dal dolore.
Soffriva. Soffriva perchè sapeva di aver perso qualcosa. E anche se non ricordava più cosa, il ricordo dell’amore che aveva provato bastava ad affievolire la sua sostanza.
Si librava al di sopra della Conca Azzurra, avvicinandosi pericolosamente ai Dodici Pinnacoli e alla Tana del Volto. Il Volto era la sua meta. Questo lo ricordava. E la sua origine. Tra le fauci del Volto era stata forgiata la piccola scheggia di roccia, ghiaccio e metallo che era diventato il suo nucleo. Ricordava ancora il momento che aveva scoperto di non esser più parte del Volto ma il seme di qualcosa di nuovo. Epure non si era ancora affrancata dall’influsso del Volto, né poteva dire di aver portato a compimento l’identità promessa.
Si riscosse, cercò affannosamente di tornare verso terra. Era il Volto, il tiranno, ad addormentare i suoi ricordi. Come la gente d’Ombra desiderava il ritorno del Bambino d’Ombra, così il Volto desiderava riaverr la Luce che lei gli aveva sottratto. Per questo la chiamava, cercava di farla avvicinare abbastanza per catturarla.
Per questo lei aveva dimenticato. Ma non aveva ancora dimenticato del tutto.
Si dibatté per vincere la forza che l’attirava. Fluttuò in basso, cercando rifugio nella penombra. Non aveva ancora dimenticato del tutto. Restava quel piccolo nucleo d’Ombra. Un nucleo d’Ombra che non faceva parte della sua sostanza, ma veniva da fuori, e che un tempo era stato sia fuori sia dentro di lei.
Solo allora la sua identità, la sua singolarità, era sbocciata, liberandola dall’influsso del Volto. Per un tempo che non ricordava, ma che era certa di aver vissuto, era stata uno: uno nell’abbraccio dell’Ombra, al cospetto di un amore così concreto, che la sua sostanza era stata sovvertita. Solo allora la Giovane Cometa si era affrancata dalla tirannia della sua origine.
Grazie al Bambino d’Ombra.
Ricordò. Ricordò il volto strinato, percorso da nastri neri. Ricordò gli occhi infossati, che a volte erano attraversati dal riflesso delle sue aurore e arcobaleni, altre erano volte refrattari alla Luce. Come aveva potuto dimenticarlo? Quanto tempo era passato da quando lui era entrato nella regione d’Ombra per parlare alla sua gente? Quanti respiri aveva mandato il Volto da quando si erano separati?
La Giovane Cometa chiuse gli occhi. Solo allora si rese conto di quanto fosse stata vicina a perdere se stessa. Aveva temuto che il Bambino d’Ombra cadesse nel sortilegio della sua gente e tornasse da loro per sempre. Ma anche lei era stata sul punto di soccombere al sortilegio del Volto. Adescata dalla Luce, cullata dalla canzone della Grande Coda, era diventata così luminosa, da perdersi nel Volto. Solo il dolore l’aveva tenuta insieme. Il sortilegio però non svaniva. Se il Bambino d’Ombra non fosse tornato in fretta, lei si sarebbe persa.
Sedette sull’apice di un grande arcobaleno. Osservò con preoccupazione i fasci di Luce che uscivano dalle gole tra i Pinnacoli e fendevano la Grande Coda fino agli strati più esterni, al Vuoto oltre la Coda. I fasci di Luce provenivano dal Volto, ma erano solo un pallido riflesso del suo potere. Il potere della gente d’Ombra era niente al cospetto del potere del Volto. Se perfino lei, che era nata da quel potere, che era un frammento di quello stesso potere, aveva rischiato di sciogliersi al suo cospetto, il Bambino d’Ombra sarebbe stato incenerito solo avvicinandosi alla Tana.
La Giovane Cometa si domandò se non dovesse augurarsi che il Bambino d’Ombra restasse fra la sua gente e dimenticasse il folle desiderio di interrogare il Volto.
«Il Volto non ha risposte» disse alle aurore e agli arcobaleni. «Il Volto non conosce la verità. È la verità. E se tentasse di comunicare se stesso ai suoi figli, i suoi figli morirebbero fra atroci tormenti.»
Eppure avrebbe accompagnato il Bambino d’Ombra fino al Volto e non avrebbe né meno cercato di dissuaderlo. Fluttuare fra l’Ombra e la Luce, sgusciare al confine di due regioni così diverse, era una vita troppo sottile da vivere.
L’arcobaleno si ruppe, spezzato in più parti da un guizzo di Luce emanato dal Volto. La Giovane Cometa scese verso la Conca Azzurra, avvicinandosi alla regione d’Ombra dove era sparito il Bambino d’Ombra. Lo chiamò con alcuni arcobaleni verdi e gialli e con delle aurore blu che si dissolsero nella regione.
«Torna presto» dicevano le aurore blu.

«Sono come loro» disse il Bambino d’Ombra.
«Tornerai da loro?»
Il Bambino d’Ombra si voltò a osservare la regione d’Ombra. Era uscito dalla regione d’Ombra da meno di un respiro, ma sembrava che ne avesse già nostalgia.
Poi il Bambino d’Ombra si voltò a guardare la Giovane Cometa. I suoi occhi si liberarono dal groviglio di presagi e di ricordi che li offuscava e mandarono riflessi bianchi e azzurri
«No» disse il Bambino d’Ombra. «Non tornerò da loro. Devo fare la mia domanda al Volto. Questo è più importante della mia origine.»
«Ora conosci la domanda?»
«Sì.»
«Dimmela, così ti dirò se è pericolosa. Se la risposta del Volto rischierà di incenerirti.»
«E se fosse pericolosa?»
«Non dovresti farla.»
«Cosa dovrei fare allora?»
La Giovane Cometa spiccò una scintilla dorata, l’esistenza della quale durò solo il tempo di venire al mondo. La scintilla significava: non lo so.
«Domandargli qualcos’altro» disse poco dopo.
«E cosa?»
Un’altra scintilla dorata.
«È questa la mia domanda» disse il Bambino d’Ombra. «È stato molto difficile trovarla. Doloroso. Lo sai bene, perché è anche la tua domanda. L’unica che ha senso fare. Quindi, cosa importa se è pericolosa oppure no? È la sola che abbiamo. La sola alternativa a questa domanda…»
«…è il silenzio.»
«Sì.»
«È una domanda pericolosa. Sarai incenerito. E io mi perderò nella Luce del Volto.»
«Ma se non la facciamo, quello che ci taglia in due continuerà a tagliarci in due. E alla fine moriremo lo stesso. Più lentamente. Meno dolorosamente. Ma moriremo.»
«Potremmo oscillare tra l’Ombra e la Luce. Come abbiamo fatto finora.»
«Saremmo tagliati in due.»
«Potremmo vivere in cima alle creste, al culmine dei dossi, sulle giogaie.»
«Lo abbiamo fatto finora. Ma la ferita che spezza i nostri cuori è diventata sempre più profonda.»
«È una domanda pericolosa.»
«Non sei costretta a venire. In effetti preferirei che non venissi. Resta qui. Lascia che vada da solo.»
«No.»
«Ma tu non vuoi fare la domanda. Non ha senso che venga anche tu.»
«Se tu vai io vengo.»
«Non sei costretta.»
«No. Ma vengo lo stesso.»
«Farò la mia domanda.»
«Io la farò con te.»
«Forse moriremo.»
«Forse no.»
«Ma tu credi di sì.»
«A volte sbaglio.»
«Non è mai successo.»
«Allora moriremo.»

Gli occhi del Bambino d’Ombra erano stretti a causa della Luce accecante che usciva dalle gole tra i Pinnacoli, ma anche perché temeva che la giovane Cometa morisse nella spaventosa impresa di parlare al Volto.
Avrebbe vpluto cercare di nuovo di dissuaderla. Ma sapeva che era inutile. Durante il periodo che aveva trascorso nel paese delle Comete, aveva capito che le Comete seguono la loro orbita nonostante tutto, che solo i cataclismi stellari potevano sviarle. La Giovane Cometa aveva scelto la sua orbita intorno a lui, e lui non era in grado di produrre cataclismi stellari.
Ora le voci della sua gente era allarmate. Non lo insultavano più. Gli dicevano solo: torna indietro, morirai. Il terrore del Volto echeggiava in tutte le regioni d‘Ombra che costellavano la Conca Azzurra.
«Non ascoltare» disse la giovane Cometa.
«Non preoccuparti» rispose il Bambino d’Ombra.
Il suolo si inclinava verso una delle gole tra i Pinnacoli. La gola era molto stretta, fiancheggiata da alte muraglie di roccia e di ghiaccio. Portava a una parete di Luce accecante, dalla quale ogni tanto sprizzavano arcobaleni e aurore elettriche che consumavano la pelle del Bambino d’Ombra.
Quando arrivarono all’imbocco della gola, le voci delle Ombre si spensero. Nel silenzio di Luce, si sentiva solo uno sfrigolio, un bisbiglio sotterraneo.
«Cos’è questo suono?» domandò il Bambino d’Ombra.
«È la verità come la pronuncia il Volto» disse la Giovane Cometa. «Ora è ancora pallida. Ma quando saremo vicini al Volto, il suo suono sarà così assordante, che rischierà di farci impazzire.»
«Ma potremo conoscerla. È questo che vogliamo.»
«Non si può conoscere la verità come la pronuncia il Volto. Si può solo temerla.»
Il volto del Bambino d’Ombra fu percorso da due nastri neri. «Cosa dovremo fare allora?»
«Non lo so. Forse fare la nostra domanda prima che la verità ci annienti.»
«E come sentiremo la risposta?»
La Giovane Cometa emise un delicato arcobaleno, che andò verso il Bambino d’Ombra e gli carezzo una guancia.
«Ho capito» disse il Bambino d’Ombra «non ci sarà risposta.»
Proseguirono. Le pareti si avvicinarono, li chiusero in una specie di galleria. La Luce accecante rimbalzava sulle rocce e sulle lastre di ghiaccio, rompendosi in raggi multicolori che sventagliavano ovunque e si spezzavano contro la parete opposta. Aurore e arcobaleni galleggiavano ai piedi delle pareti.
Il passo del Bambino d’Ombra diventava sempre più faticoso. La Luce staccava dal suo corpo strisce di pelle sempre più grandi. Il Bambino d’Ombra respirava con difficoltà l’aria satura di Luce e ogni respiro arroventava la sue interiora.
Ormai era certo di morire. Al cospetto della più profonda sovversione che avesse mai conosciuto, capiva quanto fosse labile la sua esistenza.
Anche la Giovane Cometa stava morendo. Non perché fosse consumata dal suo opposto, ma perché la sua sostanza era così simile alla sostanza del Volto che rischiava di esserne assorbita. La sua sofferenza non veniva dal conflitto, ma da una spaventosa somiglianza. L’alone che la circondava si perdeva nella Luce del Volto, le aurore e gli arcobaleni che emanava erano rubati da quelli più grandi emanati dal Volto. Anche le scintille dei suoi occhi si annientavano al cospetto dello sguardo del Volto.
Le pareti della gola si distanziarono. Una distesa di ghiaccio secco e di polvere incandescente apparve davanti a loro. Sulla distesa tiranneggiava la Luce del Volto. I Dodici Pinnacoli che circondavano la Tana erano ormai così gonfi di Luce, da essere invisibili. Non si vedevano più né meno le aurore e gli arcobaleni prodotti dai giochi della Luce sul ghiaccio.
C’era solo bianco.
Avanzarono ancora per molti respiri. Presto si resero conto che non sarebbero più tornati indietro. Continuarono.
Il Bambino d’Ombra era sempre più chiaro. Il suo nero era sbiadito in un grigio quasi bianco, i suoi occhi ridotti a punte di spillo. La Giovane Cometa non esisteva quasi più. La coda e il guscio luminoso che avvolgevano il suo cuore di roccia e metallo erano quasi evaporati. Solo il cuore era ancora visibile: ma il cuore era così irresistibilmente attratto dal Volto, che presto non avrebbe potuto si sarebbe fuso alle rocce che il Volto masticava senza fine.
La voce del Volto era diventata tonante. Alla fine risucchiò ogni altro suono, rubando persino i loro pensieri. La verità albergava in quella voce. Ma era troppo grande perché potesse essere compresa.
Allora il Bambino d’Ombra e la Giovane Cometa seppero che sarebbero morti. Si fermarono in mezzo della distesa. Contemplarono il globo rovente che rombava davanti a loro e subito divennero ciechi.
«Fai la tua domanda» disse la Giovane Cometa.
Il Bambino d’Ombra annuì. Raccolse l’energia che gli restava, quel po’ di grigio che ancora lo distingueva dal bianco, si voltò senza vederla verso la Giovane Cometa per dirle addio e prese un lungo respiro.
Fece la sua domanda.

Una tiepida notte stellata era distesa sulla città. Il calore dell’attività umana si diffondeva in tutta la pianura, producendo vapori che offuscavano lo splendore del sereno. L’afrore delle stalle, nelle quali buoi, vacche e muli riposavano anfanando, copriva con un velo i vicoli della città. Gonfi di vino, le narici sature del profumo delle spezie e degli oli, alcuni mercanti dondolavano tra i miasmi.
«Conosci il nome di questo posto?»
«Questo non è un posto. Questa è la verità come la pronuncia il Volto.»
«È cosa significa questa verità?»
«Niente. Te lo avevo detto. Non si può comprendere la verità come la pronuncia il Volto. Se si fanno domande al Volto, o si rimane inceneriti, oppure…»
«Oppure?»
«Oppure questo.»
Fluttuavano sopra la città, tra le Ombre che ristagnavano in cima alle case e sull’apice dei capanni. Ma le Ombre non chiamavano, non avevano vita né voce. Ne toccarono una, ma non successe niente. Nessuno dei due era sorpreso. Questo posto era il Volto e Il Volto sovvertiva ogni cosa. Restare sorpresi significava illudersi di poter controllare i capricci del Volto.
Vagarono ancora a lungo, incerti sulla via. Dopo un po’ videro una finestra illuminata. Si avvicinarono. Sbirciarono dalla finestra. Videro un vecchio avvolto in una tunica verde che vegliare sul sonno di una donna e di una bambina. Una candela ai piedi del letto diffondeva una Luce calda.
L’espressione del vecchio era di dolore e nostaglia. Sembrava che vegliasse non solo per proteggere le donne, ma per dir loro addio senza che se accorgessero.
«Qual è il nome di questo?»
«il nome non ha importanza. Questo è il Volto.»
«Ma qual è la risposta alla mia domanda?»
«Non so. Non si può esserne sicuri. Non so se il Volto risponda alle domande. Non so se l’abbia mai fatto. Forse vuole solo dirci che dobbiamo essere contenti di non essere morti.»
Fluttuarono verso una collina con tante case di legno e di pietra sul fianco. In quel punto la notte era rischiarata da una sorgente di Luce che la collina nascondeva. La Luce emanata dalla sorgente sconosciuta era così intensa, che riverberava nella parte buia della città.
Sapevano qual era la sorgente di Luce. Ne riconoscevano il canto, anche se era affievolito dall’aria e dal calore.
«Il Volto.»
«Credi che dobbiamo andare là?»
«Ci sta chiamando.»
«Ma abbiamo già percorso quella via. E abbiamo trovato questo. Che forse non è niente, ma è più di quello che avevamo prima. Ora dovremmo tornare indietro?»
«Sì.»
Fluttuarono lentamente verso la Luce. Sotto di loro molti recinti custodivano il sonno di pecore e capre. Accanto ai recinti dormivano alcuni pastori e dei grossi cani che somigliavano a pecore.
Ma ora un misterioso cambiamento turbò il sonno dei pastori. Il cambiamento era avvenuto oltre la collina, dove aleggiava la Luce del Volto.
Arrivarono in cima alla collina. Un pendio scendeva fino a un piccolo borgo di pietra circondato da ulivi e vigneti. Il borgo era immerso nel sonno come la città, ma era inondato di Luce. La Luce veniva da una sfera galleggiante nel cielo in direzione dell’alba, un grande sfera avvolta in un guscio di polveri incandescenti.
«Il Volto.»
Il Volto non era la via. Indicava qualcos’altro, lanciava frecce di Luce sul posto dove voleva attirarli. Furono colti dallo stupore: il Volto, la Grande Cometa, dava la sua risposta.
Fluttuarono verso il posto che indicava il Volto, la parte più interna del borgo, tra casupole di pietra sormontate da tetti di paglia. Qui l’odore delle stalle era più caldo che in città ma meno penetrante.
C’era silenzio. Un silenzio che non presagiva morte ma la nascita di una nuova sorgente di Luce. Solo la canzone del Volto turbava il silenzio e solo in superficie. La canzone era molto diversa dalla canzone che poco prima li aveva quasi annientati: procedeva delicatamente, ammantata di Luce d’oro.
Seguirono la canzone fino a una capanna piena di Luce rossa. Ombre verdi danzavano negli angoli della capanna, rispondendo al guizzare del fuoco. Erano Ombre vive, molto diverse dalla gente d’Ombra che abitava la Conca Azzurra. Ombre non timorose della Luce, ma lusingate dal suo tocco. Le Ombre emettevano stridi di gioia.
Al centro della capanna, rannicchiate su un letto di pagliericcio, dimentiche del gelo notturno, c’erano tre persone: un uomo che il tempo e la fatica avevano consumato ma non reso meno disposto alla gioia che ora stava provando; una giovane donna alla quale la sofferenza non era riuscita a rubare il sorriso; un bambino appena nato che rivolgeva gli occhi già aperti e pieni di stelle al Volto. Poco dopo il loro arrivo alla capanna, gli occhi si chiusero. Il bambino dormiva.
«È questa la risposta del Volto?».
«Credo di sì. Ma sta a noi deciderlo. Così è la verità del Volto. Solo chi porge la domanda può decidere se la domanda ha avuto una risposta e qual è la risposta.»
«Ma allora a cosa è servito morire per fare la domanda al Volto? Se siamo noi stessi a dover darci una risposta?»
«A cosa è servito? A niente. Te lo avevo detto. E lo sapevi anche tu.»
La Giovane Cometa entrò nella capanna e scintillò un bacio sulla guancia del bambino addormentato con tutta la delicatezza di cui era capace.
In quel momento, per la prima volta da quando era strisciato fuori dalla regione d’Ombra che lo aveva generato, per la prima volta da quando l’amore della Giovane Cometa lo aveva reso uno, uno solo, per la prima volta da quando era nato, il Bambino d’Ombra sorrise.

FINE.

Cometa – Parte I

Seduto sull’orlo del dirupo che delimitava la Conca Azzurra, il Bambino d’Ombra osservava a occhi stretti i Dodici Pinnacoli che circondavano la Tana del Volto. I Pinnacoli si innalzavano fino ai vapori della Coda, perdendosi tra le aurore e gli arcobaleni scaturiti dal bianco. Anche se erano fatti in larga parte di ghiaccio, contrapposti al muro di Luce abbagliante generata dal Volto, i Pinnacoli apparivano completamente neri. Il loro aspetto minaccioso sembrava volto a dissuadere chiunque si decidesse di avvicinarsi.
Ma lui non si sarebbe lasciato dissuadere. Sapeva che sarebbe stata un’impresa difficile, dolorosa. Andare alla Tana del Volto significava tornare dalla sua gente, che un tempo aveva tradito e che ora lo odiava, e poi dover fare i conti con il Volto. Finora il Bambino d’Ombra non si era mai avvicinato al Volto, ma sapeva, lo sapevano tutti, che si poteva morire, che si moriva certamente.
Ma non era per questo che i suoi occhi erano stretti. Nessuna minaccia, né l’odio della sua gente né l’orrore del Volto, lo avrebbe indotto a stringere gli occhi, se lei non si fosse intestardita a seguirlo.
Percepiva chiaramente il suo respiro, che la prospettiva del difficile cammino non accelerava né appesantiva. Fluttuando a pochi passi da lui, la Giovane Cometa rivolgeva un sorriso (lui percepiva il sorriso nonostante le voltasse le spalle) ai Pinnacoli e alla Tana del Volto.
«È pericoloso» disse il Bambino d’Ombra. Il sorriso della Giovane Cometa era così lieto, che alla fine lui ne era stato esasperato. Irritato dal silenzio di lei si voltò: «Mi hai sentito?»
La Giovane Cometa face una piroetta nella nube bianca emanata dal suo stesso corpo. Gli occhi scintillarono alla Luce della Grande Coda.
«È pericoloso» ripeté il Bambino d’Ombra.
«Sarà pericoloso per te, se vai da solo» disse la Giovane Cometa. Ora il sorriso era per lui. La Luce del sorriso allontanò e redense un po’ dell’Ombra di cui era fatto. «Non hai mai parlato al Volto. Non sapresti cosa dirgli. Se facessi la domanda sbagliata, ti annienterebbe con una sola delle sue gigantesche parole.»
«Non ho paura.»
La Giovane Cometa fluttuò verso di lui e si fermò sul ciglio del dirupo. I suoi piedi fecero crollare qualche frammento di ghiaccio lungo il dirupo. Ma era padrona del vuoto, la vicinanza dell’abisso non la spaventava. Lui invece era stato costretto a sedersi.
«Perché vuoi parlare al Volto?» domandò la Giovane Cometa. Gli aveva già rivolto questa domanda molte volte, ma lui non era mai riuscito a rispondere. In realtà il Bambino d’Ombra non sapeva bene perché volesse parlare al Volto. C’erano tante vie che lo portavano al Volto, ma queste vie, anche se avevano origine in regioni lontanissime l’una dall’altra, erano intrecciate così strettamente, che lui non sapeva districarne né meno una per trarre una risposta.
Respirò a fondo, osservando i Pinnacoli e la Conca Azzurra sulla quale i Pinnacoli gettavano i loro nastri d’Ombra. La Conca era costellata di macchie grigie o nere, disordinatamente sparse ai piedi delle creste ghiacciate o sul fondo delle gole e dei dirupi. Macchie nere dove le creste si alzavano a schermare la Luce del Volto, più chiare dove una piccola gola scavava il suolo ghiacciato.
Le dimore della sua gente.
«Sono fatto d’Ombra» disse. «Prima di affrancarmi, obbedivo alla legge dell’Ombra. Non avrei mai pensato di violarla. Ma sono venuto quassù. Ho tradito la mia gente.»
Il sorriso della Giovane Cometa tremò, si spense.
«Lo hai fatto per me» disse.
Il Bambino d’Ombra annuì. «Per te. Ti ho visto danzare, aurora tra le aurore, e ho venerato la Luce di cui sei fatta. Ma la mia gente non può capire la Luce. Né le aurore e gli arcobaleni che indossi come gioielli. Noi cresciamo negli anfratti, in fondo alle gole, al riparo delle creste. Tu fluttui nella Lucd. Questo non è ammirevole. Non si può venerare. Eppure io ti ho ammirato. E venerato.»
«E infine amato…»
«E infine amato.»
Ora entrambi guardavano i Pinnacoli. La Luce del Volto saettava dalle gole che separavano i i Pinnacoli, gettando dodici corridoi d’Ombra attraverso tutta la Conca, a raggiera.
Era la prima volta che il Bambino d’Ombra spiegava perché era risalito dalla Conca Azzurra, scalando il dirupo per entrare nel paese delle Comete. E la prima volta che parlava di amore. L’abito di Luce della Giovane Cometa estroflesse una piccola aurora rosa e verde, che subito si dissolse al vento solare. La piccola aurora era la parola amore, come sapeva pronunciarla lei.
Ma il Bambino d’Ombra era grigio, color polvere, nero in certi angoli, con gli occhi incavati. Pronunciata da lui, la parola amore sonava come una cascata di rocce: le faceva quasi male. Per questo aveva sempre esitato a pronunciarla. E anche ora lo aveva fatto piano, con una cautela che più della parola esprimeva il suo amore.
Ma era questa la domanda del Bambino d’Ombra: come poteva un’Ombra amare una Cometa? La domanda lo tagliava in due. E feriva in un modo allo stesso tempo uguale e opposto la Giovane Cometa. La vita sulla cima del dirupo non rendeva felice nessuno dei due: per quanto l’uno cercasse di perpetuare sé stesso nell’altro, la scissione della loro natura rendeva mutila ogni perpetuazione. Eppure non potevano dividersi. L’infelicità nata dalla scissione interna sarebbe stata poca cosa al cospetto dell’orrore di dividersi.
Era questa la domanda del Bambino d’Ombra.
Una delle domande. Il Bambino d’Ombra amava ancora la sua gente. Dell’amore spinoso e tagliente delle Ombre. Il cammino verso il Volto lo avrebbe riportato dalla sua gente: anche questa era una domanda. La prima alla quale avrebbero dovuto trovare una risposta. Ed era a causa di questa domanda che la Giovane Cometa non voleva che il Bambino d’Ombra andasse senza di lei. Se lui avesse trovato risposta alla domanda, se l’avesse trovata da solo, temeva che non avrebbe più scalato il dirupo per tornare da lei.
Il Volto non le faceva paura come la prospettiva di perdere il Bambino d’Ombra.

***
Le voci iniziarono mentre erano ancora a metà discesa. Voci ostili, dolorose. Avvolta nella sua coda di aurore e arcobaleni, la Giovane Cometa sentiva quelle voci colpire il suo mantello come sassi. Solo cantando riusciva a schermarne la minaccia.
Il Bambino d’Ombra sembrava risentirne più di lei. La sua faccia era attraversata da striscie nere, gli occhi si infossavano e sparivano.
«Non ascoltare» disse la Giovane Cometa.
«Non so come fare.»
Quando arrivarono a un avvallamento e si fermarono per riposare, uno stormo di voci si alzò da una spaccatura e puntò nella loro direzione un gran numero di punte aguzze. Le punte si aprirono a raggiera, il fiore spinoso che ne nacque roteò verso il Bambino d’Ombra.
Il fiore spinoso era l’odio della sua gente.
«Attento!» gridò la Giovane Cometa. Ma il fiore spinoso era scomparso, vinto dalla Luce emanata dal Volto.
Man mano che scendevano nella Conca Azzurra, la Luce diventava meno intensa. Frammenti di arcobaleno ristagnavano in cima alle creste, lacerati dal ghiaccio e dalla polvere. La Giovane Cometa respirava faticosamente. Il suo sorriso, un’aurora azzurra venata di oro, vacillava all’assalto dell’Ombra.
Arrivarono alla Conca. Immersi nell’azzurro riflesso dai ghiacci e dalle rocce, riposarono per il tempo di un respiro. Le saette emanate dal Volto li sovrastavano, facendo piovere su di loro delle scaglie incandescenti. Qui i contrasti di Luce e Ombra erano meno netti che sulla cima del dirupo. Una penombra viva smussava ogni contrasto.
Proseguirono. Altre voci salivano dal fondo dei crepacci o dalle Ombre generate dai Pinnacoli. Voci sempre più ostili e piene di odio.
«Ecco il Rinnegato» dicevano le voci.
«Pazzo! Ha lasciato il ricettacolo dell’Ombra per il paese delle Comete. Ha tradito la sua gente per contemplare la Luce della Grande Coda.»
«Abominio! Ha sovvertito la sua stessa natura, ha insozzato la sua origine con l’amore delle Comete.»
Così dicevano le Ombre. Ogni parola galleggiava lentamente fino al Bambino d’Ombra, solida come una scheggia di ghiaccio, e lo colpiva alla schiena o alla testa. Il Bambino d’Ombra chiudeva gli occhi e restava in silenzio.
Soffriva, ma il suo passo non rallentava .
Non era l’assalto delle voci a preoccupare la Giovane Cometa. Il Bambino d’Ombra era cresciuto al riparo delle rocce e conosceva bene spigoli e durezze. Il dolore non lo spaventava. Era la lusinga che si nascondeva nell’odio, il legame che ancora esisteva fra il Bambino d’Ombra e la sua gente, a preoccupare la Giovane Cometa. Il Bambino d’Ombra non si arrabbiava sentendosi chiamare Abominio. Sapeva di essere un Abominio. Era questa consapevolezza, e la nostalgia degli anfratti che a volte leggeva negli occhi del Bambino d’Ombra, a preoccupare la Giovane Cometa.
«Non ascoltare» disse la Giovane Cometa.
«Non so come fare.»

***

Spossati dall’assalto delle voci si fermarono sulla cima di uno spuntone di roccia ricoperto di ghiaccio. Scintille verdi e azzurre si accendevano nella polvere che ammantava lo spuntone. La Giovane Cometa ne colse una. Emise una nota rosa che inanellò la scintilla e la trasformò in una stella. La Giovane Cometa espose la stella neonata al vento solare. Il vento rubò alla piccola stella il suo mantello di polveri e aurore e lo allungò in una treccia luminosa. La stella divenne una Cometa.
«Io sono nata così» disse al Bambino d’Ombra.
Il Bambino d’Ombra guardò la stella. Ma i suoi occhi infossati erano pieni di Ombra e la sua faccia era tutta nera.
A pochi passi di distanza cominciava la regione d’Ombra generata da uno dei Pinnacoli. Innumerevoli voci salivano dalla regione d’Ombra, ma meno insistenti di poco prima. Meno ostili. Il Bambino d’Ombra porgeva orecchio alle voci e ogni tanto muoveva un passo nella loro direzione.
Ne era attratto. La giovane Cometa lo sapeva. Il desiderio di congiungersi alla sua gente era così forte, da rendere più fosca del solito la sua figura. Ora era più piccolo e curvo, così scuro che non si distinguevano i tratti della faccia.
«Il Volto non è lontano» disse la giovane Cometa.
«È molto lontano invece.»
«Temi che la tua gente ci faccia del male?»
Sette striscie parallele di caligine attraversarono il volto del Bambino d’Ombra da destra a sinistra, in diagonale. Scosse la testa.
«La mia gente non ci farà del male.»
«Ma ci odiano.»
«No. Odiano me. Ma prima vogliono che ritorni con loro. Non sopportano di avermi perso. Per questo stesso motivo non mi faranno del male.»
«Ne faranno a me?»
«No. Per te non provano niente. Non ti toccheranno con le loro parole di spine. Non capiscono le tue aurore, la tua Coda di Luce, non possono né meno concepirle. Per loro sei irraggiungibile quanto il Volto.»
Il Bambino d’Ombra scosse ancora la testa.
«L’unico che può farti male sono io» disse.
La Giovane Cometa emise un piccolo arcobaleno azzurro, che voleva dire: dolore.
«Perché ti amo» disse.
«Sì. Perché mi ami. La parola amore è una parola molto pericolosa.»
Il Bambino d’Ombra tenne sul palmo della mano la parola amore che aveva appena pronunciato. Chiuse le dita perché non cadesse. «Guardala: è piena di punte, è pesante, scura. Può ferire la tua Luce con un solo frammento.»
«E faresti questo? Mi faresti del male?»
«Sono fatto d’Ombra.»
«Ma tu mi ami. Hai scalato il dirupo per stare con me. Hai rinnegato la tua gente per amor mio.»
«Sono fatto d’Ombra.»
Il Bambino d’Ombra divenne ancora più buio. Gli occhi riflessero la Luce della giovane Cometa come se volesse nutrirsene. Poi si girò verso la regione d’Ombra.
«È per questo che devo andare là.»
Gli occhi della giovane Cometa sprizzaroni due gemme rosse che si persero subito nel vento solare.
Il Bambino d’Ombra sorrise.
«Non piangere. Sapevi cosa avevo intenzione di fare prima ancora che scendessimo nella Conca.»
«Non tornerai più.»
«Ma almeno non ti avrò fatto male. Se invece tornerò, saprò che non te ne farò mai.»
«Non mi importa se mi farai del male. Non voglio perderti.»
«Se ti facessi male, farei male anche a me stesso. Così la nostra sarebbe stata solo una pazzia.»
«Non andare.»
«Aspettami finché non sentirai voci di dolore o di gioia. Nel primo caso starò tornando da te. Nel secondo…»
La Giovane Cometa sedette su un nastro di polveri d’oro che la sollevò sino alle propaggini più basse della Grande Coda. Aurore azzurre e arcobaleni rossi fluttuarono attorno alla sua coda mentre la Luce della Grande Coda la circondava.
Il Bambino d’Ombra si allontanò. Scese lungo il fianco dello spuntone di ghiaccio e percorse a testa bassa il breve tratto che lo separava dalla regione d’Ombra. Si fermò sul ciglio della regione d’Ombra, ascoltando le voci della sua gente che lo insultava e lo reclamava.

Cometa

In occasione delle festività, ho deciso di interrompere la pubblicazione di Encelado e di pubblicare in due puntate una storia di tema natalizio (in senso molto lato) che ho scritto qualche anno fa, dal titolo Cometa. La prima parte apparirà su Feuilletonline nelle prossime ore. Spero che piaccia. Buona lettura