Cometa – Parte II

«Sei come noi.»
«Lo ero. Forse non lo sono più.»
«Sei come noi.»
«Ho visto molte cose oltre il dirupo.»
«Sei come noi.»
«Lei mi ha portato in alto, tra le correnti della Coda, tra le nebbie eterne del Guscio.»
«Sei come noi.»
«Abbiamo attraversato i Dodici Mari di Latte, abbiamo scalato le Zanne del Lupo Bianco, abbiamo varcato i confini delle Pianure di Zucchero per rubare i segreti delle Miniere di Luce, dalle quali il Volto attinge il suo potere.»
«Sei come noi.»
«Ho conosciuto altre Ombre. Le loro voci erano diverse dalle vostre, ma dicevano le stesse parole. In ogni anfratto, in ogni crepaccio si annidano Ombre che non capiscono la Luce. Voi credete che solo la Conca Azzurra dia ricetto alla gente d’Ombra. Ma la gente d’Ombra ignora se stessa. La gente d’Ombra ignora tutto, se non le conche dove cerca riparo dal tocco della Luce. Dovrei dimenticare troppe cose, per tornare insieme a voi.»
«Sei come noi.»
«Credete che il mio posto sia qui?»
«Sei come noi.»
«Come potrei tornare alla Conca Azzurra e dimenticare tutto quello che ho visto? Come potrei dimenticare le aurore distese dal riso della Giovane Cometa?»
«Sei come noi.»
«Come potrei tornare, ora che ho conosciuto la Luce e non ne ho più paura?»
«Sei come noi.»
«È vero. A volte sogno di tornare nel ricettacolo dell’Ombra. Sogno gli anfratti, il tepore del segreto. I miei occhi sono ancora neri e solo con paura e ribrezzo riflettono le diverse Luci che ho conosciuto nei miei viaggi. A volte la Luce della Giovane Cometa urta contro il mio corpo oscuro, allora la solitudine mi fa tremare, e desidero tornare dalla mia gente.»
«Sei come noi.»
«Non ho mai smesso di esserlo. Anche quando ammiravo le aurore della Grande Coda. Anche quando imparavo i segreti del Volto alle Miniere di Luce. Anche quando gridavo di gioia attraversando i Dodici Mari di Latte.»
«Sei come noi.»
«Anche quando l’amore della Giovane Cometa varcava mia la pelle d’Ombra e rischiarava il grumo di caligine che batte dentro il mio petto.»
«Sei come noi.»
«È vero. Sono come voi.»

Perduta nella Luce della Grande Coda, la Giovane Cometa dimenticò il Bambino d’Ombra. Solo un piccolo nucleo grigio offuscava ancora la sua mente: ma lei aveva dimenticato qual era il nome di questo nucleo, e pensava fosse un offuscamento della sua stessa Luce causato dal dolore.
Soffriva. Soffriva perchè sapeva di aver perso qualcosa. E anche se non ricordava più cosa, il ricordo dell’amore che aveva provato bastava ad affievolire la sua sostanza.
Si librava al di sopra della Conca Azzurra, avvicinandosi pericolosamente ai Dodici Pinnacoli e alla Tana del Volto. Il Volto era la sua meta. Questo lo ricordava. E la sua origine. Tra le fauci del Volto era stata forgiata la piccola scheggia di roccia, ghiaccio e metallo che era diventato il suo nucleo. Ricordava ancora il momento che aveva scoperto di non esser più parte del Volto ma il seme di qualcosa di nuovo. Epure non si era ancora affrancata dall’influsso del Volto, né poteva dire di aver portato a compimento l’identità promessa.
Si riscosse, cercò affannosamente di tornare verso terra. Era il Volto, il tiranno, ad addormentare i suoi ricordi. Come la gente d’Ombra desiderava il ritorno del Bambino d’Ombra, così il Volto desiderava riaverr la Luce che lei gli aveva sottratto. Per questo la chiamava, cercava di farla avvicinare abbastanza per catturarla.
Per questo lei aveva dimenticato. Ma non aveva ancora dimenticato del tutto.
Si dibatté per vincere la forza che l’attirava. Fluttuò in basso, cercando rifugio nella penombra. Non aveva ancora dimenticato del tutto. Restava quel piccolo nucleo d’Ombra. Un nucleo d’Ombra che non faceva parte della sua sostanza, ma veniva da fuori, e che un tempo era stato sia fuori sia dentro di lei.
Solo allora la sua identità, la sua singolarità, era sbocciata, liberandola dall’influsso del Volto. Per un tempo che non ricordava, ma che era certa di aver vissuto, era stata uno: uno nell’abbraccio dell’Ombra, al cospetto di un amore così concreto, che la sua sostanza era stata sovvertita. Solo allora la Giovane Cometa si era affrancata dalla tirannia della sua origine.
Grazie al Bambino d’Ombra.
Ricordò. Ricordò il volto strinato, percorso da nastri neri. Ricordò gli occhi infossati, che a volte erano attraversati dal riflesso delle sue aurore e arcobaleni, altre erano volte refrattari alla Luce. Come aveva potuto dimenticarlo? Quanto tempo era passato da quando lui era entrato nella regione d’Ombra per parlare alla sua gente? Quanti respiri aveva mandato il Volto da quando si erano separati?
La Giovane Cometa chiuse gli occhi. Solo allora si rese conto di quanto fosse stata vicina a perdere se stessa. Aveva temuto che il Bambino d’Ombra cadesse nel sortilegio della sua gente e tornasse da loro per sempre. Ma anche lei era stata sul punto di soccombere al sortilegio del Volto. Adescata dalla Luce, cullata dalla canzone della Grande Coda, era diventata così luminosa, da perdersi nel Volto. Solo il dolore l’aveva tenuta insieme. Il sortilegio però non svaniva. Se il Bambino d’Ombra non fosse tornato in fretta, lei si sarebbe persa.
Sedette sull’apice di un grande arcobaleno. Osservò con preoccupazione i fasci di Luce che uscivano dalle gole tra i Pinnacoli e fendevano la Grande Coda fino agli strati più esterni, al Vuoto oltre la Coda. I fasci di Luce provenivano dal Volto, ma erano solo un pallido riflesso del suo potere. Il potere della gente d’Ombra era niente al cospetto del potere del Volto. Se perfino lei, che era nata da quel potere, che era un frammento di quello stesso potere, aveva rischiato di sciogliersi al suo cospetto, il Bambino d’Ombra sarebbe stato incenerito solo avvicinandosi alla Tana.
La Giovane Cometa si domandò se non dovesse augurarsi che il Bambino d’Ombra restasse fra la sua gente e dimenticasse il folle desiderio di interrogare il Volto.
«Il Volto non ha risposte» disse alle aurore e agli arcobaleni. «Il Volto non conosce la verità. È la verità. E se tentasse di comunicare se stesso ai suoi figli, i suoi figli morirebbero fra atroci tormenti.»
Eppure avrebbe accompagnato il Bambino d’Ombra fino al Volto e non avrebbe né meno cercato di dissuaderlo. Fluttuare fra l’Ombra e la Luce, sgusciare al confine di due regioni così diverse, era una vita troppo sottile da vivere.
L’arcobaleno si ruppe, spezzato in più parti da un guizzo di Luce emanato dal Volto. La Giovane Cometa scese verso la Conca Azzurra, avvicinandosi alla regione d’Ombra dove era sparito il Bambino d’Ombra. Lo chiamò con alcuni arcobaleni verdi e gialli e con delle aurore blu che si dissolsero nella regione.
«Torna presto» dicevano le aurore blu.

«Sono come loro» disse il Bambino d’Ombra.
«Tornerai da loro?»
Il Bambino d’Ombra si voltò a osservare la regione d’Ombra. Era uscito dalla regione d’Ombra da meno di un respiro, ma sembrava che ne avesse già nostalgia.
Poi il Bambino d’Ombra si voltò a guardare la Giovane Cometa. I suoi occhi si liberarono dal groviglio di presagi e di ricordi che li offuscava e mandarono riflessi bianchi e azzurri
«No» disse il Bambino d’Ombra. «Non tornerò da loro. Devo fare la mia domanda al Volto. Questo è più importante della mia origine.»
«Ora conosci la domanda?»
«Sì.»
«Dimmela, così ti dirò se è pericolosa. Se la risposta del Volto rischierà di incenerirti.»
«E se fosse pericolosa?»
«Non dovresti farla.»
«Cosa dovrei fare allora?»
La Giovane Cometa spiccò una scintilla dorata, l’esistenza della quale durò solo il tempo di venire al mondo. La scintilla significava: non lo so.
«Domandargli qualcos’altro» disse poco dopo.
«E cosa?»
Un’altra scintilla dorata.
«È questa la mia domanda» disse il Bambino d’Ombra. «È stato molto difficile trovarla. Doloroso. Lo sai bene, perché è anche la tua domanda. L’unica che ha senso fare. Quindi, cosa importa se è pericolosa oppure no? È la sola che abbiamo. La sola alternativa a questa domanda…»
«…è il silenzio.»
«Sì.»
«È una domanda pericolosa. Sarai incenerito. E io mi perderò nella Luce del Volto.»
«Ma se non la facciamo, quello che ci taglia in due continuerà a tagliarci in due. E alla fine moriremo lo stesso. Più lentamente. Meno dolorosamente. Ma moriremo.»
«Potremmo oscillare tra l’Ombra e la Luce. Come abbiamo fatto finora.»
«Saremmo tagliati in due.»
«Potremmo vivere in cima alle creste, al culmine dei dossi, sulle giogaie.»
«Lo abbiamo fatto finora. Ma la ferita che spezza i nostri cuori è diventata sempre più profonda.»
«È una domanda pericolosa.»
«Non sei costretta a venire. In effetti preferirei che non venissi. Resta qui. Lascia che vada da solo.»
«No.»
«Ma tu non vuoi fare la domanda. Non ha senso che venga anche tu.»
«Se tu vai io vengo.»
«Non sei costretta.»
«No. Ma vengo lo stesso.»
«Farò la mia domanda.»
«Io la farò con te.»
«Forse moriremo.»
«Forse no.»
«Ma tu credi di sì.»
«A volte sbaglio.»
«Non è mai successo.»
«Allora moriremo.»

Gli occhi del Bambino d’Ombra erano stretti a causa della Luce accecante che usciva dalle gole tra i Pinnacoli, ma anche perché temeva che la giovane Cometa morisse nella spaventosa impresa di parlare al Volto.
Avrebbe vpluto cercare di nuovo di dissuaderla. Ma sapeva che era inutile. Durante il periodo che aveva trascorso nel paese delle Comete, aveva capito che le Comete seguono la loro orbita nonostante tutto, che solo i cataclismi stellari potevano sviarle. La Giovane Cometa aveva scelto la sua orbita intorno a lui, e lui non era in grado di produrre cataclismi stellari.
Ora le voci della sua gente era allarmate. Non lo insultavano più. Gli dicevano solo: torna indietro, morirai. Il terrore del Volto echeggiava in tutte le regioni d‘Ombra che costellavano la Conca Azzurra.
«Non ascoltare» disse la giovane Cometa.
«Non preoccuparti» rispose il Bambino d’Ombra.
Il suolo si inclinava verso una delle gole tra i Pinnacoli. La gola era molto stretta, fiancheggiata da alte muraglie di roccia e di ghiaccio. Portava a una parete di Luce accecante, dalla quale ogni tanto sprizzavano arcobaleni e aurore elettriche che consumavano la pelle del Bambino d’Ombra.
Quando arrivarono all’imbocco della gola, le voci delle Ombre si spensero. Nel silenzio di Luce, si sentiva solo uno sfrigolio, un bisbiglio sotterraneo.
«Cos’è questo suono?» domandò il Bambino d’Ombra.
«È la verità come la pronuncia il Volto» disse la Giovane Cometa. «Ora è ancora pallida. Ma quando saremo vicini al Volto, il suo suono sarà così assordante, che rischierà di farci impazzire.»
«Ma potremo conoscerla. È questo che vogliamo.»
«Non si può conoscere la verità come la pronuncia il Volto. Si può solo temerla.»
Il volto del Bambino d’Ombra fu percorso da due nastri neri. «Cosa dovremo fare allora?»
«Non lo so. Forse fare la nostra domanda prima che la verità ci annienti.»
«E come sentiremo la risposta?»
La Giovane Cometa emise un delicato arcobaleno, che andò verso il Bambino d’Ombra e gli carezzo una guancia.
«Ho capito» disse il Bambino d’Ombra «non ci sarà risposta.»
Proseguirono. Le pareti si avvicinarono, li chiusero in una specie di galleria. La Luce accecante rimbalzava sulle rocce e sulle lastre di ghiaccio, rompendosi in raggi multicolori che sventagliavano ovunque e si spezzavano contro la parete opposta. Aurore e arcobaleni galleggiavano ai piedi delle pareti.
Il passo del Bambino d’Ombra diventava sempre più faticoso. La Luce staccava dal suo corpo strisce di pelle sempre più grandi. Il Bambino d’Ombra respirava con difficoltà l’aria satura di Luce e ogni respiro arroventava la sue interiora.
Ormai era certo di morire. Al cospetto della più profonda sovversione che avesse mai conosciuto, capiva quanto fosse labile la sua esistenza.
Anche la Giovane Cometa stava morendo. Non perché fosse consumata dal suo opposto, ma perché la sua sostanza era così simile alla sostanza del Volto che rischiava di esserne assorbita. La sua sofferenza non veniva dal conflitto, ma da una spaventosa somiglianza. L’alone che la circondava si perdeva nella Luce del Volto, le aurore e gli arcobaleni che emanava erano rubati da quelli più grandi emanati dal Volto. Anche le scintille dei suoi occhi si annientavano al cospetto dello sguardo del Volto.
Le pareti della gola si distanziarono. Una distesa di ghiaccio secco e di polvere incandescente apparve davanti a loro. Sulla distesa tiranneggiava la Luce del Volto. I Dodici Pinnacoli che circondavano la Tana erano ormai così gonfi di Luce, da essere invisibili. Non si vedevano più né meno le aurore e gli arcobaleni prodotti dai giochi della Luce sul ghiaccio.
C’era solo bianco.
Avanzarono ancora per molti respiri. Presto si resero conto che non sarebbero più tornati indietro. Continuarono.
Il Bambino d’Ombra era sempre più chiaro. Il suo nero era sbiadito in un grigio quasi bianco, i suoi occhi ridotti a punte di spillo. La Giovane Cometa non esisteva quasi più. La coda e il guscio luminoso che avvolgevano il suo cuore di roccia e metallo erano quasi evaporati. Solo il cuore era ancora visibile: ma il cuore era così irresistibilmente attratto dal Volto, che presto non avrebbe potuto si sarebbe fuso alle rocce che il Volto masticava senza fine.
La voce del Volto era diventata tonante. Alla fine risucchiò ogni altro suono, rubando persino i loro pensieri. La verità albergava in quella voce. Ma era troppo grande perché potesse essere compresa.
Allora il Bambino d’Ombra e la Giovane Cometa seppero che sarebbero morti. Si fermarono in mezzo della distesa. Contemplarono il globo rovente che rombava davanti a loro e subito divennero ciechi.
«Fai la tua domanda» disse la Giovane Cometa.
Il Bambino d’Ombra annuì. Raccolse l’energia che gli restava, quel po’ di grigio che ancora lo distingueva dal bianco, si voltò senza vederla verso la Giovane Cometa per dirle addio e prese un lungo respiro.
Fece la sua domanda.

Una tiepida notte stellata era distesa sulla città. Il calore dell’attività umana si diffondeva in tutta la pianura, producendo vapori che offuscavano lo splendore del sereno. L’afrore delle stalle, nelle quali buoi, vacche e muli riposavano anfanando, copriva con un velo i vicoli della città. Gonfi di vino, le narici sature del profumo delle spezie e degli oli, alcuni mercanti dondolavano tra i miasmi.
«Conosci il nome di questo posto?»
«Questo non è un posto. Questa è la verità come la pronuncia il Volto.»
«È cosa significa questa verità?»
«Niente. Te lo avevo detto. Non si può comprendere la verità come la pronuncia il Volto. Se si fanno domande al Volto, o si rimane inceneriti, oppure…»
«Oppure?»
«Oppure questo.»
Fluttuavano sopra la città, tra le Ombre che ristagnavano in cima alle case e sull’apice dei capanni. Ma le Ombre non chiamavano, non avevano vita né voce. Ne toccarono una, ma non successe niente. Nessuno dei due era sorpreso. Questo posto era il Volto e Il Volto sovvertiva ogni cosa. Restare sorpresi significava illudersi di poter controllare i capricci del Volto.
Vagarono ancora a lungo, incerti sulla via. Dopo un po’ videro una finestra illuminata. Si avvicinarono. Sbirciarono dalla finestra. Videro un vecchio avvolto in una tunica verde che vegliare sul sonno di una donna e di una bambina. Una candela ai piedi del letto diffondeva una Luce calda.
L’espressione del vecchio era di dolore e nostaglia. Sembrava che vegliasse non solo per proteggere le donne, ma per dir loro addio senza che se accorgessero.
«Qual è il nome di questo?»
«il nome non ha importanza. Questo è il Volto.»
«Ma qual è la risposta alla mia domanda?»
«Non so. Non si può esserne sicuri. Non so se il Volto risponda alle domande. Non so se l’abbia mai fatto. Forse vuole solo dirci che dobbiamo essere contenti di non essere morti.»
Fluttuarono verso una collina con tante case di legno e di pietra sul fianco. In quel punto la notte era rischiarata da una sorgente di Luce che la collina nascondeva. La Luce emanata dalla sorgente sconosciuta era così intensa, che riverberava nella parte buia della città.
Sapevano qual era la sorgente di Luce. Ne riconoscevano il canto, anche se era affievolito dall’aria e dal calore.
«Il Volto.»
«Credi che dobbiamo andare là?»
«Ci sta chiamando.»
«Ma abbiamo già percorso quella via. E abbiamo trovato questo. Che forse non è niente, ma è più di quello che avevamo prima. Ora dovremmo tornare indietro?»
«Sì.»
Fluttuarono lentamente verso la Luce. Sotto di loro molti recinti custodivano il sonno di pecore e capre. Accanto ai recinti dormivano alcuni pastori e dei grossi cani che somigliavano a pecore.
Ma ora un misterioso cambiamento turbò il sonno dei pastori. Il cambiamento era avvenuto oltre la collina, dove aleggiava la Luce del Volto.
Arrivarono in cima alla collina. Un pendio scendeva fino a un piccolo borgo di pietra circondato da ulivi e vigneti. Il borgo era immerso nel sonno come la città, ma era inondato di Luce. La Luce veniva da una sfera galleggiante nel cielo in direzione dell’alba, un grande sfera avvolta in un guscio di polveri incandescenti.
«Il Volto.»
Il Volto non era la via. Indicava qualcos’altro, lanciava frecce di Luce sul posto dove voleva attirarli. Furono colti dallo stupore: il Volto, la Grande Cometa, dava la sua risposta.
Fluttuarono verso il posto che indicava il Volto, la parte più interna del borgo, tra casupole di pietra sormontate da tetti di paglia. Qui l’odore delle stalle era più caldo che in città ma meno penetrante.
C’era silenzio. Un silenzio che non presagiva morte ma la nascita di una nuova sorgente di Luce. Solo la canzone del Volto turbava il silenzio e solo in superficie. La canzone era molto diversa dalla canzone che poco prima li aveva quasi annientati: procedeva delicatamente, ammantata di Luce d’oro.
Seguirono la canzone fino a una capanna piena di Luce rossa. Ombre verdi danzavano negli angoli della capanna, rispondendo al guizzare del fuoco. Erano Ombre vive, molto diverse dalla gente d’Ombra che abitava la Conca Azzurra. Ombre non timorose della Luce, ma lusingate dal suo tocco. Le Ombre emettevano stridi di gioia.
Al centro della capanna, rannicchiate su un letto di pagliericcio, dimentiche del gelo notturno, c’erano tre persone: un uomo che il tempo e la fatica avevano consumato ma non reso meno disposto alla gioia che ora stava provando; una giovane donna alla quale la sofferenza non era riuscita a rubare il sorriso; un bambino appena nato che rivolgeva gli occhi già aperti e pieni di stelle al Volto. Poco dopo il loro arrivo alla capanna, gli occhi si chiusero. Il bambino dormiva.
«È questa la risposta del Volto?».
«Credo di sì. Ma sta a noi deciderlo. Così è la verità del Volto. Solo chi porge la domanda può decidere se la domanda ha avuto una risposta e qual è la risposta.»
«Ma allora a cosa è servito morire per fare la domanda al Volto? Se siamo noi stessi a dover darci una risposta?»
«A cosa è servito? A niente. Te lo avevo detto. E lo sapevi anche tu.»
La Giovane Cometa entrò nella capanna e scintillò un bacio sulla guancia del bambino addormentato con tutta la delicatezza di cui era capace.
In quel momento, per la prima volta da quando era strisciato fuori dalla regione d’Ombra che lo aveva generato, per la prima volta da quando l’amore della Giovane Cometa lo aveva reso uno, uno solo, per la prima volta da quando era nato, il Bambino d’Ombra sorrise.

FINE.

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Cometa – Parte I

Seduto sull’orlo del dirupo che delimitava la Conca Azzurra, il Bambino d’Ombra osservava a occhi stretti i Dodici Pinnacoli che circondavano la Tana del Volto. I Pinnacoli si innalzavano fino ai vapori della Coda, perdendosi tra le aurore e gli arcobaleni scaturiti dal bianco. Anche se erano fatti in larga parte di ghiaccio, contrapposti al muro di Luce abbagliante generata dal Volto, i Pinnacoli apparivano completamente neri. Il loro aspetto minaccioso sembrava volto a dissuadere chiunque si decidesse di avvicinarsi.
Ma lui non si sarebbe lasciato dissuadere. Sapeva che sarebbe stata un’impresa difficile, dolorosa. Andare alla Tana del Volto significava tornare dalla sua gente, che un tempo aveva tradito e che ora lo odiava, e poi dover fare i conti con il Volto. Finora il Bambino d’Ombra non si era mai avvicinato al Volto, ma sapeva, lo sapevano tutti, che si poteva morire, che si moriva certamente.
Ma non era per questo che i suoi occhi erano stretti. Nessuna minaccia, né l’odio della sua gente né l’orrore del Volto, lo avrebbe indotto a stringere gli occhi, se lei non si fosse intestardita a seguirlo.
Percepiva chiaramente il suo respiro, che la prospettiva del difficile cammino non accelerava né appesantiva. Fluttuando a pochi passi da lui, la Giovane Cometa rivolgeva un sorriso (lui percepiva il sorriso nonostante le voltasse le spalle) ai Pinnacoli e alla Tana del Volto.
«È pericoloso» disse il Bambino d’Ombra. Il sorriso della Giovane Cometa era così lieto, che alla fine lui ne era stato esasperato. Irritato dal silenzio di lei si voltò: «Mi hai sentito?»
La Giovane Cometa face una piroetta nella nube bianca emanata dal suo stesso corpo. Gli occhi scintillarono alla Luce della Grande Coda.
«È pericoloso» ripeté il Bambino d’Ombra.
«Sarà pericoloso per te, se vai da solo» disse la Giovane Cometa. Ora il sorriso era per lui. La Luce del sorriso allontanò e redense un po’ dell’Ombra di cui era fatto. «Non hai mai parlato al Volto. Non sapresti cosa dirgli. Se facessi la domanda sbagliata, ti annienterebbe con una sola delle sue gigantesche parole.»
«Non ho paura.»
La Giovane Cometa fluttuò verso di lui e si fermò sul ciglio del dirupo. I suoi piedi fecero crollare qualche frammento di ghiaccio lungo il dirupo. Ma era padrona del vuoto, la vicinanza dell’abisso non la spaventava. Lui invece era stato costretto a sedersi.
«Perché vuoi parlare al Volto?» domandò la Giovane Cometa. Gli aveva già rivolto questa domanda molte volte, ma lui non era mai riuscito a rispondere. In realtà il Bambino d’Ombra non sapeva bene perché volesse parlare al Volto. C’erano tante vie che lo portavano al Volto, ma queste vie, anche se avevano origine in regioni lontanissime l’una dall’altra, erano intrecciate così strettamente, che lui non sapeva districarne né meno una per trarre una risposta.
Respirò a fondo, osservando i Pinnacoli e la Conca Azzurra sulla quale i Pinnacoli gettavano i loro nastri d’Ombra. La Conca era costellata di macchie grigie o nere, disordinatamente sparse ai piedi delle creste ghiacciate o sul fondo delle gole e dei dirupi. Macchie nere dove le creste si alzavano a schermare la Luce del Volto, più chiare dove una piccola gola scavava il suolo ghiacciato.
Le dimore della sua gente.
«Sono fatto d’Ombra» disse. «Prima di affrancarmi, obbedivo alla legge dell’Ombra. Non avrei mai pensato di violarla. Ma sono venuto quassù. Ho tradito la mia gente.»
Il sorriso della Giovane Cometa tremò, si spense.
«Lo hai fatto per me» disse.
Il Bambino d’Ombra annuì. «Per te. Ti ho visto danzare, aurora tra le aurore, e ho venerato la Luce di cui sei fatta. Ma la mia gente non può capire la Luce. Né le aurore e gli arcobaleni che indossi come gioielli. Noi cresciamo negli anfratti, in fondo alle gole, al riparo delle creste. Tu fluttui nella Lucd. Questo non è ammirevole. Non si può venerare. Eppure io ti ho ammirato. E venerato.»
«E infine amato…»
«E infine amato.»
Ora entrambi guardavano i Pinnacoli. La Luce del Volto saettava dalle gole che separavano i i Pinnacoli, gettando dodici corridoi d’Ombra attraverso tutta la Conca, a raggiera.
Era la prima volta che il Bambino d’Ombra spiegava perché era risalito dalla Conca Azzurra, scalando il dirupo per entrare nel paese delle Comete. E la prima volta che parlava di amore. L’abito di Luce della Giovane Cometa estroflesse una piccola aurora rosa e verde, che subito si dissolse al vento solare. La piccola aurora era la parola amore, come sapeva pronunciarla lei.
Ma il Bambino d’Ombra era grigio, color polvere, nero in certi angoli, con gli occhi incavati. Pronunciata da lui, la parola amore sonava come una cascata di rocce: le faceva quasi male. Per questo aveva sempre esitato a pronunciarla. E anche ora lo aveva fatto piano, con una cautela che più della parola esprimeva il suo amore.
Ma era questa la domanda del Bambino d’Ombra: come poteva un’Ombra amare una Cometa? La domanda lo tagliava in due. E feriva in un modo allo stesso tempo uguale e opposto la Giovane Cometa. La vita sulla cima del dirupo non rendeva felice nessuno dei due: per quanto l’uno cercasse di perpetuare sé stesso nell’altro, la scissione della loro natura rendeva mutila ogni perpetuazione. Eppure non potevano dividersi. L’infelicità nata dalla scissione interna sarebbe stata poca cosa al cospetto dell’orrore di dividersi.
Era questa la domanda del Bambino d’Ombra.
Una delle domande. Il Bambino d’Ombra amava ancora la sua gente. Dell’amore spinoso e tagliente delle Ombre. Il cammino verso il Volto lo avrebbe riportato dalla sua gente: anche questa era una domanda. La prima alla quale avrebbero dovuto trovare una risposta. Ed era a causa di questa domanda che la Giovane Cometa non voleva che il Bambino d’Ombra andasse senza di lei. Se lui avesse trovato risposta alla domanda, se l’avesse trovata da solo, temeva che non avrebbe più scalato il dirupo per tornare da lei.
Il Volto non le faceva paura come la prospettiva di perdere il Bambino d’Ombra.

***
Le voci iniziarono mentre erano ancora a metà discesa. Voci ostili, dolorose. Avvolta nella sua coda di aurore e arcobaleni, la Giovane Cometa sentiva quelle voci colpire il suo mantello come sassi. Solo cantando riusciva a schermarne la minaccia.
Il Bambino d’Ombra sembrava risentirne più di lei. La sua faccia era attraversata da striscie nere, gli occhi si infossavano e sparivano.
«Non ascoltare» disse la Giovane Cometa.
«Non so come fare.»
Quando arrivarono a un avvallamento e si fermarono per riposare, uno stormo di voci si alzò da una spaccatura e puntò nella loro direzione un gran numero di punte aguzze. Le punte si aprirono a raggiera, il fiore spinoso che ne nacque roteò verso il Bambino d’Ombra.
Il fiore spinoso era l’odio della sua gente.
«Attento!» gridò la Giovane Cometa. Ma il fiore spinoso era scomparso, vinto dalla Luce emanata dal Volto.
Man mano che scendevano nella Conca Azzurra, la Luce diventava meno intensa. Frammenti di arcobaleno ristagnavano in cima alle creste, lacerati dal ghiaccio e dalla polvere. La Giovane Cometa respirava faticosamente. Il suo sorriso, un’aurora azzurra venata di oro, vacillava all’assalto dell’Ombra.
Arrivarono alla Conca. Immersi nell’azzurro riflesso dai ghiacci e dalle rocce, riposarono per il tempo di un respiro. Le saette emanate dal Volto li sovrastavano, facendo piovere su di loro delle scaglie incandescenti. Qui i contrasti di Luce e Ombra erano meno netti che sulla cima del dirupo. Una penombra viva smussava ogni contrasto.
Proseguirono. Altre voci salivano dal fondo dei crepacci o dalle Ombre generate dai Pinnacoli. Voci sempre più ostili e piene di odio.
«Ecco il Rinnegato» dicevano le voci.
«Pazzo! Ha lasciato il ricettacolo dell’Ombra per il paese delle Comete. Ha tradito la sua gente per contemplare la Luce della Grande Coda.»
«Abominio! Ha sovvertito la sua stessa natura, ha insozzato la sua origine con l’amore delle Comete.»
Così dicevano le Ombre. Ogni parola galleggiava lentamente fino al Bambino d’Ombra, solida come una scheggia di ghiaccio, e lo colpiva alla schiena o alla testa. Il Bambino d’Ombra chiudeva gli occhi e restava in silenzio.
Soffriva, ma il suo passo non rallentava .
Non era l’assalto delle voci a preoccupare la Giovane Cometa. Il Bambino d’Ombra era cresciuto al riparo delle rocce e conosceva bene spigoli e durezze. Il dolore non lo spaventava. Era la lusinga che si nascondeva nell’odio, il legame che ancora esisteva fra il Bambino d’Ombra e la sua gente, a preoccupare la Giovane Cometa. Il Bambino d’Ombra non si arrabbiava sentendosi chiamare Abominio. Sapeva di essere un Abominio. Era questa consapevolezza, e la nostalgia degli anfratti che a volte leggeva negli occhi del Bambino d’Ombra, a preoccupare la Giovane Cometa.
«Non ascoltare» disse la Giovane Cometa.
«Non so come fare.»

***

Spossati dall’assalto delle voci si fermarono sulla cima di uno spuntone di roccia ricoperto di ghiaccio. Scintille verdi e azzurre si accendevano nella polvere che ammantava lo spuntone. La Giovane Cometa ne colse una. Emise una nota rosa che inanellò la scintilla e la trasformò in una stella. La Giovane Cometa espose la stella neonata al vento solare. Il vento rubò alla piccola stella il suo mantello di polveri e aurore e lo allungò in una treccia luminosa. La stella divenne una Cometa.
«Io sono nata così» disse al Bambino d’Ombra.
Il Bambino d’Ombra guardò la stella. Ma i suoi occhi infossati erano pieni di Ombra e la sua faccia era tutta nera.
A pochi passi di distanza cominciava la regione d’Ombra generata da uno dei Pinnacoli. Innumerevoli voci salivano dalla regione d’Ombra, ma meno insistenti di poco prima. Meno ostili. Il Bambino d’Ombra porgeva orecchio alle voci e ogni tanto muoveva un passo nella loro direzione.
Ne era attratto. La giovane Cometa lo sapeva. Il desiderio di congiungersi alla sua gente era così forte, da rendere più fosca del solito la sua figura. Ora era più piccolo e curvo, così scuro che non si distinguevano i tratti della faccia.
«Il Volto non è lontano» disse la giovane Cometa.
«È molto lontano invece.»
«Temi che la tua gente ci faccia del male?»
Sette striscie parallele di caligine attraversarono il volto del Bambino d’Ombra da destra a sinistra, in diagonale. Scosse la testa.
«La mia gente non ci farà del male.»
«Ma ci odiano.»
«No. Odiano me. Ma prima vogliono che ritorni con loro. Non sopportano di avermi perso. Per questo stesso motivo non mi faranno del male.»
«Ne faranno a me?»
«No. Per te non provano niente. Non ti toccheranno con le loro parole di spine. Non capiscono le tue aurore, la tua Coda di Luce, non possono né meno concepirle. Per loro sei irraggiungibile quanto il Volto.»
Il Bambino d’Ombra scosse ancora la testa.
«L’unico che può farti male sono io» disse.
La Giovane Cometa emise un piccolo arcobaleno azzurro, che voleva dire: dolore.
«Perché ti amo» disse.
«Sì. Perché mi ami. La parola amore è una parola molto pericolosa.»
Il Bambino d’Ombra tenne sul palmo della mano la parola amore che aveva appena pronunciato. Chiuse le dita perché non cadesse. «Guardala: è piena di punte, è pesante, scura. Può ferire la tua Luce con un solo frammento.»
«E faresti questo? Mi faresti del male?»
«Sono fatto d’Ombra.»
«Ma tu mi ami. Hai scalato il dirupo per stare con me. Hai rinnegato la tua gente per amor mio.»
«Sono fatto d’Ombra.»
Il Bambino d’Ombra divenne ancora più buio. Gli occhi riflessero la Luce della giovane Cometa come se volesse nutrirsene. Poi si girò verso la regione d’Ombra.
«È per questo che devo andare là.»
Gli occhi della giovane Cometa sprizzaroni due gemme rosse che si persero subito nel vento solare.
Il Bambino d’Ombra sorrise.
«Non piangere. Sapevi cosa avevo intenzione di fare prima ancora che scendessimo nella Conca.»
«Non tornerai più.»
«Ma almeno non ti avrò fatto male. Se invece tornerò, saprò che non te ne farò mai.»
«Non mi importa se mi farai del male. Non voglio perderti.»
«Se ti facessi male, farei male anche a me stesso. Così la nostra sarebbe stata solo una pazzia.»
«Non andare.»
«Aspettami finché non sentirai voci di dolore o di gioia. Nel primo caso starò tornando da te. Nel secondo…»
La Giovane Cometa sedette su un nastro di polveri d’oro che la sollevò sino alle propaggini più basse della Grande Coda. Aurore azzurre e arcobaleni rossi fluttuarono attorno alla sua coda mentre la Luce della Grande Coda la circondava.
Il Bambino d’Ombra si allontanò. Scese lungo il fianco dello spuntone di ghiaccio e percorse a testa bassa il breve tratto che lo separava dalla regione d’Ombra. Si fermò sul ciglio della regione d’Ombra, ascoltando le voci della sua gente che lo insultava e lo reclamava.

Cometa

In occasione delle festività, ho deciso di interrompere la pubblicazione di Encelado e di pubblicare in due puntate una storia di tema natalizio (in senso molto lato) che ho scritto qualche anno fa, dal titolo Cometa. La prima parte apparirà su Feuilletonline nelle prossime ore. Spero che piaccia. Buona lettura

Encelado – Capitolo 28

«Mi scusi con la signora Jimenes» disse il notaio Lopes nell’interfono. «Ma la pratica Camilo si è rivelata più complicata del previsto. Ne avrò ancora per qualche minuto. Se la signora Jimenes gradisce, chiami pure il bar per un caffè o una bevanda.»
«Certo, notaio.»
Miriam rivolse un nuovo sorriso alla vedova e a suo figlio. Ma stavolta la signora non rispose al sorriso con un cenno, né il ragazzo si voltò a guardare altrove. Entrambi si misero invece a fissarla con insistenza.
Miriam aggrottò la fronte, domandandosi se i suoi pensieri non fossero trapelati all’esterno, se per caso non avesse fatto qualche stranezza, tipo digrignare i denti o mangiarsi le unghie. Alzò le spalle. Non aveva senso preoccuparsi del giudizio di persone così insignificanti.
«Signora Jimenes, il notaio domanda se gradisce un caffè.» Gettò un’occhiata al ragazzo. «O forse al giovanotto va una spremuta?»
La vedova e il ragazzo non risposero. Continuavano a fissarla con occhi inespressivi, le bocche aperte come a disperdere un eccesso di temperatura viscerale. Le facce erano pallide, le bocche sembravano diventate più grandi, le labbra si erano come assottigliate. L’impressione, forse causata da un improvviso cambio di luce, era che avessero contratto una malattia molto grave che li aveva consumati in pochi istanti.
Miriam sollevò la cornetta e fece il numero del bar. «Caffè e spremuta allora?»
«Ti ricordi quanto era facile aspettare?» disse la vedova.
«Prego?»
«Respirare il vento carico di sabbia, fissare il cielo vuoto senza nuvole e aspettare. Ricordi? »
Miriam sobbalzò. Ora gli occhi della vedova galleggiavano tra le guance e la fronte, come se l’impalcatura ossea del volto si fosse frantumata. La bocca sbocciò in un’orchidea carnosa.
«Il tocco della morte ha reso intollerabile il ricordo di quei giorni, ma allora che non sapevamo niente era quanto di più bello avessimo conosciuto nella nostra vita» disse la vedova.
Miriam allora capì. «Smetti di nasconderti» disse. «Fatti vedere.»
Il ragazzo allungò la mano verso il cuscino, ricomparso accanto alla finestra, e lo carezzò. «Ma eravamo ciechi» disse. «Anche se i segni erano dappertutto, non riuscivamo a coglierli. Non volevamo coglierli. Perché l’attesa era più facile.» Fece una pausa, poi con un filo di voce: «Ricordi il sogno?»
Miriam ebbe una fitta al basso ventre, una fitta così dolorosa, che di certo non poteva essere la prima, perché solo dopo cinque o sei ore erano diventate così forti.
Si rivolse al cuscino: «Non ho paura di te. So che ormai sei fuori dai giochi. Il cuscino è bucato. E dall’altra parte è tutto sporco di sangue. Non mi serve altro per ricordare che ora sono libera.»
La fitta al ventre si affievolì fino a svanire, mentre Jubal entrava nell’anticamera. Dormiva profondamente. Il cuscino calò sulla sua faccia per raccogliere l’ultimo respiro.
Ma ora Jubal era sveglio e la fissava con aria sorniona. Miriam si morse il labbro, spillandone una goccia di sangue. In realtà l’uomo che la fissava non somigliava molto a Jubal. Anche se indossava l’uniforme della Exo, con il berretto rosso dell’uniforme così calcato sulla testa, che le orecchie si piegavano all’ingiù, il resto era molto diverso: il sorriso spavaldo, l’atteggiamento rilassato del corpo, la maliziosa familiarità con la quale circondava le spalle della vedova e del ragazzo.
I tre fissavano Miriam con tale insistenza, che lei cominciò a spaventarsi. «Cosa avete da guardare?» disse, cercando di nascondere la paura con l’aggressività. «Non ho tempo per questi giochetti. Devo lavorare.»
Jubal alzò le spalle. «Non ho nessuna intenzione di impedirtelo. Anche se scrivere qpalzm tutte quelle volte non mi sembra sia un compito così gravoso.»
«Se hai qualcosa da dirmi, perché non mi aspetti a casa? Stai disturbando la signora, non vedi? Vuoi che reclami con il notaio? Che racconti di aver subito delle molestie dal marito della segretaria? Perderei il lavoro.»
Jubal si limitò a gettarle un’occhiata di traverso. Miriam era sempre più confusa. Non era da Jubal opporre tanta fermezza alla sua collera. Quando Miriam se la prendeva con lui, di solito si limitava a distogliere lo sguardo e a tormentarsi le mani.
E ora il suo sorriso divenne perfino minaccioso. A Miriam erano occorsi anni di studio e di osservazione per imparare a riconoscere i segni del pericolo nei silenzi di Jubal. Se Jubal le avesse mai sorriso così prima di ora, non avrebbe dovuto sprecare tanto tempo e tanta fatica.
Ma non doveva lasciarsi ingannare. Anche se l’uomo che le stava davanti non aveva niente di Jubal, era lui. Aveva solo tolto la maschera. Ora che aveva le spalle coperte da Malbranque, ora che il primo passo contro di lei era stato mosso, poteva fronteggiarla a viso aperto. Miriam afferrò un tagliacarte dalla scrivania e fu quasi sul punto di aggredirlo, incurante della vedova e del ragazzo: un fendente alla gola, appena al di sotto del mento. Ma un lampo di lucidità cancellò di colpo il delirio nel quale era sprofondata. Stava solo sognando. Jubal non poteva essere là. Non dopo quello che era successo. Non dopo quello che lei aveva fatto. Il cuore ricominciò a pulsare regolarmente, la rabbia si affievolì.
Ma Jubal non voleva saperne di sparire. Era il sogno più caparbio con il quale Miriam si fosse mai confrontata. Accennò al tagliacarte: «Cosa vuoi fare con quel giocattolo, uccidermi? È ora di guardare in faccia la realtà, Miriam: non puoi opporti al disfacimento. Quello che è successo non ti ha insegnato niente? Tanta fatica, tanta sofferenza, per ottenere cosa? Ricordi quello che hai passato? Prigioniera nella tua stessa cucina per tre giorni, costretta a dormire per terra e a defecare in un secchio. E io sono ancora qui, a testimoniare che né meno la morte può fermare la morte.»
Miriam strinse gli occhi. Si era appena resa conto che il corpo di Jubal non era più un corpo, ma un involucro cavo. Gli occhi senza sguardo significavano meglio di ogni discorso l’assurdità di quella permanenza. Questo restava di Jubal. Era come aveva appena detto: né meno la morte poteva fermare la morte.
La vedova e il ragazzo fissavano il vuoto. Le bocche erano diventate così grandi, da occupare quasi per intero la parte inferiore della faccia, e si erano anche estroflesse, proiettando una serie di pieghe carnose dal mento al naso. Decine di piccoli denti spuntavano dalle pieghe.
«Ricordi il sogno di questa mattina, Miriam?» disse la vedova.
Miriam si lasciò sfuggire un gemito di orrore, perché ora sapeva dove aveva già visto lei e suo figlio.
«Ricordi che non era un sogno?» disse il ragazzo.

Un solo passo – Finale

Continuò finché i nastri di raso che fuoriuscivano dalla sua pancia diventarono più spessi e ruvidi. Una bacca spuntò da una piega, azzurra e incandescente come una stella, e dalle sue interiora pulsanti si liberò un globo terroso e altri più grandi e più tenui, con gelide, turbolente atmosfere. Si spostò di lato per scansare una cometa, mentre le sue mani si aggrappavano con forza a un ramo nodoso, con foglie di metallo liquido dalle quali si srotolavano nebulose e galassie.
«Questa è Nea?» si domandò.
Era molto tempo che avevano perso il contatto. Nel momento che l’aveva sentita più vicina, quando gli era sembrato di poterla finalmente allontanare da sé quanto bastava per toccarla, era sparita. Spezzato il contatto, affievolito il ricordo, ora che si aggrappava con tutte le sue forze a quello che il nemico aveva liberato dalla mente di Nea, gli sembrava che la loro vicinanza, la gravità che li univa, l’amore che li sospingeva l’uno verso l’altra, fossero un’illusione.
Era questo che lo disorientava, che rendeva cosi contorti e nodosi i rami del cespuglio e così numerose le stelle che esplodevano sul suo cammino, strinandogli i capelli e bruciandogli le palpebre.
Era questo che lo tentava di perdersi nei meandri del Motore, di rompere definitivamente il contatto e lasciarsi naufragare nell’abisso.
Ma non era più nel Motore. Questo era un mondo. Un mondo aspro e difficile, che non immaginava potesse esistere in Nea, ma nel quale poteva camminare, arrampicarsi, arrivare. La porta era valicata, il Motore lontano. Quanto di lui poteva sopravvivere al contatto con il Motore era arrivato a destinazione. Era quello che voleva, no? E ora che l’aveva ottenuto, doveva solo trovare Nea.
Ma Nea era molto lontana. Dal giorno del loro primo contatto non era mai stata così lontana, né meno quando i rumori della città avevano turbato la ricezione della sua presenza.
Né meno quando Ester lo aveva preso in disparte e gli aveva detto che non era capace di tenersi stretto niente.
Ma ora Ester si allontanava definitivamente, risucchiata dal campo gravitazionale di una stella bianca. Quando la stella la abbracciò, Ester esplose in una supernova che gli bruciò la pelle. Ma non sentì dolore. Era questa la cosa che gli dispiaceva di più: non sentiva dolore.
Si guardò le mani. E vide che Ester aveva ragione: le sue mani non riuscivano a stringere niente, tantomeno i rami. Fluttuò alla deriva, trascinato dai campi gravitazionali che si inanellavano al cespuglio, sballottato da una stella all’altra senza poter far altro che urlare.
Chiuse gli occhi e cercò di concentrarsi sulla voce di Nea. Il nemico era ancora dentro di lui, gli mordeva le mani come quel giorno ai piedi di San Firmino. Ma non aveva più le fattezze di Nabujo, né le facce mutevoli che lo avevano guardato morire. Era invece un bambino scontroso e introverso che osservava in disparte i giochi di un gruppo di bambini. Poi dal gruppo si allontanò una bambina. La bambina andò dal bambino solitario e lo fissò severamente, con quegli incredibili occhi verdi che gli rimproveravano le infinite, paralizzanti tortuosità.
Intanto l’alba si alzava sulla città, il mondo si riaffacciava alla sua ovattata solitudine.
«Come ti chiami?» disse la bambina.
Allora lui capì di aver cercato vanamente di rispondere solo a una delle domande che gli aveva fatto Nea, di aver sempre e solo cercato di scoprire cosa lo unisse a lei. Ma non aveva mai risposto alla prima domanda, che gli era sembrata meno importante. Era questo il suo sbaglio.
Perché gli era stato donato un nome, Nea, e con il nome la creatura che il nome significava e distingueva dal vuoto. Ma Nea non aveva ricevuto niente in cambio.
Questo era il nemico.
Si afferrò con i denti a un ramo tra i più sottili, piegandosi per aderire il più possibile alla sua ardua sostanza. Il ramo si avviluppò alle sue braccia e ai suoi capelli, gli annodò tutto il corpo, spezzando le ossa e lacerando i muscoli e le viscere. Lui rideva, perché finalmente sentiva dolore. Perché finalmente era parte del cespuglio.
Si addentrò nel viluppo, saltando da un ramo all’altro, sfruttando i campi gravitazionali delle stelle per darsi slancio, rimbalzando sui pianeti neonati, cavalcando le comete che si libravano nel vuoto.
Più si addentrava, più le forze contrapposte si facevano violente. Le tempeste interstellari spazzavano e levigavano la sua pelle di legno, la sua faccia irta di schegge, le stelle che sbocciavano sulla sua schiena e dentro le sue orecchie.
Poi l’universo chiamato Nea collassò su se stesso. La voce del Motore si dissolse, tutti i suoni cessarono, precipitarono nel vuoto. Cadde anche lui, risucchiato verso un centro invisibile da una forza tale, che assorbì tutte le altre forze, compresa la sua volontà.
Il centro si aprì come un fiore, un polline di elio e idrogeno si sparse ovunque, disseminando un numero incalcolabile di mondi sulla macchia oleosa dell’universo.
Uno di questi mondi attirò la sua caduta.
Questo mondo era soffice e verde come un prato. La caduta fu dolce.
Riottenne gli occhi e poté vedere la bassa collina che i suoi piedi stavano calpestando, gli steli d’erba che si infilavano tra le sue dita e gli facevano il solletico, il cielo bianco e terso che lo sovrastava.
A quel punto il destino non era più il fiume, e né meno la muraglia: era lui stesso, che camminava a piedi nudi sulla collina. Il nemico, piccolo e verde, lo seguiva a poca distanza, lagnandosi e implorando di avere un angolo ombroso dove rifugiarsi.
Sulla cima della collina c’era un albero, in realtà poco più di un arbusto, i rami del quale formavano una sfera quasi perfetta. Dai rami sporgevano bacche rosse e verdi e poche foglie carnose con le venature bianche.
All’interno della sfera pendeva un’altalena. Sull’altalena una soffice, calda creatura oscillava languidamente, piegando le gambe per facilitare l’oscillazione, ma senza darsi molta pena.
Lo fissava con uno sguardo indiscutibilmente femminile.

Un solo passo – Parte V

«L’oscurità è così profonda, che i miei occhi non ritroveranno più la luce. Sento solo il pulsare del Motore, la vita infinita che ne sgorga e che allo stesso tempo ne è irresistibilmente attratta.»
«Dov’è il nemico?»
«Davanti a me. Ride ancora. Mi sta dicendo qualcosa. Te lo avevo detto, dice. Te lo avevo detto.»
«Sento la sua risata. Non è la stessa risata dei volti nella muraglia. Quella che sento è proprio la risata del nemico che ora ti fronteggia.»
«Ha una pistola, Nea. La vedo, anche se sono cieco. Me la punta contro. Ride, non la smette di ridere. Vuole che valichi la porta, vuole che ti raggiunga, che ti stringa, che le mie mani (le mie mani non sanno tenersi stretto niente) ti perdano per sempre e perdano anche me. Ma ora non è più Nabujo, Nea, è una strana creatura informe, anzi con molte forme, ma nessuna stabile. Come le creature polimorfe di Ester. Ha molte facce, molti nomi e tutti impronunciabili. Vuole solo che io e te coliamo a picco nell’abisso del Motore. È questo stesso desiderio, con tutte le sue facce, i suoi tormenti, le sue titubanze. Ora si acquatta in quell’angolo, piccolo e verde ma con gli occhi di fuoco. Mi tiene di mira.»
«Non lasciare che ti spaventi.»
«Mi ha sparato, Nea. Allo stomaco. Dal foro di proiettile esce del sangue, un sangue denso, nero, oleoso, che si rapprende negli angoli del Modulo. Le labbra senzienti del Motore hanno fiutato l’odore del sangue, che ora scorre verso l’alto, attirato dalle pareti e dal soffitto e dalla vita che li percorre. È come il fiume che vedevi poco fa, il fiume del quale sentivi la voce quel lontano mattino. Dieci giorni fa, credo. Le muraglia con i volti familiari nasce da me, Nea, sono io ad averla costruita. Ho trasformato il destino in un muro con i mattoni del passato. Ma ora è finita. Il Motore si ciba di me.»
«Il Nemico è anche qui. Le sue mani e i suoi occhi sporgono dalla muraglia. Nella mano destra tiene stretta una pistola. Ecco! Mi ha sparato, mi ha colpita alla tempia, e dalla tempia fiorisce un cespuglio di spinalba con rami, fiori bianchi e un’enorme quantità di bacche incandescenti. Attorno alle bacche gravitano miliardi di pianeti, e ora su qualcuno di questi pianeti sta sbocciando la vita, sta fiorendo la civiltà, e alla fine l’universo-cespuglio si specchia nella mente delle sue stesse creature.»
«Il Motore è quasi sazio. Il fiume di sangue che sgorga della mie viscere si è trasformato in dodici nastri di raso verde, che si attorcigliano fino alle labbra del Motore. Li seguirò, Nea. Seguirò i nastri fino alla bocca del Motore. So che ormai non posso più patteggiare con lui, perché ha già avuto quello che voleva, ma almeno potrò parlargli e domandargli se ci sono altre porte da varcare, prima di dissolvermi, se esistono sentieri che forse un giorno mi porteranno da te.»
«Aliora io mi arrampicherò sui rami del cespuglio di spinalba e gli farò le stesse domande. E non importa se le bacche incandescenti mi bruceranno.»

***

Nabujo guardava il Modulo, seguendone con lo sguardo la pulsante linearità. «È successo per caso» disse. Si allontanò dal computer, si voltò e guardò il suo sequestratore negli occhi. «Non lavoravo né meno in questo campo. Non ho mai provato interesse per la fisica quantistica. Mi occupavo di superconduttori. Ero giovane, avevo appena preso il dottorato. Ma avevo tre gatti. Una femmina rossa, con incredibili occhi verdi, e due maschi grigi, che amavano farsi grattare la pancia. Sempre a chiedere cibo tutti e tre. Poi sono scomparsi. I gatti sono così, ho pensato, vanno e vengono. Qualche volta vanno e non vengono più. Passato qualche giorno, si sono rifatti vivi. Ma erano strani. erano fuori fuoco, con alcuni pezzi mancanti o in più, come i tentacoli traslucidi che crescevano tra i loro denti o in fondo alla coda. A volte erano interi, a volte a metà, altre volte sparivano e riapparivano a intermittenza. Alla fine scomparvero del tutto.»
Lui iniziò a domandarsi chi dei due fosse più pazzo.
Nabujo riprese: «Intanto avevo cominciato a far domande a un mio amico biologo. Venne a casa mia per vedere i miei gatti, ma a quel punto erano scomparsi. Io avevo già capito che quello che era successo ai miei gatti la biologia non poteva spiegarlo. Perché avevo trovato l’uovo.»
«Uovo?»
«Nel frigorifero. Insieme ad altre cinque uova che avevo comprato al supermercato. Vivo solo da undici anni, ma tutto quello che so cucinare sono i precotti e le uova all’occhio di bue. Una sera mi sto preparando la cena, prendo l’uovo, cerco di romperlo. E l’uovo si contorce, miagola, ha quegli incredibili occhi verdi. Mi guarda. Ha fame. Mangia la luce del lampadario, mangia un pezzo di finestra, mangia la corrente dell’impianto elettrico. Mangia anche una parte di me.» Nabujo sollevò la mano destra alla luce dei neon. E solo allora lui s’accorse che la mano era strana. Quadridimensionale, in un certo senso: sprofondava in se stessa e allo stesso tempo formava una specie di anello bruciacchiato, come se stesse sprofondando all’interno di qualcos’aaltro. Eppure era una mano, con unghie, dita, ossa, muscoli e vene.
«Ho capito solo molto tempo dopo» riprese Nabujo «che nell’uovo si era schiusa quella che potrei definire rozzamente una porta. Ma forse sarebbe più corretto definirlo un buco nero. Ce ne sono molti di più di quello che si pensa, alcuni anche all’interno del Sistema Solare: in larga parte, però, sono microscopici e muoiono in milionesimi di secondo. Una specie di vortice, insomma, che risucchia la realtà dove non può essere risucchiata. Un vortice affamato, che si ciba di quello che ha attorno e che allora solo il guscio dell’uovo separava dal nostro universo e dalla sazietà che ne avrebbe tratto.»
Il braccio con la pistola gli ricadde lungo il fianco.
«Il cubo» disse Nabujo «è solo uno scudo. Uno schermo protettivo. Al suo interno c’è un potente campo elettromagnetico, che ha lo scopo di tenere a bada… quello che c’è dentro.»
«L’uovo.»
Era sconfortato. Come avrebbe potuto raggiungere Nea, se il Modulo, che lui credeva una porta, era invece uno schermo, qualcosa che invece di aprire la via verso altri universi cercava disperatamente di tenerli lontani? Eppure in prossimità del Modulo la presenza di Nea era infinitamente più reale, e il tepore che circondava la sua voce era perfino bruciante. Nea non era mai stata così vicina.
«Capisce ora?» disse Nabujo. «Capisce perché è una follia pensare di vercare quella porta?» Fece un passo verso il cubo. «Anche se la difesa offerta dal Modulo è la più efficace possibile, il potere dell’uovo, di quello che io chiamo Motore, è così grande, che una parte di me si perde nei suoi meandri. Negli ultimi tempi comincio a dar segni di squilibrio. Sono molto cauto e sto attento a non tradirmi, ma è sempre più difficile.»
Si voltò a fissarlo con occhi di fuoco.
«Immagini cosa le succederebbe, se cercasse di oltrepassare lo schermo.»
Lui guardava in basso. Le dita stringevano convulsamente la pistola.
«Tutto quello che è ora» disse Nabujo «sarebbe sovvertito, distorto, annichilito. Il Motore è una porta che non si può varcare. Per nessuno scopo. Si può contemplare, frenare, adorare come una divinità. E temere come il più pericoloso dei demoni. Ma non si può patteggiare con lui.»
«Patteggiare?»
«Cosa pensi di fare?» disse Nea.
«Mi sta parlando. Il Motore. Mi sta dicendo come fare. E ho intenzione di dargli ascolto. Siamo venuti per questo no? Cos’altro potrei fare? Sei molto vicina. Non ho mai sentito così chiaramente la tua voce. Posso quasi accarezzare la tua pelle, quasi annusare il tuo profumo. Sei troppo vicina per tirarmi indietro. È attraverso l’uovo che siamo entrati in contatto. La presenza dell’uovo in questo universo mi ha permesso di riceverti. È l’unica via, non lo senti anche tu?»
«Sì.»
«Non posso rinunciare ora.»
«Puoi invece. Puoi andartene. Prima o poi il contatto si spezzerà e mi dimenticherai.»
«E tu dimenticherai me?»
«Sì. No. Non lo so. Ci sarà dell’altro.»
«E questo puoi tollerarlo?»
«Non lo so. Forse sì.»
«Sul serio?»
«Non lo so.»
«E allora?»
«Fai quello che devi.»
«Cos’ha in mente?» disse Nabujo, gli occhi spalancati per il terrore. Fece per gridare, ma il suo grido fu soffocato dallo sparo. La pallottola lo colpì al cuore e fuoriuscì da sotto la scapola, aprendo due piccoli fiori rossi sulla giacca. Nabujo crollò delicatamente al suolo.
Gettò la pistola lontano, il polso dolorante per il rinculo. Si accostò a Nabujo e lo trascinò per il braccio sinistro. Verso il cubo.
«Nabujo sarà il mio lasciapassare» disse a Nea. «Lo offrirò al Motore in cambio di un passi.»
«Nabujo ha detto che non si può patteggiare con il Motore.»
«Ho già patteggiato con il Motore. È stato il Motore a dirmi di uccidere Nabujo. E poi Nabujo come faceva a sapere che non si può patteggiare con il Motore, se l’unica cosa che ha fatto è metterlo in gabbia?»
«Come convivrai con il rimorso?»
«Ci penseremo dopo. Ora vengo da te.»

Un solo passo – Parte III

«Un’onda di sangue e di calcina scorre tutto attorno a me, imprigionandomi. E gli innumerevoli volti familiari trascinati dall’onda mi urlano contro delle terribili oscenità. Il nemico.»
«Lo vedo anch’io, Nea. È qui che mi chiama e lusinga, ma è anche più lontano, accanto al Motore. È molto rischioso per lui stare così vicino al Motore. Ma sembra che non gli importi. Vuole che lo raggiunga.»
«Aspetta! Ora so perché il nemico non ti ha ancora ucciso, perché si nasconde. Non vuole uccidere te. Vuole uccidere noi. Lo farà quando saremo insieme.»
«Non ha senso, Nea. Se vuole davvero riunirci, perché mi chiama vicino al Motore, dove quasi certamente troverei la morte?»
«Il richiamo non è solo per te, è per entrambi. E se vuole te vicino al Motore e tiene me bloccata in questo posto, non è per metterci in pericolo, ma per indicarci la via.»
«La via?»
«Il Modulo non può viaggiare. Così ha detto Nabujo.»
«Nabujo mentiva. Se ricordi, ha detto anche che non si può patteggiare con il Motore, perché il Motore divora tutto quello che si avvicina. Ma io mi sono avvicinato. Ho patteggiato. E sono ancora vivo.»
«Eppure non stai viaggiando. Non ancora almeno, o non del tutto. Un viaggio del genere avrebbe dovuto dilaniarti e poi ricostruirti, e lo stesso avrebbe dovuto fare a me, di riflesso. Invece è successo solo che le parole che usiamo per definire e delimitare le nostre identità si sono svuotate. Ma niente ha ancora riempito il vuoto.»
«Cosa credi che dovrei fare allora?»
«Rimane unicamente una parola che possa definirci. Una parola che delimita l’inizio e la fine del viaggio. Porta. E dove sei tu ce n’è solo una.»
«Il Motore.»
«Per questo il nemico si è rintanato laggiù. Sa che per raggiungermi devi passare attraverso il Motore. Essere dilaniato dal Motore è la porta.»
«Ora ho capito. Quando sono entrato, vedere quello che il Motore faceva di Nabujo mi ha terrorizzato. E mi sono nascosto lontano, sperando che il Motore si dimenticasse di me. Ma ho sbagliato. Non sono in viaggio. Sono ancora nel laboratorio di Nabujo. L’uscita è una sola. E il nemico me la sta indicando. Credo sia stanco di aspettare che ci arrivi da solo.»

***

Cominciò con una serie di cerchi concentrici, che si stagliavano su un fondo crepuscolare e si allargavano a partire da un nocciolo incostante. A volte il nocciolo si distorceva in una macchia irregolare, altre volte si assottigliava in una stringa unidimensionale.
Le luci si abbassarono fino a lasciare la galleria in penombra. La penombra rendeva fluida la piccola folla che riempiva la galleria. I dodici schermi alle pareti si riempirono di scaglie rosse che fendevano il crepuscolo, dardeggiando sui volti degli spettatori. Le coppe di champagne riflettevano il crepuscolo, illiquidendone l’oro nell’oro liquido del vino.
Qualche minuto dopo si fece buio. La danza dei cerchi ricominciò , ma ora i cerchi erano verdi e si intrecciavano in un labirinto, dove vagavano miti forme protozoiche. Le forme tremavano come se avessero freddo, ma sembrava anche che fossero preda di un desiderio irrefrenabile.
La parte più difficile del lavoro. Ester aveva preteso che il tremito delle forme protozoiche avesse la parvenza di una pulsazione organica, come il battito di un cuore, ma che avesse anche qualcosa di spezzato e metallico. Lui aveva risolto tagliando metà dei fotogrammi e aumentandone il numero per minuto, con un effetto da cinema dei primordi, e interponendo un leggero scarto spaziale tra una linea temporale e l’altra, così da sfocare e sfumare i contorni delle figure. Ester ne era stata entusiasta.
Mentre lo schermo diventava di nuovo buio e una macchiolina azzurra iniziava a danzare spasmodicamente nel buio, il suo pensiero ritornò a Ester e a quello che c’era tra loro. Ora che stava per finire, realizzava quanto poco peso avesse dato a quella strana, forse intempestiva relazione. Anche se Ester era molto presa dal suo lavoro e non tollerava interferenze, lui non aveva mai né meno pensato di proporle una scelta. Aveva sempre accettato i suoi no con un sorriso, comprendendo, giustificando, mostrandosi disponibile.
Non dando alcun segno di sofferenza.
Non soffrendo.
E aveva accusato lei di indifferenza.
Non avrebbe mai potuto amare Ester. Ma solo perché stava aspettando Nea.
«Sei una strana creatura» disse Nea, che ora sembrava in grado di percepire i suoi pensieri, oltre che la sua voce e i suoni che circondavano la sua voce. O forse era così fin dall’inizio. «Questa obliquità non esiste nel mio mondo. Tu non potresti esistere nel mio mondo.»
«Eppure esisto attraverso di te.»
«Ma le varie parti di te che ho raggiunto finora mi sembrano inconciliabili tra loro. Come puoi essere uno, se sei tante cose diverse?»
Sorrise. Mentre la macchiolina azzurra si ingrandiva e si sdoppiava in due macchie gemelle che ora fluttuavano da uno schermo all’altro, rifletté che quella danza che conosceva così bene rifletteva qualcosa del suo legame con Nea. Le macchie azzurre si protendevano l’una verso l’altra, arrivavano quasi a intrecciare le mille estroflessioni viola che turbavano la linearità del loro profilo, ma non si toccavano mai. Era estenuante assistere a quella danza mancata, a quell’amplesso fantasma che sarebbe diventato reale solo dopo una lunghissima ricerca. Estenuante e illuminante.
Perché stava danzando quella stessa danza con Nea, che non poteva toccare pur avendola vicino, e con Ester, che poteva toccare e amare, ma alla quale non sarebbe mai stato vicino.
Cercò Ester con lo sguardo. Era in fondo alla sala, un bicchiere alle labbra, il corpo magro inguainato in un elegantissimo abito nero. Con i tacchi era più alta di lui, le spalle dritte, la pelle abbronzata. Una donna così vera, che lui non riusciva a immaginare niente di più diverso dalla creatura larvale che inseguiva nella sua mente.
«Dimmelo ancora, Nea, ti prego: sei reale? O sto solo diventando pazzo?»
«È inutile che cerchi di convincere te stesso che sono un’allucinazione» disse Nea. «Ci ho provato anch’io, non serve. Sarebbe consolante sapere che sei solo nella mia testa. Ma non è così. Io sono vera quanto te.»
Overdrive era al climax. La terza e ultima fase enunciava compiutamente il tema dell’opera, lasciando esplodere le cariche innescate nelle sezioni precedenti. L’equivalente di un orgasmo interstellare, gli aveva spiegato Ester. Ma a suo parere l’intero progetto era un’oscura, semi allegorica rappresentazione del sesso, e le fluttuazioni multicolori e polimorfiche che riempivano la galleria si affannavano essenzialmente di esprimerne la gioia e il delirio ma anche le terribili contorsioni e asperità.
E ora infatti le due macchie azzurre si erano fuse in un agglomerato di forma umanoide, proiettato su uno sfondo apocalittico. Immensi torrioni metafisici coronati di spine si levarono a dilaniare un cielo rosso sangue, percorso da correnti verdi e viola. Dopo un po’ i torrioni diventarono un intrico di rami senza foglie, dai quali pendevano frutti bulbosi. Nei frutti dormivano ombre rannicchiate. I rami laceravano il globo multicolore, che ora sussultava convulsamente e sprizzava scintille rosse.
Ester si avvicinò. Lo prese in disparte.
«Allora finisce qui» disse. Le scintille rosse proiettate dagli schermi le macchiavano la pelle e suscitavano scintille dai gioielli che indossava.
«Be’, spero di no. Mi piacerebbe lavorare ancora insieme.»
Ester rise: «Sei l’ipocrita più sincero che conosco. Ancora una volta hai detto tutto senza dire niente. Non mi concedi né meno un addio? Ma già, è vero. Tu detesti il melodramma.»
Bevve un lungo sorso di champagne: «Arrivederci allora.»
Fece per allontanarsi, ma si fermò.
«Qualunque sia lo spettro che insegui» disse senza collera, «cerca di non raggiungerlo, perché lo perderesti. In questo io e te siamo uguali: non siamo capaci di amare niente che non sia concepito nel gelido antro della nostra stessa mente.»
Il globo si divise in due parti, si ricompose e divise ancora, e a ogni mitosi e fusione scintille e gocce verdi si liberavano e si perdevano nel vuoto. A un certo punto sette creature polimorfe generate dal globo iniziarono ad arcuarsi, a contorcersi, a dividersi in due parti e a ricomporsi, e alla fine da ogni creatura nacquero altre sette creature, che si divorarono tra loro.
Nea si rifece viva
«Quello che sei in questo momento fa paura» disse. «È un vento freddo che soffia sulla collina e rinsecchisce l’erba e i fiori. E un po’ anche me »
«Mi spiace. Ma una volta che saremo insieme, tutto quello che ti spaventa e ti fa male sparirà per sempre.»
Sorseggiò lo champagne. Sentì l’ebrezza del vino arrivare fino a lei, macchiarle la pelle, ottunderle la coscienza.
«Hai deciso allora» disse Nea.
«Sì. Vuoi dissuadermi?»
«No.»

Un solo passo – Parte II

«Lo senti? Laggiù, nei recessi più profondi del Modulo.»
«Lo sento. Sta cantando.»
«Il nemico.»
«Mi chiama.»
«Cosa hai intenzione di fare?»
«Non lo so.»
«Credi che ti ucciderà, se rispondi al richiamo?»
«Sì. Ma potrebbe uccidermi anche se restassi qui. È molto veloce. E può stare in due posti nello stesso momento. Potrebbe rimanere laggiù a cantare e intanto uccidermi qui.»
«Ma chi è… cosa è?»
«Non lo so. E non so né meno come abbia fatto a entrare, o perché il Motore non lo abbia mangiato. Forse era già nel Modulo al momento della partenza. O forse era con noi fin dal nostro primo contatto. Ti ricordi la chiesa, San Firmino? Credo che San Firmino fosse lui. Per questo ha cercato di mangiarmi.»
«Io a volte vedo qualcosa. Negli angoli dove la luce arriva più fioca. O quando mi volto all’improvviso, ai margini della visuale. È lui, credo. Che cerca di nascondersi.»
«Ma perché si nasconde? Lo so cosa vuole. Ma finora non ha fatto niente per ottenerlo. Eccetto nascondersi negli angoli, cantare e scavare la carne stellata nel Modulo per confondermi la vista. Ho provato a tendergli un agguato. Mi sono avvicinato in silenzio, fingendo indifferenza. Ma lui è più veloce e sottile. Era fuggito prima che decidessi di tendergli l’agguato, come se fosse scivolato indietro nel tempo. Eppure so che potrebbe uccidermi in qualunque momento, se lo volesse. So che gli basterebbe pensarlo, per schiacciarmi. È grande, Nea. Non immagini quanto. Ma a volte è anche molto piccolo. Fa quasi pena in quei momenti. Ma canta, e da questo si capisce che è infinitamente malvagio. Canta delle canzoni che forse conosci anche tu, sciocche canzoncine che senti appena, perché le canta con un filo di voce o con voce molto acuta, qualche volta femminile, altre volte maschile, ma sempre in falsetto.»
«Sì, le sento anch’io. Sono orribili.»
«Ma non abbastanza. Credo che potrebbero essere molto peggio. Potrebbe affondare di più il colpo. Ma non lo fa. E non capisco perché. Forse l’unico modo per saperlo è andare a vedere.»
«Ma laggiù c’è il Motore.»
«E avvicinarsi al Motore è molto pericoloso. Lo so. E anche se è in debito con me, perché gli ho portato Nabujo, non so se posso patteggiare ancora con lui.»
«Vorresti dargli in pasto il nemico?»
«Zitta! Così ti sente! Ascolta. Anche se il nemico è potente, poche altre cose nel mio e ne tuo mondo sono potenti come il Motore. Ma il Motore è incontrollabile. Non ho idea di quello che succederebbe, se tornassi da lui.»
«Non farai niente allora?»
«Non riesco a decidermi. Sarei tantato di andare. Ma il nemico mi vuole laggiù per un motivo. Forse ha preparato una trappola. Forse per ora è meglio aspettare.»

***

Gli bastò un solo sguardo per trovarla. Lei aveva questa dote: riuscivi a trovarla sempre al primo sguardo, non importa quante persone le stessero attorno. Non perchè avesse un aspetto strano o vestisse in modo stravagante. Era solo più facile percepire lei che chiunque altro, come se fosse più reale. Una qualità affascinante. Con la quale era piuttosto difficile scendere a patti.
La raggiunse al tavolo. Lei aveva davanti un’insalata greca e una bottiglia d’acqua da mezzo litro, che non aveva ancora toccato. Le gambe accavallate, la gonna che scopriva appena le ginocchia, leggeva una rivista di divulgazione scientifica. Una delle sue letture preferite. E una delle sue principali fonti d’ispirazione.
Ester, la sua cliente più difficile.
Nelle ultime settimane l’aveva un po’ trascurata. Si era fatto sentire poco, aveva saltato qualche incontro e aveva dimenticato di scaricare un programma che lei gli aveva chiesto. Questo naturalmente aveva trasformato l’ansia di lei in un terrore un gradino più in basso del panico, ma lui non riusciva a farsene una colpa. Quello che aveva con Nea, quello che di Nea era riuscito a scoprire e a toccare, era così vero, che il resto diventava larvale. Insieme avevano esplorato i rispettivi mondi: lui le aveva fatto conoscere i suoni, gli odori, le immagini che trascorrevano nel cuore della città. Lei gli aveva concesso di ammirare le valli di latte, le foreste senzienti, le ardite architetture d’acqua e le correnti di ambra che allietavano il suo paese. Avevano esplorato l’uno il corpo dell’altro, torturati l’uno dal bisogno dell’altro, diluiti e infine persi l’uno nella brama dell’altro.
Cosa poteva esserci oltre a questo?
Il contatto naturalmente, la presenza.
Storcendo la bocca alla fitta di dolore che gli diede questo pensiero, sedette di fronte a Ester e accettò con un cenno il suo sorriso. Notò che aveva gli occhi un po’ gonfi, le guance scavate. Non doveva aver dormito molto quella notte. Né quella prima.
«Come va con quello sfarfallio?» disse appena un po’ ansiosa.
«Risolto. Ma c’è ancora un piccolo errore nella terza sezione. Si sposta tutto a destra per un terzo di secondo. Fa l’effetto di un terremoto.»
«Facciamo in tempo?»
«C’è tutto il tempo. Si tratta di riscrivere un paio di codici. Ho già capito qual è il problema.»
«Questo mi allontana» disse Nea. «È come una corrente bianca con le frange dorate che attraversa il mio corpo e lo sbiadisce. Cos’è?»
«Non posso parlare con te ora.»
«Cos’hai detto, scusa?» disse Ester.
«Niente, pensavo ad alta voce.»
«Pensi delle strane cose ad alta voce. Sei sicuro di star bene?»
«In un certo senso mi assomiglia» disse Nea. «Ma ha tutte quelle frange che mi tengono lontana.»
Forse perchè lui ed Ester… Ecco, si poteva dire che stessero insieme. Ma forse no. Erano usciti un paio di volte. Quattro, se ricordava bene. In due mesi. Ma presto il lavoro sarebbe finito. Era tutto pronto, doveva solo correggere qualche piccola imperfezione. Venerdì c’era la mostra. E aveva il sospetto che dopo si sarebbero visti ancora meno. Forse mai più.
Per un po’ era stato piacevole. Ester era un’artista e si era rivolta a lui perché aveva un’idea ma non sapeva come realizzarla: le serviva un esperto di animazioni tridimensionali che desse vita alla fauna multiforme di un progetto chiamato Overdrive. Un lavoro interessante e ben pagato, che lui aveva accettato con entusiasmo. Dopo circa due settimane le cene di lavoro erano diventate appuntamenti. Finché un mattino si era svegliato nel letto di lei.
«È bella» disse Nea. «La ami?»
«Potrei. Ma lei no. Lei non potrebbe. Le piaccio, ma non abbastanza. Non sono quello che vuole.»
«Questo invece è rosso e pieno di spigoli. Va verso il basso. Fa paura, ma è anche un po’ ridicolo. La parola che uso per questo è: obliquo.»
«Mi ascolti?» Lo sguardo di Ester era irto di spille lucenti. «Pensi ad alta voce (lo hai rifatto, anche se stavolta non ho capito quello che hai detto) e non ascolti niente di quello che dico. Non è da te. Sicuro di sentirti bene?»
«Non molto a dire il vero. Devo aver preso qualcosa. Da qualche giorno mi sento strano.»
«Non mi abbandonerai proprio ora?»
«Tranquilla. Il più è fatto. L’hai visto, no? È quasi perfetto. Entro mercoledì sarà perfetto.»
«Non intendevo questo.»
La guardò inquieto. Ester intrecciò le mani davanti alla bocca, le sopracciglia si avvicinarono.
«Posso farti una domanda?» disse.
«Certo.»
«È da quando ci siamo conosciuti che voglio fartela. Ma mi è sempre mancato il coraggio.»
«Dimmi pure.»
Lei prese un respiro: «Sei stato molto paziente con me. E attento. Hai fatto esattamente quello che volevo, senza assillarmi con domande alle quali non avrei saputo rispondere e senza che occorresse starti dietro a ogni passo. Non ho lavorato così bene con nessun altro. Ma non sono ancora riuscita a capire se il mio lavoro ti piace o no. Se ti ha interessato, coinvolto o se l’hai odiato.»
Lui esitò. «È stimolante» disse con un sorriso.
«Ancora quel rosso» disse Nea. «Ma ora è più scuro. Cola su tutto, persino sulle stelle più lontane. Viene da te? Sei tu questo rosso? Ma come puoi essere allo stesso tempo questo rosso e l’acqua limpida che sei di solito?»
Ester sorrideva amaramente. Sul suo volto c’era l’eco delle parole di Nea.
«Se non fossi una buona ascoltatrice» disse «penserei che hai eluso la domanda. Invece hai risposto. E molto chiaramente.»
Chiuse la rivista e la gettò su una sedia vuota. Chinò lo sguardo sul tavolo e sulle mani di lui.
«Hai risposto a tutto» disse.
Lui raccolse la rivista imbarazzato e la sfogliò distrattamente. Non gli piaceva. La giudicava superficiale. Ma quando la chiuse i suoi occhi si sgranarono. L’immagine in copertina arrivò in qualche modo fino a Nea, che fu colta anche lei di sorpresa.
«Questo cos’è?» dissero insieme.
Un crepuscolo d’oro, sul quale flottavano bolle rosse e ombre contorte, sprofondava nel rettangolo di carta patinata: un crepuscolo infinito, uguale a quello in cui vagavano le forme polimorfe create da Ester. Del resto era proprio da immagini del genere che Ester traeva ispirazione. Ma quella foto non ricordava loro il progetto Overdrive. Era qualcosa che avevano conosciuto chi sa dove, forse in sogno, e che li accomunava più di qualsiasi altra esperienza. Tutto quello che avevano passato insieme nelle ultime due settimane, tutte le domande che si erano fatti al riecheggiare del fiume tra i loro universi, tutto sbiadiva al cospetto di quell’immagine che nessuno dei due sapeva interpretare.
Nel trafiletto sotto il titolo si parlava di un certo Professor Nabujo, un fisico che aveva scoperto una porta dimensionale e che stava progettando un Modulo per varcarla. Nabujo lavorava in una città vicina, mezz’ora di macchina, forse anche meno.
Lui non sapeva con precisione cos’era una porta dimensionale. Ne aveva sentito parlare, ma solo nei film. Riaprì la rivista e andò alla ricerca dell’articolo. Si mise a leggerlo febbrilmente, ignorando lo sguardo interrogativo di Ester. L’articolo parlava in modo confuso di universi quadridimensionali galleggianti come macchie di olio sulla superficie di un oceano a cinque dimensioni. La distanza tra un universo e l’altro poteva essere anche di pochi passi, ma solo la gravità era in grado di oltrepassarla. La scoperta di Nabujo avrebbe forse permesso di gettare un primo sguardo oltre quello che il giornalista definiva orizzonte degli eventi.
Non aveva molto senso per lui. Ma c’era quell’immagine. E il titolo dell’articolo, ripreso a caratteri cubitali in copertina.
A un solo passo.

Un solo passo – Parte I

«Nea, da qui posso vedere tutti i mondi. E non solo i mondi, ma anche le cose che avvengono nei mondi, e quelle a venire, e quelle che potevano avvenire ma non sono avvenute o sono avvenute solo in parte, e quelle che non avverranno mai e nessuno ha mai né meno immaginato che potessero avvenire. Se provo ad allungare la mano, la tenue sostanza del Modulo si spacca, e nella spaccatura si vedono le galassie, ammassate in globuli incandescenti o distese in scie infinite. E stelle, pianeti, comete, asteroidi e tutto quello che ruota e si contorce nelle galassie.»
«Io non vedo nessuna delle cose che dici.»
«Eppure siamo a un solo passo l’uno dall’altra.»
«Siamo sempre stati a un solo passo, fin dal giorno che ci siamo conosciuti. Con tutte le galassie del tuo e del mio universo a separarci. Non è cambiato niente.»
«Ma io posso quasi toccarti. Posso quasi sentire il tuo calore sulla punta delle dita.»
«Niente di noi ha ancora valicato quello che ci divide.»
«Qualcosa l’ha fatto: la voce.»
«La voce che senti non è la mia voce. La voce che sento io non è la tua.»
«Perché parli così?»
«Perché non sei mai stato così lontano da me come ora che ti credi così vicino.»
«Nea, è solo una questione di tempo. Presto non ci sarà niente a dividerci. Se ho intrapreso questo viaggio, è proprio perché crollino tutte le barriere, perché la voce senza voce che risuona accanto a me possa diventare reale. Solo perché tu possa diventare reale.»
«Ma io sono già reale. Sei tu il fantasma, dal mio punto di vista.»
«Quando saremo insieme, non ci saranno più punti di vista. Tutto quello che ci divide diventerà niente: l’’oceano senza sponde sul quale il mio e il tuo universo fluttuano come alghe in preda alla corrente, le onde gravitazionali che a volte mi avvicinano a te, mi concedono quasi di toccarti, ma poi spietatamente mi allontanano, le piaghe sanguinose che si aprono nei molli tessuti del Modulo e che mi frenano e rallentano. Perfino il nemico, il nemico taciturno che si acquatta negli angoli bui del Modulo e trama per uccidermi, anche lui diventerà niente.»
«Anche noi?»

***

Attraversando frettolosamente il Ponte dei Vascelli, si domandò più volte se lei ci fosse ancora. La città si era appena svegliata, torrenti di acciaio e di carne scorrevano negli alvei delle vie, lacerando con grida e stridori l’aria di fine ottobre. Era difficile sentirla con tutto quel frastuono. Ma non era solo il frastuono. A volte la voce si assottigliava per ragioni misteriose, il segnale diventava quasi impercettibile. E a volte andava perso. Finora il contatto si era sempre ristabilito, ma era molto fragile. La possibilità di perderlo per sempre esisteva. Il solo pensiero gli era intollerabile, ma questo non cambiava la realtà.
La realtà? Era pazzo, ecco qual era la realtà. Consapevole e disperatamente felice di esserlo, ma pazzo.
Era da un po’ che si sentiva strano: incubi, sbalzi di umore, emicrania, sonnolenza. Un mese, pressapoco. Ma era solo da tre giorni che aveva cominciato a sentire le voci. La voce, anzi. Che però non era veramente una voce. Non diceva parole, non emetteva suoni: srotolava piuttosto colori o frange di oscurità, pizzicava, strofinava, solleticava ogni centimetro della sua pelle, facendo fremere tutte le parti del suo corpo che fossero in grado di fremere, incluse quelle che non aveva mai sospettato che potessero fremere.
La voce non usava parole, non diceva niente. Eppure diceva.
Arrivato a metà del Ponte dei Vascelli, gettò un’occhiata al grande fiume che attraversa la città, dal quale ora esalavano lunghe spire di nebbia. Solo i campanili delle chiese affioravano dall’acqua limacciosa nella quale la nebbia aveva trasformato la città. I campanili e la carne pietrosa di San Firmino.
Un rintocco di campana.
Nel rintocco era nascosta la sua voce.
«Questo suono… Si sentono tanti suoni strani dove vivi tu. Suoni che non posso né meno definire suoni, perché non hanno niente in comune con i suoni che sento da quando sono nata. Ma questo mi è familiare. Somiglia quasi a una parola. Che suono è?»
«La campana?»
«No. L’altro…»
«Ci sono tanti suoni qui attorno. Quale intendi?»
«Quello più grande e profondo. È un suono gigantesco, una muraglia verde che ristagna all’orizzonte, prigioniera di brume caliginose, ma poi si libera, si allarga, rompe le catene che lo frenano e alla fine sommerge ogni altro suono.»
«Il fiume.»
«La parola alla quale somiglia questo…»
«Fiume.»
«La parola è destino. Conosci questa parola?»
«Certo che la conosco.»
Fin troppo bene. Destino: era quello che li aveva uniti, no? Perché avevano vagabondato incerti lungo sentieri tortuosi che non portavano a niente. Ma la via era segnata e non avevano fatto altro che girarci attorno. Lei era irrotta nella sua mente all’improvviso, come una folata di vento caldo. Lui era trasalito e lei aveva emesso un suono, una specie di grido. Ma nessuno dei due era davvero sorpreso. Chi sei? aveva domandato lei, sconcertata. Chi sei? aveva domandato lui. Nessuno, avevano risposto a se stessi. Le prime ore le avevano trascorse a negare, a rifiutare il contatto. Poi si erano infuriati. Ognuno aveva minacciato l’altro di orribili ripercussioni, se non lo avesse lasciato in pace e non fosse uscito immediatamente e per sempre dalla sua testa. Dopo un po’ erano stati presi dal panico, quasi nello stesso momento: avevano pianto e supplicato. Alla fine, quando avevano capito che non c’era niente da fare, avevano cominciato cautamente, delicatamente, a esplorare quella vicinanza. E avevano scoperto che l’altro, l’intruso, non era dentro, nella testa, ma accanto, e molto vicino. Si potevano quasi toccare, avevano scoperto, quasi annusare, quasi sentire. Lo struggimento delle sue forme calde (perché lei era calda), soffici (perché lei era soffice), femminili (perché lei era di genere femminile, indiscutibilmente) aveva allora cominciato a torturarlo. Il terzo giorno lo aveva passato immerso in lei, cercando in tutti i modi di appagare un desiderio così forte che non poteva essere soffocato, ma così astratto che non poteva né meno essere appagato. E lei era stata afflitta e tormentata allo stesso modo da lui.
Poi, poche ore prima, c’era stato un lungo silenzio. Il contatto si era affievolito, quello che li divideva si era ingigantito fino a occupare l’orizzonte, fino a confondersi con i primi barlumi rosa che segnavano il ventre delle nuvole.
La voce di lei era irrotta nel silenzio come un tuono.
«Io mi chiamo Nea» aveva detto. Il tuono si era fatto più cupo. «Tu come ti chiami?» Ancora più giù, verso un vortice di oscurità e vertigine. «E perché ti amo?»
Lui aveva sgranato gli occhi. Ma c’era solo una cosa che poteva dire: «E io perché ti amo?»
Era l’alba. Il sole era apparso al centro della finestra, disegnando un quadrato d’oro sul pavimento della camera. Il sole trafiggeva la nebbia, disegnando con colori ad acqua il profilo della città. E allora lui si era vestito ed era uscito per andare al lavoro, cercando disperatamente di dimenticare la domanda di Nea e la propria.
Ma adeguare il respiro al respiro della città, toccare, scansare, intercettare le traiettorie di mille altre persone si era rivelato una tortura ancora più crudele di quelle domande senza risposta. Eppure bisognava affrontarla. Aveva un lavoro, dopotutto. Aveva il suo studio e i suoi clienti. Non poteva rinunciare alla sua vita per questo niente.
Attraversato il Ponte dei Vascelli, si ritrovò nell’ombra di San Firmino, con le sue guglie gotiche che pizzicavano il cielo. Una decina di persone aspettava l’autobus ai piedi della chiesa, godendo del tenue calore che emanava misteriosamente dalle mura. Attratto da quel calore, si accostò alla calca e ne trafisse le viscere fino a raggiungere la chiesa. Gli sembrava che le mura della chiesa lo riportassero alla realtà. Per un momento la sua mente interruppe la fluttuazione che accompagnava inevitabilmente la vicinanza di Nea.
Si fermò sotto l’abside. Trattenendo il respiro, allungò una mano per toccare i mattoni rossi che rivestivano le mura. Ma quando i suoi polpastrelli sfiorarono la carne di pietra, la spossante vecchiezza di quella vita secolare gravò sulle sue spalle. E arrivò fino a Nea, che gridò.
«Cos’è questo?» domandò spaventata. «Perché mi ferisci? Sei arrabbiato con me?»
«No.»
«Cosa stai facendo allora?»
«Questo è il passato. Conosci questa parola?»
«Sì. Somiglia a quella di prima: destino. Ma ora nella muraglia verde ci sono volti familiari che gridano terribili oscenità. È spaventoso. Falli smettere, ti prego.»
Si ritrasse, ma non perché l’aveva chiesto Nea. Gli era sembrato che la pietra si fosse aperta e avesse azzannato la sua mano con denti di calcina. Il suo sangue percorreva le cavità della chiesa fino alle guglie più alte. La chiesa si piegava su di lui perché ne voleva ancora.
Era la prima volta che si trovava di fronte al nemico.

Un solo passo

Siccome la preparazione di Encelado va per le lunghe, ho deciso di proporre un racconto lungo scritto qualche anno fa, suddiviso in sei parti. Ammetto che possa apparire un po’ strano e non sia molto facile da seguire, con tutti quei Moduli e Motori cui star dietro, ma almeno è breve. Un avvertimento: non ho né meno tentato di conferire attendibilità scientifica al testo, perché non era quello che mi interessava e inoltre la fisica quantistica rimane per me un meraviglioso mistero. Parafrasando me stesso, la sola coerenza che mi sono mai ripromesso di rispettare è quella fantastica, la sola guida che accetto di seguire è la storia stessa, l’unica tra noi due che sa davvero dove andare. Basta con le piacevolezze. A domani per la prima parte. Buona lettura.